Rielaborazione del testo presentato al Punto rosso di Milano il 28 apr. 2004
Chi sta in alto dice: pace e guerra
sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
sono come il vento e la tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.
(Bertolt Brecht, Poesie di Svendborg)
La Seconda guerra mondiale e Foglio di via La guerra è entrata nella vita di Fortini con il suo richiamo alle armi nel luglio 1941. Nei mesi seguenti egli riuscì ancora ad alternare servizio militare e studi universitari, ma con l’8 settembre 1943, lo sfascio dell’esercito italiano, lo spinse a raggiungere con altri dispersi la Svizzera. Internato nel cantone di Zurigo con centinaia di fuggiaschi italiani ed europei, vi conobbe esponenti dell’immigrazione antifascista, lesse per la prima volta alcuni scritti di Lenin, aderì al Partito socialista e incontrò Ruth Leiser, che diventò la donna della sua vita. Partecipò anche alla repubblica partigiana formatasi in Valdossola, che però era già in fase di ripiegamento.
I versi di Foglio di via, superstiti di moltissimi scritti degli anni ’40-‘44, sono il primo risultato poetico di Fortini giovane. Ricevettero poche recensioni (di Calvino e Ragionieri in particolare) ma lasciarono indifferenti la cerchia ermetica dei suoi amici letterati fiorentini.
Anni dopo, nella Prefazione del 1967 alla nuova edizione di Foglio di via e in alcune interviste, Fortini chiarì che, sebbene gli eventi più tragici del conflitto mondiale l’avessero soltanto sfiorato e giudicasse ora quella sua esperienza di guerra “assolutamente trascurabile” se paragonata alle sofferenze di molti coetanei sottoposti a prove ben più dure o alla deportazione in Germania, in Africa o in India, la Seconda guerra mondiale era stata per lui una vera e propria cesura nella sua esistenza.
Lo stacco fra il prima (adolescenza all’insegna dell’elegia, sogno della letteratura influenzato dall’ermetismo, assorbimento del mito patriottico fascista) e il dopo (servizio militare, sbando, internamento in Svizzera) è netto e duro. I rapporti che stabilisce allora, da isolato, con militanti politici antifascisti e formazioni partigiane non sono privi di esitazioni. Il contatto con i soldati e i civili nelle caserme o per le vie delle città bombardate, gli fa apparire del tutto insufficiente la sua cultura “piccolo borghese”, costruta sulle letture di Proust, Joyce, Rilke o Gide.
Dirà: “È solo con l’esperienza del servizio militare, l’incontro con i contadini italiani vestiti da soldati, da fanti, che ho cominciato a capire qualcosa” (Fortini, Un dialogo ininterrotto, p.511). Ma questo qualcosa ha ancora i tratti populistici tipici di quell’epoca di crisi. Lo stacca dall’ambiente letterario fiorentino in cui s’era formato e lo spinge a unirsi a Elio Vittorini, che stava per fondare Il Politecnico, ma la tragedia bellica è iscritta ancora in una visione politica abbastanza patriottica.
Se rileggiamo, infatti, Agli italiani (8 febbraio 1944), una conferenza tenuta in Svizzera ai connazionali internati come lui in “quarantena” nel campo di Adliswill (cantone di Zurigo), notiamo che vi denuncia l’avventura fascista e incita a reagire ancora e solo in nome della patria distrutta. Tenui sono le tracce della visione di classe del fascismo e della guerra che maturerà poi, del resto quasi del tutto assente anche fra i suoi amici e coetanei.
Rossana Rossanda, nella presentazione alla recente pubblicazione dei Saggi ed epigrammi di Fortini, ha ricordato quanti tratti culturali il giovane Fortini avesse con tutta la generazione degli anni Venti: “stesse letture, stessi interrogativi, stesse frequentazioni, stesso fastidio per il fascismo, stesse incertezze a impegnarsi fino all’occupazione tedesca”. E Fortini, quasi a conferma, così aveva da parte sua rievocato quel clima culturale:
“L’antipatia nei confronti del regime fascista era strettamente collegata con gli atteggiamenti intellettuali ed estetici di un giovane che allora si interessava soprattutto di arte e di letteratura. Ma questa non era soltanto la mia posizione. Era quella di tanti giovani di estrazione piccolo borghese o borghese che nella Firenze di allora amoreggiavano con la cultura d’avanguardia e con la poesia, amavano il cinema populista francese [...] e trovavano il fascismo soprattutto maleducato e volgare, banale e culturalmente rozzo. [...] L’antifascismo nostro di allora era un antifascismo che potremmo oggi chiamare di destra, cioè un antifascismo che trovava ridicolo ed insopportabile il fascismo per i suoi atteggiamenti plebei”. (Fortini, Un dialogo ininterrotto, p. 609)
La guerra gli si presenta, dunque, innanzitutto come esperienza del mondo dolente e confuso dei rifugiati conosciuti a Zurigo. Di questa realtà insospettata parla, in termini quasi religiosi, come di una “rivelazione”, sottolineando - e qui si coglie l’impronta fortemente letteraria della sua formazione - che quel periodo fu l’unico della sua vita in cui non avvertì più “nessuna differenza fra la parola stampata e quella detta”. Gli parve che una fluidità sorprendente si stabilisse fra la parola meditata nell’assenza fisica di interlocutori, propria della poesia e della letteratura, e la parola più immediata e corporea della comunicazione orale con gente in situazioni materiali durissime o proveniente da tragedie allora da lui inimmaginabili, come quel gruppo di ebrei dell’Europa orientale che in una cantina recitavano preghiere “intollerabili come urla di gente che fosse tormentata e battuta”.
Fra 1944 e ’45, sempre a Zurigo, lesse anche alcuni testi dalla Resistenza francese, ricevendone un ulteriore incoraggiamento a compiere scelte radicali, come affermò nell’intervista del 1993 a Jachia (Fortini, Leggere, scrivere).
Berardinelli, in uno dei primi studi sistematici dell’opera fortiniana (Berardinelli, Fortini), ha visto in quegli anni un passaggio del giovane scrittore da un “antifascismo dell’anima” ad un “antifascismo politico”. La spaccatura col passato avvenne sul piano delle scelte morali e politiche, ma riguardò anche lo stile della sua scrittura; ed in Foglio di via ne abbiamo la prima registrazione. Troviamo, infatti, da una parte poesie dai toni duri e realistici e un linguaggio che mira all’oggettività e alla coralità e, dall’altra, la persistenza del clima assorto ed elegiaco dell’educazione ermetica fiorentina.
Sul piano letterario il realismo delle scelte linguistiche e stilistiche è tipico di quegli anni e pare quasi imposto dal clima di guerra, alla cui durezza il giovane scrittore s’impone ora di non sfuggire più nemmeno in poesia, ma l’impronta dell’educazione precedente, classica ed ermetica ma anche etico-religiosa, permane e non come fenomeno inerziale.
Fortini in eltteratura non passa, cioè, dalla precedente formazione al neorealismo che dominerà in vari modi dal ’45 fino agli inizi degli anni Cinquanta. Resta più isolato. E basti confrontare il populismo di tanta letteratura della Resistenza (Pratolini, Viganò, ecc.) con la ritrosia pensosa (non ostile) verso il “popolo”, evidente nel suo romanzo, Giovanni e le mani, pubblicato nel ’48.
Foglio di via e Giovanni e le mani passarono presto sotto silenzio. Non rientravano nella retorica della Resistenza (che surrogò presto la sconfitta reale dei partigiani) presentata come lotta di tutto un popolo contro un’invasione straniera. Lo stesso mutamento del clima politico negli anni Cinquanta s’accompagnò in letteratura ad una svolta formalistica (la parabola di Vittorini e il successivo neoavanguardismo sono in proposito illuminanti), che svalutò fin troppo la direzione di ricerca imboccata da Fortini, lontana dall’oleografia neorealistica e nazional-popolare eppure in netto contrasto con gli imponenti processi di “de-realizzazione” che da allora ad oggi la travolgente “americanizzazione” dell’Italia ha imposto. Fortini dovrà proseguire sulla sua strada in un relativo isolamento e guardando altrove (verso Francia e Germania prima e poi verso la Cina).
La sua esperienza della guerra e della Resistenza resta per lui fondamentale sul piano politico, etico ed estetico. Il suo marxismo si consolidò col tempo restando “critico” e il rapporto scoccato in quegli anni fra letteratura e storia non fu mai più sciolto. Lo testimoniano tutte le sue opere successive e la prontezza con cui reagì alle prime avvisaglie del “revisionismo storico”. Ancora nel 1993, in alcuni incontri organizzati all’università Statale di Milano proprio sulla storia della Resistenza, Fortini, relazionando su Letteratura e Resistenza, nel suggerire ai giovani le prove letterarie più alte di quegli anni, ricordò ancora con nostalgia quella fluidità tra letteratura e quella sorta di “letteratura orale” che nasceva sui treni, allora tanto lenti da facilitare i racconti delle proprie vicissitudini fatti da parte di ogni viaggiatore ad altri sconosciuti.
Primo intervallo: sulla “compresenza conflittuale di storia e trascendenza” in Fortini Già in Foglio di via emerge una feconda contraddizione, che agirà in tutta la sua laboriosa carriera di scrittore e che egli maturerà attraverso scelte coerenti di studio e di vita politica. Berardinelli ha parlato in proposito di “compresenza conflittuale di storia e trascendenza”. È una formula che sottolinea l’inquietudine mai placata della ricerca di Fortini fra polarità tipiche della cultura occidentale cristiano-borghese (materialismo/idealismo, mondanità/religiosità).
Questa inquietudine, spesso ricondotta al facile luogo comune di un Fortini tormentato, oscuro, intollerante, ha legittimato riserve o giudizi contrastanti su di lui anche da parte di studiosi importanti. Timpanaro, ad esempio, lo considerò solo “un religioso sia pure tormentato”(Luperini, Ricordando Timpanaro, in L’ospite ingrato 2001-2002) e mai un pensatore veramente materialista. Ranchetti ha visto in lui “un’etica... non religiosa ma ricca di affetto struggente per le cose reali” (L’ultimo saluto, in Testimonianze 372 febbraio 1995). La stessa Rossanda scorge nel suo “essere stato mezzo ebreo, mezzo protestante, mezzo antifascista, mezzo resistente” la probabile origine di un’intolleranza verso se stesso e gli altri più che la molla dinamica e fertile in filosofia, in poesia, in politica di un suo orientamento comunista radicale e positivo, specie nel panorama della cultura italiana ed europea del secondo Novecento, irrigidite prima dalle contrapposizioni della Guerra fredda e acquiescenti poi ai tempi della “coesistenza pacifica”.
Isolato da tanti suoi illustri coetanei, più tranquillamente calatisi negli schemi atei, illuministi, marxisti o cattolici che la storia dal ’45 in poi ha istituzionalmente loro offerto, lo stesso Fortini ha spesso esasperato un suo sentimento di esclusione in maniera quasi disarmata, come quando in un’intervista per Il messaggero del 7 gennaio 1984, confidò a Renato Minore: “Pochi giorni fa mi sono trovato di fronte due persone della mia stessa età, fiorentine: una è stata medaglia d’oro della Resistenza; l’altro un vero fascista, molto importante. Queste persone erano cambiate come cambiano tutti negli anni. E io mi sono trovato nello stesso stato d’animo che avevo tra il ’38 e il ’41. Ho avuto un attacco d’angoscia, ero uno che si sente ancora escluso...” (Fortini, Un dialogo ininterrotto, pag 344).
Ma evitando sintesi e sublimazioni, egli ha affrontato più lucidamente e radicalmente di altri questioni cruciali e rimosse (le sue “questioni di frontiera”) dell’ebraismo, del protestantesimo, dell’antifascismo, della resistenza. La sua verifica dei poteri è stata, ad esempio, costante e rigorosa negli anni e non solo il titolo di un suo libro del 1965 e poche “trascendenze” appaiono, come la sua, tanto calate nella materialità degli eventi storici.
La formula della “compresenza conflittuale di storia e trascendenza” è, dunque, accettabile, se non resta un’astrazione, ma aiuta ad indagare le prese di posizione concrete, sempre chiarificatrici, di Fortini di fronte agli eventi quotidiani e storici e nel nostro caso di fronte alla guerra e alla pace. Fortini non ha mai smesso, infatti, di misurare il proprio sentire, la sua fede cristiana, la sua borghese “coscienza infelice” con il dramma storico e materiale, senza farne un alibi o una coperta ideologica.
E perciò non “ha elevato in tutta la sua opera un altare di lugubre e tormentosa devozione barocca alle idee di guerra, guerra di classe, antagonismo, conflitto, contraddizione” come scrisse Berardinelli, in Stili dell’estremismo (Diario 10 1993), iniziando un infelice autodafé, una revisione riduttiva non solo della figura di Fortini, ma della stessa formula da lui coniata e di cui stiamo parlando. Quel suo saggio, che tocca temi psiconalitici interessanti da indagare (come aveva già fatto Remo Pagnanelli in Fortini), scolla però completamente il fondamento psichico della biografia e dell’immaginario di Fortini dalla storia sociale e politica del Novecento.
Eppure il costante ripudio della guerra (altro che “devozione barocca” ad essa!) da parte di Fortini pare ben poco originato da pulsioni inconsce di cui non sia più possibile cogliere radici storiche. L’inconscio di Fortini , per dirla con Jameson, è politico e le metafore, che il poeta ne trae e che Berardinelli giudica “ossessive”, si precisano meglio proprio alla luce di fatti reali e storici.
La rimozione della realtà della violenza, ridotta ad immaginario quasi privato, ha avuto un effimero trionfo all’indomani della caduta del Muro di Berlino del 1989 e dell’implosione dell’ex Unione sovietica. Solo in quel clima di euforia la retorica della “società trasparente” e di un nuovo ordine imperiale pacificato e quasi augusteo ha retto.
Ma tutto il “secolo breve” e il ritorno, nel suo scorcio, della guerra come mezzo normale di soluzione dei conflitti internazionali o come risposta ottusa ad oscuri terrorismi, smentiscono l’ottimismo frettoloso di una variegata generazione, comprendente sia Berardinelli sia il Revelli di Oltre il Novecento e, per certa fiducia in una postmodernità imperiale dai tratti esageratamente progressisti, anche Negri e Hardt.
Il vecchio Fortini, con la sua inquietudine mai conciliata e attenta alla storia e per la sua scelta di tenere assieme le radicalità di due tradizioni (la cristiana e la marxiana), non ha sottovalutato l’aspetto tragico presente sia della condizione umana che nella possibile (“il socialismo non è inevitabile”!) rivoluzione socialista.
La guerra nel tempo della pace: Fortini e il Vietnam Il tema della guerra ritorna incessantemente in numerose poesie scritte da Fortini negli anni successivi alla Liberazione e alla sconfitta della Resistenza, quelli “di pace”, del “boom economico” e della falsa “coesistenza pacifica”.
Provando a scegliere dall’indice di Una volta per sempre (ediz. 1978, che raccoglie le poesie di Fortini fino al 1973) solo i componimenti in cui il tema della guerra è più esplicitamente trattato, troviamo l’attenzione al nemico che muore nel pieno della liberazione di Parigi (Quel giovane tedesco, pag. 75), alle stragi (Sono morti ormai, pag. 126), alle “notizie divine della guerra” (Science fiction, pag. 139), alla confusione e all’ansia dell’8 settembre del ‘43 (Una sera di settembre), alla tragedia del corpo di spedizione italiano in Russia (Ai nostri caduti in Russia, pag 150).
Col tempo nelle poesie le tracce della guerra sembrano diradarsi (Dalla mia finestra pag. 215). Ma essa non è scomparsa, avviene lontano ed è comunque spiata dalla gabbia della routine quotidiana occidentale (Primo riassunto, pag. 226) o attraverso notizie filtrate da una sensibilità solitaria, che interiorizza senza false mediazioni partitiche lo scontro politico altrove ancora armato (4 novembre 1956, pag 230).
La guerra è sottofondo che persiste, ora in sordina ora minaccioso. Anche in un presente che concede al poeta la confidenza amorosa e nostalgica (1944-1947 pag. 241) o in qualche fugace immagine di gioia, non casualmente legata alla figura femminile (Alla stazione di Minsk, pag. 245). Per tornare ad essere rivissuta come incubo gelido e mortuario (La linea del fuoco, pag. 275), attraverso la lettura delle pagine di scrittori amati (Dopo una strage da Lu Hsun, pag 285) o in incontri quasi onirici con una sorta di alter ego fantasmatico (Ricordo di Borsieri, pag 310).
Negli anni Sessanta, dunque, la guerra è in Italia e in Europa un ricordo sempre più rimosso. Si è trasferita nei paesi del Terzo Mondo. Là solo è tragedia quotidiana. Qui è oggetto di controversie politiche o notizia da manipolare. Essa ridiventa però un punto di alto di contesa politica internazionale con l’aggressione americana al Vietnam.
Fortini, intervenendo ad una manifestazione per la libertà del Vietnam, tenuta in Piazza Strozzi a Firenze il 23 aprile 1967, prova a scalfire la rimozione collettiva. Il marxismo gli mostra che la vicenda del Vietnam è “una metafora dei conflitti di classe nazionali” e che un filo stringe quella guerra lontana alla pace opulenta e falsa dell’Occidente: una medesima violenza di classe si esercita in Vietnam nella forma della guerra e in Occidente nelle forme dello sfruttamento capitalistico del lavoro.
Con un breve comizio in dodici punti ribalta l’opinione, prevalente anche nella Sinistra, che i Vietnamiti fossero delle vittime e che la “coesistenza” inaugurata dal rapporto di Kruscev fosse davvero “pacifica”. Paradossalmente a trovarsi in una situazione migliore sono proprio i vietnamiti, che almeno lottano apertamente, rischiando la morte, contro l’aggressione americana, e non gli italiani che hanno accettato la servitù dagli Usa.
I punti sono trattati con un massimo di assertività; e più tardi, ritornando anche sugli aspetti formali del comizio, dirà che aveva voluto costruire l’intervento “in forma modulare con variazioni su di un numero definito e ricorrente di frasi” (in forma ampia il ricordo del 1971 è trattato in Memorie per dopo domani, Quaderni di Barbablù Siena 1984).
Quel comizio è rievocato anche nei suoi risvolti politici in un’intervista a “La stampa” del 13 sett 91:
“Una piazza di Firenze nell’aprile del ’67, dove si tiene una manifestazione per il Vietnam, con Lelio Basso e Giorgio La Pira tornati dall’Asia. C’era un’aria di melassa, con tutti gli interventi ufficiali. Ma era avvenuto il colpo di Stato dei colonnelli greci e a Berlino uno studente era stato ferito dalla polizia. I gruppi maoisti cominciarono a contestare. Io ho letto il mio testo, concepito come testo letterario, ma che ha avuto un effetto opposto. Voglio rileggerne qualche passo. “Sul Vietnam non ci si unisce. Sul Vietnam ci si divide”. “Tra Usa e Vietnam non è solo un film dell’orrore: è un conflitto fra due classi di uomini”. “Non basta dire americani a casa: perché gli Usa se ne vadano dall’Asia devono sapere di avere popoli nemici in Europa”. Claudio Petruccioli, su Rinascita parlò delle mie “locuzioni deliranti”. In perfetta continuità con la vera tradizione stalinista del Pci, che era l’opposizione a qualunque forma di sovversione marxista, o non, che non passasse per i corpi istituzionali”
Nell’intervista non sfugge alla domanda provocatoria del giornalista, che gli chiede se quel discorso lo riscriverebbe tale e quale dopo i massacri di Pol Pot in Cambogia. Fortini chiarisce che no, non riscriverebbe negli stessi termini quel discorso:
“Certo che no. Assolutamente oggi non lo riscriverei così. Tuttavia, attenzione, non per Pol Pot, per la Cambogia, per le altre cose tremende che sappiamo. Neppure perché è venuto meno il comunismo sovietico. Ma perché è caduta l’altra grande ipotesi antimperialista: quella di un accerchiamento delle città da parte delle campagne, dei paesi sviluppati da parte dei sottosviluppati. È venuto meno, cioè, il mito della Cina. I sottosviluppati si sono trasformati anch’essi in consumatori. Il grado di unificazione del mercato mondiale è incomparabilmente superiore a quello che prevedevamo” ( Fortini, Un dialogo ininterrotto, p.622).
Non dobbiamo ridurci, sembra dire implicitamente, a ragionieri dell’orrore, né a scegliere il regime in cui l’orrore è minore o meno appariscente (l’orrore americano al posto di quello vietnamita o sovietico o cinese?). Dobbiamo scegliere ipotesi politiche che mirano alla libertà e a conflitti più alti fra gli uomini contro ipotesi politiche che vogliono conservare privilegi antichi e moderni e abolire ogni conflitto. Questo è il senso della sua risposta, in aperto contrasto con l’“aritmetica dell’orrore” che purtroppo, sulla scia del revisionismo storico, si è imposta in questi nostri anni recenti (e di cui il “Libro nero del comunismo” è un esempio).
Secondo intervallo: il professore marxista e i “nipoti felici di verità tranquille” degli anni Sessanta Fortini cala spesso in poesia gli eventi storici da lui vissuti. In una poesia intitolata Vietnam, italiano e storia. 1966 (in L’ospite ingrato primo e secondo, pag. 126) il presente - che vede la resistenza del Vietnam, il poeta che la segue attraverso le immagini televisive, facendo l’insegnante e chiedendo “un filo di consenso alle orde/ dei nipoti felici di verità tranquille” - è raccordato al passato: “Ricorda il Trentacinque le rose del liceo/ il professor Ugolini che non aveva la tessera.”
Il professore Ugolini di questa poesia sembra un autoritratto per interposta persona. E può far riflettere un riscontro empirico, raccolto a distanza di tempo, all’indomani della morte di Fortini. Esso chiarisce a sufficienza quanto fosse arduo recepire la sua pedagogia non neutra, da professore di lettere marxista, da parte di studenti degli anni Sessanta, che pur si risvegliarono nel ’68 dal loro torpore.
Trascrivo perciò alcuni brani della testimonianza-ricordo di un ex studente di Fortini, Franco Romanò. Essa combacia quasi perfettamente con la situazione delineata nella poesia Vietnam, italiano e storia. 1966, dandoci per così dire la sua distorsione “apolitica”:
“Conobbi Franco Fortini nel lontano 1965. Ero iscritto all’ultimo anno di ragioneria al Mosè Bianchi di Monza e lui era il nostro professore di lettere. Quando entrò in classe il primo giorno, lo sguardo era serio e severo; aveva una brutta borsa di pelle, identica a quella che gli avrei visto portare venti anni dopo. La mise sulla cattedra e poi, invece di sedersi, scese dal predellino e stando in piedi davanti a noi, ci guardò un po’ e poi iniziò un discorso che per quegli anni si può senz’altro definire memorabile:
“Mi chiamo Franco Lattes, sono di origine ebraica, durante la guerra fui costretto a riparare in Svizzera, tornai a Firenze con la liberazione. Poiché io voglio che ci si conosca bene senza sotterfugi vi dirò che sono marxista, sono stato iscritto al Partito socialista ma oggi non lo sono più, sono un poeta e uno scrittore, mi occupo di letteratura ma conosco anche l’industria. Ho stimato molto un grande industriale italiano, Adriano olivetti, ho lavorato in quell’azienda, fui io a dare il nome alla prima macchina da scrivere, la lettera elle: il nome lexicon lo suggerii io.”
Dopo aver detto questo si sedette tranquillamente in cattedra. Tutti noi eravamo allibiti, ci lanciavamo occhiate perplesse, interrogative [....]
Altre volte si sedeva in cattedra e non parlava, se ne stava cupo e raccolto in sé; sapevamo, allora, che era successo qualcosa di grave nel mondo, da qualche parte. Fu così, per esempio, quando fu giustiziato da Franco l’anarchico Grimau; a Milano il giorno prima c’era stata una manifestazione credo anche con scontri, lui vi aveva partecipato. In questi casi al silenzio di una decina di minuti seguiva una rapida spiegazione dei motivi della sua indignazione, poi la lezione cominciava” (in Testimonianze per Franco Fortini, Cologno Monzese 1996)
La contraddizione nelle proprie radici: Fortini e la guerra dei Sei giorni (1967) Nel giugno 1967 le truppe israeliane e quelle egiziane si scontrarono nel deserto del Sinai; e in Italia e in altri paesi occidentali l’opinione pubblica si schierò subito con Israele, accettando la versione che la guerra era stata una risposta ad un’aggressione araba.
Fortini scrisse in quell’occasione I cani del Sinai. Il titolo del libro derivava - spiegò più tardi - da un inesistente proverbio arabo: “Fare i cani del Sinai”, un’espressione che significa “correre in aiuto al vincitore”, “stare dalla parte dei padroni”, “esibire nobili sentimenti”.
Si tratta di un saggio composto di note politiche a caldo sugli eventi di quell’anno in aperta polemica verso i simpatizzanti dello Stato d’Israele, e di un austero resoconto autobiografico sulle proprie ascendenze di ebreo italiano, nel quale si sofferma su vicende di parenti e sulla sua stessa storia familiare e personale (i rapporti con i valdesi, la sua conversione).
I cani del Sinai prende atto che, con quella guerra contro gli arabi, “ebraismo, antifascismo, resistenza e socialismo”, fino ad allora pensabili come “realtà contigue”, non lo sono più. La guerra ancora una volta ha stravolto l’identità culturale del paese che la fa. Israele è diventata altro da quello in cui si era sperato al momento della sua fondazione. E, quando la guerra dei Sei giorni è diventata notizia, la sua manipolazione e la sua sterilizzazione a chiacchiera da salotto è talmente imponente che gli stessi amici ebrei di Fortini sono sconcertati e restii a prendere atto del cambiamento avvenuto. Solo lui insiste, isolato e malvisto, a trovare intollerabili le accuse rivolte agli arabi con argomentazioni - scrive - che trent’anni prima erano state usate dai nazisti contro gli ebrei.
In un’intervista di Gad Lerner del 1982 a Radio popolare (L’ospite ingrato, 2, 2003), che aveva come sfondo le stragi israeliane in Libano di quell’anno (Sabra e Chatila, operazione “Pace in Galilea”), ritornano, filtrati dalla memoria e dalla meditazione su tante altre sconfitte, i temi politici de I cani del Sinai: la critica all’opinione democratica e colta, schierata comunque con Israele (“si pensa che gli israeliani esagerano; ma in sostanza, nel profondo, si pensa che sia meglio, possibilmente, cancellare i palestinesi”), quella alla funzione de-realizzante della comunicazione massmediale (“l’occhio dei mass-media è un occhio incaricato di non far vedere, quello che fa vedere viene nello stesso tempo assorbito e annullato”), la presa d’atto che l’immensa tradizione culturale ebraica è ormai esaurita e che la storia e le vicende dello Stato di Israele nulla hanno più a che fare con essa.
Lerner vorrebbe vedere nel conflitto in Israele una “nuova grande ondata di irrazionalismo”. Ma Fortini gli ricorda che esistono due razionalità, una cosciente, una meno cosciente, “ma che non per questo è meno razionale, e cioè meno adeguata ai fini che si vogliono raggiungere”.
Per lui la classe dirigente israeliana strumentalizza le minoranze religiose estremiste, abbastanza esigue in Israele su una popolazione sostanzialmente laica e spesso atea. E respinge pure la tendenza, che in quegli anni di “crisi della ragione” si faceva strada da noi, ad abbandonare ogni lettura degli eventi storici basata sulla descrizione dello stato dei rapporti socio-economici; il che - aggiunge - “costituisce la riprova di una condizione di guerra: come quando nella guerra contro l’hitlerismo e il fascismo vi fu un momento in cui l’interpretazione canonica di tipo marxista venne omessa completamente [...] per sottolineare la figura del cattivo, del non-uomo, del mostro”.
Terzo intervallo: la “regola del morto-vivo” in arte Una Nota 1978 all’edizione in francese de I cani del Sinai torna utile per chiarire come Fortini passa dalla riflessione politico-autobiografica su un evento storico alla sua resa artistica (o più in generale alla poesia).
La Nota 1978 si sofferma sulla versione cinematografica del libro, il film Fortini/cani, girato da Jean-Marie Straub e Danièle Huillet nel 1976, in cui lo scrittore legge brani del suo stesso libro.
Siamo in tutt’altro clima rispetto a Foglio di via. Lì scelte linguistiche e stilistiche tendenti al realismo. Qui, invece, i fatti trattati nel libro del ’67, pur giudicati indispensabili (“in loro assenza non si fa nulla”) vengono allontanati e sono affrontati come fossero spoglie che hanno perduto ogni passione e immediatezza. La polemica politica ha ceduto il passo alla meditazione: “Fra qualche anno”, egli afferma, “nessuno comprenderà più che cosa sono stati la guerra in Vietnam e il conflitto arabo-israeliano”. [ accosta a Realtà p 238 non solo oggi]
Gli eventi storici vengono ora guardati “come beni perduti per sempre e non a noi destinati”. A lui e al suo collaboratore, il regista Straub, interessano soprattutto “le lacune del reale” o “un reale senza fantasmi di consolazione”, senza lirismo e senza autobiografia. Perciò sottolinea: quando nel film parlo di “realtà”, la mia voce si fa stridula, è “soverchiata dall’assenza” di realtà.
Solo così le parole, dice Fortini, diventeranno “cibo di molti”. È una visione dell’arte (il cinema in questo caso), che Fortini deriva “da alcuni pochi e assoluti maestri” e si fonda sulla “regola del morto-vivo, dello zombie”. Un’immagine dell’artista che pare quasi modellarsi sulla figura del Cristo dell’ultima cena, la cui figura ben si concilia con le regole che qui Fortini sostiene.
Fortini e la prima Guerra del Golfo Sulla Guerra del Golfo del ’90, “operazione di polizia internazionale avallata dall’ONU” subito dopo la caduta del Muro di Berlino dell’anno prima, Fortini scrisse su il manifesto vari articoli.
Lo scritto più elaborato è Otto motivi contro la guerra (9 settembre 1990, ora in L’ospite ingrato, 2, 2003). È un bilancio epocale dell’atteggiamento tenuto dai marxisti contro la guerra. Viene scritto in una situazione politicamente disastrosa, non dissimile da quella creatasi alla vigilia della Prima guerra mondiale: la maggioranza della Sinistra italiana - portavoce più autorevole Bobbio - accetta ormai la guerra, è per la “guerra giusta” contro l’Irak di Saddam. L’unica debole opposizione è morale e proviene soprattutto dagli ambienti cattolici.
Il disastro è riconosciuto. A questo punto della storia del Novecento, che ha visto sconfitte le guerriglie terzomondiste e il crollo della stessa Cina di Mao, Fortini ritiene davvero esaurite le risposte elaborate dalla tradizione socialista, secondo la quale i meccanismi produttivi avrebbero modificato i rapporti di forza fra i gruppi umani, e da quella comunista, per la quale la modificazione sarebbe avvenuta per via di coscienza ed organizzazione. E lo dice nei suoi consueti modi drastici e rigorosi e senza rinunciare alla testimonianza anche personale:
“Quello che è crollato non è soltanto l’impresa comunista, l’Est, il muro: ciò che è crollato sono due secoli di cultura occidentale. Ciò che è stato demolito non è il comunismo, casomai è il comunismo come parte dell’eredità dell’illuminismo [...] Al momento del “crollo” (partiti comunisti ufficiali, muro, Urss) e della “apocalisse”, ossia del discoprimento di ciò che avremmo dovuto vedere anche prima (guerra del Golfo, mutamento delle procedure internazionali) i ventenni andarono in cerca degli ultrasessanteni per farsi spiegare che cosa fosse successo. E abbastanza rapidamente, noi vecchi abbiamo esaurita la sequela delle spiegazioni e dei ricordi, perché il mondo era troppo mutato sotto i nostri medesimi occhi [...] Certo il marxismo di “Quaderni rossi” di trent’anni fa può aiutarci a capire il Giappone, la Corea, il Brasile, la ex Urss e gli stessi Usa, meglio dello pseudolaburismo [...] Ma in queste materie non basta capire [...] Bisogna avere tempo e forza di agire [...] C’è stata una frattura, un mutamento dei codici [...] e siamo entrati in una situazione mondiale di autodistruzione, dei corpi e degli spiriti, degli equilibri fisici e mentali che unifica il pianeta” (Fortini, Un dialogo ininterrotto, pp. 709-711).
Che fare, allora, contro questa guerra? I mutamenti indotti dalla superiorità tecnologica e militare statunitense hanno svuotato l’indicazione leniniana: trasformare la guerra imperialistica in guerra civile è possibile, sottolinea Fortini, “solo al di sotto di un certo livello di tecnologia degli armamenti”, ampiamente superato oggi. E, commentando il verso di una canzone anarchica (“La pace fra gli oppressi, la guerra agli oppressori”), lo aggiorna affermando che quella pace non è più esente da contraddizioni e conflitti fra gli stessi oppressi e che “quella guerra non è necessariamente da combattersi con le armi”.
Non siamo però, come potrebbe sembrare superficialmente, all’accettazione del pacifismo o della non-violenza. Da marxista, Fortini al pacifismo continua a rimproverare una disattenzione verso “gli effetti distruttivi del modo presente di produrre e consumare” e la svalutazione della “mediazione politica”.
Il pacifismo, scrive, “non mi persuadeva allora [si riferisce agli anni ‘50] né oggi” e ripubblica come se fosse ritornata attuale una sua lettera a Capitini di quarantanni prima (1950), alla vigilia della guerra di Corea. Vuole così contrastare il rifiuto prevalentemente morale con cui si risponde alla guerra in Irak, surrogato di una mancata risposta politica. Convinto che se una grande confederazione sindacale fosse stata capace di proclamare lo sciopero generale contro la guerra americana, avrebbe avuto il consenso necessario, contrappone apertamente la scelta religiosa, morale o filosofica contro la guerra a quella pratico-politica, per lui indispensabile: “si crede possibile o no opporsi alla onnipotenza economica e militare dell’impero e dei suoi alleati e federati?”. Bisogna “uscire dalla morale verso la politica”, sostituire alla morale dell’intenzione una morale del risultato, scegliere di “combattere politicamente l’impero del mondo”.
Il bene, dunque, anche in questa situazione catastrofica per la sinistra, non sta nella non-violenza, nel rivendicare un’impossibile assenza di conflitto, nel chiedere solo che tacciano le armi.
Persino in alcuni passi, dove sembra avvicinarsi a quanti intendono la non-violenza come lotta e non arrendevolezza, ribadisce che la non-violenza può essere presa in considerazione soltanto se è un’arma contro la guerra, magari simbolica come l’Intifada. L’accento è da lui posto ripetutamente sul valore fecondo del conflitto e sul legame dialettico, anziché di netta separazione, tra conflitto e pace: “senza conflitto non si dà riposo o “pace””. I “facitori di pace” non sono quelli che negano o mistificano i conflitti, ma quelli che “spostano la frontiera degli inevitabili e fecondi conflitti”. E ricorda, contro ogni facile illusione, che il conflitto è sempre un “male”, ma per un “bene”, il cui raggiungimento tra l’altro non è garantito. [Veramente in altri passi la sua visione è ancora più radicale perché non distoglie la mente dalla tragicità dell’esistenza umana. Scrisse infatti nel 1985:
[qui... può essere necessari osacrificare una generazione... nel tentativo di fermare quei massacri e di distruggere quei banditi, p 303 Non solo oggi]
L’assenza di conflitto non equivale alla pace. La storia è conflitto. Compito politico non è sedare i conflitti, ma promuovere quei conflitti che facciano crescere gli uomini, che inducano più ampie alleanze e riescano a trasformare il nemico prima in avversario e poi in collaboratore necessario e prezioso. E il nemico che va trasformato oggi è quello “che propone false mete, false coscienze, false solidarietà, false paci”.
Non c’è dubbio che questo nemico era nel ’90, più che in passato, rappresentato dal governo degli Stati Uniti. E l’antiamericanismo dichiarato di Fortini (Gli Usa vennero da lui definiti un “regime abietto...da quarantanni nemico del genere umano”) coinvolge in quest’occasione, anche le posizioni di sinistra che privilegiano l’azione politica solo al “massimo livello di sviluppo produttivo” e quindi dove la “realtà tecnologica del capitale internazionale che si esprime essenzialmente nella forma che noi chiamiamo americana” si è già affermata.
Queste posizioni, secondo Fortini, accolgono il “progresso tecnologico con tutte le sue conseguenze anche quelle che si possono prevedere aberranti o pericolosissime”; e condividono con i nemici una concezione della storia (la “virile durezza della realtà”) che porta a disprezzare quanti nel mondo “non tengono il passo”, rimangono indietro, sono schiacciati dalla macchina”.
Egli fa i nomi di Tronti, Asor Rosa, Negri e Cacciari e fa risalire questa tendenza al trotzkismo. Contro di essa scrive un articolo fortemente polemico (Filoamericani di sinistra: colonizzati e contenti, il manifesto 3.5. ‘91) contro l’illusione di una «superiorità della cultura e della tradizione occidentale», che facilmente, come possiamo vedere, sfocia nella guerra.
Altri interessanti spunti sono sparsi in due recensioni: una a Türke, Nel sottoscala del diritto, la violenza della ragion di stato (il manifesto 21.6. ‘91), la cui meditazione sulla violenza affronta la “verità insostenibile del fondamento violento di ogni ordinamento civile”, compreso quello democratico; ed una ad un libro di sociologia delle comunicazioni (Rossella Savarese, Guerre intelligenti) dove denuncia la complicità inconfessata fra i consumatori e i produttori di informazioni e l’apoteosi del processo di de-realizzazione, che ha raggiunto una “limpidezza iperrealista o postmoderna”.
Ma ci sono anche altri interventi, nei quali si coglie sia la sua fedeltà alla tradizione del marxismo sia la sua attenzione ai mutamenti profondi che stanno avvenendo nello scorcio del Novecento.
In particolare ne La guerra in Europa (1993), pubblicato postumo in Jugoslavia perché, Gamberetti, Roma, 1995, ora in L’ospite ingrato, 2, 2003, Fortini riassume e sembra condividere una serie di tesi in circolazione a partire dalla guerra del Golfo: fine delle guerre fra stati sostituite da operazioni di polizia, nascita di un “Impero unico e onnipotente”, svuotamento degli organismi internazionali divenuti agenti dell’unica potenza statunitense, rischi di distruzione fisica ed economica di una “parte anche grande del genere umano”, gestione dei mezzi d’informazione in modo da persuadere “una buona parte del mondo che una guerra del Golfo non c’era mai stata”. Ed arriva ad affermare “la fine tendenziale della nozione di imperialismo” e la costruzione di un potere distruttivo e coercitivo che “non si era mai dato nella storia del genere umano”.
Quarto intervallo: l’“ironia lacrimante” delle Sette canzonette del Golfo Anche in occasione della prima guerra del Golfo, la riflessione saggistica di Fortini sugli avvenimenti è passata in poesia. Ne sono nate Sette canzonette del Golfo, una sezione di Composita solvantur, ultima raccolta edita dal poeta in vita, nel 1994, anno della sua morte. Ne vorrei parlare confrontandole con la sua prima raccolta, Foglio di via, per cogliere l’inizio e la fine di una riflessione ininterrotta sulla guerra.
C’è elegia in entrambe le raccolte, ma in modi assai diversi. Innanzitutto quella di Foglio di via, di ascendenza ermetica come abbiamo visto, era immessa in un contesto di speranza collettiva e di riconoscimento di fratellanza, quella delle Sette canzonette del Golfo si ripiega e quasi si rattrappisce in una condizione di solitudine e di sgomento, affidando all’ironia la sua non rassegnazione.
Lenzini, in Il poeta di nome Fortini, ha messo in vista in Foglio di via una dialettica di umano e antiumano, di vita e morte, la “situazione d’attesa”, la tendenza alla “coralità” e la presenza esemplare dell’immagine femminile - si tratta di una donna proletaria (A un’operaia milanese), una sorta di “angelo-nunzio della prossima liberazione”, accostabile anche al fanciullesco ladro di ciliegie di Brecht - alla quale viene attribuita la funzione catartica e salvifica: “un’umanità nuova” sembra annunciarsi. Temperie storica e prospettiva “trascendente” si compenetrano. Brecht e Noventa, due degli autori di riferimento di Fortini poeta, si danno la mano.
Tutta al singolare invece, calata in un privato di solitudine carico di sarcasmo, è la vena poetica delle Sette canzonette del Golfo. Assente ogni figura femminile, qui si ironizza amaramente sulla pace del vecchietto, una pace tra l’altro non conquistata, ma concessa dagli dei e che allieta solo chi si contenta ormai di poco.
Questa falsa pace, contro la quale il Fortini “terzomondista” ha appuntato tanto spesso le sue critiche, contrasta come sempre con il sangue degli altri che si sparge per terra. Ma ora in una tragica lontananza che sembra irrecuperabile e rimane incomprensibile dagli apatici occidentali: allarmati, essi si succhiano il dito che si sono punti durante qualche loro faccenda casalinga, concedendo un pensierino alla guerra che non li coinvolge più di una storia a fumetti.
Una sproporzione abissale si è imposta fra fatti quotidiani e fatti storici. La “derealizzazione” è compiuta. Fortini non può più tessere quel filo rosso che legava la lotta del Vietnam alla possibile lotta di classe in Occidente.
E la poesia? Essa non soltanto manca della benefica figura proletaria dell’operaia, sostituita dall’immagine scostante degli adolescenti ben nutriti e gaudenti di Aprile torna.(...), ma ha perduto il ritmo percussivo e corale di Foglio di via e sembra regredire a “ninna-nanna per l’addormentamento, narcosi e ebetudine procurata” (Lenzini). Complice e beneficiaria anch’essa in qualche maniera della “vittoria democratica” in Irak, non serve neppure come guanciale per i morti.
Come può un poeta ormai isolato, che vive in Occidente piangere i morti arabi fatti dall’Occidente, se nel suo paese contro le “guerre umanitarie” è venuta meno un’opposizione politica e la maggioranza dei suoi concittadini è per la “guerra giusta”?
Vale la pena di notare che di fronte alla tragedia della prima guerra del Golfo uno scrittore arabo, magari ormai “occidentalizzato”, come Ben Jalloun riconosceva ancora un valore alla poesia. Nel presentare un suo poemetto proprio su quella guerra del ‘90, Dalle ceneri, egli scrisse infatti: “La poesia s’intestardisce a dire. Il poeta grida o sussurra: sa che tacere potrebbe sembrare un delitto, un crimine”. Per Ben Jalloun la poesia ancora “serviva”, doveva e poteva prendere la parola “per gli insepolti, gli scorticati, gli impiccati, quelli gettati nelle fosse comuni”.
Questo confronto non suoni irriverente verso Fortini: egli ha fatto bene a fissare in poesia come si è ridotto nella gabbia del privato l’uomo occidentale post-comunista in questo fine secolo, qui, da noi. Una poesia epica o una poesia “civile” non può nascere dove l’epos e la civiltà vengono meno. E forse, dai tempi bui che stiamo vivendo in Occidente, possiamo solo guardare altrove. Come il giovane Fortini guardava a “una folla di sconosciuti fratelli maggiori” nell’Europa sconvolta dal nazismo, così noi dovremo metterci in ascolto di altre voci (arabe in questo momento, come negli anni Sessanta vietnamite?).
Le Canzonette del Golfo sono seguite da autocritica (Considero errore). Quasi temendo di essersi lasciato troppo andare, Fortini metteva sotto accusa la propria “complicità con avversari e interlocutori” e l’“ironia lacrimante” (l’espressione è sua) di quei componimenti.
È agevole al lettore capire che l’insieme dei componimenti di Composita solvantur, una piccola summa del pensiero politico fortiniano, secondo il parere di Rossanda (“è come se avesse voluto tenere assieme una parte delle avanguardie del passato, il meglio del ’68 e il soldato sovietico che, sotto l’avanzata tedesca, grida ai compagni: non possiamo arretrare”) “correggono” o ridimensionano il peso di quella singola sezione.
Ma è tutto l’ultimo Fortini a suscitare ancora una volta giudizi contrastanti. Luperini, ad esempio, ha visto nelle Canzonette del Golfo o, più in generale, nella posizione di Fortini sulla guerra del Golfo un abbandono del suo ottimismo storico sociale e un suo finale accostamento a motivi ricorrenti e addirittura portanti del discorso di Sebastiano Timpanaro (Luperini, Ricordando Timpanaro, in L’ospite ingrato 2001-2002). Per Lenzini invece, proprio nel momento più tragico, Fortini è ancora capace di “ricerca e slancio utopico”, perché secondo il suo pensare dialettico all’aumento della negatività e dell’oppressione corrisponde sempre lo sviluppo di “altro”.
Le Canzonette del Golfo non sembrano una caduta dell’ultimo Fortini e stanno, per me, sullo stesso piano degli accenti tragici di Composita solvantur .
È vero però che la coincidenza fra la malattia che portò alla morte lo scrittore e l’esaurimento della prospettiva comunista in cui aveva lavorato per tutta la sua vita gli imposero un alt, una cesura: il futuro per la prima volta nella sua vita era da affidare completamente ad altri.
Fortini prendeva atto dello scioglimento dei progetti per cui aveva combattuto. Non una “svolta”, non un ripiegamento sul materialismo timpanariano e tantomeno un abbandono nichilistico. Ma neppure più la presenza di un’inalterata “ricerca e slancio utopico” o l’idea della
trasfigurazione o della rinascita.
L’inquietudine fortiniana si arrestava. Il sentimento della morte imminente e personale diventa preponderante in tutta la raccolta. Prevale il sentire la morte più del pensarla. Prevale l’allarme, la raccomandazione data dal moribondo in punto di morte ai vivi. La sua opera personale è compiuta. Il nuovo ordine sociale è più che mai solo possibilità. La morte disfa le cose composte (dal poeta, dagli uomini in lotta nel tempo storico) e questo scioglimento delle cose va accettato (sopportato). L’appello “proteggete le nostre verità” consegna ai vivi tutto quello che è da salvare, quello che ha contato per l’individuo e per la storia degli uomini con cui ha vissuto, compresa la verità del comunismo. Ma solo come possibilità.
Concludendo: la “guerra permanente” dieci anni dopo la morte di Fortini
Nel percorso che abbiamo compiuto sui testi fortiniani riguardanti la guerra e la pace balza netta la costanza del suo ripudio della guerra in nome di una visione marxista della storia.
Ma abbiamo visto anche la varietà con cui questa visione viene declinata politicamente nel tempo (socialista, terzomondista, antiamericana) e la stessa varietà di tono che assume: speranzoso e corale nel 1946 in Foglio di via; assertivo e tendente all’estremo (dire estremista sarebbe una concessione imperdonabile agli avversari di allora e di oggi di Fortini) nel 1967 di fronte all’aggressione americana al Vietnam o a quella israeliana contro gli arabi; allarmato e sempre più amaro nel ’90 davanti alla Guerra del Golfo.
La nostra rilettura dei testi fortiniani ha coinciso con l’acutizzarsi della tragedia di un Medio Oriente sempre più divorato dalle bombe. Dobbiamo constatare che dal ’90 ad oggi la situazione non ha fatto che precipitare. Gi Usa hanno pervicacemente imposto l’uso unilaterale delle armi, saltando le Nazioni Unite, attaccando Francia e Germania che non li hanno seguiti in Irak, e la guerra “è tornata al centro di uno scenario mondiale che non ha precedenti nella modernità” (Rossanda). Persino i più filoamericani si accorgono che l’incubo della terza guerra mondiale “è già in corso” (Pirani).
Non è difficile vedere come questi testi di Fortini, pur bloccati agli anni Novanta, potrebbero interloquire facilmente col dibattito oggi in corso sulla guerra. Se rileggiamo gli interventi del recente dibattito di LIBERAZIONE, La politica della non-violenza, dovremmo ammettere onestamente che alla domanda posta da Ingrao in apertura (“Come si risponde all’aggressione armata? Che cosa si fa contro la violenza armata dell’aggressore?”) le risposte che avrebbe dato Fortini, tenendo presenti i testi finora esaminati e in particolare quelli riguardanti la Guerra del Golfo del 1990, sono certamente più lucide e meno elusive di quelle dei tanti intervenuti.
Schematizzando e riassumendo per punti, Fortini avrebbe potuto dire: 1) nessun cedimento ai sostenitori della guerra democratica; 2) Non sfuggire il conflitto, evitare di andare verso la “pace” del nulla e della non-azione (buddismo, tradizione mistica occidentale); 3) “Uscire dalla morale verso la politica”; 4) Impraticabilità oggi dell’indicazione leniniana (trasformare la guerra imperialistica in guerra civile); 5) Non per questo il ripudio della guerra può identificarsi con la non-violenza; 6) Alla violenza dei criminali di guerra e di pace si risponda con “una violenza con altri mezzi e senz’armi”, con una “non-violenza eversiva”, sapendo che le loro superbombe al posto della politica sono segno di debolezza.
In buona parte, dunque, le sue posizioni sarebbero state - credo - sulla falsariga di quelle espresse recentemente da Tronti, Rossanda e Masi. (Forse con qualche sostanzioso distinguo sulla questione della rielaborazione della memoria storica: la protezione delle “nostre verità” non avrebbe coinciso con la protezione delle verità del PCI).
Non mi sento però di tacere sui dubbi che queste risposte lasciano aperti. Ad esempio, cosa intendere in concreto per “una violenza con altri mezzi e senz’armi” o una “non-violenza eversiva”? In cosa essa si distinguerà dalla non-violenza attiva, di cui parla una parte dei pacifisti? D’accordo sull’“uscire dalla morale verso la politica”. Ma cosa significa oggi in concreto fare politica? Edoarda Masi nega che la via da imboccare sia quella della politica in senso tradizionale. D’accordo. Ma il contributo di pensiero innovativo da lei auspicato da quali soggetti prevedibilmente potrebbe venire?
Se, comunque, le posizioni desumibili dagli scritti di Fortini sono migliori di tante altre in circolazione, perché tanto silenzio e disinteresse sulla sua figura e la sua opera, anche da parte dei protagonisti del dibattito odierno contro la guerra?
Siamo chiari fino in fondo. Il silenzio calato su Fortini non è quello che accompagna quasi fisiologicamente ogni scomparsa, anche di altri grandi scrittori. Non è neppure l’effetto scontato dell’antipatia che già, lui in vita, gli venne dalla cultura ufficiale e di Sinistra. Sono state proprio le “rovine” del socialismo/comunismo, di cui egli chiese invano negli ultimi anni di vita un “buon uso” da parte della Sinistra italiana, a celare ancor più la sua opera persino all’attenzione di ben intenzionati o fedeli suoi lettori.
Che si fa, allora, per rompere questo silenzio? Nel 1996 Michele Ranchetti mise in guardia dall’operare sugli scritti di Fortini il giochetto del “ciò che è vivo ciò che è morto”, invitando a ripercorrerne tutta l’opera sua. Non so quanti abbiano voluto e potuto seguire il suo suggerimento negli anni scorsi, e a quale conclusione siano arrivati. So che, se si eccettua il doveroso e pregevole lavoro di alto livello accademico compiuto dal Centro studi F. Fortini di Siena e dalla rivista L’ospite ingrato, la figura di Fortini è cancellata com’è cancellata ogni ipotesi comunista.
Il silenzio da rimuovere su Fortini è, dunque, il silenzio da rimuovere sul comunismo. Da qui forse l’incertezza, anche di noi che ci chiniamo oggi sui suoi testi. Da qui anche la tentazione di non affrontare questo macigno storico che sta fra noi e la sua opera. Meglio lasciare da parte il Fortini politico, il Fortini comunista, per ritagliare magari la sua figura di poeta, tanto ingiustamente rimpicciolita in passato rispetto a quella del pensatore politico o del critico letterario?
Non credo. Proprio perché “lo scandaloso Fortini è così intrecciato con la storia - non solo culturale e non solo italiana - del Novecento” (Bonavita) e la storia del Novecento è stata scossa dai tentativi comunisti, non si può tacere sul poeta comunista Franco Fortini e sul comunismo del Novecento tout court.
Contro i dissezionamenti o i ritagli tenere allora assieme - come genericamente si dice - il poeta, l’intellettuale, il critico, il politico, ecc., come pur suggeriscono Ranchetti e Rossanda (“Lui poeta, lui professore, lui militante, lui Franco Lattes Fortini sono una sola persona. E non si concede di dividersi. Bisognerebbe leggere assieme gli interventi politici, i saggi critici e i versi (“non sono un prosatore”)?
Ma il rapporto fra politica e poesia in F. non è pacifico né lineare. E abbiamo visto che lo stesso rapporto fra riflessione di F. sulla guerra e poesie sulla guerra aggiunge o toglie qualcosa.
Quell’unità, quella totalità di Fortini era stata rafforzata proprio dalla sua adesione ad una visione comunista delle cose e della storia. Tolta quella...
Uno potrebbe obiettare cinicamente: Vabbè, sarà comunista, ma il comunismo è morto, quindi anche Fortini è morto e serve a poco anche lui. Al massimo salviamo il poeta, il saggista intelligente, il polemista ...e lasciamo da parte il suo comunismo, il suo abbaglio, la sua fede. Viva è la sua poesia, come viva ancor oggi è la poesia di Dante. Morta è la sua ideologia, come morto è il cattolicesimo di Dante. Direi di no: troppo essenziale è quel legame, pur declinato storicamente e esistenzialmente in modi irripetibili. Un Fortini poeta e basta in un contesto modernizzato e ipertecnologico sarebbe una decorazione come lo è stato Dante in epoca moderna. Meglio che resti anche lui un marziano, inattuale, classico, ecc. piuttosto che collocarlo in un loculo di Internet. Se arriveranno dei marziani comunisti lo riconosceranno e tornerà a parlare. Se... ovviamente! Il comunismo è solo possibile!