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Poeti (a Milano). Un’opinione


di Alberto Mari

E’ una visione della poesia italiana d’oggi volutamente circoscritta a Milano e abbastanza amicale. Ma forse  può riaprire una discussione. [E. A.]

Queste osservazioni riguardano la situazione attuale della poesia italiana, con particolare rilievo a un ambito milanese, finora in maggior evidenza sia come autori e case editrici.

Le principali fonti di queste iniziative restano ancorate a eventi ripetitivi che col passar del tempo appaiono come immutabili. In realtà nell’arco di anni una certa evoluzione c’è stata, anche se mancano a tutt’oggi adeguati supporti critici e una giusta discussione sulle forze in campo. Continua la lettura di Poeti (a Milano). Un’opinione

“Il corvo” di Edgar Allan Poe

 

 

Versione di Alberto Mari con tre suoi disegni

 

Una volta, una tetra mezzanotte
mentre esausto meditavo,
su strani e maliosi volumi,
d’un obliato sapere, ero quasi
assopito, reclinando
il capo, quando, a un tratto,
s’udì battere piano, come
se qualcuno sommesso, bussasse
alla porta di camera mia.
“E’ qualche visitatore – mi dissi –
che picchia così alla mia porta,
solo questo e nulla più.”

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Da “Il tempo dei desideri”

di Alberto Mari

 

Piccoli marciatori (A Luigi Pasotelli)

Sciabolate accostando
a guance a vele

la dimensione si lancia
orizzonte accorciato

il vetro neutrale
libera il respiro Continua la lettura di Da “Il tempo dei desideri”

Poesie da “Nebbia Vento e Altri Fatti”

Andrea Vallini

di Ernesto Ponziani

con una Nota di Alberto Mari

49 rintocchi

La casa è vuota.

Numeri di telefono
si aggirano smarriti
sul foglio bianco.

Rintocchi isolati
nel bosco umido
di Magritte.

Piove.

Aria fredda
entra dalla finestra
disobbediente.

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Il castello di carte

carte fante

di Alberto Mari

[Quante cose si possono fare con le carte, specie se volano. Belle dame, fanti, cuori, re che partono (per la solita guerra?), labbra, baci.  Ma in questa scrittura di Alberto Mari vola anche una coppia quasi chagalliana e finisce per volare persino la coppia prosa/poesia. (E. A.)]

Volavano le carte, una sopra l’altra, nel cielo, in cerca di colore. Volavano sparse, come ombre d’uccelli, si stagliavano nel chiarore esplosivo d’argento della notte infinita. Nel castello di carte, la bella di turno, la bella impaziente, regina dell’occasione, aveva finito di posare. Il fante lasciò cadere il ritratto come un discorso indiscreto, ma il viso e il corpo di lei ritornavano, intraducibili parole, carne viva, carte su carte, lente, trasparenti, sull’ombra delle merlate, dove il ritratto era idealmente appeso, mentre cadevano matite e pennelli, commenti dei colori. Continua la lettura di Il castello di carte

Fuoristrada

strade

di Alberto Mari

[Qui parla un narratore-poeta svagato, straniato, che monologa pacatamente per conto suo. Non si sa se viaggi senza «staccare il corpo dal letto» o si perda per le strade del vasto mondo. Abbraccia davvero la sua bella nei sedili del taxi? E se ne va in mezzo alla folla «spiazzata nel traffico»? O teme semplicemente, come tutti, di morire? Fa o immagina di fare queste e tante altre cose apparentemente di nessuna importanza ma che l’afferrano e lo fanno scrivere. Medita, osserva, s’interroga come un filosofo del vagabondare. Perché – dice – è «fuori strada» e va « verso l’unica strada possibile, immersa nell’unica nuvola che sta per diventare cielo». Noi lo seguiamo con simpatia, sperdendoci un po’ assieme a lui nel ritmo frammentato delle sue piccole visioni. (E.A.)]

…sei nel posto sbagliato, amico mio
è meglio che te la squagli
così l’unico suono che rimane
dopo che le ambulanze sono andate
è quello di Cenerentola che spazza
nel cammino della desolazione

Bob Dylan Desolation row

Nature morte e paesaggi e tutto quello che non rimane impresso malgrado la profondità delle strade di notte.
Sorpresi i passeggeri nella stanza della memoria, si agitano, parlano tutti insieme. Ogni cuore per conto suo percorre il proprio finestrino, ma non sa leggere i nomi che si intravedono agli angoli delle vie. Pareti, porte,vetrine sfilano nelle altezze ondulate del buio.
Aspetta la mano in tasca, la chiave introvabile. Cercano tra le monete le dita. Il collezionista di serrature, aspetta, aspetta, gli occhi sempre in ritardo, sentenze cupi rintocchi dell’aria.
Ma non c’è verso di staccare il corpo dal letto. Pensieri solidi reggono l’urto delle luci, lembi di essi si scollano e si piegano, ma basta poco per riprendersi dalle increspature e la carta fa la sua figura, nello scritto che trapela, le voci si confondono: “Parlate uno alla volta, che diamine!” E le voci si esercitano come in un balletto per assecondarlo, per poi interrompere il gioco di trattenersi. Continua la lettura di Fuoristrada