Archivi tag: Angelo Maria Ripellino

Mandel’štam e il treno

                            e  “la extraterritorialità” delle sua Poesia

 

 di Antonio Sagredo

    A differenza di Majakovskij e Pasternàk, il treno per il poeta Mandel’štam significa esilio, miseria, indigenza ecc. In una sola e unica parola si sintetizza il significato di treno per Mandel’štam: sofferenza! Estrema, senza rimedio, senza soluzione alcuna.

   Come comincia la sofferenza del poeta, oramai oggetto-fantoccio alla mercé del potere, in qualche maniera ce lo comunica la poetessa Achmatova, sua vecchia e fedelissima amica. (ma altre testimonianze dirette confermano quanto segue).
A.M. Ripellino cita a proposito  la Achmatova (Corso su Mandel’stam del 1974-75, p. 53) che racconta l’inizio del calvario del martirio:

  “Una mattina telefonarono a Nadežda (moglie del poeta) e le proposero se voleva andare col marito; e, in questo caso, di essere dopo due ore alla stazione di Kazan’. Nina Ol’ševskaja-Ardova ed io (l’Ol’ševskaja era un’amica della Achmatova) andammo a raccogliere un po’ di soldi per il viaggio, e ci diedero molto. La moglie dello scrittore Bulgakov cominciò a piangere e mi ficcò nella mano tutto quello che conteneva il suo borsellino. Andammo in due alla stazione con Nadežda, ma prima passammo alla Lubjanka, per prendere i documenti. Il giorno era chiaro e luminoso, da ogni finestra ci guardavano i baffacci di scarafaggio. E alla stazione fecero incontrare Nadežda e il marito e partirono insieme sorvegliati da due gendarmi della NKVD per il confino”. 

(da mia nota 144, p.53)

In Anna Achmatova, Memorie… – /// Questo è detto anche in E. Feinstein, Anna di tutte le Russie, op.cit., p.186. Desta sorpresa che la moglie di Bulgakov  il 29 novembre 1934 con “Stalin e Sergej Kirov, amico del dittatore e suo principale luogotenente a Leningrado andarono insieme al Teatro delle Arti di Mosca”, in E. Feinstein, op. cit., pp. 186-187. Sulla moglie dello scrittore Michail Bulgakov, l’autore de Il maestro e la margherita, non è mai emerso un minimo sospetto di collaborazionismo col potere sovietico, ma…

  Nadežda scriverà su questo viaggio minutamente, come su tutte le altre  tristi peregrinazioni: questa è del 1934.  Erano diretti entrambi verso :

 “una specie di residenza coatta, questo confino, nel quale la Nadežda seguendo il marito …descrive tutti i cambi di treno. A Sverdlovsk sotto scorta; poi sul treno Sverdlovsk-Solikamsk nella regione degli Urali. Lui già malato e con una specie di delirio. Da Solikamsk poi sul battello all’ospedale di Čerdyn’ dove Mandel’štam tentò di uccidersi saltando dalla finestra, ma cadde su uno strato d’argilla dissodata; gli rimase l’omero fratturato e a lungo non poté muovere il braccio destro, che poi gli fu curato nel soggiorno a Voronež . Čerdyn’, dove furono assegnati, era una cittaduzza sul fiume Kama, che entrava nel sistema dei lager del NKVD (c’era tutto un sistema che Solženicyn ha descritto nell’ Arcipelago Gulag).

   Era una cittaduzza di quelle scelte dalla polizia politica per i condannati, una delle tante della rete dei lager. Mandel’štam infermo, soffre di allucinazioni auricolari in seguito alla prigionia alla Lubjanka, allucinazioni in conseguenza degli interrogatori notturni (Mandel’štam, come ha detto Il’jà Erenburg, era un uomo che aveva paura del dentista). Sente voci minacciose che gli comminano tutte le pene possibili, sente soprattutto una voce lontana di donna; ha angoscia che vengono a prenderlo, ha parossismi di terrore, e insieme accessi di asma.”. (AMR, p.53- Corso…)

   Quando più tardi nel ’36 si incontreranno a Voronež, l’Achmatova scriverà:

 “ Egli (il poeta) mi ha raccontato che in un accesso di pazzia si mise a correre per tutta Čerdyn’ e che cercava il mio corpo fucilato e ne parlava a voce alta a chiunque incontrasse; e aveva scambiato i festoni, posti in onore dei marinai della Čeljuškin (cioè quelli della spedizione al Polo Nord della nave Čeljuškin che tornarono come eroi), che li considerava  in onore del mio arrivo. (AMR, p. 53- Corso)

da mia nota 147, p. 53)

L’ Achmatova in occasione di questo incontro scrisse il 4 marzo 1936 una poesia dal titolo Voronež; dicono gli ultimi versi: “E nella stanza del poeta al bando/vegliano a turno il terrore e la musa/e  va la notte/che non conosce alba”.(…e scorre la notte….).

     Ed ecco a Čerdyn’, dopo tre mesi, lo raggiunge la commutazione della pena voluta da Stalin (in seguito all’intervento di Bucharin). Stalin gli permetteva di scegliere, tranne dodici escluse, una qualsiasi località, ma c’era un elenco di altre nelle quali poteva stare in soggiorno obbligato, e Mandel’štam sceglie Voronež. (Voronež allora era un luogo di confino).

  Il ’35 e il ’36 è un’epoca di estrema povertà per loro. Egli fa piccoli lavori a Voronež; all’inizio fa il direttore letterario del teatro locale, e lavorò anche per la radio locale, facendo delle brevi introduzioni per trasmissioni musicali, in particolare per Orfeo e Euridice di Gluck; tradusse persino canzonette napoletane per una cantante e fece piccole trasmissioni per i bambini; soprattutto lo aiutavano gli artisti locali in gran parte esiliati che avevano dato vita a questo teatro.”

(AMR, p. 54- Corso)

 Curioso è questo interessamento di Mandel’štam per le canzonette napoletane e proprio in questo luogo di confino tristissimo! Si può pensare che queste canzonette gli abbiano reso più “confortevole” questo luogo?

(da mia nota 148, p. 54 – Corso)

Perché Mandel’štam  si interessa di canzonette napoletane?. Già nel cabaret Il cane randagio che Mandel’štam frequentò si cantavano queste canzonette; lavorava infatti come cantante Grigorij Fabianovič Gnesin di origine ebrea (i cui fratelli fondarono l’Accademia Russa di Musica). Ritornato in patria dall’Italia “pubblica alcune canzoni napoletane con delle traduzioni dei testi in russo: è il primo divulgatore della canzone partenopea in Russia ”[°] Entra in contatto col critico K. Čukovskij, con Repin e con Mejerchol’d; viene arrestato nel 1937 e fucilato poco dopo. Suo fratello Michaíl Gnesin lavorò con nuove musiche [°°] al Revisore di Mejerchol’d  del 9 dicembre 1926. Ma le prime collaborazioni col regista risalgono al periodo “1913-1916 negli Studi teatrali di via Povarskaja e via Borodinskaja a San Pietroburgo”[*]. È assai probabile che Mandel’štam e Grigorij Gnesin si siano incontrati al cabaret Il cane randagio; o che ne abbia solo sentito parlare di Gnesin;  Mandel’štam ne fu attratto, e forse  così si spiega il suo interesse per le canzonette napoletane. – A. Gullotta, La memoria, il terrore, il terrore della memoria”, in: eSamizdat, 2010]; [°° A.M.Ripellino, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, op.cit. p. 139]. – Riferisce Nadežda Mandel’štam in  L’epoca e i lupi, op. cit. 1971, p. 221, che Mandel’štam ”…aveva  ascoltato alla radio Marian Anderson [ soprano americana (1897-1993)]  e il giorno precedente era stato a visitare un’altra cantante, espulsa da Leningrado. Per lei Mandel’štam aveva fatto una traduzione libera di certe canzonette napoletane, da cantare poi  alla radio, dove in quel periodo tutti e due riuscivano a guadagnare qualche soldo”. Di certo la poesia di Mandel’štam del 12 febbraio 1937 “Sono affondato nella  fossa dei leoni” ,che è l’ultima del Secondo quaderno di Voronež, è stata creata dopo quell’ascolto. /////  [*] in:– Lezione del 24/03/2010 – di Dmitry Trubochkin.  ////// Si deve sottolineare che, a proposito di canzoni napoletane, la celeberrima  O sole mio fu composta in Russia, ad Odessa nel 1898, da Eduardo Di Capua (1865-1917) su parole di Giovanni Capurro. Il  Di Capua si era imbarcato su una nave da crociera come pianista; durante un soggiorno a Odesssa  si narra che, guardando dalla finestra dell’albergo il sole ucraino nascente  riflettere sul Mar Nero, sentisse nostalgia del sole di Napoli, e allora cominciarono a sorgere in lui le prime note di quella canzone, che poi sarà universalmente conosciuta in tutto il mondo.

   Mandel’štam compirà altri “viaggi”; si può dire che ad ogni nuovo arresto un nuovo viaggio in treno; il più terribile è l’ultimo viaggio del 1938. E i più terribili anni del terrore vanno dal 1936 al 1938.

 All’inizio del ’38  i Mandel’štam sempre in cerca di casa, sbalestrati da un luogo all’altro, vanno in un sanatorio con i mezzi del fondo letterario che anticipa sulla vendita dei libri, nel nord della Russia presso Muromsk, a Samaticha. Ma questo sanatorio si trasforma in una sorta di trappola, perché nella notte dal 1° al 2 maggio 1938 Mandel’štam è di nuovo arrestato e viene condannato a 5 anni di lager per attività contro-rivoluzionaria. È prima nel carcere Butyrki, a Mosca, dove si formavano i consigli per l’estremo Oriente, e poi non si sa più nulla di lui. Cioè ci sono delle testimonianze varie di ex-deportati, ma nessuna è sicura.

   Sembra che egli sia stato a Vladivostok, in un campo, in attesa che si aprisse la navigazione per il trasporto nel lager di Magadan o a Kolyma, famosi luoghi di repressione e di deportazione. Aveva lasciato Mosca il 7 o il 9 settembre ed era arrivato il 12 a Vladivostok.

(AMR, P. 65- Corso)

   Il lager di transito si chiamava Vtoraja Rečka ed era mostruosamente gremito, non c’era posto e i nuovi venuti si sistemavano all’aperto tra due file di baracche. Testimonianze dicono che accanto alla latrina uomini seminudi in quel freddo schiacciavano i pidocchi. I convogli continuavano ad affluire con centinaia di esseri inselvatichiti e sporchi. Penetrare in una baracca per un posto significava lottare accanitamente per farsi strada.

    Mandel’štam era ammalato d’asma e durante il tragitto in treno stava sempre sdraiato con la coperta fin sulla testa (testimonianze di suoi ex-compagni di lager), ma la cosa più grave era che non voleva più mangiare perché era ossessionato dalla idea dell’avvelenamento. 

   I soldati della scorta gli compravano un panino, ma a fatica si riusciva a farglielo mangiare, aveva continua paura del veleno e perciò giungeva sino alla inedia. All’inizio del periodo in cui Mandel’štam sta in questo campo di concentramento scoppia il tifo e i deportati vengono chiusi nelle baracche, mentre gli ammalati vengono rinchiusi in orrende apposite baracche. Qualcuno dice di aver visto Mandel’štam in una baracca di ammalati di tifo, ma non è sicuro. 

   Sugli ultimi mesi e sulla fine di Mandel’štam esistono numerose varianti e leggende, contraddittorie notizie di deportati che gli furono vicini, ma che confondono località, toponimi, nomi e avvenimenti. Dicono tutti che gelava nel suo cappottino di pelle gialla a brandelli, temeva sempre che lo volessero avvelenare e perciò non toccava cibo; il cibo era costituito da pane, aringhe, cavoli e legumi disseccati. Perdeva regolarmente la razione di pane e la gavetta; era ormai molto svitato, era convinto che anche la moglie fosse stata arrestata; insieme a questi intellettuali deportati c’erano i delinquenti comuni, i quali lo trattavano brutalmente. Una volta fu sorpreso a rubare una razione di pane e fu bastonato ferocemente. 

   Parecchie testimonianze parlano della sua pazzia accentuatasi a Vladivostok.  Continuamente riceveva minacce e percosse perché rubava le razioni altrui, che era convinto non fossero avvelenate. Lo buttarono più volte fuori della baracca, viveva accanto alle fosse dei rifiuti, sudicio, barbuto, con lunghi capelli, in cenci; uno dei testimoni dice:”…si era mutato in uno spauracchio da campo di concentramento”.

(AMR , p. 66 – Corso)

 (da mia nota 179, p. 66 – Corso)

Osip Mandel’štam, Lettera da Voronež. E a proposito di spedire prodotti e alimenti. All’epoca del Secondo quaderno di Voronež (6 dicembre 1936-fine febbraio 1937), quando Nadežda era insieme ad Osip, sappiamo che “il fratello di Nadežda Jakovlevna spediva loro ogni mese i duecento rubli che V. Višnevskij e V. Šklovskij gli consegnavano”. Cambia drasticamente lo stato del poeta, in peggio, all’epoca del Terzo quaderno di Voronež (marzo-maggio 1937). Il poeta scriverà a Kornej Čukovskij agli inizi del ’37  “Mio fratello Evgenyj Emilevič non mi dà un centesimo!” e in una lettera precedente allo stesso: “Sono malato. Non posso restare solo neanche per un momento. Adesso si prende cura di me la madre di mia moglie, una vecchietta. Se restassi solo mi sbatterebbero in un manicomio”(vedi Nadežda Mandel’štam, Le mie memorie, op.cit. 396; e  cap. Lettere di Mandel’štam, pp. 389-400). Di certo Nadežda è sostituita da sua madre, poi che è partita per Mosca, dove cercherà aiuto non solo materiale, p.e. dai poeti Pasternàk e Achmatova; cerca anche un lavoro per non chiedere soldi agli amici; tenterà poi di parlare con qualche autorità per rendere più vivibili le condizioni del poeta. In questo stato terribile il poeta non si perde d’animo: ha fede nella sua poesia tanto che a Jurij Tynjanov [il celeberrimo critico formalista] scrive: “È atroce. È già un quarto di secolo che, mischiando le cose serie alle sciocchezze, sputo sulla poesia russa; ma presto i miei versi entreranno in lei mutando qualcosa nella sua struttura e nel suo corpo”.(lettera da Voronež del 21 gennaio 1937). A questa fede si alterna il momento della disperazione: ”Ormai non posso fare niente altro che chiedere aiuto a chi non vuole che io soccomba fisicamente”.(dalla lettera K. Čukovskij dell’inizio 1937); da Nadežda Mandel’štam, Le mie memorie, op.cit. pp. 396-397.

 La sorte di Mandel’stam non fu diversa di quella di milioni di persone in quei “campi di lavoro” (che  non cessarono di esistere anche al tempo di Gorbaciov; giusto furono attenuati i tormenti).
E ora così finì la sua esistenza il poeta, e ancora una volta riferisco dal Corso di Ripellino:

 “Aveva anche paura di misteriose iniezioni che privano della volontà (e questa gli era rimasta dal periodo del primo arresto quando gli iniettavano la scopolamina per farlo parlare).

   Ora, nei campi di transito non era necessario lavorare, come nei campi dove si era assegnati definitivamente, ma pur di sfuggire all’ebetudine dell’inerzia, tutti cercavano di far qualcosa, e Mandel’štam portava pietre su una carriola. I medici gli avevano dato un giaccone di pelliccia che egli aveva ceduto per un po’ di zucchero, ma lo zucchero gli era stato rubato. Qualcuno dice che Mandel’štam recitava versi agli internati e segnatamente sonetti di Petrarca, davanti a un falò.

   Nadežda Mandel’štam riuscì a spedire un unico pacco al marito, pacco che le fu respinto dopo qualche tempo con la dicitura: “morte del destinatario” Nel giugno 1940 il fratello di Mandel’štam, Aleksandr Emilevič, ricevette la comunicazione che il poeta era morto il 27 dicembre del 1938, a 47 anni, per paralisi cardiaca. Ora, ci sono diversissime leggende: c’è chi dice che fu ucciso da delinquenti comuni che stavano con lui; un’altra dice che morì su una nave diretta verso la Kolyma, che fu gettato nell’oceano.

    Semplicemente morì nel campo di smistamento: una mattina non si era alzato più dal letto, lo avevano portato in ospedale dove morì. Seppellivano allora senza vestiti, senza bara, in una fossa comune comunque dice la moglie, che la sua morte non fu peggiore di quella del compagno di acmeismo, Narbut, il quale fu addetto come vuotacessi, a pulire i pozzi neri e fu fatto saltare in aria con altri malati, quando si ammalò, in un barcone.”

(AMR, p. 67 – Corso)

(da mia nota 180, p. 67 del Corso)

La fossa comune  fa ovviamente pensare a Mozart; e si dice che pure la Cvetaeva finì in una fossa comune; comunque non furono mai individuati precisamente i luoghi dove furono sepolti. — A proposito del suicidio della  Cvetaeva, scrive E. Feinstein (parlando con Lidija Čukovskaja): “L’ultimo biglietto che la Cvetaeva scrisse a Mur [nomigmolo di suo figlio, che sarebbe morto il 18 giugno 1944] è di una tristezza quasi insostenibile: “Perdonami. Andare avanti sarebbe stato peggio… Sono terribilmente malata, non sono più me stessa. Ti amo pazzamente. Di’ al babbo [Sergej Efron] e a Alja [sua figlia], se li vedrai, che li ho amati fino all’ultimo minuto, e spiega loro che ero arrivata a un punto morto”.(p. 241); ancora  Feinstein: “ La figlia Alja accusò lo scrittore Aseev di aver provocato la morte della madre e disse: “È un assassino, e il suo delitto è più grave di quello commesso da d’Anthes”, [il barone alsaziano che aveva ucciso Puškin in duello].   Lidija Čukovskaja  racconta [alla Feinstein]  che la Cvetaeva le disse:” Non troverò nulla [a Čistopol, vicino a Elaguba, luogo dove si impiccò *]. Anche se trovassi una stanza non mi darebbero un lavoro… Dimmi, per favore, perché pensi che valga ancora la pena di vivere?”, e che  quando [Lidija] sentì la notizia della morte della Cvetaeva, l’Achmatova  ne fu desolata. (pp. 240-241). A Mosca, all’inizio del 1941, le due poetesse si erano incontrate due volte; forse questo incontrò fu organizzato da Pasternàk nella casa degli Ardov [amici intimi della Achmatova; la Cvetaeva a Mosca non aveva dimora], con i quali stabilì l’incontro dopo una serie di telefonate. (p. 227). Continua ancora la Feinstein : “ Viktor Ardov ricorda che le aprì la porta [alla Cvetaeva] e poi guardò le due donne che si stringevano la mano e andavano nella stanzetta in cui stava la Achmatova. Rimasero lì sole per quasi tutto il giorno, e l’Achmatova non parlò mai di quel che si erano dette; osservò solamente che  la Cvetaeva sembrava semplicemente una persona normale, molto preoccupata per il destino della propria famiglia. S’incontrarono di nuovo il giorno dopo, questa volta nell’appartamento di  Nikolaj Chardžiev, e lì chiacchierarono  e bevvero vino”. (p. 228) .. Le pagine citate sono tratte dal libro di  Elaine Feinstein, Anna di tutte le Russie, op. cit

Ma la rivincita di  Mandel’štam sulla natura di tutti i possibili poteri che si sono succeduti nella storia umana, è dovuta alla sua poesia, in particolare alla sua singolarità che si manifesta attraverso la extraterritorialità della stessa; singolarità già appartenuta (come a pochi altri poeti),  a Dante, poeta tantissimo amato dal poeta russo. Forse è improprio dire  rivincita, come anche vendetta o similari termini, della sua poesia; semplicemente il potere della Poesia non ha confini affatto e né limiti che mai si sono potuti definire, perciò è sconfinato e illimitato e ha raggiunto tutte le genti di qualsiasi popolo della storia umana.

E’ un potere il suo, quello di un poeta, contro il quale il potere di un dittatore terribile  e crudele nulla può,  qualunque esso sia; e senza alcuna uccisione se non quella morale ed etica del dittatore stesso e di tutti quelli che a questo sono asserviti.
Mi si conceda a proposito di intervenire con una mia nota.

(da mia nota 126 , p. 42- Corso)

 L’extraterritorialità della letteratura del nostro pianeta (2001\02) di Donald E. Pease (1945-), che analizza un saggio di Wai Chee Dimock, dove si afferma nelle pagine dedicate a Mandel’štam, che la letteratura è uno degli agenti della denazionalizzazione, la quale permette di violare la sovranità dei territori dello Stato (esempio di globalizzazione); e a proposito è esemplare l’atto realizzato da Mandel’štam che affronta il potere dello Stato autoritario sovietico di Stalin; e che lo supera nel tempo e nello spazio, portandosi con sé, mentre va incontro all’esilio verso  il lager, la Divina Commedia di Dante; e che questa opera diviene il simbolo di superamento di tutti i poteri autoritari che si sono succeduti nella storia umana.

  Quindi la Commedia è manifestazione della potenza di una letteratura planetaria, che non conosce barriere cronologiche e che è un continuum  metastorico contro tutte le barriere autoritarie spaziali e temporali. Con Dante, Mandel’štam rafforza il suo potere di dissenso contro lo Stato stalinista, e sono inutili gli sforzi compiuti da questo Stato per sopprimere la scrittura del poeta. Due esili che si comprendono a distanza di secoli! – comunque sintetizzando: “È stata la extraterritorialità della scrittura di Mandel’štam la condizione-chiave che gli ha permesso di sopravvivere e il suo essere radicato fisicamenteparadossonel territorio ha fornito al poeta il pretesto di deterritorializzare con la letteratura lo Stato autoritario che opprimeva lui e chi all’interno del suo spazio riusciva a sopravvivere”.

  Conclude il critico l’analisi al saggio del Dimock, dichiarando la “poesia come forma più duratura della corporeità e – che – mentre era in esilio Mandel’štam ha inventato una forma di scrittura che ha preso il posto della Russia da cui era stato bandito, fornendogli una forma di sopravvivenza biologica”. Donald E. Pease non manca di rilevare che: “Dimock  tende a perdere di vista il modo in cui Mandel’štam torna a scrivere… dopo il primo arrestocome la materializzazione di una forma alternativa di territorialità… che i suoi scritti sulle letture di Dante sono prima del suo (ultimo) – esilio…”, e che se ha portato con sé Dante è non per strumentalizzarlo, ma per affermare un’altra scrittura sotto esilio e dice: ”vorrei proporre che era lo status extraterritoriale della scrittura che Mandel’štam là ha prodotto che costituisce il tratto fondante della letteratura planetaria”.

E, infine, chiude affermando che è stata questa extraterritorialità scritturale che ha permesso al poeta di appartenere ancor più e di occupare più fisicamente il territorio e di resistere e di sopravvivere ai terribili atti che là si compivano. Furono inutili dunque gli sforzi del potere sovietico di “dislocare il corpo” di questo grande poeta!, che scrisse, sembra, la sua ultima poesia il 4 maggio del 1937, secondo la sua, ultima, musa: Nataša Štempel.

  In una poesia del 1915, Mandel’štam tratteggia il futuro suo e della umanità, e specie nella seconda quartina, si domanda: ma dove navigate?”, denunciando, con tanto anticipo temporale lo smarrimento di una umanità che non era più in grado di ri-conoscere un traguardo di pacificazione universale. E quel “navigate” allude di certo alla barca di Dante che avendo perduto il timone era in balia di qualsiasi tragedia. Le cui avvisaglie si erano già presentate oscure, pesanti, prossimo a un capezzale luttuoso.

Insonnia. Omero. Le vele tese.

Io ho letto sino a metà l’elenco delle navi:
questa lunga nidiata, questo treno gruesco
che sopra l’Ellade un tempo si è levato.

Come un cuneo di gru in confini stranieri -
sulle teste dei re c’è la schiuma divina -
ma dove navigate? Se non ci fosse Elena,
a che servirebbe Troia da sola, uomini achei?

E il mare, e Omero - tutto questo è mosso dall’amore.
Chi devo ascoltare? Ed ecco, Omero tace,
e il mare nero, perorando, risuona
e con un pesante tonfo si avvicina al capezzale.

agosto 1915

(trad. di AMR)

 

Mandel’štam e Pietroburgo

Anna Ostroumova-Lebedeva, “Pietroburgo. Canale Krjukov”. 1910

 

di Antonio Sagredo

   Angelo Maria Ripellino iniziò il corso monografico (1974-75)  su Osip Mandel’štam con la poesia Leningrad (1930), affidando a questi versi un simbolo universale: non solo il destino personale del Poeta e della Poesia stessa, ma la testimonianza di un’epoca sordida, un’epoca di lupi, di sciacalli, di menzogne, di delazioni, di tradimenti… tutto ciò che di terribile dentro vi ribolliva, che le generazioni future avrebbero ereditato fino ai nostri giorni… per ritrasmetterle. Continua la lettura di Mandel’štam e Pietroburgo

Per ricordare Angelo Maria Ripellino

 

Raccolgo l’invito di Antonio Sagredo a ricordare  A. M. Ripellino (1923-1978), del quale il 21 aprile ricorre il 40° anniversario della morte. E propongo alcune sue poesie che ho tratto dai blog Poetarum silva e Carteggi letterari , Camera, una poesia dello stesso Sagredo che rammemora la Praga del Seicento e, infine, un magistrale saggio del 1974 scritto dal troppo dimenticato Cesare Cases, che rifletteva in modi critici proprio  sul fondamentale e famoso  Praga magica di  Ripellino uscito nel 1973. [E. A.] Continua la lettura di Per ricordare Angelo Maria Ripellino

Parole beate

barocco mascherone

di Antonio Sagredo

In Appendice:  7 note su “Parole beate” di Ennio Abate

Prologo o Epilogo ?

Per gli esiliati come me, ma non altri,
che non hanno mai scordato come
Io non sono, e che per questo mai
si possono smarrire in una novella storia. Continua la lettura di Parole beate

Date a Sagredo quel che é di Sagredo

valery-konevin.-autoritratto.-1921

di Ennio Abate

Diciamolo di botto mentre il vespaio comincerà a ronzare. La poesia di Antonio Sagredo affonda le sue radici nelle Puglie e nel mondo che una volta si chiamava Est europeo e si muove nella potente Tradizione delle avanguardie novecentesche.
Sagredo, anche quando parla di certi poeti, è come se continuasse a parlare di sé. Vuoi perché li conosce a fondo e ne ha assimilato in pieno la lezione, condividendola senza riserve. Vuoi perché la sua scelta di campo poetico è assoluta e nettamente manichea. Vuoi perché ha mirato a costruirsi una identità unitaria e statuaria, chiusa all’altro da sé, ricorrendo – ma anche questo atteggiamento o posa attoriale o postura intellettuale sdegnosa  gli viene un po’ da quella Tradizione – alla mitizzazione di se stesso come Poeta assoluto. Continua la lettura di Date a Sagredo quel che é di Sagredo