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Il viale

di Annamaria Locatelli

Corvetto,
fiume di asprezza
e tenerezza...
Anime si rincorrono
nella corrente impetuosa
e corpi pesanti
sprofondano.
Il “Corvetto odia”?
Sagome da tiro al bersaglio
sfilano mute,
separate eppur unite
da rabbie e da paure,
per confluire sulla zattera
del lungo Viale alberato,
una precaria zona franca!..
Sulle ombreggiate panchine
c’è chi chiede aiuto
e, magari, lo respinge,
chi agonizza,
chi, viaggiatore, conclude
la sua vita in gran saggezza,   
chi ride forte, sfidando la malasorte,
chi spazza il “Viale-Casa comune”
e chi discetta
di pane e di terre lontane,
di sfratti e di case vuote,
di salute alla salute,
di figli amari,
di ricordi dolci...
Di quale futuro?
Intanto un virus novello,
sfuggito all’umano,
svolta l’angolo
tra un platano e un ibisco...
“Ci stai forse spiando?”
esplode un coro esorcizzante
dai sedili vocianti!
Vi s’aggira persino un fantasma,
-fuori, fuori dal coro!-
trasformista dai mille volti
e viscido ladro di vecchietti...
E poi? Che fare?
E’ una chiara sera estiva...
prendere il volo
sulle ali velocilente
di una bicicletta sfrecciante
verso verde periferia
Ciao Corvetto, ciao...
 

Riflessioni e divagazioni

 

in occasione della scomparsa di Gino Strada

“Io non sono pacifista, io sono contro la guerra”

di Annamaria Locatelli

La teoria etologica dell’aggressività (naturalismo etologico) afferma che la violenza è connaturata all’essere animale, quindi all’essere umano in quanto animale. Ma per fare una distinzione: gli animali, per la difesa e l’offesa, utilizzano come strumenti parti del corpo: gli artigli, i denti, le corna, il veleno, ma anche il mimetizzarsi, la corsa, il salto…L’uomo, grazie alla sua particolare intelligenza, oltre all’uso del corpo, per altro abbastanza fragile e indifeso, si è subito attivato a trovare o a inventare mezzi di attacco e di difesa, come la pietra, la clava, l’arco e le frecce…Era ancora raccoglitore-cacciatore, ma poi con l’affermarsi dell’agricoltura ebbe bisogno di strumenti e materiali per il lavoro della terra e per la difesa dei confini delle proprietà più solidi e mirati, forgiati nel fuoco, i metalli, per ultimo il ferro. Al periodo neolitico alcuni studiosi fanno risalire l’affermarsi di alcune caratteristiche di base delle società umane attraverso il tempo, con poche eccezioni: proprietà, classi sociali, stato, guerra. Senz’altro la violenza, pur insita nella natura dell’uomo, ha fatto un vero “salto di qualità” con  la pratica delle guerre. La guerra infatti comportò subito l’agire in gruppi piuttosto estesi contro altri per difendere gli interessi di un singolo o di una collettività; questo fatto comportò, a sua volta, la scelta o l’imposizione di capi, la schiavizzazione di una parte della popolazione (spesso quella vinta) per farne lavoratori e soldati e il perfezionamento di strumenti e  tecniche legate alla guerra, cioè le armi e le strategie militari. Così nell’arco dei secoli, dall’invenzione della polvere da sparo ma soprattutto dalla rivoluzione industriale e tecnologica si è verificato il vero (irreversibile!?) “salto di qualità” nel tipo di violenza impiegata per la conservazione e lo sviluppo dell’apparato economico-sociale e dei suoi privilegi. Una parabola mortale giunta al suo culmine con la costruzione e l’utilizzo per le guerre recenti di armi di distruzione di massa, ma non ancora conclusa se si pensa alle attuali diciottomila testate nucleari imboscate in vari luoghi del pianeta, alle armi chimiche e batteriologiche, alle armi inquinanti ed elettroniche, apparentemente innocue perché non necessariamente esplodono, distruttive dell’ambiente e dei cervelli. Sembra così evidenziarsi una contraddizione: la natura ha dotato l’uomo soprattutto della forza dell’intelligenza ma le sue creazioni tecnologiche, nel campo militare e non solo, viste le conseguenze, spesso negano la stessa, rischiando di vanificare i traguardi raggiunti dall’uomo nel campo scientifico, tecnico, artistico e soprattutto etico, perché sottomessi o strumentalizzati dalla onnipotenza della violenza politica-economica-militare. Infatti queste armi, non solo non tengono conto delle leggi naturali e morali, che sono alla base della vita e della convivenza umana nell’interesse collettivo, ma anche di interessi particolari, arrivando alla fine, come si teme ed è prevedibile, alla distruzione dell’intero pianeta. Armi impiegate ormai in una guerra globale ed infinita arrivando l’uomo, per giustificarla, a scomodare  dio in persona, che la vorrebbe santa, crociata, giusta, umanitaria, chirurgica…Insomma intelligenza schierata contro intelligenza. Un’intelligenza umana schizofrenica, ormai malata e che soffre di un gigantesco isolamento. Si può anche pensare ad un muscolo sano, dove poi alcune cellule si siano accresciute a dismisura, come per il cancro, comparso, penso non a caso, con l’avvento sulla scena del mondo dei due conflitti mondiali. Una violenza malata da esasperato antropocentrismo ai danni della natura: dove anche all’interno della comunità umana si sono create gerarchie, centri di potere, classi sociali disparate. La violenza umana, pertanto, come manifestazione naturale dell’uomo e congeniale agli equilibri vitali nelle relazioni ambientali e sociali, è lentamente, ma inesorabilmente accelerando il suo corso nell’ultimo secolo, uscita fuori, degenerata… Perciò mi trovo del tutto d’accordo con Gino Strada, dell’associazione “Medici senza frontiere” (ma anche con don Milani che scrisse una lettera contro i cappellani militari che benedivano le armi) quando affermava: “La guerra è una malattia mortale e deve essere debellata”, come la peste e la lebbra che hanno imperversato per secoli, ma di cui infine si sono trovate le cure. L’attuale guerra globale, inoltre, è talmente pervasiva da entrare, come minaccia incombente, in ogni manifestazione comunicativa e richiederebbe maggiore attenzione da parte di tutti noi: uomini comuni di buona volontà, medici, psichiatri, scienziati, religiosi, artisti e non solo da parte degli uomini politici -che spesso risultano essere tra i diffusori del contagio- come si fa con i malati…Sembra che ogni società (così come il potere l’ha modellata) abbia “la sua guerra”, ovvero la guerra che “si merita” e che entrambe si riflettano nello stesso specchio come anime gemelle. Le colpe, e sempre ci sono nelle guerre imperialiste, sono gli innocenti a pagarle in termini di vite umane, di mutilazioni, sofferenze psichiche e psicosomatiche..capita allora che il bambino muoia in tenera età per malattia, fame, ferite, mentre il criminale di guerra arrivi ricco e centenario. Sembra che il senso di colpa  esista raramente tra i sintomi salutari dei veri e convinti “malati di guerra”. Una malattia strana, non umana…

DIVAGAZIONE (in tema)

Ho letto recentemente un romanzo di Amélie Nothomb, un’autrice che spesso rivolge l’attenzione a tematiche del nostro tempo, in questo caso la guerra, ma con uno sguardo “obliquo”, presa com’è dalla narrazione di un io irrisolto e problematico, tuttavia proprio per questa ragione, dato l’approccio apparentemente casuale all’argomento, risulta spesso molto convincente.  Nel suo romanzo, “Una forma di vita” (Editore Voland), Amélie Notomb mette in risalto alcuni risvolti morbosi presenti nelle abitudini dei militari, poco noti come invece possono essere i ben noti disturbi psichiatrici spesso presenti nei reduci di ritorno alla vita civile o gli effetti sul fisico dei medesimi derivati dall’uso prolungato di armi all’uranio impoverito…Attraverso un carteggio (reale o espediente letterario?) tra la scrittrice e uno dei suoi numerosi fan lettori, fantomatico militare americano di stanza a Bagdad dal 1999 al 2010 durante la guerra nel Golfo, vengono portate alla luce le sregolate abitudini alimentari di numerosi soldati, sottaciute per ovvi motivi dallo stato maggiore dell’esercito (troppo lontano il modello Rambo), e le medesime abitudini da parte di persone giovani sul fronte di una vita quotidiana vissuta sotto l’egida della pace, ma svuotata di prospettive e di valori, proprio nella brillante società USA. Le due situazioni, dell’essere militare e dell’essere civile, finiscono per combaciare nella stessa persona, in un acrobatico finale a sorpresa a cui l’autrice ha abituato i suoi lettori. La malattia in questione è la bulimia, la grande obesità, che, nella sua drammatica disarmonia, per chi ne soffre assume significati molteplici e simbolici (atto di autopunizione per le atrocità commesse, atto di accusa verso chi le comanda, volontà di protesta, “sublimazione” della rabbia e della paura, incorporazione delle vittime, esternazione della voracità imperialistica…) e denuncia l’impossibilità di tollerare situazioni dove è richiesta una ferocia disumana da parte persino di soldati mercenari spesso arruolatisi come ripiego dopo la ricerca vana di un lavoro…Ma succede anche a molte altre persone che, mai allontanatesi da casa, nella società del benessere per eccellenza e risucchiate dalle offerte consumistiche-elettroniche, finiscono con l’isolarsi in una stanza davanti a un computer, in un loro mondo virtuale, ingabbiati senza alternative e senza speranze a vedere il proprio corpo accrescersi a dismisura, fuori da ogni possibile controllo.

Mi sembra che il tragico esempio del bulimico in guerra, che sia sotto le armi o inchiodato alla scrivania, renda bene la convinzione di Gino Strada che la guerra sia il piu’ grande morbo di cui soffre l’umanità… Il coraggioso medico è oggi scomparso, ma speriamo che il suo impegno nell’attivismo pacifico contro le guerre a fianco delle vittime sia propulsivo..

Infanzie

di Annamaria Locatelli

Quando gli inverni  erano tanto rigidi,
bambina,
di ritorno dalla scuola o dalla spesa,
sulla stufa di ghisa  strofinavo le dita
finché di geloni paonazze.
La legna crepitava, ma l’ampio locale
della vecchia osteria poco si scaldava…
Fortuna c’erano le ascelle della nonna
che non perdeva mai la sua postazione
sul treppiedi vicino alla fiamma
e, invitante,
accoglieva il pulcino intirizzito tra le sue ali
calde di piuma.
Dietro di me si formava la fila
per assaporare quel calore di chioccia...
 
Alla vecchia stufa il cuore batteva forte:
su un ripiano di ferro richiuso da uno sportello,
proprio vicino alle braci, gelosa, accoglieva
le ”schisette” di avventori infreddoliti
con la frugale cena
e dal ripiano di sopra profumava l’aria,
mescolando gli aromi
di cibi, di corpi, di fumo, di vino
a quelli d’arancia e di mandarino...
Era un vecchio trani del nord
intriso della terra del sud.
 
E di antiche storie
stufa, o nonna che sia,
raccontava:
di terre di briganti
di migrazioni per oceano
e di gelide contrade,
lei fragile precaria
il porto rosseggiante
in un’ansa ventosa
 

Giornalisti per passione e CPR impenetrabili

di Annamaria Locatelli

Pubblico nello spazio della mia rubrica l’articolo di un giornalista della rivista on line Pressenza Italia, Andrea De Lotto. Mi piace molto come e cosa scrive questo giornalista, che in una particolare occasione ho conosciuto e mi ha autorizzato a riprendere il suo scritto. L’articolo parla dell’istituto molto contestato del CPR. Ad esso ho accennato  in una  mia poesia  (qui). (A. L.)

Siamo un po’ “Bocca di rosa”. Noi di Pressenza non facciamo i giornalisti né per noia, né per professione, lo facciamo per passione… e per etica.
Così cerchiamo di capire, ci addentriamo, a modo nostro “abbiamo tempo”. Essendo volontari, abbiamo poco o tantissimo tempo; dipende solo da noi, da quale è la nostra spinta. Continua la lettura di Giornalisti per passione e CPR impenetrabili

Poliscritture 3: sei rubriche

Presento le prime  sei rubriche di Poliscritture 3, il cui cambio di passo  è stato delineato qui.  [E. A.]

Continua la lettura di Poliscritture 3: sei rubriche

Poesie (riflessioni) che ho scritto in questi tristissimi giorni

Minor White, Road with Poplar Trees, in the vicinity of Naples and Danseville, New York, 1955

di Annamaria Locatelli

 CASO MAI…
 
 
 Le certezze lunghe più vite,
 ben protette dalla scorza
 di un tempo “organizzato”,
 ora sono fiori recisi
 nel deserto della paura…
 Eppure la Storia dice…
 Eppure per altre prove
 approntammo valide difese
 ma il crollo è stato
 repentino e crudele
 per il corpo a corpo
 con un nemico
 dalle armi invisibili,
 vigliacco!
 Noi lasciati soli e indifesi
 insieme con i nostri ridicoli arsenali…
 Così il tempo delle certezze
 si scolora in lutti e ombre.  
 Da giorni, da settimane ormai,
 si invoca la chiara sorgente
 di vera intelligenza umana
 perché si faccia fiume,
 fertile di limo,
 ad inondare i nostri corpi aridi
 restituendo loro il soffio della vita,
 il respiro….
 Virus, non  sei tu un dio!
 
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“Sonjuscka mio passerotto”

di Rosa Luxemburg

Ho letto in questi giorni, e ringrazio un amico per la segnalazione, una lettera che Rosa Luxemburg, inviò dal carcere ad un’amica, moglie di un suo compagno di lotta incarcerato, nel dicembre 1917, due anni prima della sua morte, di cui quest’anno ricorre il centenario. “Sonjuscka mio passerotto” è un testo bellissimo e, nella sua semplicità, molto profondo e persino enigmatico…Anche un bel esempio di prosa-poesia. Con essa, Rosa Luxemburg intende confortare l’amica, ma penso anche se stessa mentre si trova a vivere rinchiusa in una buia e fredda cella, e infondere quella calma interiore “…che smentisce ogni male e ogni tristezza e li trasforma in trasparente chiarezza e felicità”. Immagino che Rosa Luxemburg, con questi pensieri, tenesse in animo, saldo come una roccia, il suo progetto di vita e rinfocolasse gli ideali rivoluzionari per cui tanto lottava…Proprio in virtù di tali ideali e valori, aveva coltivato la sua umanità e l’amore per gli altri, la natura e l’arte, ma anche sondato le brutture dell’animo umano e gli orrori che ne derivano, allora più che mai scatenati e dilaganti in tempo di guerra…Individuava le cause di tali mali dell’ingiustizia umana nella cieca violenza e nello sfruttamento dei poveri e, proprio nel carcere, si trovò nella situazione di riconoscere in uno dei poveri bufali ferocemente domati e deportati dalle libere praterie rumene in Germania per svolgere il duro lavoro di traino, in sostituzione dei cavalli, una delle vittime più indifese e, nello stesso tempo, simbolo di tutte le vittime . Quando l’animale, nel cortile del suo carcere, viene bastonato e perde sangue, la scrittrice soffre con lui e vede, nella tristezza dei suoi “dolci occhi neri”, il volto rosso per il pianto di un bimbo maltrattato…Lo chiama “fratello” e, a lui che non sa piangere, presta le sue lacrime…La commossa rievocazione di questo episodio mi ricorda, tra l’altro, una poesia di V. Majakovskij (“Come ci si comporta bene con i cavalli” 1918 [già pubblicata su Poliscritture qui) dove il poeta russo descrive la sua compassione e solidarietà per un vecchio cavallo deriso crudelmente quando stramazza a terra, durante una parata, chiamandolo “bambino”…Due scritti quasi contemporanei, chissà se i due rivoluzionari e animalisti si conoscevano? [Annamaria Locatelli]

Per il testo di Rosa Luxemburg rimandiamo al link sotto nel rispetto della volontà dei redattori de “IL GIORNALE DEL RICCIO” che della lettera hanno curato una bella pubblicazione on line con l’avvertenza che riportiamo:  VIETATO COPIARNE IL CONTENUTO ANCHE PARZIALE SU ALTRI SITI. CHIEDIAMO GENTILMENTE DI CONDIVIDERE DIRETTAMENTE IL LINK DELL’ARTICOLO E DEL RELATIVO FACEBOOK. GRAZIE PER LA DIFFUSIONE.
https://ilgiornaledelriccio.com/2017/01/15/rosa-luxemburg-oh-mio-povero-bufalo-amato-fratello-la-lettera-a-sonja-liebknecht-del-1917/

Peripezie di una lettura

Tabea Nineo, disegno con Paint 2016

Con una Risposta di Angelo Australi

di Ennio Abate

Caro Angelo [Australi],

il ritratto che ci hai dato di Davide Lazzaretti (qui)  recensendo il romanzo di Simone Cristicchi, “Il secondo figlio di Dio”   e i commenti  al seguito hanno suscitato in me dubbi, inquietudini e una certa stizza per l’apprezzamento  speranzoso  verso  i movimenti dal basso legati a precisi  luoghi che tu, Aguzzi e Locatelli avete espresso. Non  sono certo che, a partire dalla figura di Lazzaretti, tu abbia voluto delineare una proposta  culturale e politica per l’oggi. Alcune tue affermazioni[1]  e un successivo commento[2] me l’hanno fatto pensare. Ma, così non fosse, sento  una proposta del genere aleggia nell’aria di questo nostro tempo. Ed allora ho voluto approfondire, riprendendo in mano vecchi libri,   per chiarire innanzitutto a me stesso le ragioni  della mia  reazione. Che avevo del resto già anticipato  in una replica ad Aguzzi (qui) dichiarando al contempo simpatia e riserve. Ora, con questo riepilogo delle mie peripezie di lettore  le  preciserò analiticamente.

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Ricordi

di Annamaria Locatelli

 

LETTERE D’AMORE

Allora, all’incirca sessant’anni fa, Lodi era una cittadina prettamente rurale, percorsa, nelle sue antiche strade, da pochissime e pionieristiche autovetture e da mezzi agricoli, carri e cavalli, da garzoni in bicicletta, arrotini (mulitta), venditori di ghiaccio. Sul corso Vittorio Emanuele II, una via che immetteva in Piazza Vittoria, quella del celebre Duomo, si Continua la lettura di Ricordi