Archivi tag: attilio Mangano

Da “Riordinadiario 1981”

 

di Ennio Abate

18 marzo 1981

Letture che non mi soddisfano. Dovrei delimitare il campo a quello che posso fare con loro [Attilio Mangano e DP]. No al vecchio rapporto di ascolto paziente delle loro beghe interne. Non essere satellite. Sviluppare ‘Samizdat Colognom’ o qualche iniziativa con insegnanti delle superiori.

Aprile 1981

Lettura di Per Marx di Althusser. Nota finale alla lettura:  Lettura decisiva: – per “tornare” a Marx; – per sottoporre a critica le posizioni di Negri; – per confrontare marxismo e correnti critiche del marxismo.

Lettura  di filosofia della storia di Alfredo Morosetti in F. Papi La filosofia contemporanea, Zanichelli 1981. Il saggio  mi aiuta a superare incertezze e diffidenze rispetto agli ultimi sviluppi della storiografia (Annalès, ecc.). Punti in evidenza: 1) non esiste la Storia, ma le storie (260); – le filosofie della storia sono… reperti archeologici (243); – il sapere dello storico è quello del senso comune (249) ; il “quantitativo” è l’elemento di riferimento della storiografia più aggiornata ( 250)

10 giugno 1981

Attilio  fa l’entrismo in DP: ma con una rivista si può vincere un congresso di partito? E l’entrismo lo vai a fare in un partitino? Il suo   tertium datur non mi convince. Meglio una marginalità cosciente: la mia dal 1976 in fondo. L’”anima” dell’ex ’68 non si quieta in un impegno professionale né partitico. Non mi muovo da solo. Vedi G., B., Circolo vizioso, S., etc. Fino a che punto  seguirli nella loro crisi? Rimangono appendici.  Gironzolare attorno a DP o rientrarvi sarebbe arretramento. Ma non mi convince neppure l’ex Autonomia.

Novembre 1981

Tre giovani detenuti in attesa di giudizio  – Paparo, Valentino e Pironi – a San Vittore hanno iniziato da mesi uno sciopero della fame. Il 3 nov. 1981 ho mandato un telegramma al Giudice istruttore Forno del  tribunale di Milano: «Sollecitiamo libertà provvisoria per gravi motivi di salute di Ciro Paparo Gianni Valentino Roberto Pironi», firmando «Famiglia Abate».
Ho messo anche un cartello nell’atrio del Molinari. Indifferenza. Non ho più nessuno con cui parlare di questa vicenda. La seguo come posso e conservo stralci da il manifesto e da Rinascita. Ne ha parlato Luigi Pintor (manif 24 nov. 1981) quando lo sciopero della fame dei tre  durava  ormai da oltre 50 giorni. Pintor ricorda che i giudici sono divisi tra loro, ma che tutti non ritengono i tre «pericolosi» e che le perizie  testimoniano  della loro «malattia». Dice pure che la solidarietà  verso di loro  è umana più che politica. Il 28 novembre sempre sul manifesto leggo che Stefano Rodotà, «giurista e deputato della sinistra indipendente», ha proposto una nuova legge sulla libertà provvisoria, per riaffermare una «umana interpretazione» della legge contro «una logica legislativa che ha deliberatamente e assurdamente ristretto le possibilità di libertà  provvisoria». (Siamo nel clima della “falsa guerra civile»…). Accanto all’articolo  sull’iniziativa di Rodotà, c’è un’intervista a Ferruccio Giancanelli. Per anni ha diretto l’ospedale di Colorno a Parma ed è uno degli psichiatri che hanno collaborato con Basaglia per «aprire i manicomi». Commenta la richiesta del ministro della giustizia Darida di applicare il Tso «per gravi malattie di mente, per pazienti in stato acuto di malattia» ai tre detenuti in sciopero della fame. E ipotizza come  potrebbe comportarsi un medico per attuare un provvedimento del genere: «Dovrà alimentarli. Tenterà di farlo con flebo punture e tutto l’armamentario  solito. Dovrà fare i conti indubbiamente con le loro resistenze. Quindi userà la forza: somministrerà calmanti, li legherà. Ma questo non servirà a salvarli. Nella migliore delle ipotesi riuscirà a non farli morire. Non a rimettere veramente in moto le funzioni generali dell’organismo. Diventa, alla fine, un gioco di forza, tra chi vuole tenerli vivi e chi ha scelto la morte. Un gioco dall’avvenire assolutamente incerto».

Pintor il 29 novembre  ha scritto ancora un articolo intitolato «Ministri e topi». Si scaglia contro «i giudici, i legislatori, i politici che in questi giorni si sono rimbalzate le responsabilità e si sono nascosti dietro capziose interpretazioni» indicandoli come «l’altra faccia del terrorismo, il segno della sua penetrazione nelle pieghe e nella logica delle istituzioni».

L’11 dicembre, Stefano Levi dalle pagine di Lotta Continua sottolinea anche lui questa concordia discordans tra  Stato e «armati»: «’O infame o prigioniero politico’ dicono gliarmati; ‘o pentito o terrorista’ dicono la legislazione e il magistrato. Su una cosa gli armati e lo  Stato continuano da anni a essere d’accordo: se non sono dei nostri, sono dei vostri. O con lo Stato o con Le BR: cosa vecchia e tuttavia sempre rinnovata. E l’hanno confermata con la tenaglia con cui hanno stretto, da lati opposti eppur concordi, il movimento per la qualità della vita a San Vittore: gli armati con l’assassinio dell’agente di custodia Rucci, attacco dichiarato al “riformismo” del nuovo movimento nelle carcerario; il ministro [Darida] e l’apparato carcerario attraverso il massacro del 23 settembre e la deportazione dei protagonisti di  quel movimento».

Anche  i giovani della FGCI  hanno diffuso un volantino dove chiedono «la decisione, a tempi rapidi, della data dei processi per i tre detenuti in nome della lotta che in questi anni abbiamo combattuto in prima fila contro il terrorismo» e chiedevano pure che venissero fatte «tutte le scelte necessarie, non esclusa, la libertà provvisoria».

Per reagire all’indifferenza con cui a scuola hanno accolto il mio cartello,  ne scrivo un altro e lo metto  accanto alla porta della sala professori.  Nel prepararlo ho in mente Swift e « La modesta proposta» per eliminare la povertà cucinando e mangiando i bambini poveri:

 «Cari Paparo, Pironi e Valentino,
vi preghiamo di concludere velocemente il vostro sciopero della fame. Insomma, non mangiare per più di 65 giorni! Noi siamo dei bravi studenti del Molinari e la vostra insistenza ci dà fastidio. Abbiamo cose ben più importanti di cui occuparci in questo periodo. E meno male che la nostra scuola è piena di persone perbene e indaffarate (in consigli di classe o d’istituto) e che nessun insegnante ha avuto la faccia tosta di parlarci del vostro sciopero della fame. È comparso soltanto uno striminzito cartello nell’atrio che è stato accolto da tutti con la giusta indifferenza a cui ci educano i nostri insegnanti. Noi siamo orgogliosi di leggere solo giornali sportivi e parlare di figa e di moda. E saremo la futura classe dirigente liberata dai condizionamenti del passato. Democrazia? Diritti dei detenuti? Costituzione? Non ce ne frega.  In attesa della vostra morte, ci andiamo a sbafare un bel cappuccino  con briosche e vi porgiamo distinti saluti». La maggioranza silenziosa del Molinari»

Nota 2021

Reagì al mio cartello con un suo una studentessa indignata, una certa Anna. Non dispongo  più del suo ma soltanto della mia replica:

LETTERA  AD UNA STUDENTESSA

«Cara Anna,
sono soddisfatto per il tuo indignato cartello. Era quello che mi aspettavo (o desideravo). So che molti hanno trovato pesante e di cattivo gusto la mia provocazione. E altri, più superficiali, mi avranno dato del fascista. Ma meglio lo sdegno e le critiche che il silenzio e l’indifferenza. Ora non voglio tranquillizzarmi o tranquillizzarvi troppo presto. Il mio cartello, infatti, non era uno “scherzo”. E neppure la caricatura di un modo di pensare diffuso. Se l’ho firmato «La maggioranza silenziosa» è perché sono convinto che le idee che vi ho riportato sono oggi sempre più popolari nel nostro Paese e, di conseguenza, anche al Molinari. 
Del resto è stata proprio la maggioranza degli italiani che silenziosamente nelle urne elettorali ha bocciato in occasione degli ultimi Referendum (maggio 1981) la proposta di abolizione dell’ergastolo.
C’è un “cancro” che ci rode. I suoi sintomi sono la paura, l’indifferenza, il cinismo. E fanno sentire i loro effetti  non solo sulla complessa questione giuridica dei detenuti politici incarcerati per sospetto terrorismo ma di fronte ai  tanti casi di giovani che muoiono per consumo di eroina, di operai licenziati o dei terremotati  della Campania abbandonati a se stessi.

Col mio cartello, mi  sono proposto di far capire che nella nostra società stanno prevalendo comportamenti reazionari. E ho pensato di usare il linguaggio tipico dei reazionari esponendolo in tutta la sua oscenità e il suo cinismo. Certo, il mio cartello – come si dice – “può essere controproducente”. Ma è l'unico modo che ho di denunciare lo scandalo di un Paese democratico che, di fronte alla notizia di questo sciopero della fame fa passare due mesi e poi dichiara di voler seguire per bocca del suo Ministro di Giustizia l’esempio della signora Thatcher che ha fatto morire [8 maggio 1981] in carcere Bobby Sand, il militante dell’Ira nordirlandese, che anche lui ha rifiutato il cibo per 66 giorni in segno di protesta contro le sue condizioni detentive.»

10 dicembre 81

 Visita a Carlo Oliva. Per discutere di  carcere. Intenzione di  studiare alcuni temi: garantismo classico, vita carceraria, diritti umani, significato del carcere e delle pene. [Pensavo-pensavamo ad un’antologia di testi? E ad alcuni colloqui per orientarmi. Con Moroni, Sergio Spazzali, Rambaldi, Molinari, Fortini]

11 dicembre 81

Sul documento di Stefano Levi [presentato forse al “Circolo Vizioso”?]. Responsabilità degli intellettuali che  avevano informazioni ma non le hanno fatte circolare e magari si sono autocensurati. Luoghi comuni della sinistra “intelligente”. ( L’influenza del taglio  da Circolo vizioso è fastidiosamente presente nella mia testa…).

Innestare nel vivo del corpo sociale ( nel nostro caso la scuola) il dibattito sul tema del carcere e della repressione finora confinato in circoli intellettuali. Mia ipotesi: la tendenza autoritaria è penetrata nello stesso pensiero dei difensori delle libertà civili.

14 dicembre 1981

Visita a Fortini. Necessità di raccogliere  dati dal carcere. Valutazione degli spazi politici offerti anche solo strumentalmente dai partiti. Necessità di avere la forza politica per muoversi, Non basta autoconfermarsi.  Il potere militare paralizza quello politico. Sprecato muoversi solo in una scuola (al Molinari). Puntare sugli studenti. Rivolgersi agli insegnanti di filosofia  dei licei classici e scientifici. O a quelli di diritto (negli istituti tecnici). Sua diffidenza verso la comunicazione “per provocazione”. Puntare alla persuasione. Limite della iniziativa tenutasi  al cinema Cristallo [?] con Levi [Stefano?] ed altri. Era per lui senza forza politica.

Dicembre 81

Un po’ d’illuminismo lombardo ( e meridionale), signori!/ per seguire il dibattito sul sistema carcerario/ per incontrarci con magistrati, politici, familiari di detenuti/ per indagare dal punto di vista “umano”, psicologico, politico ,legale/ per non ridurre i detenuti a “mostri”/ per sensibilizzare l’opinione pubblica (mostra, audiovisivo, film). [Comitato contro la repressione palazzina Liberty?]

 “Riflessioni sulla repressione. Appunti ( dic 1981 – feb 82)

Lettura. Introduzione  di Ricci e Salerno a “Il carcere in Italia” del 1971. Non mi dice molto. Mi paiono  due ricercatori di formazione illuministica che oscillano fra rivoluzione e riformismo e se la cavano ribadendo la loro fiducia nella conoscenza.

Lettura. “Il sovversivo” di Corrado Stajano del 1975.  Ha condotto un’indagine puntuale sulla breve vita di Franco Serantini. Viene fuori la sua infanzia povera vissuta in una famiglia che l’aveva adottato. Stajano  parla della vita negli orfanatrofi e nell’istituto di rieducazione di Pisa, del passato fascista della città, del ’68 pisano e della  politicizzazione del ragazzo povero, della sua militanza anarchica (aveva abbandonato Lotta Continua), del comizio fascista e delle violenze della polizia. E  ha raccolto le testimonianze degli ultimi compagni che lo videro vivo. Poi descrive la sua agonia in carcere e il funerale. Accenna anche alla crisi di un commissario di   polizia  che «non riusciva a spiegarsi perché Serantini non  fosse scappato» (125).

Non mi piace di Stajano la sua voglia di nobilitare la figura di Serantini inserendolo  nello sfondo democratico-resistenziale.  E poi ha un atteggiamento paternalistico e  da esterno. Sottolinea  fin troppo la vita culturale medio borghese di Pisa e senza mai ipotizzare che ci fosse un’estraneità o una subordinazione (non buona) del giovane a quella cultura. Perché, infatti, aveva abbandonato Lotta Continua?

Lettura. Un articolo di Alberto Ferrigolo sul  manifesto del 7 febbraio 1982. I fermati  per sospetto fiancheggiamento delle BR vengono interrogati con una benda sugli occhi «così da ridurre il senso dell’orientamento» e  tenuti in stanze semivuote alla presenza di psicologi. Con questi sistemi e «senza violenze, l’effetto voluto si raggiunge in breve tempo».

Peripezie di una lettura

Tabea Nineo, disegno con Paint 2016

Con una Risposta di Angelo Australi

di Ennio Abate

Caro Angelo [Australi],

il ritratto che ci hai dato di Davide Lazzaretti (qui)  recensendo il romanzo di Simone Cristicchi, “Il secondo figlio di Dio”   e i commenti  al seguito hanno suscitato in me dubbi, inquietudini e una certa stizza per l’apprezzamento  speranzoso  verso  i movimenti dal basso legati a precisi  luoghi che tu, Aguzzi e Locatelli avete espresso. Non  sono certo che, a partire dalla figura di Lazzaretti, tu abbia voluto delineare una proposta  culturale e politica per l’oggi. Alcune tue affermazioni[1]  e un successivo commento[2] me l’hanno fatto pensare. Ma, così non fosse, sento  una proposta del genere aleggia nell’aria di questo nostro tempo. Ed allora ho voluto approfondire, riprendendo in mano vecchi libri,   per chiarire innanzitutto a me stesso le ragioni  della mia  reazione. Che avevo del resto già anticipato  in una replica ad Aguzzi (qui) dichiarando al contempo simpatia e riserve. Ora, con questo riepilogo delle mie peripezie di lettore  le  preciserò analiticamente.

Continua la lettura di Peripezie di una lettura

Commemorando Attilio Mangano

Appunti ad un anno dalla sua scomparsa

di Ennio Abate

1.

Eravamo davvero pochi: la vedova e le figlie di Attilio; un suo fratello maggiore, che molto ha viaggiato per il mondo; e una decina di amici. Sì, sul tardo pomeriggio del 2 maggio a Milano c’è stato un fortissimo  acquazzone e la sera,  fredda e piovosa, non invitava ad uscire di casa. In più la notizia dell’incontro per commemorarlo alla Libreria di via Tadino non è circolata a sufficienza per l’improvviso ricovero in ospedale, a ridosso dell’iniziativa, di Nicola Fanizza, che l’aveva per primo promosso e preparato. Eppure – mi dicevo – gli amici e le amiche  che a Milano hanno avuto scambi con lui  sono tanti/e. È che – ho poi pensato – quando uno muore, inizia un oscuro e indecifrabile lavorio  della memoria sulla sua immagine da parte dei viventi e i tempi di elaborazione del lutto o la fatica di recuperare i ricordi mai coincidono con le date degli anniversari o dei calendari. Che  però non possono essere  trascurati.

Continua la lettura di Commemorando Attilio Mangano

Segnalazione

Dalla parte del torto su Attlio ag 20160001
Questo numero 73, oltre ad articoli su socialdemocrazia, referendum sulla Costituzione, terrorismo e terrorismi, Cuba, poesie e recensioni, dedica 6 pagine alla figura di Attilio Mangano con interventi di Giuseppe Muraca (Chi è Attilio Mangano; La sinistra extraparlamentare e il “Quotidiano dei lavoratori”), Ennio Abate (Forse oscuri fratelli) e Maurilio Riva (Cosa farò da grande). Per informazioni scrivere a: mirella.pelizzoni@libero.it

Attilio Mangano nel mio diario (6 – 11)

Mangano 2

di Ennio Abate

(6)

24 novembre 1998

Mangano presenta alla Libreria Tikkun di Milano il mio «Congedo di prof Samizdat dall’ITIS Molinari» in occasione del mio pensionamento.

Tutto abbastanza scontato. Pochissimi quelli che sono venuti. C’erano – ma per un incontro successivo – Romanò e Majorino e si sono fermati ad ascoltare. Attilio ha fatto una presentazione attenta e persino affettuosa. Continua la lettura di Attilio Mangano nel mio diario (6 – 11)

Poesie senza passaporto

migranti deserto

Mi arrivano di tanto in tanto versi di amici e amiche ed altri ne leggo su FB. Chiedono attenzione, pareri, consigli, a volte invocano persino critiche. In passato mi sono dato da fare per rispondere e avevo anche cercato di inquadrare teoricamente il fenomeno dei “moltinpoesia” per  capirne gli aspetti positivi e distinguerli da quelli più ambigui. Ho pure sollecitato alcuni amici critici ad occuparsene di più. Invano. Purtroppo il discorso s’è perso per strada. Per motivi complicati, che qui non tocco. Manca, mi  pare, soprattutto un gruppo autorevole che sappia fare al contempo da calamita per i  tanti autori e da filtro critico. E persino – perché no? –  da guida. Pensavo che potesse  assolvere queste funzioni prima il LABORATORIO MOLTINPOESIA e poi  POLISCRITTURE. Ma no,  non ce la si fa. Sarà possibile in futuro? Non so. Nel frattempo  il movimento delle scritture poetiche o parapoetiche continua. Nella più grande confusione (libertà, invece, secondo alcuni ottimisti).  Libri e libretti vengono pubblicati in gran numero da piccole case editrici. Testi o intere raccolte appaiono su innumerevoli blog e siti. Ciascuna di queste “micro-istituzioni” fa da calamita parziale e stabilisce in modi che a me paiono spesso discutibili e approssimativi  le sue classifiche dei Grandi e dei Minori,  applaudite da circuiti di lettori/poeti che restano ristretti e incomunicanti.  Per conto mio, non potendo sempre andare a fondo con la lettura e la critica dei testi che mi arrivano – no, non mi è possibile una critica  su ordinazione o per dovere d’amicizia o fondata su preferenze o idiosicrasie non  argomentate –  mi limiterò, come sto facendo, a qualche saltuario affondo. O, come adesso,  a una semplice segnalazione di qualcuno dei testi che  bussano alla mia porta. Infine, spero che il titolo scherzoso non susciti rimostranze. [E. A.] Continua la lettura di Poesie senza passaporto

Da “L’utopia concreta” a “InOltre”

Utopia concreta 10001

di Giuseppe Muraca

Questo intervento di Giuseppe Muraca e il carteggio ad esso allegato permettono d’intendere meglio sia i precedenti della rivista “Inoltre” di cui ho parlato qui  sia la varietà e vivacità delle spinte intellettuali che negli anni ’80-’90 hanno continuato a tentare di capire la crisi generale della sinistra socialista e comunista italiana evitando i facili pentimenti e il cospargimento di cenere sul capo, di cui ha dato prova di recente il l’ex “capo dei rifondatori” Fausto Bertinotti (qui). Spero  di ospitare altri interventi di promotori di riviste di quei decenni e chissà di ritessere  ancora un filo di ricerca comune. [E.A.]
Continua la lettura di Da “L’utopia concreta” a “InOltre”