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A volte ci sono oggetti che raccontano storie, storie di pezzi di mondo. A Cologno Monzese ci sono due macchine da cucire.

Insegnanti e studenti della Scuola d’italiano di Cologno Monzese

di Laura Sferch

Questo racconto, che rende con grande efficacia e semplicità di linguaggio quelle che Bertolt Brecht chiamava le lotte sul fondo [1], è ripreso da Q CODE MAG e inaugura una nuova rubrica di Poliscritture, “Questa città”, suggerita da Donato Salzarulo. Vi compariranno scritti di qualsiasi genere che abbiano come tema eventi, persone, problemi della vita quotidiana di una città filtrati  dal punto di vista di chi la abita o la sa esplorare.  Cominciamo da Cologno Monzese, ma aspettiamo  Roma, Brescia, Milano, Siena e tante altre. [E. A.]

[1] Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe! (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo!).  Dal frammento La bottega del fornaio Continua la lettura di A volte ci sono oggetti che raccontano storie, storie di pezzi di mondo. A Cologno Monzese ci sono due macchine da cucire.

Chi censura chi?

SU «INVERTIRE LA ROTTA» DI POVIA E AMATO

Non bisogna mai trascurare la cronaca, il quotidiano, il locale. Non è facile. Specie per chi è allenato a leggere saggistica, a pensare questioni politiche nazionali o mondiali, a riflettere su temi esistenziali o filosofici e a discutere con chi sa già discutere e pensare. Sembra di scendere nei bassifondi. E sorge  spontanea  la domanda:  ma chi te lo fa fare? non è uno spreco? chi vuoi che ti ascolti? Ma è proprio lì che bisogna andare per misurare quanto le nostre idee siano in grado  di reggere all’urto delle passioni più elementari e dei pregiudizi più radicati e scalfirli.  [E. A.]

Lettera aperta ai cittadini di Cologno Monzese
di Ennio Abate, redattore di “Poliscritture”

Sapete che c’è polemica sul patrocinio concesso dall’Amministrazione comunale allo spettacolo di Povia e Amato, «Invertire la rotta», che verrà replicato il 10 giugno a Cologno nel cine-teatro comunale Peppino Impastato. Continua la lettura di Chi censura chi?

Colognosità

2015 Quartiere Cristina Cologno

Stralcio da “Narratorio”

di Ennio Abate

Le trattative

A parlare col prete. Poi dalle monache. Accettarono di farci stare coi ragazzini del Quartiere Stella nel giardino della loro scuola materna in Corso Roma. Così durante la mattinata potevano giocare e fare colazione. Poi ancora a trattare. Col sindaco C., il bassotto mingherlino Continua la lettura di Colognosità

Nei dintorni di FF (1- 5)

Fortini lplc

Pubblico  i primi  cinque post già apparsi nel Gruppo “Poliscritture FB”. [E. A.]

di Ennio Abate

 1. Appunto del 23.10.1983

I nuovi intellettuali (“di massa” o “bassi”) negli anni Ottanta
F. Fortini, Il pianeta invisibile dei Fratelli amorevoli, Corriere della sera (21 o 22 0ttobre 1983)

Leggendo questo articolo di Fortini provai a enumerare i dettagli dell’identikit che un intellettuale “tradizionale” o “universale” aveva fatto dei suoi “nipotini”:
1) sono una parte dei sopravvissuti ai movimenti del 1968 e del 1977;
2) politicizzati;
3) imbarazzati o astiosi verso i vecchi intellettuali-guida (universali, maitres à penser),
4) in rapporto professionale con i luoghi dell’informazione e del sapere (oggi li definiscono “lavoratori della conoscenza”);
5) rivolgono i loro discorsi soprattutto ad altri intellettuali addetti alla «riproduzione culturale» (scuola soprattutto);
6) non vogliono più “inquadrare” o “rappresentare”;
7) non hanno fra loro legami da “compagni”;
8) sono scontrosi ma non “villani” come i giovani della “contestazione”;
9) al mondo del potere oppongono una “non resistenza”;
10) rifiutano il “tragico” e cercano esperienze minori ma “autentiche”;
11) rifiutano l’esistenzialismo dei padri e il nichilismo dei fratelli maggiori;
12) Non sono atei, anche se non dicono di credere in Dio.

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Clorinda

cologno 2

di Ennio Abate (da Samizdat Colognom n.1, dicembre 1999)

[Un resoconto di un incontro a Cologno Monzese con una giovane immigrata cilena. Un semplice, impotente  sguardo sulla vita condotta da gente come noi in uno spazio minimo e in una condizione di precarietà. Siamo negli stessi  precisi luoghi dove altri immigrati, provenienti dal Sud Italia o dal Veneto povero,  avevano provato negli anni ’50 e ’60 ansie e sofferenze simili.]

Piove. Io e la signora Onofria entriamo da uno stretto cancelletto. Lasciamo gli ombrelli all’esterno su uno stendipanni al riparo carico di indumenti stesi ad asciugare. Nella parete di sinistra della stanza c’è una cucina di quelle componibili. In fondo uno stretto ripiano e alcune sedie da bar. A destra una porta chiusa. Sarà forse la stanza da letto. Poi c’è uno stanzino. Vedo sacchi ripieni di abiti e, mi pare, un lettino. Di là c’è un’amica ecuadoregna di Clorinda, che s’affaccerà per salutarci solo alla fine del colloquio. I bambini sono a scuola. Continua la lettura di Clorinda