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Un sindaco socialista

APPUNTI PER UN RITRATTO POLITICO DI FRANCESCO GIALLOMBARDO

Salutano 
i miei immigrati
contenti degli stracci più colorati
che dopo anni di cottimo
hanno indossato

(E.A.,Samizdat Colognom, Ed.CELES, gennaio 1983)

di Ennio Abate

Non dovrei essere io a scrivere questo profilo politico di Francesco Giallombardo, sindaco socialista di Cologno dal 1980 al 1985, da tempo isolato, dimenticato e scomparso il 30 dicembre (2021) scorso. Lo avrebbero dovuto scrivere i suoi amici di partito o i suoi avversari politici o l’attuale sindaco, Angelo Rocchi. Ma parlare di Giallombardo significherebbe tirare in  ballo la questione della sinistra a Cologno Monzese e del suo ruolo controverso nella storia di questa città: un argomento scomodo se non scottante. E, perciò, quasi tutti si sono limitati a reticenti e sbrigativi RIP. Continua la lettura di Un sindaco socialista

Ennio – Piero. Due lettere del 1981

Riordinadiario 1981

di Ennio Abate

Piero Del Giudice è morto il 30 agosto 2018. Ne abbiamo ricordato la figura (qui, quiqui, qui).  Qualche suo articolo era apparso prima anche su Poliscritture (qui, qui). Mentre proseguo la sistemazione del mio  “riodinadiario”, per ricordare ogni tanto  anche ad altri la sua  figura, pubblico (scannerizzandola da una fotocopia: i riquadri sono stralci di articoli tratti dai giornali, qui illeggibili)  una sua poesia, Oggi si leva, e  due lettere del 1981. [ E. A.]

Continua la lettura di Ennio – Piero. Due lettere del 1981

In mare aperto: tra revisioni e revisionismo

NOTE DI FINE ESTATE (6)

Questo contributo è  già stato pubblicato sul numero  8 cartaceo di Poliscritture dedicato al tema dei revisionismi nel dicembre 2011 (scaricabile da qui). Mi sembra utile ripubblicarlo perché è, in qualche modo, in continuazione col mio discorso sul padre (qui). [D. S.]

di Donato Salzarulo

1 – Dopo il Sessantotto, per buona parte degli anni Settanta, sono stato impegnato, insieme ad altri, in una militanza politica che aveva per obiettivo la costruzione di un partito comunista rivoluzionario; condizione soggettiva necessaria per tentare un cambiamento radicale del sistema proprietario capitalistico, che per sue “leggi di funzionamento” manifesta ciclicamente crisi economico-sociali più o meno profonde e strutturali. Un partito rivoluzionario dovrebbe approfittare di queste crisi per porre all’ordine del giorno la costruzione di nuovi assetti e rapporti sociali.

Il compito prevedeva, tra l’altro, il superamento della galassia dei gruppuscoli rivoluzionari, nati col Sessantotto o preesistenti ad esso, ed una battaglia politico-culturale serrata contro il PCI revisionista, gradualista, riformista e opportunista. Esso si arenò e fallì alla fine degli anni Settanta. Perché?

Bisognerebbe tornare a scavare in quegli anni per comprenderne le ragioni. In fondo quel decennio non fu segnato solo da terrorismo, Brigate Rosse e P38. La mia, ad esempio, è la storia di un giovane ventenne che, pur staccandosi dal PCI, non poteva dimenticare quanto questo partito fosse stato importante nella storia di suo padre. Contadino povero e semi-analfabeta dell’Irpinia, aveva trascorso tre mesi nelle patrie galere per aver partecipato al movimento d’occupazione delle terre nei primi anni Cinquanta. E le persone che l’avevano difeso si chiamavano Ingrao, Napolitano, Amendola.

La costruzione del partito comunista rivoluzionario comportava una battaglia quasi continua con mio padre. Non c’era pranzo domenicale – allora il sottoscritto era già sposato e aveva una sua famiglia – che non si tramutasse in confronti accesi e scontri verbali – a volte anche con pugni battuti sul tavolo – sul ruolo e la natura del PCI. Secondo me era revisionista, non difendeva più i lavoratori, non aveva più nel suo programma la rivoluzione e la costruzione di una società socialista. Secondo mio padre ero fuori di testa; indebolendo il partito, indebolivo i lavoratori; non capivo quanto erano costate le loro pur modeste conquiste, ecc. E, infine, domanda cruciale: «Facciamo finta che tu e i tuoi amici abbiate ragione, chi mi assicura che il partito rivoluzionario che volete costruire, non diventi revisionista, burocratizzato, opportunista come il PCI?…»

Nel breve periodo, la battaglia culturale in famiglia la vinsi io e negli anni seguenti mi trascinai mio padre in molte manifestazioni della sinistra rivoluzionaria. Nel giro di due decenni, però, ci ritrovammo ambedue sconfitti: io senza il partito rivoluzionario e mio padre senza la trincea del PCI. Oggi io e il suo fantasma siamo in mare aperto.

Perché dovrebbe interessarmi una discussione sul revisionismo o sui revisionismi?

  1. Per difendere il patrimonio di lotte e di conquiste di mio padre (e dei miei padri): la Resistenza e la Liberazione, la Costituzione democratica ed antifascista, lo Statuto dei Lavoratori, la Contrattazione nazionale, ecc.
  2. Per riaffermare la bontà e la giustezza degli intenti rivoluzionari miei e di quelli della mia generazione.
  3. Per tenere aperta una strada di lotta allo sfruttamento capitalistico (estrazione di plusvalore-pluslavoro) e di liberazione dall’oppressione e dalla disuguaglianza sostanziale caratteristiche delle nostre formazioni sociali.

Sono, lo capisco, petizioni di principio. Più simile ad un elenco di buone intenzioni o di affermazioni aprioristiche che proposizioni risultanti da complesse analisi storiche del presente e del passato. Non m’importa. Nessuno pensa, scrive, agisce, ingaggia battaglie politiche e culturali avendo tutto chiaro in testa. Mi interessa combattere il revisionismo che equipara partigiani e repubblichini di Salò, che nega i forni crematori per gli Ebrei e per gli Zingari, quello di chi vorrebbe cambiare la Costituzione italiana perché “sovietica” e “dirigista”, ecc. ecc. Mi interessa combattere il revisionismo di chi mette sullo stesso piano fascismo- nazismo e il tentativo (fallito) di costruire una società alternativa al capitalismo. Non so se ci sia un revisionismo “buono” e uno “cattivo”…Ma i revisionisti “buoni” chi sono? Gramsci, ad esempio, lo si può ritenere tale rispetto al pensiero di Marx? Direi di no. Per me è un “filosofo della prassi” che ha sviluppato in maniera originale e creativa diversi luoghi e aspetti di quel pensiero.

2. – Il decennio che mi vide impegnato nella costruzione del partito comunista rivoluzionario fu per me anche quello dell’apprendimento e dello studio del marxismo. Scrivo marxismo, ma so che non esiste un corpus teorico che possa definirsi tale. Ci sono i testi di Marx, quelli pubblicati mentre era in vita e quelli editi successivamente, spesso a distanza di decenni dalla sua morte. Ci sono i testi pubblicati insieme ad Engels. Insomma, un enorme work in progress studiato in oltre un secolo e mezzo da decine e decine di intrepreti (militanti rivoluzionari, politici, statisti, filosofi, economisti, storici, sociologi, ecc.). Giustamente Cristina Corradi intitola il suo libro «Storia dei marxismi in Italia» (La talpa libri, Il manifesto, 2005). Si potrebbe dire anche «Storia dei marxismi in Europa e nel mondo» e sicuramente non si sbaglierebbe.

Marx non è stato e non è un pensatore qualsiasi. Ispirandosi alle sue idee, sono stati costruiti partiti rivoluzionari, di opposizione e di governo su tutto il pianeta. Vi sono stati regimi guidati da partiti comunisti. Ancora oggi ve ne sono, quantunque realizzino politiche che non si comprende cosa abbiano a che fare con le sue idee e le sue aspirazioni. Ridurre Marx a uno “scienziato sociale”, all’inventore di concetti utili alla comprensione della storia (modo di produzione, rapporti sociali di produzione e riproduzione, capitale come rapporto sociale, plusvalore e pluslavoro, ecc. ecc.) significa far torto alle sue aspirazioni a sostituire le “armi della critica” con la “critica delle armi”. Pensatore sì, ma della prassi sociale, della volontà di trasformare il mondo. «La forza materiale deve essere abbattuta dalla forza materiale…Anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse.» (Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico)

Ebbene, a sfogliare anche soltanto l’indice del libro citato di Cristina Corradi, ci si imbatte in nomi che a me dicono molto: Labriola, Gramsci, Della Volpe, Luporini, Colletti, Panzieri, Tronti, Timpanaro, Negri, Cacciari…Ho trascorso molte ore sui capitoli dei loro libri e sui loro articoli. Con quale profitto?

L’avventura cominciò a 16 anni, intorno al 1965. Cominciò sulle pagine di “Rinascita”, il settimanale del PCI destinato ai quadri di partito. Io non ero un quadro. Cercavo soltanto di uscire dai programmi scolastici, dalle proposte di studio dei professori. Un articolo di Della Volpe dovevo leggerlo, rileggerlo e rileggerlo. Dire che era oscuro è poco. Parlava un’altra lingua. Ma a quell’età si sfida il mondo. E potevano gli articoli di un professore universitario rappresentare ostacoli insuperabili per un giovane studente?…

Ne ricordo uno: «Dialectica in nuce». Già il titolo, scritto in lingua morta, nel latino appreso sui banchi di scuola, lanciava un preciso segno di distinzione. Poi, all’interno, nel tessuto delle proposizioni, tutto un fiorire di corsivi, di citazioni, di parentesi tonde e quadre, di idest, tertium e apriori, di tautòn-thateron e diairesis, di Widerspruch e Antithesis …La faccio breve: un tale gergo mi affascinava e provai persino ad usarlo in qualche tema scolastico. Risultato: il solito sette – i prof. tendono a dare a uno studente sempre lo stesso voto – con l’invito perentorio a scrivere «in modo meno bislacco».

Scimmiottature e aneddoti a parte, la sostanza di quell’articolo era che, per Della Volpe, Marx affrontava analisi storiche puntuali di contraddizioni che richiedevano una dialettica diversa da quella dell’Idea hegeliana, metafisica e metastorica. Per poter conoscere il mondo e rivoluzionarlo servivano astrazioni determinate (il corsivo in questo caso è d’obbligo) e non generiche «ipostasi», criticate già nell’opera giovanile del 1843, cioè nella marxiana «Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico». Giusto. E allora?…

Il punto dolente di queste mie letture non era rappresentato soltanto dal contagio di una scrittura gergale e bislacca, ma dal fatto che, letto l’articolo, non avevo con chi discuterlo e, soprattutto, non mi era chiaro in che rapporto veniva a trovarsi con le mie scelte di vita pratica e quotidiana. «Senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario». L’importanza della teoria era, quindi, indiscutibile, ma non riuscivo a togliermi di dosso la sensazione di studiare articoli marxisti così come studiavo paragrafi di manuali di storia, di letteratura, di filosofia o di matematica e scienze. In parte, in modo scolastico. Dico in parte, perché nessuno, per fortuna, mi interrogava sull’interpretazione dellavolpiana del pensiero di Marx!

Comunque, provai a discutere questi articoli nella locale sezione della FGCI di allora. Impossibile. Poi, grazie al cielo, diventai amico di Nicola Arminio, uno studente universitario più grande di sette o otto anni. Aveva in casa, addirittura, «Critica del gusto» e me la prestò. Insieme, tra il ’65 e il ’67, parlammo di Della Volpe, dei dibattiti suscitati dalle pubblicazioni di Louis Althusser («Per Marx» e l’opera collettiva «Leggere il Capitale»), del «Manifesto dei comunisti» e del saggio scritto in memoria da Labriola…Parlavamo più spesso di Gramsci. Era l’autore della “questione meridionale” e questa, più della dibattuta “rottura epistemologica” fra il giovane Marx ed Hegel, appariva come la nostra questione. Nicola aveva già trascorso dei periodi di lavoro in Germania. Anche il mio destino era segnato: mio nonno era emigrato per sei anni in America, mio padre per due o tre in Svizzera (senza contare i suoi nove anni in Etiopia), una città del Nord sicuramente attendeva me…E la prospettiva, in verità, neanche mi dispiaceva. Era grande in quegli anni la voglia di andare via dal paese.

3. – Quando arrivo a Torino, nell’autunno del 1967 e partecipo senza esitazioni all’occupazione di Palazzo Campana, ho in testa un compito preciso, volontariamente assunto e interiorizzato. Mi viene dal cofanetto Einaudi dei Quaderni del fondatore del PCI. È scritto negli «Appunti per una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura»: tutti gli uomini sono «filosofi», sia pure in modo spontaneo e inconsapevole. Lo sono attraverso il linguaggio, il senso comune e il buon senso, il sistema di credenze, superstizioni, opinioni, modi di vedere rappresentati dalla religione popolare e dal folclore…Le “filosofie spontanee”, disgregate e occasionali, imposte meccanicamente «da uno dei tanti gruppi sociali nei quali ognuno è automaticamente coinvolto fin dalla sua entrata nel mondo cosciente», sono importanti, ma non possono bastare. Occorre superarle, elaborando «la propria concezione del mondo consapevolmente e criticamente e quindi, in connessione con tale lavorio del proprio cervello, scegliere la propria sfera di attività, partecipare attivamente alla produzione della storia del mondo, essere guida di se stessi e non già accettare passivamente e supinamente dall’esterno l’impronta alla propria personalità».

Compito chiaro, entusiasmante. C’è una citazione, tratta proprio da quelle pagine, che continuava ad accompagnarmi:

«Per la propria concezione del mondo si appartiene sempre a un determinato aggruppamento, e precisamente a quello di tutti gli elementi sociali che condividono uno stesso modo di pensare e di operare. Si è conformisti di un qualche conformismo, si è sempre uomini-massa o uomini-collettivi. La quistione è questa: di che tipo storico è il conformismo, l’uomo-massa di cui si fa parte? Quando la concezione del mondo non è critica e coerente ma occasionale e disgregata, si appartiene simultaneamente a una molteplicità di uomini-massa, la propria personalità è composta in modo bizzarro: si trovano in essa elementi dell’uomo delle caverne e principii della scienza più moderna e progredita, pregiudizi di tutte le fasi storiche passate grettamente localistiche e intuizioni di una filosofia avvenire quale sarà propria del genere umano unificato mondialmente. Criticare la propria concezione del mondo significa dunque renderla unitaria e coerente e innalzarla fino al punto cui è giunto il pensiero mondiale più progredito. Significa quindi criticare tutta la filosofia finora esistita, in quanto essa ha lasciato stratificazioni consolidate nella filosofia popolare. L’inizio dell’elaborazione critica è la coscienza di quello che è realmente, cioè un “conosci te stesso” come prodotto del processo storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un’infinità di tracce accolte senza beneficio d’inventario. Occorre fare inizialmente un tale inventario.» (pag. 1376)

4. – Lavorio del proprio cervello. Cominciò in quegli anni e non è ancora finito. Dovevo dotarmi di una concezione del mondo organica, unitaria e coerente. Più facile a dirsi che a farsi. Dovevo innalzarla fino al punto in cui è giunto “il pensiero mondiale più progredito”. Ancora più difficile. Cos’era questo pensiero mondiale? Mi diventò subito evidente che non esisteva uno solo pensiero mondiale ma tante “scuole di pensiero” con professori, più o meno famosi, a tenere lezioni nelle Università dei vari Paesi e i loro allievi a seguirle per obbligo o per piacere. Esisteva un mercato editoriale che smerciava libri e riviste scritti da questi prof. Esistevano laboratori scientifici pubblici e privati. E chi ci lavorava dentro non era più un Galileo Galilei, un geniale artigiano del pensiero, ma un “lavoratore collettivo” composto da tanti ricercatori gerarchizzati in ruoli e funzioni e impegnati in programmi di ricerca tutt’altro che disinteressati. La scienza – questo avevo imparato nei controcorsi universitari – non era neutra. I soldi spesi per far camminare sulla Luna il primo bipede umano non soddisfacevano generici “bisogni di conoscenza”. La gara lunare tra gli Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica era, in realtà, una guerra, sia pure fredda. Anche questa richiede e produce conoscenze. Furono i sovietici a lanciare in orbita il primo Sputnik ai primi di ottobre del 1957. Presi di contropiede, i gruppi dirigenti americani cercarono di correre subito ai ripari. La Conferenza di Woods Hole nel settembre del 1959 serviva anche a questo. Jerome S. Bruner ne ricavò un libro («Dopo Dewey. Il processo di apprendimento nelle due culture») che lessi e studiai per sostenere il mio primo esame di pedagogia. Per vincere una guerra, era necessario riformare il proprio sistema scolastico. La cultura è un campo di battaglia e fornisce armi agli attori in lotta. In lotta per cosa? Per l’egemonia, sosteneva il mio Gramsci. Egemonia, cioè consenso e coercizione. Era questo potere che permetteva ad alcuni di appropriarsi, più o meno, legittimamente di risorse economiche, sociali, istituzionali e ad altri (la maggioranza) di restare con un pugno di mosche in mano.

Quanto alle intuizioni della filosofia del futuro, quella “del genere umano unificato mondialmente”, ammessa la bontà dell’aspirazione, non vedevo grandi tracce, se non quelle depositate dai rapporti sociali capitalistici o implicite nelle varie Carte dell’ONU, dei Trattati commerciali internazionali, ecc. Sarebbe scaturita da questi “depositi” l’altra umanità? Da queste cristallizzazioni che tendevano a unificare il genere umano? E sarebbe scaturita dopo l’insurrezione, l’occupazione del Palazzo d’Inverno o nel qui ed ora del presente?

Ogni tanto provavo a fare l’inventario delle mie conoscenze. Il compito, soprattutto, agli inizi mi risultava anche relativamente facile. “Storia di lotte di classi”, “Egemonia”, “Rapporti di forza sociali”, “Campo ideologico”, “Società come totalità strutturata a dominante”, “Contraddizione e surdeterminazione”, “Anello debole”, “Sviluppo ineguale”… Tutti concetti interessanti, ma a chi andavo a raccontarli? Il problema si ripresentava.

A Rivoli ero ospite (pagante) di un Collegio (o qualcosa di simile) che formava pastori protestanti. Conobbi Pippo, un giovane di qualche anno più grande di me. Diventammo amici e si beccò tutte le critiche marxiane alla religione. Ovviamente si beccò anche tutti gli attacchi di Althusser all’umanesimo. Poi notai anche che il filosofo francese ce l’aveva con Gramsci, col suo storicismo e umanesimo. E qui i conti non mi tornavano. La storia è un processo senza soggetto, sosteneva.  Non lo sanno, ma lo fanno. E io, studente “contestatore”, che stavo lì a combattere l’autoritarismo professorale, che manifestavo per il Vietnam, io che desideravo l’impossibile, cos’ero? Un gattino cieco? Forse, è vero. Un movimento è un’azione collettiva, più o meno duratura. Ciò che effettivamente produrrà in una società, lo si potrà valutare dopo. In un movimento si entra in tanti. Le ragioni individuali e/o soggettive possono essere diverse. Conta il risultato. E però io partecipavo con entusiasmo all’occupazione di Palazzo Campana non solo per scrollarmi di dosso l’autoritarismo scolastico e sociale  – mio padre era comunista, ma picchiava come un fascista – , anche perché credevo di partecipare attivamente alla “produzione della storia” o, almeno, di un suo momento. Mi illudevo?…Gramsci ed Althusser nel mio cervello si misero a duellare. Chi aveva ragione? «Gramsci, Gramsci…» suggeriva una vocina interiore. Studiavo «Per Marx» e «Leggere il Capitale» perché era stato il rivoluzionario sardo a indicarmi il compito: impadronirsi di tutte le conoscenze prodotte dal “pensiero mondiale più progredito”… Compito immane, certo!,  che richiedeva un buon numero di vite. Però… Grande Gramsci e grande il mio desiderio di stargli dietro.

Nel decennio Sessantotto-Settantotto riempii diversi scaffali di libri marxisti, a partire dalle opere di Marx-Engels, di Lenin e di Mao. Contro i revisionisti, dovevo tornare al vero pensiero di Marx; un pensiero che mi sembrava vivo ed efficace. Oltre ai “Quaderni piacentini”, a “Critica marxista”, a “Politica ed economia” e a tanta pubblicistica gruppettara, comprai riviste come “Sapere”, “Le scienze”, ecc. per elaborare una mia concezione del mondo organica e coerente, fondata su principi scientifici e non sulle paure, le superstizioni e i fantasmi dell’uomo delle caverne. Anche se, devo dire, questo poveraccio non mi era poi del tutto antipatico.

Insomma, il lavorio del cervello andava avanti tra alti e bassi, luci ed ombre, certezze ed incertezze. La qualità dei marxismi appresi non si modificò. Continuò a soffrire di scolasticismo. Riunioni e riunioni: della Segreteria, del direttivo, dell’assemblea degli iscritti, degli organismi di massa. Manifestazioni quasi settimanali. Stesura, ciclostilatura e diffusione di volantini, da soli o insieme a quella (domenicale) del quotidiano. Lettura di documenti: della Direzione Nazionale, del Comitato Centrale, del Direttivo Regionale o Provinciale…Tutto per la costruzione del partito comunista rivoluzionario. Una frenetica scorpacciata di “politica al primo posto”. Ogni tanto qualche “gruppo di studio”. Ma se ti capitava di leggere «Calcolo economico e forme di proprietà» di Bettelheim o «Potere politico e classi sociali» di Poulantzas con chi potevi discuterli?…Al massimo, potevo scambiare qualche impressione con Ennio. Per il resto “intellettuale” era già diventato una parolaccia e “intellettualismo” il massimo della vergogna.

A fine anni Settanta, la crisi. Della costruzione del partito comunista rivoluzionario, del marxismo, della ragione, delle grandi narrazioni, della centralità operaia, ecc. ecc. Un diluvio. Perché? Per diversi motivi: una costellazione di cause, come in tutti i fenomeni storici. E si potrebbe star lì a discuterne per ore. Io ci metterei: la risposta dei capitalisti al ciclo di lotte operaie (ristrutturazione), lo stragismo e la scelta terroristica, l’incapacità di produrre teoria dei gruppi dirigenti della sinistra rivoluzionaria, l’affermarsi di nuovi bisogni e istanze sociali (il femminismo), il finanziamento di Fondazioni universitarie e para-universitarie da parte della CIA (o di chi volete voi: imprenditori, Rockefeller center, e via di seguito) per convincere l’universo-mondo che “lo Stato soffoca l’economia”, “privato è bello”, “i capi delle imprese pubbliche sono boiardi di Stato”, “il pensiero debole è meglio di quello forte”, “Heidegger ha visto più e meglio di Marx” ecc. Breve digressione: tiro in ballo degli slogan a casaccio. Ma il senso è chiaro: i fatti sociali non sempre si toccano con mano. Un licenziamento e la chiusura di una fabbrica si subiscono e si vedono, ma che uno “Stato soffochi l’economia” è una proposizione indimostrata e indimostrabile. Pura ideologia. La lotta per l’egemonia utilizza tutto e tutti: la scienza, la tecnica, la religione, l’ideologia, l’economia, gli apparati di Stato…È una lotta che va organizzata e finanziata. Il revisionismo storico è sicuramente il frutto di questa lotta.  Fine della digressione.

Risultato della crisi fine anni Settanta: oltre ai suicidi, alla “strage delle illusioni”, alla distruzione di una generazione con l’eroina, ci fu il cosiddetto “riflusso nel privato”. Ma io il virus della politica l’avevo contratto. Ridurmi al ruolo di buon padre di famiglia, neanche a pensarci. Tornare a compulsare le carte degli anni Settanta e destinarmi a un’esistenza silenziosa di studioso di testi marxisti continuava a fare a pugni con la mia vita quotidiana. In fondo, catturato dal compito della costruzione del partito comunista rivoluzionario, non avevo neanche terminato i miei studi universitari. È vero che avevo vinto subito, nel ‘71, il concorso da maestro e uno stipendio ce l’avevo; in casa, però, lavoravo da solo e, a fine mese, si faceva fatica ad arrivare. Esame di realtà. «Analisi concreta della situazione concreta». Ripresi gli studi e nei primi anni Ottanta aderii come indipendente al PCI.

Tra il 1967 e il ’68, venne pubblicato un libro di Lorenza Mazzetti: «Uccidere il padre e la madre». Era esattamente quello che avevo fatto. Da giovane, avevo “ucciso” mio padre, trovando dei “sostituti rivoluzionari”. Ora che i sostituti andavano in crisi o fallivano, tornavo, figliol prodigo, nella casa del padre. Mosso, probabilmente, da un inconscio complesso di colpa. Da rivoluzionario in lotta coi revisionisti a revisionista. Il percorso del gambero? Sì e no. Sì perché il tentativo di costruire un partito rivoluzionario era fallito e di fatti rifluivo insieme ad altri nella trincea da cui volevo uscire.  No, perché l’indipendenza nel PCI non è stata per me una foglia di fico. Primo, perché il PCI non era quel monolito stalinista di cui si ciancia. Secondo, perché potevo continuare a studiare liberamente il marxismo nella crisi e se la Democrazia Proletaria di allora o gli operaisti avessero prodotto idee e iniziative effettivamente coinvolgenti avrei potuto aderirvi. A Cologno in quegli anni tenemmo in piedi IPSILON, un “laboratorio di cultura critica” che organizzò diversi incontri e discussioni. Ad alcuni partecipò Costanzo Preve.

Anche dopo il crollo del Muro, dell’URSS e del PCI, ho continuato a leggere autori a cui Cristina Corradi dedica interi capitoli della sua «Storia dei marxismi in Italia»: Tronti, Negri, Losurdo, Bellofiore, La Grassa e Turchetto, il citato Preve, e via di seguito.

Letture, purtroppo, sempre parzialmente scolastiche. Che rapporto hanno le loro pagine con la mia vita quotidiana? Che posso farci se non mi convincono? Se non riescono ad esercitare egemonia sul mio pensiero? I problemi lasciati irrisolti dal “libro nero del comunismo” sono ancora lì: a) quello del partito rivoluzionario e del suo rapporto con la società, b) del cosa significa fare una rivoluzione nella nostra società e di quale strategia dotarsi, c) di come assicurare quella che Della Volpe chiamava la “legalità socialista” o, se si preferisce, la democrazia e la “libertà dei comunisti”…

Conosco la critica di Marx alla democrazia borghese: tutti siamo “cittadini” e “soggetti di diritto” e, quindi, formalmente eguali, ma il cittadino Berlusconi o Montezemolo lo sono di più. Infatti, hanno tante e tali risorse economiche che potrebbero comprare tutte le teste d’uovo che vogliono per organizzarsi, “scendere in campo” e difendere anche in Parlamento e nelle sedute del Consiglio dei Ministri i loro interessi. Possono fondare associazioni, orchestrare campagne di stampa e propaganda, realizzare iniziative politiche e sociali mirate a singoli pubblici, ecc. Tutto vero. E allora? Riproponiamo la “dittatura del proletariato” o la lotta per difendere e attuare la Costituzione? E ci organizziamo per l’uno o per l’altro fine?…

C’è chi sostiene che è tutto passato, che sono battaglie vecchie. Di un’altra epoca. Probabile. Quali sono quelle nuove? E in che rapporto sono con quelle vecchie? Se il nuovo lo portano certi personaggi, preferisco il vecchio…

Insomma, bisogna evitare la palude, ma siamo nel bel mezzo di un caos. La situazione è tutt’altro che eccellente.

Io e il fantasma di mio padre continuiamo la nostra deriva. In mare aperto.

8 settembre 2011

Licenziamenti a Colognom

da Poliscritture Colognom

COLOGNO MONZESE. VERTI ASSICURAZIONI: 325 LICENZIATI

IL RITORNELLO DI QUESTI GIORNI: SOLIDARIETA’ (E ATTENDIAMO GODOT)

Vedremo se la nostra illuminata Amministrazione saprà fare qualcosa per questa, e per altre situazioni drammatiche esistenti nella nostra Città.
Nel frattempo, massima solidarietà alle Lavoratrici e ai Lavoratori di Verti Assicurazioni e ai Sindacati impegnati al loro fianco.

Ce la caviamo così?
Una domanda dobbiamo farci: come mai dopo tanto parlare di anticapitalismo, di Marx, di marxismo, di diritti dei lavoratori, noi (ex comunisti, ex socialisti, democratici) siamo ridotti ad attendere un aiuto per i licenziati da un’Amministrazione leghista e possiamo dare SOLTANTO una solidarietà (a parole)?
Chi ci ha ridotti o perché ci siamo ridotti così?

Ex area Torriani a Cologno Monzese. W la dittatura del Privato?

4 DOMANDE DI UN IMMIGRATO A COLOGNOM (DAL SUD O, OGGI, DA OGNI DOVE)

di Ennio Abate

Quello che  presento ai lettori di Poliscritture per discuterne anche con interlocutori più distanziati ed esterni è un caso di ristrutturazione di un pezzo di territorio urbano, simile a chissà quanti in Italia. Anche se caso locale, immerso nella vischiosa quotidianità di una città di periferia, il problema politico (chi decide? a vantaggio di chi?) si ripresenta in forme concrete ma non meno drammatiche o ambivalenti di quelle dei problemi generali. E impone al singolo e ai gruppi sociali oggi in grave sofferenza scelte e dialettiche non facili da dipanare: tra vecchio e nuovo, modernizzazione (di che tipo?) e conservazione (di che tipo?).  E’ possibile approfondirne il senso?   

1.
Dalla storia di questa città (tenendo presente il libro di Giovanni Mari: Nascita di una citta : trasformazioni urbane e migrazioni interne a Cologno Monzese, negli anni Cinquanta e Sessanta (*) vengo a sapere che i capitalisti “modernizzatori” – proprietari dei terreni agricoli di Cologno, immobiliari che edificarono palazzoni con regole da Far West, politici pur essi “modernizzatori” loro alleati) hanno costruito, sì, case servizi e scuole per i suoi abitanti – lavoratori in maggioranza immigrati con bisogni immediati – ma facendogli pagare il tutto a carissimo prezzo.
Risultato: i capitalisti si arricchirono 10 o 100 volte più di prima e i lavoratori (salariati o stipendiati) coi sacrifici di una vita hanno campato le famiglie e – al massimo e non tutti – sono diventati proprietari di qualche appartamento.
Era inevitabile che questa “modernizzazzione” di Cologno Monzese finisse 10 a zero (o quasi) a favore dei capitalisti?
È questa la giustizia sociale?

*(si scarica gratis a questo link: https://www.biblioteca.colognomonzese.mi.it/…/Mari…)

2.
Se il Comune (o Amministrazione pubblica) è sottomesso alla volontà della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale «ha fissato una generale interpretazione a difesa della proprietà privata […] nei confronti della pianificazione pubblica» e proclamato pure che «il diritto di costruire (ius aedificandi) sia sempre connaturato alla proprietà» (Alessandra Roman Tomat di ARtlist), vuol dire o no che chi è già ricco ha via libera per arricchirsi ancor più e chi non è ricco né capitalista (e vive del suo lavoro) dovrà continuare a stringere la cinghia o indebitarsi o temere per il futuro suo e dei suoi figli?
È questa la giustizia sociale?

3.
Se di fronte ad ogni nuova opera che verrà realizzata sul territorio (di Cologno Monzese o di altra città) l’unica chanche [possibilità] concessa agli amministratori (e ai cittadini) è quella di contrattare con il privato al massimo «qualcosa di utile per la città» («verde pubblico, housing sociale, dotazioni ecc.» (popolarmente parlando: le “briciole”), il diritto degli abitanti di Cologno di avere un ambiente vivibile si ridurrà al lumicino. E la città continuerà ad essere modellata INNANZITUTTO e SOPRATTUTTO dagli interessi di chi vuole sfruttare il territorio per aumentare i suoi profitti.
È questa la giustizia sociale?

4.
In passato, amministratori e cittadini di Cologno – chi in nome del comunismo (PCI), chi del socialismo (PSI), chi della democrazia cristiana (DC) – hanno accettato un’idea rozza e unilaterale di “modernizzazione”: quella imposta dai capitalisti in nome dei loro “sacri profitti” e della “sacra proprietà privata”. Ed hanno collaborato – entusiasticamente o mugugnando – allo scempio urbanistico del territorio di Cologno.
Come? Sottovalutando lo sfruttamento dei lavoratori immigrati. Esaltando le “briciole” ottenute per il “pubblico” dai “privati”, ai quali concedevano in cambio massima libertà di edificare come meglio credevano.
Si sono poi giustificati – quando la festa del “boom economico” è finita – appellandosi alle “cause di forza maggiore”: l’assenza di Piano Regolatore, l’urgenza dei bisogni degli immigrati, ecc.
Oggi, in nome della democrazia leghista/fratellista, con questo progetto, «avveniristico, sostenibile e ambizioso» sulla ex Torriani Rocchi & C. faranno di meglio?

Alessandra Roman Tomat ha scritto: « Piano attuativo alla mano, il Sindaco dovrà dimostrarci come ci ha tutelato e cosa ha portato a casa per noi. Oltre alla (ovvia, non possono mica costruire con l’amianto tra i piedi!) bonifica. Con l’umiltà e la consapevolezza del fatto che, in questa partita, la città pubblica parte in svantaggio».
Ha ragione.
Sarebbe meglio, però, che anche sulla ristrutturazione della ex Torriani ci tutelassimo direttamente noi cittadini, mobilitando tutte le intelligenze e le passioni ecologiste presenti a Cologno.
Certo partiamo in svantaggio, ma non possiamo inchinarci davanti al feticcio della Proprietà Privata per un eccesso di “realismo”.
In fondo anche Davide partiva «in svantaggio» contro Golia. Lo riconosceva, però, come nemico. E lo combatteva come tale.

 

APPENDICE. SCAMBI SU PAGINE FB LOCALI

DA POLISCRITTURE COLOGNOM

Alessandra Roman Tomat

Mi sembra velleitario, a maggior ragione che non è riuscito in un caso molto più lineare (vedi lago Gabbana). Non si tratta qui infatti di un’area che va lasciata così com’è per cui mi metto per traverso e impedisco (o cerco di impedire) alla proprietà di fare. Qui si deve “fare” eccome … mica si può lasciare così. Ora, io non vedo in che direzione potrebbero mobilitarsi adesso i cittadini. Costringendo la proprietà (che ha comprato per costruire, che ripulisce per costruire, che bonifica per costruire) … a fare cosa di diverso esattamente?? Con che strumenti? Secondo te un gruppo di cittadini può imporre alla proprietà un’idea di città? Onestamente non credo. È la collettività organizzata che deve farlo attraverso le sue istituzioni. D’altra parte ti ricordo che più sindaci si sono succeduti e nessuno ha voluto o potuto attivare la bonifica indipendentemente dalla proprietà. Abbiamo dovuto aspettare questi signori. Lì si doveva approfittare per intervenire.
Questo è più che realismo: è storia.

Già è tanto, secondo me, se riusciremo ad esercitare una funzione di controllo. Ovvero sensatezza nelle scelte e qualcosa di serio per la città pubblica.

Ennio Abate

1. Velleitario organizzarsi come cittadini per controllare direttamente e eventualmente opporsi a trasformazioni negative dell’ambiente in cui devono vivere? Delegare ogni cosa alle «istituzioni»? Oh, bella almeno fino alla lotta contro la chiusura della Scuola d’italiano per stranieri pensavo che le due cose non fossero in contrasto.
2. Per me va benissimo il «controllo» dei consiglieri comunali di opposizione. Ma meglio se controllati a loro volta da un bel comitato cittadino o Forum, come almeno si tentò in passato. Non ci si lamenta di continuo dello scollamento tra istituzioni e gente indifferente o astensionista? Lo dobbiamo dare per acquisito e definitivo?
3. Ho detto che l’area ex Torriani « va lasciata così com’è»? Ho parlato di un gruppo di cittadini che deve mettersi di traverso e costringere la proprietà privata a fare magari un parco o un centro sociale per i giovani?
Certo sarebbe sicuramente un progetto preferibile al misterioso (per ora) progetto «avveniristico, sostenibile e ambizioso» su cui tu stessa hai espresso dubbi.
Ma ho riconosciuto che i tempi sono duri e condiviso – come tu hai scritto – che «la città pubblica parte in svantaggio». Non ti seguo, però, nella piega rinunciataria e minimalista che ora il tuo discorso sembra prendere.
4. Questa città non ha bisogno di servizi? Gli abitanti che vengono sfrattati non hanno bisogno di case a canoni calmierati? Non possiamo imporre alla proprietà la “dittatura del proletariato” colognese, ma se già si parte dicendo che una prospettiva altra e più giusta anche sulla pianificazione e lo sviluppo di una città è irrealistica, lasciamo lavorare Rocchi in santa pace e andiamo a dormire.
5. Non devi ricordare a me che « più sindaci si sono succeduti e nessuno ha voluto o potuto attivare la bonifica indipendentemente dalla proprietà» ma chiederne conto ai loro eredi presenti in consiglio comunale.
Per ora buonanotte.
DA SEI DI COLOGNO SE…
Maurizio Garoglio
Caro Abate quando si dice che la nostra costituzione parte liberale e dopo la virgola diventa socialista non si dice certo una bugia, è scritta a quattro mani e si vede. Il buongoverno di Rocchi per certe cose si vede, è certo manutentore migliore di tutti i precedenti, per altre si vedrà. La cosa certa è che eredita un malgoverno da manuale, che ha lasciato cicatrici permanenti e guai a non finire. Altra cosa abbastanza sicura è che gli autori dello scempio non riescono proprio a capirlo, se sarà buongoverno vedremo, la cosa certa è che altrimenti ci vorranno forze e idee da qualcuno di diverso dagli eredi del misfatto precedente, con nuove idee e capacità, come valori quelli liberali ad oggi restano insuperati, si tratta solo di scegliere l’esecutore migliore. I grovigli sintattici sono ben opinabili, le sciocchezze certe e indiscutibili. Il problema non è certo stato la costruzione di una potenza economica quasi liberale quanto che la parte pubblica è stata generalmente pessima, per la sua natura intrinseca, socialista e confessionale, ed è quella la parte da combattere e vincere. Quella parte che non ha ancora capito di essere l’origine dei guai, se pensi a Davide e Golia fai parte del problema, la soluzione viene da chi pensa che Noi della specie umana siamo destinati al rispetto dei diritti fondamentali e alla ricerca della felicità e cercheremo una soluzione felice per tutti. Anche se vi “ucciderà”, che felicità e prosperità vi sono tossiche e le combattete con tetragona costanza, per esperienza più non vi piacerà tanto sarà migliore.
Ennio Abate
“la parte pubblica è stata generalmente pessima, per la sua natura intrinseca, socialista e confessionale, ed è quella la parte da combattere e vincere” ?
Beh, gli esempi che anche la parte privata sia stata “generalmente pessima” sono abbondanti. Magari sostenuta o lisciata anche dalla parte pubblica. E la storia di cementificazione di Cologno lo dimostra. ( Se hai avuto tempo di leggere Nascita di una città di Giovanni Mari (scaricabile gratis da questo link: https://www.biblioclick.it/…/catal…/D_CDIG_LNK_DET.do…).
Per me, che mi rifaccio ancora a Marx, non è questione di pubblico o privato ma di macchina del Capitale, che si serve sia del privato che del pubblico per imporre il suo dominio economico e una società modellata sul primato del Profitto. Ma, come ho scritto rispondendo ad Alessandra Roman Tomat su POLISCRITTURE COLOGNOM sulla questione dell’area ex Torriani non è tempo di dittatura del proletariato colognese, ma neppure sono disposto ( e spero di non essere il solo in questa città) a gridare W la dittatura del Privato o a sopportare che la meritevole eliminazione da parte dell’acquirente dell’amianto da quell’area debba ottenere in cambio libertà incondizionata di edificazione anche ai danni della vivibilità per tutti di questa città.
E qui a chi non vuole cedere alla dittatura del Privato viene in aiuto – guarda un po’- proprio la Costituzione e quell’articoletto 42 che ti ho copiato. Mi pare che valga la pena di usarla e con intelligenza, magari proprio per realizzare quel buon governo del sindaco Rocchi, che per il momento proprio non si vede.

Sull’altopiano di Verteglia

NOTE DI FINE ESTATE (3)

di Donato Salzarulo

 

Domenica Giuseppina dichiara sciopero: niente sugo, pasta comprata o fatta in casa, padelle da pulire, tavola da apparecchiare o sparecchiare.

«Non mi hai detto, l’altra sera, tornando da Montella, che è un luogo assai interessante da visitare?… Ebbene, io non ci sono mai stata. Mettiti d’accordo con Agostino e portatemi là. Ci sarà pure un ristorante, una trattoria, un luogo in cui assaggiare qualcosa di buono …»

Alcuni desideri di mia moglie per me sono ordini. Anche perché quando lei dichiara sciopero in cucina, io non sono come quei meravigliosi e invidiabili mariti, pronti a sostituirla e a dimostrare che sanno fare quasi meglio di lei. Il mio non è un vanto. È soltanto una costatazione. Ai fornelli sono poco meno di un inetto. Lo so, non devo neanche esagerare a dire questo. In più di mezzo secolo di matrimonio, potevo pur imparare qualcosa. Sì, tutto vero. Ma, come recita il proverbio, “Tra moglie e marito non metterci il dito”. Gli equilibri di una coppia sono spesso in bilico e va già bene se finora siamo riusciti a gestire i nostri conflitti con saggezza e qualche inevitabile sofferenza…

La nostra non è una guerra,
ma una lunga avventura,
una partita escogitata
per rivelarci ogni giorno
i segreti del vento,
il sorriso giocoso
dei nostri sguardi infantili.

Verso mezzogiorno, grazie alla bravura e alla fraterna disponibilità di Agostino, sistemati nella sua macchina, viaggiamo diretti verso l’Altopiano di Verteglia, frazione di Montella. Mangeremo al Ristorante “La Faja”, una bella struttura immersa nel verde.
Per arrivarci, ad un certo punto, ci lasciamo alle spalle la Statale 7 e ci inerpichiamo lungo la Statale 574. Però, prima di svoltare a sinistra e dirigerci verso il Terminio, sentiamo che la macchina perde potenza. Qualcosa non va.
«Nulla di grave…», ci rassicura Agostino, «devo spegnere per qualche minuto il motore e poi ripartire.» Si porta così nella prima area di emergenza.
Breve sosta. È una bella giornata di sole e scendiamo a respirare. Sotto gli occhi a destra abbiamo la vallata, a sinistra l’altura.
«Da queste parti stava zio Minguccǝ» ricorda improvvisamente mio cugino.
Zio Minguccǝ è mio padre, che si chiamava Domenico, ma per familiari e paesani era, appunto, Minguccǝ.
«Ma va’…Non ricordo bene, però mi pare che stesse dalle parti delle montagne di San Gerardo o di Calabritto…
«No, t’assicuro, stava da queste parti…».
Non insisto, mi fido di mio cugino. Conosce la Campania sicuramente meglio di me.

Dopo una decina di minuti, risaliamo in macchina. Avvia il motore. Tutto funziona bene, ci rimettiamo in carreggiata e affrontiamo una lunga salita.
Finalmente si apre allo sguardo un’ampia radura. Vediamo la bandiera del ristorante. Agostino parcheggia e, mettendo i piedi a terra, mi ricordo che soffro di cardiopatia ischemica. Non posso più superare certe altitudini. Controllo sul cellulare: siamo a 1230 metri. Un po’ mi rassicuro. Ma non del tutto. Mi viene in mente mia madre, cardiopatica a vita. Quando dalla pianura colognese tornava all’altura bisaccese (850 metri), smaniava per qualche giorno. Diceva di sentire il cuore accelerato. Chi gli stava vicino avvertiva chiaramente i suoi battiti. La valvola di Björk sembrava amplificarli. Anch’io mi porto ripetutamente la mano destra sul cuore. Intanto guardiamo le decine e decine di mucche nel parco ed ammiriamo le chiome dei tanti faggi nel bosco. Sul ciglio della strada, di uno di essi, mi attira il groviglio di radici nodose, venute allo scoperto fra le rocce.
Restiamo così per un po’ sospesi, quasi in pausa; poi, controllata l’ora, decidiamo di presentarci al ristorante.
«Magari, beviamo un aperitivo», dice mia moglie che, negli ultimi giorni, ha preso l’abitudine di gustare lentamente un crodino allungato con acqua minerale. Nulla da fare. Il ristorante non ha tavoli liberi all’aperto. Sono tutti occupati. Molte persone hanno pensato, come noi, di fare una gita in montagna.
Prendiamo, allora, posto all’interno, ci accomodiamo e leggiamo il menù che il cameriere si affretta a portarci. Cinque minuti per consultarci e ordiniamo due antipasti, tre primi e due secondi, una bottiglia d’aglianico ed una d’acqua minerale.

Abbastanza tradizionali gli antipasti: affettati (coppa, prosciutto crudo e soppressata), dei bocconcini, due fette di caciocavallo podolico – Montella è la patria di questo formaggio – e soffritto di verdure (peperoni e melanzane).
Ottimi i tre primi: tagliatelle ai funghi porcini per me e mio cugino, pasta pasticciata per Giuseppina.
Tagliata per me e agnello alla brace per Agostino sono i due secondi. La consorte assaggia l’uno e l’altra. Data la fatica che faccio per spezzettarla e mangiarla, confesso che la parte di manzo sistemata nel piatto e chiamata “tagliata” non mi sembra controfiletto…
Ottimo il vino e ottimi anche i dolci (torta al cioccolato e tiramisù) gustati da moglie e cugino. Giudizio finale: abbiamo mangiato bene. Il tutto ad un prezzo abbastanza abbordabile per una gita domenicale.

“Post prandium aut stare aut lento pede deambulare”. Scegliamo di fare un giretto lungo il parco dove le mucche pascolano tranquillamente o riposano.

Mentre usciamo, Agostino incontra un amico di Avellino e si ferma a parlare per qualche minuto. L’aspettiamo in cortile. Quando ci raggiunge, dice che si tratta di un ex compagno di Avanguardia Operaia. Gli ha detto che noi siamo i cugini “milanesi”.
«Ah, come quelli che hanno scritto la storia di Avanguardia Operaia a loro uso e consumo…». Convengo e racconto di Ennio che ha trattato con grande attenzione il problema su Poliscritture. (qui) Ha fatto dei rilievi e delle critiche che sostanzialmente condivido…
Andando avanti, incontriamo una coppia di bisaccesi (marito e moglie), salutiamo e procediamo.

Dopo una mezz’oretta “digestiva”, ritorniamo verso la macchina. Stabiliamo di scendere giù a Montella per mangiare un gelato. Al ristorante non ne vendono.
Giuseppina non ci tiene ad andare al Complesso monumentale di Santa Maria della Neve; tra l’altro, pare che non sempre sia aperto…
Lungo la strada incontriamo delle mucche. Agostino rallenta e manovra con prudenza.

Quasi la metà del territorio montellese è a bosco. Dall’altopiano al centro abitato dobbiamo scendere di oltre 600 metri di quota e, andando giù, si incontrano anche diversi castagneti.
Oltre che per formaggi e caciocavalli, Montella è famosa per le sue castagne. A me piacciono moltissimo quelle “del prete”.
Ecco di fronte a noi il monte di Santa Maria della Neve e a fianco quello del Santissimo Salvatore, patrono del paese. Stiamo per arrivare…

Tempo un quarto d’ora e ci sediamo all’aperto ai tavolini di un bar. A distanza sociale regolamentare, come prescrivono le norme anti-Covid, ci sono altri quattro clienti.
Noi mangiamo il gelato e loro stanno bevendo birre.
Tiene banco un signore un po’ su di giri, con un bastone vicino alla propria sedia e col piede destro fasciato e appoggiato su un’altra sedia. Parla al signore più anziano al suo fianco. Sta prendendo in giro un giovane che beve birra e non ama il vino. Siccome lui il vino lo ama assai (e si vede!), non riesce a capacitarsi di come ciò sia possibile.
Io sento parlare di vino e domando se possiamo comprarne qualche litro.
«Certo!…» fa il signore «Lo vende lui…» ed indica l’uomo al suo fianco.
Il compaesano conferma, ma continua a ripetere che non può venderlo perché la moglie non vuole. Da come ne parla sembra che abbia in casa una tiranna con potere assoluto.
«Ma si tratta di pochi litri» insisto.
Allora, il signore col piede fasciato, che, per inciso, dice di recitare in non so quale teatro napoletano, si propone come mediatore. Andremo insieme dalla moglie del suo amico e lui, che la conosce benissimo, le chiederà di venderci dieci litri di vino. Il signore anziano acconsente e facciamo così.«Una decina di minuti e siamo qui» dico a Giuseppina che rimane seduta al bar ad attenderci.
Non l’avessi mai detto.
Riusciamo a prendere, dopo aver superato apprensioni e diffidenze della signora, dieci bottiglie di vino, poi…Poi l’artista col piede fasciato e in difficile equilibrio si offre di portarci a comprare anche un provolone podolico – caciocavallo corregge Agostino -. Ce lo venderebbe un suo amico in campagna.
«Cinque minuti!… È vicino…Non è molto lontano da qui…»  continua a ripeterci, mentre la macchina da Montella continua a svoltare a destra e a manca, per un tempo interminabile.
Infine, arriviamo nella masseria di questo suo amico. Si trova nella confinante Bagnoli irpina (è il cellulare che me lo dice).
Quando scendiamo dalla macchina, stiamo attenti ai cani, che si mostrano non proprio pacifici e amici dell’uomo, e restiamo fermi in attesa. Ci viene incontro l’amico, un omone con la pancia che gli pende davanti come una larga borsa. Dal modo in cui lo saluta, si capisce che lo conosce.
Ci prega di aspettare perché stanno finendo di lavorare dei caciocavalli. Ha ragione. Mi affaccio sulla soglia e vedo un giovane in canottiera bianca che sta modellando la pasta.
«Ecco mio padre al lavoro, penso, ecco cosa imparava quando, ragazzo di nove anni, stava in qualche casone o in qualche masseria sicuramente peggiore di questa, senza mattonelle e senza piastrelle bianche sul muro.»
Compriamo due caciocavalli: uno per il cugino e uno per me. Non lo mangerò. Lo porterò a Torre Vado.
Altro che dieci minuti. Dopo un’ora abbondante, torniamo al bar. Giuseppina è più che preoccupata, ma non avendo con sé il cellulare non ha potuto telefonare. Delle cinque bottiglie di vino comprate, una la regalo all’artista “mediatore”.
Saliamo in macchina e prendiamo la via del ritorno a Bisaccia. Con Agostino ci salutiamo al quadrivio di piazza Duomo. Quando entriamo in casa, guardo il grande quadro di mio padre attaccato al muro. È il mezzo busto di un giovane soldato, un bel giovane pronto a partire per l’Africa orientale.

 

CRONOLOGIA ESSENZIALE DELLA VITA DI MIO PADRE

                                                                                                     Il gelso ancora attende
                                                                                                      il tuo ritorno ai campi,
                                                                                                      ancora il melo sbircia                                                                                                                                                       le tracce del tuo passo.

28 febbraio 1914: Nasce a Bisaccia. Quasi certamente in via dei Fiori. Non saprei dire con precisione dove: se sull’unica stanza sulla loggetta dove, durante la mia fanciullezza, ho sempre visto nonno Donato o se nei due vani di fronte dove stavano nonna Concetta (frequentemente) e zia Francesca (sempre). È il primo figlio della coppia.

fine 1913-1914: nonno Donato emigra clandestinamente negli USA, dove resterà fino al 1919.

1914-1919: Trascorre tutta l’infanzia solo con la madre. Di questo periodo resta una foto, forse fatta per essere spedita al nonno in America. Lui ha su per giù due anni. Sta ritto su una sedia di paglia e appoggia la mano destra sulla spalliera. Indossa una vestina con un colletto bianco. Ha nella mano sinistra un giocattolo. Guarda verso un punto che non è l’obiettivo del fotografo. Ha un bel visetto curioso e non mi sembra mal patito. La nonna è una giovane donna sui 27-28 anni. Ha un portamento superbo, bello. Non la diresti una popolana, una contadina.

!919: Al più tardi in autunno, nonno Donato torna dagli USA.  Pare che nelle lettere che la nonna gli mandava fosse espresso ripetutamente il lamento della sua condizione insopportabile di “vedova bianca” (“La carne vuole la sua parte”, sarebbero state, tradotte in italiano, le sue parole). Le date della partenza e del rientro segnalano un altro fatto rilevante: mio nonno non partecipa alla carneficina della prima guerra mondiale. Successivamente tenterà di ritornare in America clandestinamente, ma viene bloccato nel porto di Trieste e gli costa cara. Zia Francesca diceva che perse quasi tutto quello che aveva guadagnato nel suo primo espatrio. Da quel momento ambedue i nonni si dedicarono alla coltivazione della vigna di Valle fiumata e probabilmente di qualche altra terra in affitto. Misero anche al mondo un po’ di figli.

5 agosto 1920: nasce Maria Francesca, la seconda figlia della coppia. Con questa zia avrò un legame affettivo molto intenso. Sposerà zio Vito, un cugino di mia madre. Lo farà in municipio durante un breve congedo militare, mentre lo zio era in partenza per la rovinosa campagna di Russia (non ricordo se nel 1941 o 1942). Dichiarato disperso, la zia resterà vedova di guerra, fino all’anno successivo – se non ricordo male – alla morte della nonna (1964). Sposerà in seconde nozze Antonio Arminio, zio di Franco. Non avrà figli.

1922: nasce zia Antonietta, la terza figlia. Si sposerà con zio Michele ed abiterà a Lacedonia, dove ho frequentato l’Istituto magistrale dal 1963 al 1967.

1920-21: Domenico frequenta la prima elementare. Il suo curriculum scolastico terminerà con questa classe. C’è bisogno di lui in famiglia per l’accudimento delle sorelline e per i tanti mestieri, più o meno facili, che anche un bambino può svolgere nei campi.

1923: Viene mandato con un paesano in una masseria di Montella. All’origine della decisione ci sarebbe stata una mancata vigilanza di mio padre sulla sorellina Francesca, che, abbandonata a sé stessa, rischiò di finire nel pozzo della vigna; in realtà, forse, andando via, c’era per i nonni una bocca in meno da sfamare e una piccola entrata (da apprendista bovaro) assicurata alla famiglia.

1923-1935: mio padre impara il mestiere del vaccaro, un mestiere che gli vedrò fare durante la mia infanzia nella masseria di Tavoletta, a Cerignola: pulire la stalla, governare e rigovernare le mucche, portarle al pascolo, mungerle, lavorare il latte e ricavarne ricotta, trecce, formaggi, caciocavalli, ecc. Credo che in questo periodo impari anche a lavorare il legno. Sempre da bambino e sempre a Tavoletta l’ho osservato intento a costruire mestoli di varie dimensioni, forchettoni, mortai per schiacciare il sale, cesti, canestri, panieri… A Bisaccia, nella casa di Via Vescovado, in un tiretto della cristalliera, quello a destra, conservava tutto ciò che gli tornava utile per farlo: lima, raspa, sgorbia, martello…

1924: nasce zio Pietro. Sarà per tutti noi lo zio napoletano. Nel dopoguerra sposerà, infatti, zia Carmela, un’infermiera conosciuta nel sanatorio dov’era ricoverato.

1926: nasce zio Antonio. Avrà un destino simile a quello di mio padre. Sposerà zia Rosina, una compaesana. Emigrerà prima in Germania, si stabilirà successivamente ad Orta Nova e, infine, a Cesano Boscone. Sarà il più longevo della famiglia.

1928: nasce zia Giuseppina. Sposerà Giuseppe, un pugliese di Orta Nova, che morirà agli inizi degli anni Sessanta. La zia resterà vedova con tre figli maschi per tutta la vita. Nei primi anni Settanta si sposterà a Chivasso in provincia di Torino.

1935: compiendo 21 anni ed essendo iscritto sicuramente nella relativa classe di leva, viene chiamato a fare il soldato. Svolgerà il servizio in fanteria. So che, durante il regime fascista, era previsto un servizio premilitare obbligatorio dal compimento del 18° anno di età. Non so cosa sia successo realmente a lui, né so dove abbia fatto il militare. So che andò in Africa orientale. Ma quando?… Probabilmente nel 1937. Nel senso che, trascorso il periodo obbligatorio, firma la ferma da volontario. Cosa avrebbe fatto se fosse tornato a casa?… Ritiene opportuno seguire la propaganda del regime fascista che promette, per chi segue l’esercito in Africa orientale, terra e lavoro con mirabolanti ricchezze naturali (oro, platino, petrolio, ecc.). Insomma, invece di andare come il padre in America, cerca la fortuna nelle terre etiopiche.

settembre 1937: si trova sicuramente in Africa, in una località che lui chiama “Aiscia”. Lo leggo dietro una sua foto che portava con sé. Ha pantaloni lunghi da militare, relativa camicia a maniche corte con cravatta (un accessorio che avrebbe odiato per tutta la vita). Gamba e piede sinistro leggermente in avanti, braccia conserte, capelli alla Mascagni, sguardo serio, rivolto all’obiettivo. Se non proprio da bellimbusto, ha un’aria, comunque, da giovanottone con la voglia di conquistare il mondo. Ha ventitré anni compiuti.

1937-1941: probabilmente s’insedia come colono in Etiopia. Non so dire dove. Quasi certamente si accoppia con una donna del luogo con cui metterà al mondo un figlio.

1941: viene fatto prigioniero dagli inglesi e internato forse nel campo di Zonderwater, a Cullinan in Sudafrica. Una foto attesta che impara a fare l’infermiere. Al suo ritorno in Italia porta con sé un pentolino per mettere a bollire la siringa da disinfettare. Mio padre faceva le punture a tutti i familiari che ne avevano bisogno. Spesso mia madre diceva che aveva una “mano pesante”. Oltre all’attività di infermeria si dedica al pugilato. Ha il naso “schiacciato” da pugile. Fa 17 incontri e poi passa la mano. Perché, raccontava, in un incontro o in un allenamento, comportandosi assai scorrettamente, l’avversario gli ruppe due o tre costole.

1946: il primo gennaio del 1947 il campo di Zonderwater viene chiuso. Quindi, è probabile, che mio padre sia rientrato in Italia in quest’anno. 1937-1946: nove anni. Questo è il numero di anni che lui diceva di aver trascorso in Africa orientale.

dicembre 1947: sposa mia madre. Ho appeso alla parete dei Lari la loro foto matrimoniale. Mio padre ha una giacca con le maniche assai più lunghe del braccio. Chissà se l’abito era suo. Vanno ad abitare nella casa in affitto della Valle. Per entrarci si salivano tre gradini. È la casa che mi ha visto nascere e che non c’è più. Non so come i due sbarcassero il lunario. Immagino, coltivando qualche terra in affitto. Mio padre s’iscrive al PCI.

28 maggio 1949: nasco io. Suo primo figlio (italiano). Soprattutto figlio di mia madre.

Pasqua 1950: “Pasqua ventosa che sali ai crocifissi / con tutto il tuo pallore disperato”…Finisce in carcere ad Avellino per aver partecipato all’occupazione delle terre. Questo periodo è abbastanza documentato. Ho quelle che io chiamo le “cartoline dal carcere”. Praticamente lo scambio epistolare fra lui e mia madre, lui e la nonna, lui e zio Pietro (che gli viene in aiuto mandandogli duemila lire), lui e il suocero. I problemi più urgenti che ha la coppia sono due: come uscire dal carcere (a difesa degli occupanti si schierano deputati del calibro di Giorgio Amendola del PCI) e in quale nuova casa stabilirsi. Infatti, il proprietario di quella della Valle deve sposare il figlio e la vuole libera. Dal carcere uscirà dopo tre mesi. La nuova casa in affitto sarà quella sulla salita di San Nicola. Una casa che ricordo bene. Aveva una finestra su un dirupo e di notte spesso sognavo di rotolare giù.

22 ottobre 1950: nasce mio fratello. Il nome è Giuseppe come il padre di mia madre, che in quel periodo non sta bene in salute e morirà di lì a poco.

settembre 1952: tutta la famiglia si trasferisce nella masseria di Tavoletta, nella campagna di Cerignola. Il cognome del padrone è Giuntoli. Mio padre viene assunto come massaro. Governare le mucche è un lavoro che conosce bene, ma non lo ama. Non gli piace stare “sotto padrone”. I rapporti con Giuntoli, infatti, sono corretti, ma non idilliaci. Il sogno di mio padre era fare il contadino. Ma terre non ne aveva, altrimenti non andava ad occuparle. E non aveva neanche vigna, che per quel mondo era come possedere una miniera.

26 aprile 1953: nasce mia sorella Concetta. Il nome è come quello della mamma di mio padre. Io ho quasi quattro anni e mio fratello due anni e mezzo. Ricordo il viaggio che facciamo da Tavoletta a Bisaccia: la littorina, il pullman…ed io e mio fratello attaccati alla veste della mamma col pancione che doveva sgravarsi. Mia sorella nasce nella casa di San Nicola, un’altra casa che non c’è più. In concomitanza con la sua nascita, mia madre ha il primo scompenso cardiaco.

settembre 1955: Devo iscrivermi in prima elementare e, siccome a Tavoletta non ci sono scuole, vengo affidato alla nonna Concetta e alla zia Francesca. Mio padre ci tiene molto che i suoi figli vadano a scuola, mia madre un po’ meno. Per lui l’istruzione è fondamentale. Continua a ripetere che ha dovuto ingoiare nella vita molti rospi amari e si è convinto che saper leggere, scrivere e far di conto viene prima di tutto. Soprattutto, se non vuoi per i tuoi figli, come mio padre non voleva, la stessa vita di vaccaro.

Primavera 1956: nella masseria di Tavoletta viene ucciso il guardiano notturno. Non ruberanno mucche. Mio padre ha un fucile appeso in camera da letto. Ma la famiglia resta scossa. A giugno, quando chiudono le scuole, io trascorro l’ultima estate nella masseria. Ricordo che quando scendeva il crepuscolo e arrivava il buio, i nostri cuori si chiudevano e diventavamo piccoli come pulci.

Settembre 1956: la famiglia torna a Bisaccia. Con i risparmi di quattro anni – mia madre è stata sempre una formica – comprano la casa di Via Vescovado Vecchio, dove trascorrerò fanciullezza e adolescenza.

1956-1958: mio padre fa lavori saltuari: scavi per le strade del paese per i tubi dell’acquedotto pugliese (arriva l’acqua a Bisaccia e le famiglie non dovranno più andare a prenderla alle fontane), manutenzione delle cunette, rimboschimenti, ecc. L’obiettivo è riuscire a fare annualmente il numero dei giorni necessari a ricevere il sussidio di disoccupazione e gli assegni di famiglia. Coltivazione di alcune terre del demanio. Il conflitto fra mio padre, che si vuole contadino, e mia madre, che lo vorrebbe “sotto padrone” a custodire greggi o armenti, anima ogni tanto le nostre giornate.

1958: mentre giochiamo abbastanza violentemente e organizzati in bande, come era nostro costume, tiro una freccia alla squadra avversaria di cui fa parte mio fratello. Purtroppo finisce nel suo occhio sinistro. Una brutta disgrazia che lo segnerà per sempre. Disgrazia aggravata dalla scelta de miei genitori di mandarlo durante il periodo scolastico in un collegio di Visciano. L’intento lodevole era di proteggerlo. In realtà, non fu così.

1958-1959: mio padre emigra, grazie a un “atto di richiamo” dello zio Antonio o di qualche paesano. Andrà a curare vacche svizzere a Petit-Saconnex, nei dintorni del Palazzo delle Nazioni a Ginevra. Ad ogni ritorno invernale, porterà tavolette di cioccolato, pacchetti di sigarette, una volta degli orologi e un’altra volta una macchina Singer per mia madre. Nel 1959 frego delle sigarette dai suoi pacchetti e le prendo di santa ragione. Coi risparmi di questi due anni comprano una terra a Valle fiumata, confinante con la vigna della nonna Concetta e della zia Francesca. Lì mio padre farà la sua vigna. L’ho ereditata io e continua a rimanere incolta.

1960: Non so quale Ministero gli attribuisce un’indennità di profugo dall’Africa orientale. Non più di venti mila lire al mese. Mio padre torna a casa.

1960-1968: Lavori saltuari come quelli del periodo 1956-58, eccetto uno più duraturo di “stradino” fatto con l’ANAS. Per qualche tempo sognerà di diventare cantoniere. Lavori nei campi e nella vigna che, intanto, ha innestato e fatto crescere. Indennità di profugo. Per tutti questi anni la famiglia vivrà con queste risorse. Mio fratello resterà in collegio fino al settembre del 1968. Poi sarà il primo ad emigrare a Cologno, dove io lo raggiungerò.

21 settembre 1967: sposo Giuseppina. Al matrimonio sono assenti sia mio padre che mia madre. Mia sorella ha un piede fratturato ed è ricoverata all’ospedale di Foggia. Da qualche settimana mio padre lavora – sempre come vaccaro – in una masseria sulla strada per Manfredonia. Ci resterà pochi mesi.

1969: A gennaio mio padre si lascia convincere e viene da noi a Cologno Monzese. Farà prima lo stradino, poi sarà assunto nella fabbrica del latte Bonalumi. Durante l’estate, tutta la famiglia si sistema nella casa in affitto di Via San Martino, dove i miei genitori resteranno fino alla morte.

1972: nel mese di giugno mia madre subisce il secondo scompenso cardiaco. Nell’autunno sarà operata a Niguarda. Negli anni successivi effettuerà altri due interventi.

1981: mio padre va in pensione per raggiunti limiti di età. Guarda, intanto, dove può allestire e/o coltivare un orto. Chiamerò questa sua pulsione “La resistenza degli orti”.

1981-1991: farà la spola tra Cologno e Bisaccia. Venderà alcune terre ed il bosco. Ricomincerà, invece, a coltivare la vigna.

febbraio 1991: Una domenica sera dell’ultima settimana di febbraio, improvvisamente mi telefona mia madre: «Donato, corri qua…Tuo padre non riesce a parlare…». Corro. Lo portiamo al pronto soccorso del San Raffaele. “Ictus cerebri”.

13 giugno 1991: il giorno di Sant’Antonio, patrono di Bisaccia, verso le 12, raccogliamo l’ultimo soffio di vita di mio padre.

Non avevo un padre ricco di parole.
Scendeva a picco sulle cose,
da signore.

 

 

 

 

 

 

 

Due fiabe

di Rosella Bertola


IL LAGHETTO DI MONTAGNA

Il laghetto di montagna, dove d’estate vado a pescare le trote e ad osservare le salamandre che guazzano tra i sassi, ora è tutto ghiacciato. La sue superficie sembra una pista di pattinaggio e l occhio si perde in una distesa di bianco abbagliante. Tutt’intorno a me non c’è alcun rumore: il cinguettio degli uccelli, che nella buona stagione allieta il cuore e quasi stordisce, ora ha lasciato il posto ad un silenzio magico, interrotto soltanto dal fruscio della neve che cade all’improvviso dagli alberi, sciolta dal sole. Il paesaggio, intorno, è come incantato: la boscaglia ammantata di neve gelata sembra un ricamo prezioso. Questa è la stagione più bella per il piccolo lago: tutto quel bianco accanto al turchino del cielo lo fanno assomigliare ad un luogo di sogno.

STORIA DI UN TRENINO

Nella stanza dei giochi di un bambino, c era una volta un grande plastico appoggiato a terra, su cui viaggiava un trenino elettrico. Era un giocattolo bellissimo ed affascinava il bimbo che lo possedeva; egli trascorreva con lui molto del suo tempo. Tutto era bello: il paesaggio rappresentato, la sua varietà di aspetti. C’erano laghetti, montagne, villaggi, una stazione con la fontanina e l orologio; c’erano anche le immancabili sbarre, che si abbassavano automaticamente al passaggio del treno, quasi per tributargli un inchino. Il piccolo convoglio di latta spadroneggiava sul suo mondo di cartapesta; andava, tornava, appariva e spariva attraverso gallerie, gole di montagne, oppure prendeva una grande rincorsa e sferragliava veloce attraverso la pianura, che lo conduceva alla stazione, da dove, dopo una fermata di un momento, avrebbe ripreso il viaggio di sempre. Quel viaggio divertiva molto il bambino, egli non si stancava mai di manovrare i comandi: ora avanti, ora indietro, le possibilità del trenino erano molte, bastava premere un bottone od abbassare una leva ed egli eseguiva, immancabilmente. Il trenino, di certo, la strada la conosceva a memoria: per lui, sul plastico, non c’erano più sorprese. Le curve non gli nascondevano ormai nulla di nuovo e l’entrare nell’oscurità della galleria non gli appariva più spaventoso come una volta. Così un giorno il trenino, stanco della monotonia dei suoi movimenti, decise che non avrebbe più percorso la tortuosa strada ferrata che ormai lo ossessionava. Attese la notte, per poter agire con tranquillità e quando fu certo che nulla l avrebbe disturbato, si dispose a mettere in atto il suo piano. Raccolse tutte le forze che possedeva (ed anche tutto il coraggio) e con un improvviso balzo uscì dalle rotaie, infilò la porta della stanzetta e finalmente ebbe la sensazione di essere libero. Si trovò subito nella vasta anticamera della casa, che conosceva solo di sfuggita, per averla sbirciata spesso, pieno di curiosità quando nel suo giro di un tempo allungava i fanali al di là della porta, per vedere com’era fatto il mondo. Fu aiutato, nel suo piano di fuga, dal gatto di casa, un soriano innamorato che aveva appuntamento con la gattina. Esso, uscendo quatto quatto, aveva lasciato aperto l’uscio di casa. Per il trenino fu un attimo: oltre quella porta incominciava il mondo, quello vero, con le montagne vere, i laghi con l acqua, il cielo con le stelle, non col lampadario. Durante il viaggio ebbe un momento solo di malinconia; ripensò al suo amico aquilone, che era rimasto imprigionato nella cameretta dei giochi. Era ancora là, sullo scaffale impolverato, ad attendere sempre la bella stagione, le giornate di sole che in quella città erano rare nel corso dell’anno. Chissà, forse un giorno anche per lui sarebbe arrivata la libertà: ne parlavano spesso assieme, quando erano compagni di sventura. Quel correre libero nella città buia non spaventava affatto il trenino; si sentiva sicuro con i suoi fari luccicanti, ogni tanto, con allegria, azionava il fischietto per annunciare a tutti la sua contentezza. Aveva una grande curiosità da soddisfare: desiderava vedere una stazione vera. Quando riuscì a raggiungerla ebbe come un brivido; gli sembrava quasi di essere tornato ai vecchi tempi; non sapeva se piangere o ridere e gli riuscì di sorridere al pensiero delle sue dimensioni, lui così piccolo al confronto dei treni che vedeva. Quell’aria che respirava, comunque, non riusciva affatto a sembragli simpatica: troppe cose lo riportavano alla sua condizione primitiva ed egli non desiderava proprio risentirsi nei panni di prima. Scelse perciò un altra soluzione: sarebbe stato un treno indipendente. Aveva già dimostrato a se stesso di sapersela cavare da solo, anche senza binari, capi stazione, palette e semafori. Avrebbe continuato così, esplorando tutto ciò che lo avrebbe incuriosito. Lo si vede spesso correre tra le aiuole del parco: ora ha anche dei viaggiatori, i passerotti del giardino, ed è tanto contento di essere utile a qualcuno. A volte il trenino compie dei giri speciali; al mattino di buon’ora, quando le strade sono ancora deserte gli piace andare ad osservare la città addormentata: i passerotti, qualche grillo pigro, una cincia curiosa a bordo e via ciuff ciuff si parte per una nuova scoperta.

Nota (2006 di E. A.)

Le due fiabe che qui pubblichiamo andrebbero definite “di lavoro”. Sono state scritte da una maestra, Rosa Bertola, che nel comporle ha sicuramente avuto in mente le bambine e i bambini del Secondo Circolo didattico (scuola elementare) di Cologno Monzese. Volti, voci e corpi di bimbi d’oggi hanno riacceso memorie della propria infanzia, rimodellato l’idea d’infanzia della maestra e di se stessa in rapporto affettivo e didattico con loro, riempito di emozioni impreviste quel tempo detto ‘anno scolastico’, che scorre separato dal tempo di fuori: delle strade, della città, della televisione.
Le due fiabe – altre restano nel cassetto e si spera presto di raccoglierle in libro – nate senza pretese di farsi letteratura, come scritture d’occasione motivate da esigenze pratiche (insegnare la lingua italiana, calamitare attorno a parole semplici la fantasia del gruppo-classe, afferrare il fantasma sfuggente del ”mondo” mediante i nomi, trasmettere “qualcosa” – un senso – quello che, in tempi di certezze, si diceva “una morale”) – hanno un primo pregio in questo legame stretto con la realtà viva, fissa e mutevole al contempo, del fare scuola.
Sia la prima, quasi un haiku per brevità e tema, che la seconda, più articolata e mossa, richiamano con immediatezza la potenza dell’infanzia: di stupirsi di fronte al “silenzio magico” di un paesaggio innevato; di maturare, grazie alla ripetizione del gioco – una ginnastica che i bimbi s’impongono con piacere e a cui gli adulti sfuggono – scatti di libertà e di fuga dai mondi di cartapesta (tutti, non solo quelli dei bambini, lo sono un po’ o possono diventarlo).
Se le estraiamo, come minerali, dal magma vivo della situazione in cui sono nate e le esponiamo in una rivista “per intellettuali” come Poliscritture, non è per un semplice atto d’omaggio ad un’amica da poco morta o per paternalismo. Lo facciamo perché sono un esempio di quel plurale, che oggi si svela  in tanti scriventi “non autorizzati”; e che programmaticamente come rivista puntiamo a indagare e a mettere in fecondo – crediamo – cortocircuito con un altro plurale, quello delle scritture “alte” argomentative, riflessive, analitiche, espressive. Ma nel caso delle fiabe, c’è un altro problema da affrontare: è possibile oggi tenere problematicamente aperto e fluido il legame tra l’immaginario infantil-materno che ci pare esprimersi nelle due di Rosella Bertola, e lo strabordante immaginario “adulto” ipercommercializzato che ci travolge attraverso la TV?
In nome delle “cose serie” (il Mercato, la Politica, la Scienza, il Progresso) l’infanzia e il maternage vengono a un certo punto cancellate. Oppure i loro effetti costruttivi e dinamici sono confinati: nella scuola elementare, appunto; nella famiglia che dovrebbe tornare “sacra”; o in un quotidiano detto “normale”.
Altri ne fanno oggetto di studio specialistico (pedagogia, psicologia) o di rituale e episodico omaggio (la giornata mondiale del bambino, la festa della mamma).

Resta da presentare la maestra-bambina che ha scritto queste fiabe. Rosa Bertola è stata maestra elementare a Cologno Monzese dal 1971 fino alla sua morte avvenuta nell’ottobre del 2005. Cresciuta come tanti sotto il segno della tradizione più autoritaria esistente in Italia: quella della Chiesa cattolica (iniziò la sua carriera di maestra insegnando religione; ed è noto il controllo che la Chiesa cattolica impone a queste figure d’insegnanti), seppe stare ad occhi aperti nei tumulti che negli anni Sessanta e Settanta coinvolsero una scuola elementare per figli d’immigrati (allora “comunitari”  ma trattati come gli attuali “extracomunitari”) paurosamente carente nelle strutture e nella didattica. Si confrontò con quei fermenti di ribellione e affiancò inquietamente al suo venerato Manzoni il quasi eretico don Milani di Lettera a una professoressa, impegnandosi nell’innovazione didattica e nel movimento che tra 1979 e 1983 portò alla scuola a tempo pieno.
Nel suo lavoro Rosella, secondo una tradizione che si va perdendo, desiderava che i suoi scolari imparassero a memoria delle poesie; li educava ai dettagli, fossero parole e numeri o i fiori del giardino della scuola da seminare, veder crescere, nominare, disegnare. E fu una donna capace di coltivare passioni: per la poesia, la geografia, il disegno, la musica, la scrittura. Nutrì così sia il suo lavoro di maestra che la sua presenza attiva nelle istituzioni: nel Consiglio di Circolo, ad esempio, e dovunque in una città di periferia si potesse discutere fuori dai conformismi. Nell’agosto 2001 le fu scoperta la malattia che poi la condusse a morte: insegnando finché ebbe la forza, resistette alla implacabile cancellazione del suo mondo.

* L’articolo fu pubblicato nel n.1 cartaceo di POLISCRITTURE (MAGGIO 2006)

Contro lo snobismo di massa


NEI DINTORNI DI FRANCO FORTINI 1989

Nel 1989 esisteva a Cologno Monzese l’associazione culturale ipsilon e invitammo Franco Fortini, uno scrittore che per tutta la vita si è occupato di cultura. Tenne una conferenza in Villa Casati che registrammo e pubblicammo in LABORATORIO SAMIZDAT, IV, n. 7, novembre 1989, col titolo da lui scelto: “Contro lo snobismo di massa”. Il testo è stato antologizzato anche in “Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994” a cura di Velio Abati, Bollati Boringhieri, Torino 2003. [E. A.]

Si parla molto di cultura di massa, quella che si presenta attra­verso i cosiddetti mass-media. Non stiamo a discutere stasera sul significato delculturla parola «cultura». Sarebbe però interessante notare che cosa è accaduto nell’uso, nell’accezione comune di questo ter­mine. Per esempio, una volta – mi riferisco a molti anni fa – la parola «cultura» aveva un significato che conserva ancora ma solo per certe ricerche di tipo sociologico o antropologico. Esso indi­cava il complesso delle forme con le quali gli uomini producono.

Questa nozione di cultura aveva a che fare certamente con la tra­dizione marxista, anche se non coincideva necessariamente e del tutto con essa. È una nozione che abbiamo usato normalmente, così come si parlava della cultura di determinati popoli o della cul­tura della filosofia tedesca o dell’Illuminismo. O si parlava della cultura del metalmeccanico, intendendo alcuni specifici sistemi, modi, forme, entro i quali costui lavorava e, in definitiva, viveva. Oggi noi vediamo che, mentre questo significato continua ad essere usato a livello della ricerca e delle specialità, nell’ accezione corrente – quella che ci viene trasmessa dalla stampa, dai giornali e dalla televisione – cultura sta ad indicare soltanto un certo settore della comunicazione e delle forme, che ha a che fare soprattutto con le ar­ti e con la letteratura. Nel gergo delle emittenti televisive un pro­gramma «culturale» è un programma dove, invece di avere i balletti oppure un concorso a premi, si parla di letteratura o si discorre sul­l’ultima grande esposizione di pittura fiamminga a Parigi o a Roma.

D’altra parte non è che possiamo inventare in questo momento per nostro uso una definizione migliore. Non è questo il punto. E semplicemente necessario tener presente questa forma di impove­rimento della nostra cultura e capire che non è innocente. Non per caso è avvenuto così. È avvenuto perché rientrava in un disegno, che si propone due cose apparentemente contraddittorie, ma che non lo sono affatto: per un verso omogeneizzare i linguaggi, il sa­pere, le ideologie della gente; dall’altro, il processo, simultaneo e solo apparentemente opposto, è quello della valorizzazione o estre­mizzazione dell’individuo.

La tendenza di quello che conviene chiamare «tardo capitali­smo» è oggi rivolta a queste due mete solo apparentemente con­traddittorie. Per un verso, dunque, ci vogliono tutti simili o uguali: consumiamo gli stessi prodotti, tendiamo a leggere gli stessi libri (o a non leggerli) consumiamo gli stessi elaborati. È quella che chia­miamo «cultura di massa», al suo livello inferiore. Ma, per un altro verso – e basta guardare la pubblicità dei prodotti che riempiono i settimanali e le trasmissioni televisive – si tende a proporre un mo­dello di individuazione estrema: non essere come gli altri, sii di­verso, più bello, più forte ecc.; mettiti nella condizione di gestire il tuo tempo libero in modo originale, fatti una «cultura» …

Questo doppio movimento rientra perfettamente negli interessi del modo di produrre, di vendere, di consumare del mercato capi­talistico. I risultati li vediamo. Sono – come è stato ricordato -1′ al­largamento di un’ area di deprivazione, di neoalfabetismo o di anal­fabetismo di ritorno; e non solo qui in Italia, ma anche negli stessi Stati Uniti. È un fenomeno che riguarda, quindi, un allontana­mento dalla stessa cultura di massa; esso interessa una frangia della popolazione, i cosiddetti esclusi, i marginali. Abbiamo invece una estesissima parte del corpo sociale, alla quale sono destinati saperi, forme artistiche o di intrattenimento, forme di realizzazione di se stessi.

E qui viene un punto molto importante.

Se ci riportiamo al passato – diciamo a venti anni fa o anche solo a dieci – il mio discorso potrebbe finire qui. Avevamo i grandi mec­canismi che formavano prodotti di seconda qualità; e quella era la «cultura di massa», qualcosa che stava tra la divulgazione e i fascicoli della storia della letteratura universale, della religione o della geografia venduti nelle edicole. Il discorso allora sembrava abba­stanza facile, tant’è vero che, se uno come me tendeva a dire: stiamo attenti, dobbiamo lottare contro la falsa ricchezza dell’informa­zione o della cultura e dell’arte «per tutti», veniva immediata­mente bloccato da quelli che replicavano: ma tu sei un aristocratico della cultura e vuoi che determinate opere siano precluse a coloro che ne hanno fame e sete. Nel corso di un convegno, tenutosi a Ve­nezia non troppi anni fa sul tema del rapporto tra letteratura e masse, rammento che nel corso della discussione mi accadde di but­tare lì una battuta, che scandalizzò orrendamente i progressisti se­duti accanto a me. Dissi: «non esiste il “Petrarca per tutti” ». Vale a dire: il tentativo di rendere accessibili alcune opere, che sono state create in un certo contesto storico e che hanno una definibile funzione non può valere per tutti. Concludevo cosi una discussione che andava avanti da venti anni. Venni immediatamente aggredito. Qualcuno mi chiese: «E allora, tu al popolo che cosa faresti leg­gere?». lo evitai di polemizzare sull’uso della parola «popolo» (che mi faceva venire i brividi, considerando che l’interlocutore aveva in tasca la tessera di un partito dalle origini marxiste) e risposi, in modo ancora più scandaloso: «lI Vangelo». Poi spiegai (anche se sono certo di non essere stato capito) che cosa volessi dire riferen­domi al Vangelo. Indicavo, cioè, un libro che – indipendentemente dall’essere credenti o meno – ha le caratteristiche di non essere (o almeno di non essere facilmente) riconducibile all’ordine di un genere letterario. Non è di storia, non è cronaca, non è poesia. È molto difficile dire che cosa sia tutto quell’insieme che noi chia­miamo Vangelo e il tipo di rapporto che richiede al lettore è molto diverso da quello richiesto dalla lettura di Guerra e pace oppure da un’opera filosofica. È un rapporto completamente diverso, perché tende a chiedere in modo prepotente un certo tipo di adesione o di risposta alle domande che pone e che hanno molto a che fare con quelle domande e quei problemi di fondo, di cui abbiamo sentito giustamente lamentare la scomparsa nel corso dei nostri anni. Ma tutto ciò che vi ho detto fino ad adesso e tutto ciò che si riferisce a questo aneddoto ha a che fare con una situazione che non è più quella reale che abbiamo di fronte.

Oggi, cioè, non si tratta più di polemizzare contro una cosid­detta «cultura di massa», contro una volgarizzazione, una riduzio­ne dell’alta cultura per i poveri. Stiamo attenti. La situazione non è più questa, ma è assai peggiorata.

In che senso?

Non posso qui dimostrarvelo. Posso soltanto enunciare quella che è una mia opinione. Sebbene non solo mia. Nella società avan­zata, che è la nostra (ma potrei riferirmi soprattutto a certi paesi dell’Europa e agli Stati Uniti), abbiamo – per utilizzare una parola molto approssimativa – la «zona» delle istituzioni accademiche e degli istituti di ricerca al più alto livello (culturale o letteraria, arti­stica e scientifica … ).

Ora mentre una volta da parte di coloro che producevano a que­sti livelli c’era un atteggiamento di mediazione e distribuzione ver­so gli altri (così è stato certamente il secolo scorso e così è stato per una parte del nostro secolo), quando si è avuto il precipitoso allar­garsi di una cultura di massa, che è diventata essa stessa nel suo complesso un argomento di tale potenza e articolazione da non aver più bisogno, per sopravvivere, del contatto diretto con la cul­tura che potremmo chiamare creativa – la cosiddetta alta cultura universitaria – si è imposto il divorzio, la separazione.

Nella pratica, per un verso cresce il numero dei ricercatori ad al­tissimo livello, che sempre meno forniti di cravatta e di boria acca­demica si dispongono quotidianamente a farsi intervistare, sull’ul­timo avvenimento del giorno (e li vediamo alla TV questi scienziati, padri della fisica, della medicina, della chimica contemporanea, rispondere – in modo estremamente democratico – con delle bana­lità alle banalissime domande che vengono loro poste); mentre, per un altro verso, sappiamo benissimo che la distanza tra la vera ricer­ca ed il resto degli umani non solo è diventata, ma è mantenuta, enor­me, astronomica.

Al di fuori di questa «zona» c’è l’immensa massa, l’immensa pro­duzione, che veniva chiamata «cultura di massa» e che oggi si arti­cola e si gestisce in modo separato, ricreando naturalmente al pro­prio interno delle gerarchie. Facciamo un esempio banale. Stiamo per avere le trasmissioni via satellite. Se si guarda il primo elenco che è già proposto al consumatore, ci accorgiamo che, pagando ovviamente una certa tassa (ma non è questo il punto importante), noi possiamo fruire del programma A, invece che B o C, e che tra questi programmi ci sono delle differenze fortissime di livello e di orientamento culturale. La discriminazione, quindi, avviene ed è fortissima all’interno della stessa cultura di massa.

Questa è, dunque, la premessa del mio discorso: non esiste la cul­tura di massa, esistono delle forme molto differenziate all’interno di strumenti che sono, quelli sì, veramente di massa. E tali strumenti sono quelli che vanno, a rigore, dalla scuola, che è uno strumento di acculturazione – diciamo così – di massa, fino all’ editoria (libraria, giornalistica, periodica ecc.), alla pubblicità, che è un grande feno­meno di cultura di massa, e naturalmente a tutte le forme degli au­diovisivi.

Diventa inevitabile a questo punto dire che viviamo un partico­lare momento, destinato a durare, di concentrazione economico­finanziaria di tale complesso di mezzi; e diventa, quindi, sempre più difficile una fuoriuscita dal sistema attuale, che si fondi su quelle forme ascetiche, che io stesso una decina d’anni fa sono venuto proponendo. Quando parlavo di una riduzione della molteplicità, chiamando questo «ecologia della cultura» (o della letteratura), conservavo, non voglio dire delle illusioni, ma avevo ancora molto viva per delle ragioni biografiche la memoria di una possibile ridu­zione della varietà inutile, appunto.

Alcuni degli autori qui nominati, quelli della Scuola di Fran­coforte (ma potrei aggiungere autori come Brecht oppure Simone Weil. .. ) avevano proposto un simile ascetismo nei confronti della cultura, persuasi (giustamente) che vi fosse più cultura nella capa­cità di fabbricare una sedia che non nella lettura della Critica della ragion pura. Avevano assolutamente ragione; ma i fatti, cioè l’evo­luzione del capitale mondiale nel tardocapitalismo, hanno dato loro radicalmente torto. E, nel frattempo, non si legge più (se non per un esame universitario) La critica della ragion pura e nessuno sa più fabbricare una sedia, fatta eccezione per pochissimi artigiani.

La via della rinuncia ascetica continua a sembrarmi valida sol­tanto come itinerario individuale, per così dire, al bene. Come ci sono delle persone, che la mattina fanno un certo tipo di ginnastica piuttosto che un altro o che consumano solo certi prodotti diete­tici, perché pensano che faccia bene alla salute, così certamente fa molto bene rinunciare alla molteplicità inutile, non passare troppe ore davanti alla TV oppure non rincorrere tutte le novità librarie o non mettersi in coda con migliaia di persone per vedere sette qua­dri di impressionisti, cosa che avviene in questo momento un po’ dovunque in Europa.

Questo possiamo farlo, ma in questi termini, la cosa non va al di là della pia pratica individuale. Appena uno osasse spostarsi al di là e proporla come linea di gruppo, immediatamente saremmo assa­liti da dieci filosofi accademici arruolati dai principali quotidiani, che ci accuserebbero – non sto inventando, sono cose reali che si possono vedere ogni giorno – di essere persone che – attraverso la linea dell’ascetismo, la drammatizzazione della storia, l’ostacolare il godimento dei consumi – vogliono in realtà l’oppressione, la tirannia, il gulag.

Forse non hanno tutti i torti. Non perché chi vuole queste cose desideri il gulag, l’oppressione o la tirannia, ma perché volere quei processi ecologici (che non riguardano soltanto l’industria inqui­nante, il buco di ozono o la foresta amazzonica, ma la testa della gente) significa – per me certamente – scatenare un certo tipo di conflitti, che possono avere, oltre a quelle positive, anche delle conseguenze estremamente negative, cioè quelle che noi chiamia­mo le tirannie o le tragedie storiche.

Non siamo affatto garantiti (come vogliono farci credere i nostri governanti e i loro portaspada o portavoce o portacroce) dalla democrazia. No, non siamo protetti. La democrazia è un complesso di tecniche per l’accertamento delle volontà, per la guida politica di un gruppo, di un popolo, di una nazione, ma non si applica ai va­lori. Per dirla molto sinteticamente, come diceva un mio amico, il poeta Giacomo Noventa, «l’esistenza di Dio non si vota a mag­gioranza». Ma neanche si votano a maggioranza infinite altre cose, che hanno a che fare, appunto, con i valori, cioè con le ragioni che – come si diceva una volta – ha l’uomo di vivere e di morire. La democrazia in queste cose non funziona: i più non hanno ragione sui meno. In tutte le questioni veramente essenziali della nostra esistenza appunto: la vita, la morte, la malattia, l’amore – non vale la regola della maggioranza. Ed ecco perché, allora, sono assoluta­mente persuaso che una lotta per una «ecologia» della cultura, del sapere, ossia per una riduzione del superfluo, qualora fosse portata avanti (cominciando innanzitutto dalla lotta per stabilire cosa è superfluo e cosa non lo è … ) porterebbe a tali conseguenze e così dirompenti che l’ipotesi di una possibile susseguente oppressione (tirannia o violenza) va presa in considerazione. Non per appro­varla, ma per sapere che ad ogni sforzo verso una verità e una vita superiore o migliore corrisponde la possibilità del suo contrario. Detto altrimenti: chi vuole evitare la tragedia, come condizione della vita umana, può farlo. Ma, a questo punto, apra il televisore e se lo guar­di fino al momento della morte.

Chi sono – mi chiedo ora, avviando mi alla conclusione – i padri della lotta contro la massificazione? Si può andare molto in là nel tempo, risalire al Romanticismo; ma quelli che hanno visto questi fenomeni nella loro ampiezza e complessità drammatica sono cer­tamente i filosofi della Scuola di Francoforte. I fenomeni, che Ador­no, Marcuse ed altri avevano già intravisto nella Germania degli anni di Weimar, essi li verificarono in modo drammatico negli Stati Uniti, durante il periodo della loro emigrazione. I libri che ci hanno formato sono stati scritti negli anni quaranta. Hanno ormai mezzo secolo di vita. Rimangono fondamentali – mi guarderei bene dal negarlo – ma le situazioni sono cambiate. Allora il «mostro» della massificazione si presentava come volgarizzazione e come vol­garità. Adesso non è più contro i programmi Tv particolarmente volgari o la letteratura da edicola che dobbiamo lottare. Dobbiamo lottare, invece, contro quella che si presenta come la Cultura con la maiuscola. È quella che veramente, in modo profondo, ci distrug­ge, perché uno dei suoi dogmi è lo sviluppo della «corsa dei topi» culturale, cioè la creazione di uno snobismo di massa. Vogliono fare di noi, di tutti, degli snob, ossia delle persone che tendono conti­nuamente a fingersi quelle che non sono. Da qui la necessità di creare continuamente mode e modelli dietro i quali farci correre. Oggi la «cultura di massa» – usiamo le virgolette – somiglia straor­dinariamente a quella vera, quasi come certi prodotti surgelati somigliano a quelli non surgelati.

Ma, allora, quali armi abbiamo? C’è almeno l’ombra di una pro­posta in quanto ho detto?

Mi pare che le conseguenze siano queste: fintanto che pensiamo di contrapporre un sapere ad un altro, un libro ad un altro, un film ad un altro – starei per dire: un’emittente Tv ad un’altra – pos­siamo arrivare nella migliore delle ipotesi a quella che è la situa­zione in cui già viviamo, visto che siamo in un paese democratico, dove già abbiamo un’opinione non maggioritaria e una certa tradi­zione di «sinistra».

Che cos’è, invece, che ci pone al di fuori?

E l’azione politica, intesa come scelta di comportamenti non in­dividuali, i cui motivi non vanno cercati e neanche verificati esclu­sivamente sul sapere o sulla cultura, ma si fondano – almeno ini­zialmente – sul già saputo, su quello che sta dentro di noi – come si dice – o anche fuori (per me è lo stesso). E questo «qualche cosa», che già sappiamo, ci viene dalla nostra esperienza vitale. E un «qualche cosa» nel quale la sofferenza per 1’ingiustizia e 1’oppres­sione subita il giorno prima si mescola al ricordo di ciò che abbiamo imparato e saputo da quando avevamo cinque anni. Questo «in­sieme» è il nostro sapere, non quello che sta «dopo e fuori», che si aggiunge in seguito e può essere consumato o appreso, può diventa­re «carne e sangue» a condizione che vi sia quel momento iniziale.

E che cos’è l’operazione politica per eccellenza? Trovare i propri compagni, riconoscersi, unirsi, decidere di fare alcunché, fosse anche una conversazione come quella di stasera o una iniziativa come quella che qui è stata proposta.

Ed è veramente il caso di dire in questa occasione che da cosa nasce cosa e che qui siamo, per il momento, ancora fuori dai pro­blemi della cultura, di massa o non di massa.

Infatti i problemi dei libri, del sapere, si pongono immediata­mente dopo quelli che Mao chiama dell’inchiesta, cioè della ricerca per capire com’ è fatto il mondo nel quale vogliamo muoverci e che vogliamo in qualche modo modificare.

Ripeto la mia conclusione: mentre nel decennio in cui, in Italia con notevole ritardo, si sono sviluppate le forme della cultura di massa si è pensato soprattutto a controbattere la degradazione culturale, oggi credo che si tratti di lottare prevalentemente più a monte, in ter­mini di accumulazione di forza politica. Basta pensare alla corpora­zione giornalistica, e soprattutto ai giornalisti della TV, a quelle migliaia di persone che la RAI paga molto spesso per non far nulla (e si parla di dieci-ventimila persone … ). Sarebbe interessante che si stu­diasse il contratto nazionale dei giornalisti e si vedesse la condizione di privilegio incredibile che essi hanno nei confronti di altre catego­rie. Si scoprirebbe, forse, che nel nostro paese vi sono settori, nei quali esistono fasce di privilegio cultural-politico non molto diverse da quelle del mandarinato cinese o della nomenklatura sovietica.

È mia convinzione profonda che proprio nell’ambito di quella che Gramsci chiamava, con parole dimenticate, «l’organizzazione della cultura» la lotta politica oggi può dare risultati, che non poteva dare trenta o quarant’anni fa.

Fino a quando esisteva una classe operaia nel senso marxiano e leniniano della parola, depositaria (o ritenuta tale) di valori uni­versali, sì che, se essa non li affermava, l’intera società deperiva, si poteva avere dell’organizzazione della cultura l’idea che ne ebbero Lenin e Gramsci, e cioè l’idea di un qualche cosa di sostan­zialmente subordinato al potere economico-politico. Ma oggi, non possiamo più usare i termini con i quali Lenin e Gramsci descris­sero gli intellettuali. Oggi gli intellettuali non sono più quelli del tempo di Lenin e Gramsci. Sono invece quegli intellettuali «di massa» o intellettuali-massa, di cui il ’68, con eccessivo anticipo, dichiarò l’esistenza, quando non c’erano ancora; mentre oggi ci sono e nessuno più ne dichiara l’esistenza. Intendo riferirmi a tutti i docenti, i tecnici, gli addetti alla riproduzione del sapere, al gior­nalismo, alla TV, alla pubblicità. È una fascia straordinariamente importante del «nuovo terziario», senza la quale non si fa nulla.

Nella guerra civile – se vogliamo chiamarla così – o lotta di classe la «linea del fuoco» passa oggi attraverso le scuole, le redazioni, gli uffici dove si elabora un sapere che – ripeto – è «di massa», ma non ha più le caratteristiche di trenta-quaranta anni fa.

Ho pensato anni fa che i primi «caduti» di questa lotta si sareb­bero avuti nelle redazioni al momento in cui – così come gli operai di centocinquanta anni fa, affrontando lo sciopero, affrontarono non solo i fucili dei carabinieri ma il licenziamento e, quindi, la fame loro e delle loro famiglie – uno di quei mezzi busti della TV prenderà la parola alle ore tredici e dirà una verità non prevista dal copione. Sarà immediatamente cacciato. Quel giorno si potrà dire non che ci sarà stato un singolo eroe, ma che sarà avvenuto qual­cosa capace di rompere la profondissima omertà nel campo del­l’informazione di massa. E la stessa cosa vale per molti altri settori della comunicazione e del sapere. Il mio è quindi un messaggio di speranza abbastanza ironica e – come potrei dire – autosorvegliata. Perché conosco l’estrema difficoltà di questa strada e, tuttavia, cre­do che essa esista.

Rileggendo “Una lettera a Nietzsche” di Franco Fortini

di Ennio Abate

Sono passati ben 37 anni da quando lessi «Una lettera a Nietzsche», la sezione di dieci testi che apre «Insistenze» (Garzanti 1985)[1] e l’acuta analisi che Elena Grammann ne ha fatto su Poliscritture (qui) mi ha spinto a riprendere in mano questo libro. Continua la lettura di Rileggendo “Una lettera a Nietzsche” di Franco Fortini

Un «filo» tra Milano e Cologno Monzese

Disegni di Tabea Nineo 1978

Franco Fortini e gli “intellettuali periferici”

di Ennio Abate

quel filo che più
non brilla e che fu
tuo, mio.
Franco Fortini, Poesie inedite
 
 

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