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Eterofiction

di Elena Grammann

  • Ho letto la tua recensione[1].
  • E?
  • In ogni tua recensione c’è qualcosa della tua esperienza. Intendo della tua esperienza privata, personale. Sembra che tu scriva recensioni per parlare di te.
  • Difficile parlare con cognizione di causa di qualcosa che non sia il proprio sé. E i libri piacciono se si ritrova qualcosa che si conosce – o meglio: se aiutano a definire qualcosa che si conosceva senza riuscire a dargli un nome; o senza pensare che fosse il caso di dargliene uno. Troppo pigri o sbadati per pensarci.
  • Non ti facevo così platonica.
  • La teoria platonica della conoscenza è la più plausibile – indipendentemente da quel che si pensa del resto. (Pausa) Ma nel caso presente la recensione di Silvio D’Arzo ha veramente poco di me. Qualcosa, ma in fondo poco. Troppo statici i personaggi; troppo già composti per la tomba. Anche se può darsi che una certa necrofilia… Lo sai che quando ero piccola, diciamo verso i nove, dieci anni, e ero stufa di giocare con la bambola – anzi, credo che non mi sia mai piaciuto, ma non mi decidevo a mollarla lì, senza rito, perché me l’aveva regalata mia nonna e comunque per quanto bambola una sensibilità embrionale doveva pur averla… mi sentivo responsabile del suo benessere, già mi sentivo responsabile per tutto… insomma l’avevo deposta in pompa magna in una scatola con una bella copertina di raso e cuscino e materasso fatti di sacchetti di cellophane pieni d’erbe scelte e sistemata a dormire una specie di sonno eterno in solaio. Non molto diverso da una sepoltura nella torba se ci pensi. Poi ogni tanto andavo a controllare. C’ero rimasta malissimo quando avevo scoperto che l’erba era marcita e il cellophane era pieno di vermi bianchi… Un vistoso buco nelle tecniche di imbalsamazione. Nulla di eterno a questo mondo.
  • Dovevi far seccare l’erba.
  • Già. E da qualche parte lo sapevo. Ma ero toppo impaziente di spedire la bambola in un’orbita supralunare.
  • Supralunare?
  • Nel senso di incorruttibile. Sai, l’etere, la quintessenza…
  • Ah d’accordo. Ma D’Arzo?
  • No, voglio dire, eccesso di necrofilia in quei racconti, soprattutto il secondo. Madonna ’sti due vecchi! un piede nella fossa e l’altro su una saponetta! – cos’hai da ridere?
  • No perché noi invece…
  • Ma cosa c’entra, cosa c’entra… Non è una questione d’età. Questi ci sono nati con un piede nella tomba. O meglio, no, forse non ci sono nati ma era un destino. Un Destino con la maiuscola e ineluttabile. Ecco guarda: quei due racconti sono il funerale di un modo d’essere anteguerra.
  • Non mi dire che lo conosci, il modo d’essere anteguerra.
  • Certo che lo conosco. Anni e anni di racconti. Io appoggiata alla parete in cucinino mentre lei lavava i piatti. Mia madre era una grande narratrice, aveva un talento per la narrazione orale. Le veniva da suo padre. Mi teneva con l’affabulazione; io sono cresciuta in un mondo che non c’era più. E fra parentesi era abbastanza intelligente per rendersi conto che quando ha voluto metterle per iscritto, le affabulazioni, ne è uscita una schifezza. Sono due mondi completamente separati – io direi addirittura opposti, la narrazione orale e la narrazione scritta. Benché Thomas Mann a quanto pare …
  • Senti, ma tornando a D’Arzo?
  • No, aspetta un attimo, perché cambi argomento? Non ti rendi conto di quanto è importante? Tu fai presto, tu non sei mai stato cooptato per le serate “Narratori del territorio”, non ti hanno mai tirato per il coppino nelle associazioni culturali Al Filòss, non ti sei dovuto sorbire la signora che era brava a fare i temi e ora ha raccolto i ricordi del tempo che fu e esordisce dicendo: L’ho buttato giù così, come veniva eh, come veniva, e tu che pensi distintamente No signora non doveva farlo, e invece ti tocca assumere per un’ora e mezza un’espressione assorta leggermente sorridente, così che ti vengono i crampi a tutti i muscoli facciali più quelli della nuca con cervicale assicurata e alla fine, dopo gli applausi liberatori, da bere c’è soltanto dell’imbevibile malvasia e tu la bevi per la disperazione. Konna taiken wo shita koto ga naindeshou ne.
  • E che vuol dire?
  • Vuol dire che tu non hai mai fatto questa esperienza.
  • Certo che l’ho fatta, un sacco di volte, e la faccio decisamente meno tragica di te. Sono sicuro che fra i ricordi “buttati giù” dalla signora c’erano cose interessanti. Fondamentali forse. Proprio negli scriventi “non autorizzati” compare oggi quel plurale, di cui il plurale della letteratura “alta” deve tenere conto. Comunque preferirei non discuterne adesso. Propongo di chiudere la parentesi e tornare a D’Arzo. Cosa dicevi della tua recensione? (Silenzio) Be’? Non parli più? Che ti prende?
  • No niente, volevo raccontare una storia ma forse è meglio che te la fai raccontare da uno scrivente non autorizzato.
  • Per dio quanto sei permalosa! Non ti sembra di esagerare?
  • Gli spiriti nobili sono permalosi. Achille era permaloso. Orlando era permaloso. Crimilde e Ximena erano permalose.
  • A Ximena avevano ammazzato il padre.
  • Sempre meno grave di una serata al Filòss.
  • Dai, piantala e racconta.
  • Ma non è poi niente, una cosa che mi è venuta in mente mentre ti dicevo che nella recensione non c’è molto di me.
  • E allora?
  • E allora quella recensione era uscita qualche anno fa, in forma più ampia, in un volume a diffusione locale. L’aveva letta una signora, un’esperta di D’Arzo che ha scritto saggi, curato edizioni; e mi era stato riferito – me lo riferì un’anziana parente mia e sua – che era rimasta molto positivamente impressionata, direi quasi toccata… Io la signora la conoscevo di vista, diciamo che sapevo chi era. Ne fui lusingata. Ma soltanto adesso, quando hai detto che nelle mie recensioni c’è qualcosa di me, ho capito che cosa aveva apprezzato; cosa l’aveva toccata: ed è che io lì non parlavo di me; parlavo di lei.
  • Questo devi spiegarlo.
  • È una storia lunga… anche se immagino che si potrebbe riassumere in due parole. Ma bisogna invece raccontarla per bene, partire dall’inizio, e non so nemmeno se riesco a ricostruire tutte le parentele. Dovrei fare un sopraluogo al cimitero.
  • Al cimitero?
  • Be’ sì. La grande anagrafe diacronica.
  • Va be’, al cimitero ci andrai. Intanto comincia. (Silenzio) E adesso che c’è?
  • C’è un problema. Io questa storia non la posso raccontare. La signora è ancora al mondo.
  • E allora? Rimane fra me e te, no? È una conversazione privata.
  • Macché conversazione privata, io sto scrivendo un racconto.
  • Stai scrivendo un racconto? Ma allora, se è tutto finto…
  • No, è tutto vero, è ben quello il problema. Tutti personaggi veri. Di finto ci sei solo tu.
  • Ah, io sarei finto. Senti, non ti seguo. Ma non puoi comunque raccontare la storia? Cambia i nomi, cambia un po’ le circostanze…
  • Orrendo orrendo orrendo! Non dirlo neanche, mi fa male alle orecchie! È una storia vera ti dico, non si può cambiare nulla o non val più la pena – anzi, non vale più niente!
  • Ma nemmeno i nomi?
  • Soprattutto i nomi. I nomi veri hanno una risonanza, hanno corpo, fanno metà della storia. Mettici un nome inventato e tutto si assottiglia, scivola nell’inessenziale.
  • Allora dobbiamo rinunciare?
  • Potrei provare con le iniziali e i tre puntini, come si faceva una volta.
  • Ma sì, prova così.
  • Questa storia comincia prima della guerra. Prima della guerra l’ingegner F…, come tanti altri signori di Reggio, aveva una villa qui a San Venanzio. I F… venivano dalla montagna. Era un’antica famiglia della montagna, benestante, benpensante e cattolica. Etica personale rigorosa. Non so quale fosse l’atteggiamento nei confronti del fascismo, in ogni caso non si distinsero né per fascismo né per antifascismo e dopo il ’43, che io sappia, non subirono ritorsioni. Si potevano definire “quasi ricchi”, come la signora Nodier o i due vecchi prima del lento tracollo; la “quasi ricchezza” era tutta in case e terreni, ma di case e terreni ne possedevano, a quel che ho sentito, veramente parecchi.
  • Potresti specificare “a quel che ho sentito”?
  • Certo. La mia fonte principale non è il catasto ma mia madre. E a riguardo di mia madre devo dire che per quanto avesse lei stessa scarse attitudini a procurarsela, e senza esserne propriamente invidiosa, era però affascinata dalla ricchezza e tendeva a magnificarla e a esagerarla. E già che ci siamo diciamo anche, perché ha senz’altro un peso nel tono generale di questa storia, che per mia madre il peccato che non poteva essere perdonato era il peccato contro la proprietà.
  • Non andavi molto d’accordo con lei vero?
  • No. Ma tornando all’ingegner F…, sposò una Paterlini di San Venanzio, e anzi non so se la villa, in cui i F… venivano etimologicamente a villeggiare, appartenesse in origine alla famiglia dell’ingegnere o a quella della moglie. Durante la guerra ebbero due figli, un maschio e una femmina; la femmina, di qualche anno la maggiore, diventerà la nostra esperta di Silvio D’Arzo. Fu poi anche, a differenza del fratello, provvista dei titoli accademici necessari, ma non mi risulta che abbia mai lavorato. Probabilmente, almeno all’inizio, non ne aveva bisogno. Credo però che il motivo principale – comune, questo, a lei e al fratello – fosse una comprensibile e persino nobile inettitudine al lavoro retribuito. Ma questo viene dopo. La Paterlini dunque, sposa dell’ingegner F…, ebbe due figli, i cui nomi iniziano entrambi con A, il che ci crea qualche problema, a meno di chiamare Auno la maggiore e Adue il secondogenito, come fa peraltro Musil nel racconto Il merlo, dove per indicare i protagonisti usa le cifre Auno e Adue; e anzi si potrebbe tentare un collegamento col Merlo del Perù di Rita Simonitto[2], dal momento che in entrambi, Musil e Simonitto, il merlo diventa figura di una certa estaticità, sobria o sognante, e in entrambi è in qualche modo centrale la figura della madre…
  • Scusa, potremmo tornare ai figli dell’ingegner F…?
  • Ah va bene. Allora, nel ’52 o ’53, non più tardi perché era ancora ragazza, mia madre, che dava lezioni, si vide arrivare a casa una signora con un bimbetto di sei o sette anni. O forse otto, forse si era incagliato sul sistema metrico decimale. Erano la signora F… con il secondogenito Adue. Ma la cosa particolare era che il bambino, magrolino, era infilato in un saio da frate. Guardava per aria con gli occhi sgranati, curiosi, come se ci fossero in giro un sacco di cose che non capiva fino in fondo; e interessanti però. Io lui – molto più tardi naturalmente – l’avrò visto tre o quattro volte, e l’ultima nella foto sul necrologio. Ma anche da quella riuscivo a immaginare il bambino ficcato nel saio e l’espressione sgranata e curiosa che aveva visto mia madre.
  • Appunto – il saio?
  • Era un voto che aveva fatto la signora F… Può darsi che inizio anni Cinquanta la pratica, più che altro materna, di fare voti sopra la testa dei figli fosse ancora diffusa. In ogni caso la dice lunga sulla madre… Chissà cosa ne pensava l’ingegnere. Sempre che non fosse un’idea sua; perché questi ingegneri e medici e avvocati della montagna erano tipi strani, ossessivamente religiosi. Mia madre ne conosceva un altro, un medico, un terziario francescano che veniva giù da Marola, in pieno inverno e la neve per terra, coi sandali ai piedi e senza calze. A questi qui i figli generalmente gli morivano…
  • Lascia stare i terziari francescani e dimmi invece: cosa vuol dire “una pratica piuttosto diffusa”? Era approvata dalla chiesa?
  • Approvata non credo proprio. Tollerata, come molte altre follie. Cosa vuoi, quando l’arciprete li incontrava gli avrà fatto una carezza sulla testa e avrà detto: “Ma guarda che bel fraticello!” Come me: l’unica volta che ho partecipato agli esercizi spirituali le suore volevano convincermi che il mio futuro era con loro.
  • E?
  • E no. Scarsine come affabulatrici. La storia di Laura Vecuña, poveretta, che raccontavano, faceva solo puzza di incenso e candele. Una puzza che ho sempre trovato sospetta. Troppo parziale per qualcosa che vorrebbe essere universale. Troppo particolare.
  • D’accordo. Ma Adue infagottato nel saio?
  • Allora, per tornare al bambinello Adue, se mandi in giro un ragazzino vestito da frate, poi non puoi stupirti se…
  • Se cosa?
  • Ridotto al minimo, se non combina niente nella vita e finisce per dilapidare il patrimonio. Ma a ridurre al minimo non ti resta niente in mano e la riduzione al minimo è buona giusto per i titoli di cronaca.
  • Continua a raccontare allora.
  • Allora, intanto non è vero che non abbia combinato niente nella vita. Questo lo direbbero quelli per i quali ‘combinare qualcosa nella vita’ vuol dire accrescere: il patrimonio, o, se proprio non si può il patrimonio, almeno il prestigio. Perfettamente in linea con la Bibbia fra l’altro, Antico e Nuovo Testamento. Perché anche la parabola dei talenti…
  • Sì, va bene, ma Adue?
  • Adue dipingeva. Era pittore surrealista, fa conto Mirò un po’ più figurativo. Dei surrealisti storici gli mancava l’abilità di tenere, monetariamente parlando, un piede nella realtà. Se penso al bambino con gli occhi sgranati non faccio fatica a immaginare che, di stupore in stupore, la cosiddetta realtà finisse per sfuggirgli completamente. E non faccio fatica a immaginare l’angoscia del vecchio ingegnere. Il quale, sentendosi prossimo alla morte, ideò uno stratagemma non indegno di un notaio francese: dopo la scomparsa dei genitori, per alienare qualsiasi porzione dell’ingente patrimonio immobiliare sarebbe stata necessaria la firma della sorella, di Auno.
  • Avvilente per Adue – anzi più che avvilente. Equivale a non essere ammessi nell’età adulta. Giusto tollerati in un limbo artistico. D’altra parte, così si riverbera su Adue la gloria di Baudelaire e così l’ingegnere salvò il patrimonio. Due piccioni con una fava, in un certo senso.
  • Niente affatto. Perché Auno, quando Adue proponeva di vendere qualcosa, non riusciva a dire di no.
  • Così vendettero tutto e finirono in miseria?
  • Non proprio. Negli anni vendettero, credo, quasi tutto. Ma la vendita della villa di San Venanzio merita che se ne dica qualcosa. (Pausa) C’era a Reggio negli anni ’60 e ’70 un giovane gallerista intraprendente che aveva aperto una bottega d’arte in uno scantinato. Era in gamba e si affermò, tanto che lo scantinato, che faceva ancora bohème, non faceva più al caso. Nell’ambiente artistico cittadino il gallerista lanciato in cerca di congrua sede incrociò l’artista desideroso di lancio che possedeva, in solido con la sorella, la villa di San Venanzio. Le possibilità che l’incontro si concludesse diversamente che con un passaggio di proprietà erano estremamente scarse.
  • Capisco.
  • Pare che la villa sia stata acquistata a un prezzo decisamente inferiore al suo valore. Dico ‘pare’ perché la mia fonte era affetta da pregiudizio a favore del mattone. Soffriva di mal della pietra, con cui non si intende la calcolosi renale ma un interesse patologico per il laterizio. Per mia madre il mattone non era mai pagato abbastanza – soprattutto se era suo. Dico questo per correttezza, ma posso facilmente immaginare che la somma che Auno e Adue intascarono, probabilmente inadeguata, fosse integrata dal baluginio di una parte immateriale: la prospettiva del lancio che naturalmente non ci fu.

(Pausa)

  • Certo, è un po’ triste. Però non vedo, sai, quelle grosse analogie con i personaggi di D’Arzo. È vero che i due vecchi del racconto vendono la casa senza preoccuparsi di ottenerne il massimo, ma mi sembra che l’analogia si fermi lì.
  • Aspetta. La storia non è finita. I due F…, Auno e Adue, non erano né della mia generazione né della mia classe sociale. Quando venivano in villa, durante la mia adolescenza, conducevano la vita ritirata dei signori e frequentavano quelli del loro ceto, la vecchia borghesia terriera più o meno decaduta e in via di decadenza. Io non li conoscevo né, francamente, me ne occupavo. Poi me ne andai dal paese. Al mio ritorno, parecchi anni dopo, seppi che vivevano a San Venanzio. Li vidi qualche volta: erano dimessi, viaggiavano in corriera. Vivevano in una villetta che non gli apparteneva. Piuttosto modesta, niente a che vedere con l’imponenza, le dimensioni, il numero di stanze della vecchia; ma protetta da vecchi alberi e, benché si trovasse in una specie di triangolo fra due strade, signorilmente in disparte.
  • Quindi stavano in affitto?
  • La villetta non gli apparteneva ma non pagavano affitto. Per spiegare questa circostanza dobbiamo fare un passo indietro e tornare alla Paterlini di San Venanzio, moglie dell’ingegner F… Questa Paterlini aveva una sorella, Ines di nome, che aveva sposato un possidente locale. E costruirono la villetta. Il matrimonio rimase per diversi anni senza figli, tanto che si fecero prestare una figlia da una sorella del marito, che aveva sposato un cugino di mio nonno.
  • Mi sto perdendo.
  • Ok, lascia perdere che il marito della sorella del marito era cugino di mio nonno. Il succo è che questa coppia, senza figli, prese in casa come figlia una nipote. Mi dirai: ma perché la famiglia d’origine la cedette? Erano indigenti? Non riuscivano a mantenere la prole? Nient’affatto, erano robusti lavoratori, ma benestanti, e non avevano nessun problema a mantenere i loro molti figli. Tutti maschi. E quell’unica femmina. E allora perché cedere proprio la femmina? Che insomma in casa poteva far comodo. Perché al padre – il cugino di mio nonno – non piacevano le femmine. Cioè: non gli piacevano le figlie femmine, perché le femmine non figlie invece gli piacevano. Ma mai extra muros.
  • Sarebbe?
  • Sarebbe che si limitava a scopare le serve, pare di concerto con qualcuno dei figli.
  • Ma che libertini!
  • Libertini? Per nulla, erano tutti cattolicissimi.
  • E non ci vedevano contraddizione?
  • Mah, negli angoli morti fra la casa e la stalla non si dava tutta quell’importanza. I francesi la chiamano la bagatelle, no? E poi non si sperperava denaro. Quindi non c’era vero peccato. Comunque, per tornare alla coppia che “adottò” la nipote, qualche anno più tardi ebbero essi stessi un figlio, e la nipote scivolò, come dire, un po’ in subordine. Si trovò fra due famiglie come fra due sedie, tanto che più tardi finì per sposare un ingegnere lombardo; un tipo antipatico dice mia madre, veramente insopportabile, e la sua idea è che fosse un matrimonio di facciata e avessero fatto entrambi voto di castità. Erano infatti molto cattolici.
  • Mi sembra però che ci stiamo allontanando…
  • Certo. Abbiamo allora questa Paterlini Ines con marito – zii di Auno e Adue – che già un po’ avanti con gli anni hanno il figlio tanto atteso: Federico. Federico era… vorrei dirlo nel modo più neutro e accurato possibile. Era un semplice, ecco. Il padre morì abbastanza presto. Rimasero lui e la madre, nella villetta. A un certo punto – aveva già passato la quarantina credo – spuntò una brava ragazza ma la madre mise il veto: la brava ragazza non era socialmente all’altezza.
  • Questa Ines c’è ancora?
  • No no, è morta.
  • Allora starà arrostendo in fondo alla Geenna, sui roghi allestiti per i crimini materni.
  • Probabile. Io però non la conoscevo affatto. Mia madre la chiamava la Formigòna perché era sempre in giro alla ricerca di mobili antichi. Ne aveva messi insieme di gran pregio, fra cui un famoso scrittoio: un’opera d’arte. La Formigòna campò moltissimo; gli ultimi anni era allettata e il medico che la curava si accordò per l’acquisto dello scrittoio al prezzo stimato da un antiquario competente. Ma lo stuolo dei maschi cugini, i figli dello scopatore di serve, vegliava sul patrimonio e la vendita non si fece. Per dire: fra i molti criteri che si citano per dividere l’umanità in categorie può figurare anche questo: c’è chi vende, e chi non vende.
  • Sì ma – Auno e Adue?
  • Adesso ci arrivo. Tieni presente che questa storia comincia prima della guerra, ma nel frattempo siamo verso la fine degli anni ’80 e tutti sono invecchiati e continuano a invecchiare: la Formigòna, Federico, anche Auno e Adue.
  • E dunque?
  • E dunque Auno e Adue – non credo che non avessero propriamente dove andare – in ogni caso si trasferirono nella villetta della zia e penso che la soluzione andasse a vantaggio di tutti: Auno e Adue ebbero qualcosa che, complice la posizione protetta e nascosta della casa, era un rifugio adatto a loro; e gli altri due un aiuto nella quotidianità quando questa, invecchiando la Formigòna, diventava problematica. Fu insomma un caso felice di simbiosi mutualistica, e checché ne dicesse mia madre per quanto si può essere felici io credo che lo fossero. Il triangolo di terra fra le due strade, chiuso da alberi e siepi, mi è sempre sembrato un’isola misteriosa e disancorata dal resto in cui alcune persone hanno potuto vivere, fino alla fine, fedeli a se stesse.
  • La conclusione mi pare un po’ fiabesca; ma in un racconto, perché no. Piuttosto c’è qualcosa che non ho capito: che ruolo ha, nella storia, la nipote “adottata”, quella che poi sposò l’ingegnere antipatico?
  • Lei? Nessuno. A proposito: è la parente che mi disse che Auno aveva così apprezzato il mio saggio su D’Arzo.
  • Parentele complicate. Sei sicura di raccapezzarti bene?
  • Dove non ero sicura sono andata a controllare al cimitero.
  • Ma come? Se non ti sei mossa di qui…
  • E tu che nei sai? Se non esisti neanche…

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[1] Vedi qui su Poliscritture. Nel testo si fa inoltre riferimento a un altro racconto di Silvio D’Arzo, di argomento analogo: Due vecchi.

[2] Qui su Poliscritture.

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Istruzioni per proteggersi dalla vita

di Elena Grammann

Silvio D’Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni, scrittore reggiano scomparso nel 1952 all’età di trentun anni, è noto quasi esclusivamente per il racconto lungo Casa d’altri[1]. Ma quando morì, davvero prematuramente, questo outsider in tempi di neorealismo aveva al suo attivo un romanzo (All’insegna del Buon Corsiero, Vallecchi 1942) e, oltre a Casa d’altri (1952), numerosi racconti e articoli di critica pubblicati in rivista soprattutto negli anni dell’immediato dopoguerra. Nel 1960 il volume Nostro Lunedì. Racconti – Poesie – Saggi, a cura dell’amico Rodolfo Macchioni Jodi, riunisce sempre per Vallecchi gli editi e qualche inedito, fra cui il romanzo breve L’Osteria, anch’esso composto fra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta.

Dopo di che per più di vent’anni Ezio Comparoni/Silvio D’Arzo finisce nel dimenticatoio, complici la scomparsa precoce, una ricerca personale del tutto autonoma rispetto alle mode dell’epoca e, per quel che riguarda la città natale che per decenni lo ignorò, sicuramente la scelta, dopo l’armistizio del ’43 e una fortunosa fuga dal convoglio che lo portava nei campi di prigionia in Germania, di non “andare in montagna” ma di rimanere, semiclandestino, in città. Nel 1976 era stato pubblicato il terzo romanzo breve di D’Arzo: Essi pensano ad altro, coevo degli altri due[2]. Ma è soltanto dopo la metà degli anni Ottanta che edizioni e riedizioni testimoniano della nascita di un interesse duraturo; e nel 1986 Anna Luce Lenzi dedica a D’Arzo un volume[3] in cui, sulla base di testi editi e inediti che interpreta come “capitoli”, tenta di ricostruire il romanzo lungamente meditato Nostro lunedì, che D’Arzo aveva annunciato all’editore Vallecchi e che la malattia e la morte gli impedirono di scrivere.

Questa introduzione per parlare di un racconto del 1947: Elegia alla signora Nodier[4]; meno noto e meno “importante” di Casa d’altri ma senz’altro maturo e ricco di fascino darziano.

 È stato detto che tutti noi, almeno per un certo periodo, viviamo una vita non propriamente nostra: finché, ad un tratto, arriva il “nostro giorno”, qualcosa come una seconda nascita, e solo allora ciascuno di noi avrà la sua inconfondibile vita.

Io ho avuto modo di riscontrarlo in più d’uno. Ma, quanto alla signora Nodier, proprietaria dei campi confinanti coi nostri, mi sembra che essa abbia sempre vissuto la sua.

Nell’incipit il lettore si trova confrontato quasi brutalmente con uno dei temi fondanti, se non con il tema fondante, della narrativa darziana: la “vita non propriamente nostra” e le possibilità di riscattarsene. Immediatamente, già nella terza frase, ci viene detto che la condizione comune, di più o meno lungo soggiorno in una vita impropria, non vale per la signora Nodier, non è mai stata la sua. Vedremo quale sarà il prezzo per questa esenzione dal comune destino. Perché un prezzo, per una vita “propriamente nostra”, c’è sempre, e i protagonisti di un racconto coevo[5] ad esempio, letteralmente non lo possono pagare.

Ma torniamo alla signora Nodier. La sua vicenda ci viene narrata da uno “i cui campi confinavano coi suoi”. La signora Nodier è infatti una proprietaria terriera benestante, “quasi ricca” che vive in un suo podere, non lontano da un paese (o una piccola città). I luoghi, come sempre in D’Arzo, sono al contempo vaghi e precisi: vaghi per quel che riguarda toponomastica ragguagli geografici assenti; precisi nel senso della precisione poetica e narrativa, che con pochi tocchi raggruppa attorno ai personaggi i dettagli necessari a situarli in un determinato contesto storico, geografico e sociale. In questo caso bassa padana, periodo fra le due guerre, riferimento a un’impresa coloniale che si immagina la guerra d’Etiopia.

Il narratore – poco più di una voce narrante dal momento che di lui non sappiamo nulla, se non che per un certo periodo è stato vicino di proprietà della signora Nodier – continua a seguirne la vicenda anche dopo che quest’ultima, in seguito al matrimonio, si trasferisce altrove. Si sa inoltre che le fa visita almeno una volta e che dispone, per narrare la sua storia, di testimonianze (il giardiniere, la servitù) e di documenti: un diario e una lettera. L’introduzione della figura del narratore e il fatto che egli “citi” quasi sempre le fonti risponde al desiderio di raccontare la storia “dal di fuori” secondo un procedimento “fenomenologico” piuttosto nuovo e assai lontano dai vari naturalismi e psicologismi.

Ma torniamo all’affermazione d’esordio del narratore, secondo il quale la protagonista “ha sempre vissuto la sua vita”. Essa si fonda sul fatto che la signorina Nodier, pur essendo bella e (quasi) ricca, ha superato abbondantemente i trenta “senza sposarsi: non solo, ma senza esser mai stata nemmeno richiesta”; e possiamo aggiungere (perché, pur non essendo detto apertamente, è implicito), senza innamorarsi. Essa, insomma, da sempre e naturalmente ha vissuto nell’autenticità; non è mai uscita da se stessa, non ha mai avvertito quel bisogno di una vita finalmente nostra e autentica che, nella speranza di ottenerla, ci spinge verso le avventure e i compromessi; cioè in definitiva, e per quanto possa suonare paradossale, verso gli altri.

Il suo atteggiamento, in paese, è variamente commentato. Di fatto, dice il narratore, “la trovavano sprezzante. Ma nessuno aveva abbastanza spirito da ammetterlo”. Comunque, giunta a un’età che normalmente la voterebbe allo zitellaggio, la signorina Nodier, inaspettatamente, si sposa. Sposa il generale B.D., personaggio delineato, come sa fare D’Arzo, con pochi tratti, personaggio per molti versi speculare alla protagonista, su cui non ci dilunghiamo se non per dire che è il marito “giusto”, cioè quello che permette alla signorina non solo di non uscire dalla sua vita, ma anzi di continuare a viverne una perfino più sua. “Era perfino il caso di pensare”, commenta il narratore, “che lei si fosse comportata per anni e anni a quel modo, sfidando con inalterabile calma, disprezzo, ironia e l’ombra di un malinconico avvenire, nella certezza di quell’avvenimento.

La felicità coniugale della coppia consiste in una tranquilla quotidianità; lui va a caccia accompagnato dalla cagna scozzese da cui non si separa mai e lei lo saluta dalla finestra o lo richiama talvolta per allungargli qualcosa che ha dimenticato. “Più tardi”, dice il narratore, “seppi anche che essi non fecero mai il minimo progetto sull’avvenire”. Non ce n’è bisogno: la loro felicità, o tranquillità, non ha bisogno di progetti: è data, è spontanea, si instaura semplicemente nel momento in cui essi sono. Soprattutto, essi non costruiscono: non intervengono in nessun modo all’esterno di sé. È significativo, a questo proposito, che vadano a vivere nella vecchia villa del generale.

Fusione perfetta, spontanea felicità a due e, dunque, un po’ egoista. Del che si rende ben conto la signora Nodier, la quale pensa “che era ragionevole quindi l’ostilità e l’antipatia della gente”. Si direbbe che col matrimonio essa abbia raggiunto la perfezione di quella vita “sua” che da sempre la segna, e che questa vita così propria, autentica, comporti una distanza dagli altri, da quello che si dice mondo; una distanza vissuta senza alterigia, ma che insomma c’è, e che gli altri avvertono.

Ma due giornate la rimisero, per qualche tempo almeno, nel mondo, benché poi, di lì a poco, essa riuscisse a farle completamente “sue”: quando il generale, colla sua cagna, partì per la guerra in colonia, e quando, sette mesi più tardi, gliene fu comunicata la morte.

 La partenza del generale per la guerra e la sua morte costituiscono i punti di crisi del racconto. Ciò che è avvenuto prima, matrimonio compreso, non è che un preambolo. Di queste due giornate il narratore dice che “rimisero [la signora Nodier] nel mondo”: la sottrassero, cioè, alla vita “sua” e la scaraventarono in quell’estraneità che le era sempre riuscito di evitare.

Al di là del dolore per la morte del generale (“Fu”, dice a questo proposito il narratore, “una cosa terribile”; e quasi a giustificare la povertà dello stile aggiunge: “qualche volta la banalità è inevitabile”), e anzi, tutt’uno con il dolore, inscindibile da esso, l’esilio nel mondo consiste, in un certo senso, nell’essere confrontata con gli altri, con gli estranei, nel dover porsi nei loro confronti.

Provò a fare del male e poi del bene, ma l’uno e l’altro con soddisfazioni ben povere; e se alla fine decise di attenersi al bene soltanto, fu perché, dopotutto, la cosa le era molto più facile.

 Dopo un po’ le pare di essere diventata molto buona. Scrive infatti nel diario:

Ah, ma io non son più la stessa. Sono diventata così buona […] Sarei disposta a dare metà di me stessa …”

 Commenta però il narratore:

Essa era, sì, disposta a dare metà di se stessa; ma non certamente ad accettare l’altra metà che la gente necessariamente le avrebbe voluto dare in cambio. E dovette accorgersi molto presto che il dono non sarebbe mai stato accettato, senza accettare, a sua volta, il compenso. Ora, questo era chiederle troppo. Era superiore, realmente, alle sue forze.

 Alla signora Nodier, insomma, risulta impossibile mischiarsi, accettare in se stessa una parte di un’alterità qualsiasi, permettere alla sua vita di decentrarsi, di spostare il suo centro, sartrianamente parlando, verso il centro di altri.

 A questa notazione, diciamo, psicologica ne segue un’altra che è, invece, sociologica o, piuttosto, storica:

Gli stessi contadini, inoltre, non avevano più l’antico rispetto, ma la guardavano con una certa espressione come se lei avesse oscure colpe. […] “Il generale sì che ha capito” li sentiva quasi pensare. “Si è accorto che non ci saranno più tempi per lui … Se ne è andato in tempo … Ha capito … Ma lei, lei cosa aspetta?...”

Ritorna il tema dell’ostilità e antipatia della gente, radicato stavolta in una specie di necessità sociale e storica che ne fa qualcosa di ineluttabile e indipendente, in fondo, dalla volontà della stessa signora Nodier. Ci si potrebbe chiedere che senso hanno queste notazioni di dialettica storica in un racconto che è essenzialmente esistenziale. Situando i protagonisti[6] all’interno di un ceto in declino (la borghesia terriera), sottolineano il loro “essere sulla difensiva”, il progressivo ritirarsi dietro trincee sempre più arretrate nel tentativo, vano, di proteggersi da una vita che prosegue, all’esterno, per cammini incomprensibili e suoi.

Ci dice anche, però, il narratore, che l’esilio nell’estraneità fu di breve durata, e che “di lì a poco” anche queste due giornate – la partenza e più tardi la morte del generale – giornate della crisi e del più grave pericolo per se stessa, la signora Nodier riuscì a farle “completamente sue”. Ciò avviene, si può immaginare, attraverso un paziente, metodico e inflessibile relegare il mondo fuori dal raggio della propria vita:

… si ridusse a vivere quasi senza interruzione nella villa […] Questa specie di isola fu, in definitiva, la sua salvezza: e, a poco a poco, la morte del generale si andò tramutando via via in una sopportabile infelicità.

 E se una “sopportabile infelicità” ci appare un traguardo scarso, il narratore, poco oltre, aggiunge:

Ella se l’era venuta costruendo giorno per giorno, come altri, giorno per giorno, si va costruendo la sua illusione: era, a modo suo, un’illusione, verso il passato anziché verso l’avvenire: le era assolutamente necessaria: era, insomma, se stessa.

 In altre parole: la vita della signora Nodier non si può dire felice, ma è tornata ad essere sua, e questo, si direbbe, è l’importante.

In un certo senso essa vive di ricordi – e ciò sarebbe banale, sennonché:

Ella aveva […] un’inarrivabile cura nell’evitare ogni cosa od incontro che rendesse troppo recente e vivace quei ricordi: perché allora il dolore avrebbe preso di nuovo il posto di quella sua dolce infelicità, e questo non lo voleva in nessun modo. Rifiutò, per esempio, di andare ad assistere a una cerimonia in memoria di lui, e non lesse nemmeno un discorso che ne ricordava la morte. Un giorno, sì, sarebbero diventati ricordi e lei sarebbe venuta di mano in mano riscoprendoli: ma ora erano soltanto vita, era il giorno appena passato: e la vita era troppo forte per lei.

 Che quest’affermazione non sia, così, un modo di dire, una frase ad effetto, lo mostra la conclusione del racconto: la svolta inattesa e sorprendente e crudele che lo pone nella tradizione di Maupassant. Prima di passare ad esaminarla, mi preme però chiarire un’ambiguità nei termini.

Il termine “vita” è, in un certo senso, ambiguo: quando è preceduto da un possessivo (la mia vita, la sua vita) indica il modo complessivo in cui si è venuta organizzando un’esistenza; quindi le circostanze, le determinazioni spazio-temporali, i legami, gli affetti ecc. Senza possessivi (la vita) indica invece le condizioni generali e universali all’interno delle quali può organizzarsi un’esistenza particolare qualsiasi. Ora è chiaro che quando si dice che la signora Nodier ha sempre vissuto la sua vita si intende la vita nel primo senso, cioè come esistenza. Quando invece si dice che “la vita era troppo forte per lei” si intende piuttosto qualcosa di esterno, qualcosa che viene da fuori e che minaccia, qualcosa di non veramente nostro e al quale ci tocca adeguarci, e quindi piuttosto la vita nel secondo significato.

Veniamo ora alla conclusione del racconto. Siamo, in un certo senso, alla terza ed ultima crisi: una sera gelida e piovosa d’inverno, un paio d’anni dopo la morte del generale, un soldato suona al cancello della villa. È stato incaricato di riportare alla vedova la cagna scozzese dalla quale il generale non si separava e che è sopravvissuta alla guerra. Il soldato, bagnato e infreddolito, è congedato senza aver veduto la signora e senza nemmeno la civiltà di un piccolo ristoro; e la domestica che ha fatto l’ambasciata è incaricata, nonostante la pioggia, di condurre immediatamente la cagna alla casa del contadino. Dovrà anche, nei giorni seguenti, portare alla posta una lettera nella quale la signora Nodier chiede al più fido dei suoi vecchi contadini di renderle un ultimo, vitale servizio. Il vecchio, ci dice il narratore, risponde alla chiamata.

Che cosa la signora Nodier gli abbia chiesto e in cosa consista il servigio che l’anziano dipendente si affretta a renderle, il lettore lo apprende poco dopo, quando il narratore, una settimana più tardi, fa visita alla signora e fra gli immobili oggetti dell’immobile salotto scorge “nascosta dall’ombra di una tenda, […] una cagna scozzese imbalsamata”.

Effettivamente, “la vita era troppo forte per lei”.

____________________

[1] Dal racconto, Alessandro Blasetti trasse uno degli episodi del film Tempi nostri – Zibaldone n.2 (1954). Non credo esista menzione di Casa d’altri che non sia seguita dalla dicitura “«un racconto perfetto», come lo definì Eugenio Montale” – divenuto vero epiteto omerico. Non mi decidevo né a inserirlo né a ometterlo. Alla fine l’ho messo in nota.

[2] A proposito di questi romanzi che D’Arzo scrisse intorno ai vent’anni la critica parla di “esercizi di una scrittura che va cercandosi fra le maniere letterarie del periodo” (https://www.quodlibet.it/libro/9788886570695). Lo stesso Rodolfo Macchioni Jodi, nell’introduzione al volume del 1960, scrive: “Il Buon Corsiero e l’Osteria, […] sono semplici antefatti, la cui inclusione nel volume, a parte l’interesse retrospettivo, si giustifica con l’intento, sottinteso in un’opera omnia, di storicizzare compiutamente un’esperienza letteraria”. L’osservazione è corretta; rischia tuttavia di avvilire – soprattutto per L’Osteria e Essi pensano ad altro – una certa aria europea difficilmente riscontrabile nella produzione italiana dell’epoca.

[3] Anna Luce Lenzi, Nostro lunedì. Di Ignoto del XX secolo, Modena, Mucchi 1986.

[4] Originariamente pubblicato in «Cronache» n. 3, 18 gennaio 1947.

[5] Cfr. Silvio D’Arzo, Due vecchi, in: id., L’aria della sera e altri racconti, a cura di Silvio Perrella, Bompiani 2002.

[6] Il discorso vale anche per i due vecchi del racconto citato alla nota precedente.

Parole e realtà. Un po’ più addentro nella poetica di Ann Cotten

di Elena Grammann

Nel primo incontro con questa scrittrice di lingua tedesca ma di origine americana (qui) ho accennato all’uso particolare della lingua, quasi cosa scollegata e autonoma dalla realtà, che porta i recensori a parlare, non a torto, di “gioco”. Il che non vuol dire che non sia un’occupazione seria. A questo proposito mi ha fatto piacere incontrare, e ho letto con molto interesse, l’estratto dal libro di Nilo Australi e Roberto Capozucca La Regola e il Caso – Storia visuale del Gioco dell’Oca, recentemente pubblicato su Poliscritture (qui), che attraverso un’accurata galleria di fonti e riflessioni mette bene in luce l’interesse per l’aspetto ludico dell’arte (arti figurative, ma anche letteratura) quale è emerso con le avanguardie all’inizio del secolo scorso e lo ha attraversato tutto. E quale, con poetesse come Ann Cotten, Monika Rincke e altri/e, continua anche nel nostro a produrre risultati interessanti. Nell’articolo linkato presentavo, nella mia traduzione, quattro poesie tratte dalla prima raccolta di Cotten, Fremdwörterbuchsonette, uscita nel 2007[1] e tuttora inedita in Italia. Vorrei ora citare le ultime strofe di un’altra composizione della stessa raccolta. Il doppio sonetto 47 Contenuto, teleologico, il cui tema è il contenuto dell’opera letteraria (poesia, ma non solo), chiude così:

Da dove ti trovi devi riferire,
dal punto di inversione ciò che hai scorto
nelle fughe che andando oltre enumeri
concretamente dai singhiozzi, un’eco dei tuoi passi.

Da ogni cosa astrarre la genetica,
giocarci, scindere e nuovamente combinare – 
scordati la riproduzione, ma genera poesie.
E non spingerle avanti come un gregge
di bestie marine; portale sul cuore, senti alle tempie
pensare il loro polso. E nelle pupille immagina
la scatola nera che, dietro, governa,
si toglie. Ogni cosa è nettamente più concreta
di quanto tu possa mai sentire; ma come balene,
le parole da sé sovranamente si dirigono.

Sul filo del testo osserviamo:

  • il contenuto dell’opera deve riferire ciò che si scorge dal punto in cui si è (giunti); ciò che si scorge voltandosi indietro e contemplando le fughe di fatti, di oggetti, di eventi fra cui, procedendo, siamo passati e che possiamo enumerare con precisione a partire dai singhiozzi, cioè – interpreto – dal coinvolgimento esistenziale; che non significa però sentimentalità, a nessun livello (nei versi precedenti: “Ciò che ti detta la Sehnsucht sono scemenze”).
  • delle cose che si sono attraversate bisogna “astrarre la genetica”: i mattoncini di cui sono fatte senza che normalmente se ne abbia coscienza; e ricombinarli, produrre collegamenti inediti che contengano conoscenza nuova e siano il contenuto. Un contenuto diverso dalle “professioni di fede in punta di labbra” e dalle chiacchiere con cui ci lasciamo convincere e convinciamo a nostra volta. Non riprodursi (nelle strofe precedenti compaiono carrozzine “che incrociano come balene”), ma generare poesie.
  • le quali poesie non devono essere “spinte avanti come bestie marine” – come esseri pigri e mostruosi, esterni e estranei, che si lasciano pilotare; ma portate come si porta un feto di cui si avverte la vita, interna e al contempo autonoma, distinta dalla propria.
  • Tutto è molto più concreto di quanto si possa percepire. Impossibile arrivare alla percezione diretta e completa dei contesti e delle combinazioni – che pure esistono in modo indipendente da noi (sono concreti); la nostra via per raggiungerli sono le parole. Ed è una buona via, non è una via illusoria. Ma bisogna tener presente che le parole non si lasciano “spingere avanti come bestie marine”, bensì, “come balene, / […] da sé sovranamente si dirigono.” È plausibile che, portando le poesie come in una gestazione, si avverta nelle pupille la presenza di una scatola nera che non è la nostra.

Il punto sembra essere il rapporto fra realtà e lingua: se la realtà sia percepibile/raggiungibile anche al di fuori della lingua o se, per noi almeno, essa non esista che sempre già “tradotta” in lingua[2]. Nel saggio Etwas mehr. Über die Prämissen und dem Sinn von dem, was wir mit Wörtern anzustellen imstande sind [Qualcosa in più. Sulle premesse e il senso di ciò che siamo in grado di combinare con le parole], pubblicato lo stesso anno della sua opera prima Fremdwörterbuchsonette, Ann Cotten parla a un certo punto della “lirica di constatazione” (Konstatierungslyrik), detta anche lirica degli stati d’animo (Befindlichkeitslyrik); ma Cotten preferisce parlare di lirica di constatazione perché il termine sottolinea meglio l’atteggiamento descrittorio: la poesia rappresenta, servendosi della diffusissima figura della metafora, una situazione esterna alla lingua:

“La lirica di constatazione (Konstatierungslyrik) ha anche un altro tratto […]. Ciò che la caratterizza in modo evidente è un delicato cogliere il mondo, un tenero, possibilmente preciso, cauto nominare, citare e schizzare. La stanza è spruzzata di polvere – stagione di caccia mormori – è il declino dell’estate rafferma – tu ti appunti la treccia – e pensi alla saggezza. Wow. Si potrebbe dire apodittico; decisivo è che, quanto al senso o contenuto della poesia, si tratta di un’etichetta che si mette, qualcosa che si è osservato e proiettato senza inquisire, qualcosa di venerato, di extralinguistico, di materialmente sensoriale. Scemo come ogni innamoramento. In sé non è un difetto, solo che manca l’elemento decisivo. La precisione è sempre buona e sempre da perseguire, ma non è l’unico parametro – non è sufficiente come poetica e non basta per garantire rilevanza a un testo. Come, viceversa, può mancare qualcosa anche quando ci si limita con eccessiva sicurezza a un puro gioco interno alla lingua, come se le parole non si riferissero a nulla o non fossero maneggiate da nessuno e non potessero avere alcun effetto al di fuori della loro sfera. È necessario che ci sia, come irritazione e provocazione, la sfida dell’extralinguistico anche solo come postulato o ipotesi di lavoro, proprio come d’altro canto, senza gioco linguistico, pur con tutti i mezzi resta del tutto impensabile riuscire a cogliere qualcosa che vada oltre o sia più acuto di ciò che confluisce nelle frasi distratte e un po’ bugiarde di casa nel quotidiano. Vorrei quindi porre enfaticamente nel nostro spazio, in senso metafisico ma talvolta anche solo come istanza che richiede cibo, il gatto del realismo[3] (e lui protesta miagolando offeso).”

 L’idea è dunque, dice Karl Katschthaler in un saggio[4] dedicato alla poetessa,

"di unire ciò che è apparentemente lontano, cioè l’extralinguistico e la lingua. […] Nella prefazione al suo Hauptwerk[5] – questo il titolo della raccolta - […] Ann Cotten formula così la quadratura del cerchio che è al centro della sua poetica: «Qualcosa che abbia valore generale può essere soltanto un proposito produttivo: descrivere con parole vecchie nuove esperienze, che non so cosa siano esattamente. Il tutto perciò parecchio imperfetto, come i primi passi di un puledro.»"

Recupero dunque del “gatto del realismo” – della realtà extralinguistica, o quantomeno della sua sfida – attraverso un esercizio produttivo, consapevolmente imperfetto della lingua. Ora che abbiamo pagato pegno alla teoria, propongo di vedere come questa intenzione si traduca nella scrittura. Ho scelto un racconto breve dalla silloge Der schaudernde Fächer (2013) [Il ventaglio che freme] che proporrò integralmente.

Falso gelsomino

Da qualche parte nel nord dell’Inghilterra ci sono un paio di bassotti inselvatichiti, mi ha detto l’altro giorno il mio fedele Punto A, ma io non ascoltavo veramente perché stavo componendo questa cosa qui:

O sacro fuoco che ti sprigioni dal gas di benzolo, brucia
l’intreccio fiorito in cui correndo mi smarrisco,
e spingi il fumo fino alle grigie spiagge di Bombay.
Oggi senza scampo devo vedere un certo viso che si schermisce.
Dunque stavo in un cespuglio dove avevano tagliato falso gelsomino,
e il segnale acustico si impregnava di dolore che io debba adeguarmi 
ai crudeli piani di vita di un liceale. Scagliai 
due SMS finemente torniti contro la parete di fuoco e ora
sto bighellonando in città per seppellire il telefono nella sabbia pulita. Ossignor.

Questa storia è interessante perché tratta della crudeltà di una gioventù decisa a farsi la sua vita, e della decisa disponibilità all’abbaglio da parte di qualcuno che fin dall’inizio sapeva che non c’è da cavarne nulla, che solo su una cattiva strada c’è qualcosa che può fare per lui. E si circonda di cose innocue, affinché sia possibile cadere. Si potrebbe chiamarlo “nozze al parco giochi”.

Si piegò e entrò nel passaggio aperto dai potatori in un cespuglio fiorito di bianco, dal parco a una vasta area giochi piena di sabbia chiara. Il suolo era coperto di rami tagliati sui quali i fiori erano ancora freschi. Era il crepuscolo, in tutta la città stavano guardando la coppa UEFA, e senza sapere cosa faceva schiacciò nuovamente il tasto per comporre il numero al quale lui non rispondeva. Fu scioccata da quel che aveva fatto, tuttavia, poiché non faceva mai nulla del genere e pensava che la vita degli altri consistesse soprattutto di cose che lei non faceva mai perché non le capiva, le sembrò la cosa giusta, un grosso Sporgersi, e poiché i fiori erano così freschi, di un genere così mite e puro, quello che faceva non poteva essere nulla di male, nulla di pesante, nulla di faticoso. Con la stessa facilità con cui lei chiamò, lui non rispose. Così si fabbrica un’illusione.
Incontrò un anglosassone che conosceva, sedettero davanti allo spaccio aperto fino a tardi, bevettero birra e chiacchierarono. Passarono gli amici dell’anglosassone: i greci, gli irlandesi, i turchi e gli americani, i quali si appiccicarono. Eccoli alla fine appoggiati alla ringhiera carica di biciclette che separava l’angolo dalla strada: una coppietta da una comune di Boston completa di appendice nerd con cagnolino, un islandese sogghignante e uno brutto, due scandinave truccate di rosso che indossavano pullover norvegesi con motivi fatti a macchina, l’anglosassone e lei, un oscuro proposito nel cuore. Aveva appena salutato e percorreva la notte in bicicletta, percorse soltanto metà delle strada verso casa per fermarsi poi e rileggere un messaggio ricevuto in un qualche momento nelle molte ore che aveva passato seduta davanti allo spaccio. Era a casa, scriveva, ma aveva delle cose da fare. 
Girò la bicicletta e tornò indietro avendo preso una decisione che traballava ma non cadeva. Come se avesse caricato qualcuno sul portapacchi. Ed era parimenti evidente che la sua stupida, imprudente decisione la riempiva di orgoglio, di smania di agire, di poesia e di sicurezza gestuale. Era una cosa da niente, ma doveva succedere. La poetica scoreggia, dunque, consisteva in questo: in una strada industriale non lontano dalla casa di lui vide di nuovo occhieggiare dalla siepe i freschi fiori bianchi. Però non ci arrivava – non senza scendere dalla bicicletta – e invece del falso gelsomino staccò due rose bianche da un grosso cespuglio lì di fianco. Le spine sottili le lasciarono come un pelo sulle dita, tanto che le facevano l’effetto di una lingua, e con le rose fra le dita sferragliò giù per l’acciottolato, trovò la via più grande, l’angolo, il noto supermercato, la casa. La larga finestra era illuminata come un fiore. Chiuse la bicicletta e suonò al citofono.
Dio fa in modo che le situazioni appaiano ai vari coinvolti in modo del tutto diverso, affinché essi siano inquieti, come piace a lui. Adesso che lo racconto, emergono le curiose differenze. Recarsi all’appartamento si potrebbe definire qualcosa di un po’ drastico e dovrebbe essere accompagnato da una sincera sensazione di emergenza. Lei lo faceva con leggerezza, e il suo più solido argomento a favore era che avrebbe potuto benissimo fare qualcos’altro o anche niente. Così manteneva la sua equanimità, ma questo cosa voleva dire per gli altri? Lei era facile da accontentare – rose o gli altri fiori, belli entrambi; pedalare o dormire, tutt’e due piacevoli. Evitava soltanto ciò che considerava codardia o prudenza, di queste aveva paura, a ragione; infatti, se non stava attenta, era codarda e prudente.
Un balbettio alla porta con il campanello di bronzo tirato a lucido, e al primo piano un ragazzo lungo, biondo, dietro di lui Fritz, entrambi in boxer e canottiera a costine. Stavano guardando un film. Consegnò le rose. Se ne scusò. Andò, fu fuori dalla tromba delle scale e con un grosso spavento nella schiena pedalò sull’acciottolato via da lì. 

(Traduzione mia)

Se ora in questo racconto si vuole seguire la doppia traccia del gioco linguistico e del “gatto del realismo”, prendendo come riferimento ideale il secondo Wittgenstein si noterà che nella narrazione in prosa l’autrice evita il più possibile riferimenti a stati d’animo pre-linguistici; cioè a qualcosa, nella percezione e autopercezione, che sia al contempo significante e non ancora espresso, non ancora compreso in un gioco linguistico. Al contrario, tutto è trasposto all’esterno, come se gli stati d’animo si leggessero in un sistema di segni largamente indipendente dal soggetto classico. L’unico accenno che trovo a qualcosa di intimo e non-linguistico è l’ “oscuro proposito nel cuore” durante le ore che la protagonista trascorre con l’anglosassone e i suoi amici. Ma, a parte anche l’ironia di quel “nel cuore”, si tratta di qualcosa di oscuro che prende forma a partire da segni esterni: i fiori bianchi la cui innocenza sembra autorizzare qualsiasi iniziativa, un SMS ricevuto, cioè l’impatto con un gioco linguistico che in questo caso è un gioco della menzogna (a cui non segue peraltro alcuna condanna, estetica o morale, del mentitore). Allo stesso modo, la frase “Ed era parimenti evidente che la sua stupida, imprudente decisione la riempiva di orgoglio, di smania di agire, di poesia e di sicurezza gestuale” non descrive tanto dei sentimenti, quanto alcune conseguenze dell’aver accolto la suggestione combinatoria fra i fiori di falso gelsomino e l’innocenza, la leggerezza, la facilità di determinate azioni; dell’essere entrata insomma in un gioco linguistico in cui, fra gli altri segnali, non segni ma cose (fiori) fungono da significanti. A un meta-livello, il racconto esemplifica l’arte combinatoria e gli spostamenti semantici che permettono di “descrivere con parole vecchie nuove esperienze”, permettono una acquisizione di conoscenza “che vada oltre o sia più acut[a] di ciò che confluisce nelle frasi distratte e un po’ bugiarde di casa nel quotidiano”. Il “contenuto” del racconto infatti – come si costruisce e come viene distrutta una illusione, nel senso di autoinganno – è presentato in modo inatteso, straniante, le articolazioni non sono evidenti a una prima lettura; eppure così proprio il contenuto, apparentemente offuscato, appare infine con una forza e una novità irraggiungibili attraverso una narrazione più tradizionale, per quanto “messa giù” bene.

La narrazione non si esaurisce però nella rappresentazione di un gioco linguistico autoconcluso. Il gatto del realismo “richiede cibo” e non viene ignorato. La realtà (la menzogna contenuta dell’SMS, ma anche l’inopportunità di scommettere su un gioco linguistico che si è giocato da soli) è ciò che promuove l’azione dall’illusione alla disillusione, con corrispondente acquisto di nuova conoscenza. E la realtà è dura e effettuale come l’acciottolato su cui la protagonista pedala via, “con un grosso spavento nella schiena”.

Un’ultima osservazione, prima di chiudere, sulla struttura del testo. Il racconto vero e proprio ha una doppia o tripla introduzione: dapprima c’è un’osservazione dell’uomo che la narratrice chiama “il mio fedele punto A” (che appare anche in altri racconti) – osservazione che rimane per il lettore assolutamente enigmatica; la narratrice infatti non entra nel gioco linguistico proposto poiché è occupata a scrivere una poesia che costituisce la seconda introduzione. Nella poesia compaiono già i punti salienti di quello che sarà il racconto. In essa è rappresentato il punto di vista soggettivo della protagonista, che lei “scaglia […] contro la parete di fuoco”, cioè contro una realtà immodificabile; in questo senso la parete di fuoco potrebbe riprendere il “sacro fuoco” dell’inizio, a cui l’io lirico chiede appunto di bruciare l’intreccio fiorito dell’illusione autoindotta. Viene poi un paragrafo che può essere letto sia come commento alla poesia che come anticipazione della “morale” del racconto che segue. Anche qui l’accento è sulla “decisa disponibilità all’abbaglio”, che può essere intesa come disponibilità a entrare in un gioco linguistico non condiviso, con la conseguenza di trovarsi poi in brusca collisione con un altro, molto diverso: le “curiose differenze” appunto, da cui si leva il miagolio di protesta del gatto del realismo.


[1] Altre due poesie dalla stessa raccolta si possono leggere qui e qui.

[2] Forse è il caso di ricordare che Cotten si è formata in ambiente viennese, dove la questione del rapporto realtà-lingua, da Hofmannsthal a Wittgenstein, è cruciale.

[3] Il gatto del realismo: l’espressione è da ricondurre alla poesia di Hans Magnus Enzensberger Bischof Berkeley ins Stammbuch (Nel libro degli ospiti del vescovo Berkeley, in: Die Elixiere der Wissenschaft, 2002, traduzione italiana: Gli elisir della scienza, Einaudi 2004), poesia che prende di mira il costruttivismo, e la cui ultima strofa recita:

Non vi bada, il mondo, 
coi suoi occhi di gatto. 
Vi lascia dire, paziente, 
finché non tira 
fuori gli artigli, indugia un poco 
a giocare con voi, 
si scorda di voi, e resta dov’era.

(Sie hört nicht auf euch, die Welt
mit ihren Katzenaugen.
Sie lässt euch reden, geduldig,
so lang, bis sie zuschlägt
mit ihren Krallen, spielt
noch ein Weilchen mit euch,
vergisst euch und bleibt.)

[4] Karl Katschthaler, „Von Hosen und Katzen. Zur Poetik der Sprachkritik bei Ann Cotten“, in: A. Horváth, K.Katschthaler (Hg.), Frauen Unterwegs. Migrationsgeschichten in der Gegenwartsliteratur, Vienna 2017, pp.35-44.

[5] Hauptwerk significa ‘opera principale’. Titolo completo: Hauptwerk. Softsoftporn, Ostheim/Rhön 2013

Riordinadiario 6-14 settembre 2021

di Ennio Abate

6 settembre 2021

Cercando Gilbert Simondon

Il monumentale lavoro di Simondon può essere letto come un tentativo di sovvertimento radicale del concetto di individuo, inteso come elemento di base del cosiddetto principio di individuazione. Questo principio è stato infatti principalmente declinato, lungo il corso della storia del pensiero occidentale, in due maniere, al contempo opposte e consonanti. Da un lato, infatti, esiste la tradizione sostanzialista (o atomista) – che, risalendo fino a Democrito e Leucippo, prosegue carsicamente il proprio corso fino alle soglie della fisica moderna, passando per la monade leibiniziana; dall’altro lato, invece, troviamo la tradizione che potremmo definire ilomorfica, di provenienza aristotelica, che si pone a fondamento di ogni filosofia dualista. In quest’ultima tradizione di pensiero, infatti, l’individuo rappresenta una sorta di complemento o, per meglio dire, una sorta di compromesso tra forma e materia.

Simondon ha tentato di aggirare entrambi questi approcci, provando a sovrapporre al concetto di forma il concetto d’informazione, non inteso meramente come messaggio differenziale in un sistema comunicativo, bensì letteralmente come in-formante, cioè come ciò che si forma, si produce e si rigenera deformandosi. Il concetto d’informazione ha permesso così al filosofo francese di penetrare nei meandri delle più diverse branche del sapere, muovendosi trasversalmente dal “mondo” fisico e biologico a quello psichico. Essendo alla ricerca del principio d’individuazione (che, come vedremo, è tutto fuorché un principio), Simondon ha cercato di indagarlo in tutta la sua complessità, affrontandolo simultaneamente da un punto di vista fisico, biologico e psichico.

A questo scopo Simondon ha elaborato una nozione d’individuo radicalmente in contrasto con quella delle due “scuole” atomista e ilomorfica, le quali – pur trovandosi apparentemente agli antipodi – non hanno mai cessato di declinare in maniere differenti l’idea che l’individuo (sia esso atomo o complesso materia-forma) sia il principio fondamentale – ovvero il termine radicale e ultimo, condizione e scopo finale – della relazione globale di cui esso partecipa. Mentre, per Simondon, l’individuo non è che una fase dell’individuazione, cioè momento di un processo di trasformazione che attraversa diversi stadi e differenti cariche di “potenziali”. Questi ultimi – concetti mutuati da alcuni tardi riferimenti del suo “maestro” Merleau-Ponty (a cui è dedicata l’opera) – vengono concepiti da Simondon come elementi preindividuali.

Per Simondon l’errore principale delle filosofie sostanzialiste e/o dualiste è stato infatti, da sempre, quello di considerare l’individuo come un principio, come un quid da cui si può partire per comprendere la realtà. Ma questa è per Simondon un’idea statica del mondo, che concepisce la realtà come un gigantesco paradosso di Zenone, in cui gli stati sono separati nel tempo e non comunicanti. Simondon si fa beffe del principio di equilibrio stabile e, appoggiandosi alle scoperte della fisica quantistica e della termodinamica, elabora una teoria in cui ogni stato che possieda ancora dell’energia residua – e che non sia quindi morto – si trova in un equilibrio detto metastabile, perché comunque carico di potenziali.

Una concezione così radicale e innovativa non poteva non includere anche una diversa concezione dell’essere, e sarà proprio in questo ambito che Simondon effettuerà un vero e proprio ribaltamento. Scrive:

L’essere non possiede un’unità d’identità, come nel caso dello stato stabile, nel quale non si possono verificare trasformazioni; al contrario, l’essere possiede un’unità trasduttiva: in altre parole, esso può sfasarsi in rapporto a se stesso e può straripare da una parte e dall’altra del centro. Ciò che si concepisce nei termini di relazione o dualità dei principi, consiste, in verità, nel dispiegamento dell’essere, che si configura, a sua volta, come più che unità e più che identità. Il divenire costituisce una dimensione dell’essere e non può essere concepito come ciò che gli accade sulla base di una successione cui sarebbe soggetto in quanto essere originariamente dato e sostanziale

L’operazione d’individuazione, dunque, “produce” l’essere individuale – non ne è la logica emanazione. L’individuo è una “fase” di quell’essere la cui dimensione è il divenire e il cui stato è in tensione metastabile, perché carico di potenziali. L’informazione è il mezzo attraverso cui le fasi si producono all’esterno e all’interno dell’individuo in base al suo essere fisico, biologico o psichico. Mentre la trasduzione è il processo attraverso cui l’essere si dispiega nelle sue dimensioni. Si tratta qui, per Simondon, di elaborare la possibilità teorica di un processo che sia allo stesso tempo al di là della logica e al di là della dialettica: un movimento analogico, né deduttivo, né induttivo.

(da Gilbert Simondon, il filosofo dell’avvenire? di Cristiano Carchidi 12 Dicembre 2016 http://www.chartasporca.it/gilbert-simondon-il-filosofo-dellavvenire/

 

13 settembre 2021

Memoria: Proust/Fortini

Oggi come oggi non c’è quasi quarta di copertina, articolo di webzine, pronunciamento intellettuale di piccolo o medio cabotaggio che non contenga la parola ‘memoria’. Segno che il fenomeno ha perso rilevanza.

Si può stare abbastanza sicuri che se qualcuno parla di memoria, nelle due o tre righe seguenti salterà fuori Proust. A un più attento esame, si scoprirà che il qualcuno o non ha mai letto Proust, o, se l’ha letto, se lo è dimenticato.

In Proust l’unica memoria che conta, la memoria involontaria, non ha quasi nulla a che fare con la memoria quale la si intende generalmente. A propriamente parlare, non è nemmeno un fatto di memoria ma di sensazione. È il ripresentarsi, in due momenti distinti del tempo (che chiameremo A e B), di una stessa sensazione (la sensazione deve essere abbastanza rara per non confondersi nella routine dell’abitudine, essere ad esempio una sensazione dell’olfatto o del tatto) che l’io percepisce come identica, cioè indistinguibile, nei due momenti; che è di fatto indistinguibile; per cui l’io percipiente non ha, a partire dalla sensazione, alcun appiglio per sapere in quale dei due momenti del tempo si trova, il che significa letteralmente che il tempo trascorso fra A e B è abolito, che l’io percipiente si trova fuori dallo scorrere del tempo, e che dunque tutto ciò che il tempo, nel suo scorrere, ha precipitato nell’oblio è di nuovo presente e fruibile. Seguono numerosi e importantissimi corollari. È chiaro che qui il senso di ‘memoria’ è un senso molto particolare. A rigore, non posso nemmeno dire che sono io che mi ricordo.

Il passaggio funambolico che i cultori della memoria non tentano neanche, ma danno per acquisito, è quello da “la memoria” a “Le Mie Memorie”, cioè da una facoltà che rimane per moltissimi versi oscura, alla parte interessante in cui porca miseria posso parlare di me e delle mie succosissime esperienze, ne posso fare un bel racconto, cioè precisamente quello che Proust aborriva e alla cui fattibilità in determinatissime circostanze tutte da esaminare è arrivato dopo un percorso lungo e travagliato.

Dopo aver assicurato, ai pilastri della memoria involontaria e a un paio di altre cosine su cui ora non ci soffermiamo, la struttura della sua cattedrale (gotica), Proust può applicarsi alle “parti di riempimento”, cioè ai muri non portanti fra un pilastro e l’altro. Quando la gente parla di Proust e di memoria, normalmente è di questo che parla: del “riempimento”, che è importantissimo, certo, e in un certo senso il midollo da succhiare della Recherche, ma che cos’è? L’idea è che il narratore racconti la sua vita (a quello gli serve, no, la scoperta della memoria involontaria) articolata grosso modo in sette parti che corrispondono ai sette volumi della Recherche. Nel corso della vita il narratore ha inoltre incrociato un gran numero di “personaggi” che, com’è ovvio, ora popolano il romanzo. Ma è proprio così? Se il narratore raccontasse la sua vita il lettore avrebbe fondati motivi di lamentarsi: un racconto sconclusionato, pieno di buchi e in certi punti apparentemente contraddittorio, cronologia non lineare e anche all’interno dello stesso “nucleo” narrativo assai incerta: se in una pagina il narratore appare come un bambinetto di otto o nove anni, ecco che alla pagina seguente gliene daresti quindici. Biografia per nuclei tematici allora? Se si vuole; ma anche lì il narratore è tutto fuorché sempre in primo piano, spesso e volentieri cede la ribalta ad altri, è ridotto al ruolo di osservatore, di narratore della storia altrui, storia che eventualmente si è svolta prima della sua nascita, per cui non si può nemmeno parlare di memoria. Certo, la famosa madeleine è il “clic” che mette in moto tutto ciò che si trova fra il momento in cui il dolcetto tocca il palato del narratore, nel primo volume, e la fine del romanzo. Ma è la storia di una vita? O non è piuttosto, fra un pilastro e l’altro, l’analisi ironica, profonda, geniale e puntuale, secondo il modello dei classici francesi del XVII secolo (les moralistes, che non sarebbe da tradurre ‘i moralisti’, ma ‘gli psicologi’), della psicologia umana nei vari personaggi e nel narratore stesso? Non è il tema il funzionamento della coscienza e dunque anche della memoria? Un romanzo che tematizza se stesso; così in ogni caso lo intende il narratore. E l’articolazione che collega la teoria della memoria (pilastro) ai portati dell’analisi psicologica (riempimento) è ben salda, e comporta lo sbriciolamento di quello che generalmente si intende per “io”. Cioè il contrario dell’intenzione dei memorialisti, che è ricostituire, arrivare a una verità identitaria.

Proust però, alla fine, è uno scrittore per letterati e decadenti. La salvezza che propone è esoterica: per pochi eletti. Non è democratica. Anzi no, è troppo democratica. In un articolo del 1982 (vedi nota in basso), come dice egli stesso enunciando in modo assertivo senza dimostrare, Fortini compie in non più di otto righe il rimarcabile tour de force di passare da quella che egli chiama la “formulazione elitaria” di Proust alla sorprendente affermazione che “il genere di vita quotidiana ormai solidamente costituito nelle società urbane del moderno universo tecnologico di produzione e consumi ha creato nel giro di un cinquantennio le condizioni perché in masse grandissime di uomini gli episodi di emergenza della memoria involontaria si moltiplichino e dilatino sino ad occupare una larga parte della vita psichica, di altrettanto riducendo e svalutando la funzione del «ricordo» [si intende il ricordo consapevole e volontario].” Se lo dice lui. È il processo, dice, che altrove ha chiamato “surrealismo di massa” e che consiste appunto nell’ipertrofica e generale proliferazione dell’”universo della «memoria involontaria» (ossia del piacere e del sogno)“. Ora, Fortini può giocare coi termini come gli pare – e a me sembra che almeno della memoria involontaria si sia fatto un’idea tutta sua -, ma memoria involontaria e surrealtà, se pure hanno dei legami, da precisare, col piacere, certamente nell’intenzione dei loro scopritori non sono “sogno”, anzi esattamente il contrario: sono l’unica realtà veramente vera, e se non marciano al suono del piffero marxista, non mi pare però corretto stravolgerle per arruolarle a forza. Ma per Fortini il punto non è né Proust né tantomeno i surrealisti. Quello che gli interessa è rivalutare il “ricordo”: la memoria discorsiva e facilmente trasmissibile di un passato collettivo, senza tante fisime di opere d’arte o stati psichici strani, e non importa se, non essendo ancorato nella verità della memoria involontaria o della surrealtà, il discorso collettivo è sempre tendenzialmente retorico, quindi falso, manipolabile, manipolato, necessariamente parziale, alla fine inutilizzabile. Questo non conta. L’importante è che abbia una “sua definitività narrativa“, che “già in sé [contenga] giudizio e scelta” – che sia cioè arbitrario, rispecchi una cocciutaggine, e che la sua definitività sia sufficientemente definitiva per passarlo di mano in mano nei secoli.
(da  SULLA MEMORIA di Elena Grammann, https://dallamiatazzadite.com/2021/09/08/sulla-memoria/)

 

13 settembre 2021

Ma noi discutiamo di…

Non so se nel frastuono che tutto copre delle polemiche su Green Pass e vaccini ci sia un’astuzia del potere, o se, semplicemente è l’effetto di una banale dinamica autorafforzante del mercato delle ‘notizie’ (il tema ‘vende’), unito alla lotta partitica feroce in corso sottotraccia, entro l’artificiale perimetro governativo (per cui si provoca la Lega, per danneggiarne il leader rispetto ai competitori esterni -Meloni- ed interni -Giorgietti-, e, d’altra parte se ne subiscono i veti, da cui la politica vorrei-ma-non-posso del GP), ma l’effetto oggettivo è quello di una nuvola nerastra e polverosa di polemiche vacue e urlate che nascondono completamente le tantissime cose serie, importanti, persino epocali che stanno accadendo (entro e soprattutto fuori del paese).

La dinamica dei prezzi e della sconnessione delle supply chain mondiali mostra l’avvio di un passaggio tra il modo di produzione neoliberista mondializzato e qualcosa di diverso (quanto, come e quando, nonché dove lo potremo misurare in qualche anno); la ritirata anglosassone prelude ad una avanzata del ‘mondo multipolare’ (che ha molto a che fare con il punto precedente); il lavoro potrebbe cambiare, tornando ad una qualche forma di potere e, al contempo trascinando modifiche della forma territoriale; la risposta politica a queste tensioni di trasformazione potrebbe prendere la forma di un attivismo statalista di nuovo conio. Nessuna di queste cose è già formata, sono tutti piani di conflitto intrecciati e possono andare in direzioni diverse.

Ma noi discutiamo di ciò che ci viene messo davanti agli occhi. Se uno insiste a sottoporre un tema ciò che bisognerebbe chiedersi non è se è giusto o sbagliato, ma quale altro nasconde. Ovvero, di cosa non si deve parlare.

( da Alessandro Visalli https://www.facebook.com/alessandro.visalli.9/posts/10219403875584090)

14 settembre 2021

 Fernando Savater su malattia mentale

 Savater sollecita l’attenzione di chi intende venire a capo della sofferenza comunicativa sopra il contesto in cui chi soffre è preso e si muove. Non tuttavia allo scopo di addebitare al contesto la responsabilità della sofferenza, perché alla determinazione del contesto di vita di chi soffre partecipa il soggetto stesso, qualora commetta l’errore di regolare le forme comunicative a modalità che egli trasferisce da alcune infelici forme comunicative in cui si era ritrovato in precedenza. I difetti di comunicazione – scrive Savater – possono essere messi in conto sia al «contesto in cui il soggetto si muove, sia ai […] principi applicati dal soggetto stesso»; dipendono, cioè, tanto «dall’incomprensione ostile dei destinatari del messaggio»,quanto«dalla perdita di autonomia che la sua accettazione positiva comporterebbe per il soggetto».[6]

A volte sono le forme comunicative presenti che non danno modo alcuno agli interlocutori di riconoscersi in una veste umana. A volte, non è tanto la relazione presente ad imbalsamare la comunicazione, ad afferrare in una morsa alienante il soggetto: in qualche caso è la parte che giuocano gli altri attori della comunicazione, quando il volto dell’incomprensione è necessario all’interlocutore per mantenere ruoli di potere e di prestigio; altre volte è lo stesso soggetto a porre la relazione comunicativa in una impasse: o perché giuoca il ruolo di partecipante passivo, secondo esperienze comunicative precedenti, o perché se ne sta chiuso in un mondo proprio, in cui rintanarsi, diffidente, se non chiaramente ostile, verso ogni interlocutore; oppure perché assume atteggiamenti camaleontici, disposizioni adattive ed imitative che evitano qualunque tensione tra gli interlocutori, assumendo condotte che, annullando il giuoco delle parti, vanificano la comunicazione.

In sintesi, Savater sostiene che il disagio e la sofferenza psichica possono esser accostati analogicamente alla malattia, perché accadono quando “cadono malate” le forme comunicative alle quali determinati individui affidano la funzione di riflessione della propria identità e di messa a punto della propria soggettività. Cioè, la comunicazione può essere definita, oltre che difettosa, come quasi sempre è, anche “malata” quando il difetto riguarda la possibilità concessa ai suoi interlocutori di rimanervi presenti nel ruolo di soggetti, i quali patiscono l’eventuale dislocazione dal piano delle affermazioni e dei riconoscimenti della propria soggettività.

 (da Riflessioni di Savater sopra la nozione di malattia mentale e le relative sue concezioni (prima parte) – di Piernicola Marasco https://www.altraparolarivista.it/2021/09/12/riflessioni-di-savater-sopra-la-nozione-di-malattia-mentale-e-le-relative-sue-concezioni-di-piernicola-marasco/ )

 

  • L’immagine di copertina è ripresa dalla rivista “altraparola”

Il Re Pescatore



di Elena Grammann

Nella Pieve erano conservate le reliquie di San Celestino. Soltanto il teschio però, diceva sua nonna. Perché quando lo scheletro del santo era stato trasportato sul fiume, se lo erano conteso due barche: una della riva destra e una della riva sinistra. E così, proprio nel mezzo del fiume, nessuno dei due voleva mollare ed era finita che a loro era rimasto il teschio e il resto era andato a quelli dell’altra riva.

Quando sentiva questa storia Viviana si immaginava un fiume molto diverso da quello che conosceva. Un fiume gonfio, lumeggiato di bianco, e al centro, su due barche immobili a forza di remi, alcuni uomini che con ostinazione tirano a sé le estremità del corpo santo.

Dovevano essere due barchette da niente, due gusci di noce per navigare in quel fiume che era un torrente. Viviana se le immaginava come la barca del Re Pescatore, così piccola che ci stavano soltanto un uomo che remava e, a prua, il re intento a pescare. Intento a pescare per dimenticare la sua ferita.

Il Re Pescatore pescava gamberi nel canale quando era in secca e li friggeva nel cortile della Fornace. Viviana aveva assistito alla trasformazione dei gamberi da grigi a rosso acceso. Del sapore non conserva alcun ricordo. Conserva invece l’esatta cognizione della ferita del Re Pescatore, di cui lui pare non accorgersi, e che è il disprezzo della madre.

Non ricorda se la pesca dei gamberi si ripeta in occasione di ogni prosciugamento del canale o se sia avvenuta una volta sola. Propende per la seconda ipotesi. Il padre non è uomo della costanza; è piuttosto il tipo dell’infatuazione passeggera e dell’impresa singola. Una volta recupera, da certi locali dismessi, le tubature di piombo per fonderle e farne lingotti da scambiare con cartucce già pronte. Viviana ricorda con precisione l’espressione di disprezzo e quasi di schifo con cui l’uomo della ferramenta, che è il padre di sua madre, prende i lingotti di piombo di cui non sa che farsi e gli dà le cartucce. Lui di sicuro, suo padre, non se ne accorge.

Se ora pensa a lui, Viviana lo pensa giovane, fra il fiume e il canale. Indica con la punta della scarpa, nel greto, le deiezioni secche e tonde delle lepri. Va a caccia col fucile. Una volta – non sono lontani da casa – la manda avanti, oltre il cartello di divieto di caccia, le dice di aggirare un campo di mais le pare, o di sorgo, e poi di tornare indietro e attraversarlo per alzare le pernici, o parare avanti le lepri, o quello che c’è, in modo che passi di qua dal cartello e lui possa sparargli. Viviana non si fida mica tanto, ha paura dello sparo, della rosa di pallini; ha paura che lui la pianti lì e se ne vada.

Una volta ha costruito per i conigli una grossa gabbia di legno senza fondo, che viene trascinata da un punto all’altro del prato affinché i conigli possano servirsi direttamente di erba. Loro però scavano buche e scappano.

Un’estate la madre va al mare con i figli, gli affida la cura delle galline. Quando torna non ce n’è più neanche una: il padre le ha vendute al macellaio.

In tutto questo tempo la sua ferita, che lui non sente neanche, continua a gocciolare.

Il fiume dove camminava suo padre era un largo, larghissimo greto in cui, di dieci chilometri in dieci chilometri, i frantoi ribaltavano la ghiaia. Era il punto più basso del paese; quello in cui si perde ogni determinazione. C’erano piste che non portavano da nessuna parte, impronte di copertoni, piccole depressioni dove il fango si mantiene bruno sotto una crosta cinerina che si accartoccia. Dappertutto arbusti di pioppi e di tremoli che la corrente ha stretto in isole. Più avanti, verso il centro del letto, grossi sassi sui quali si perde l’equilibrio; poi, finalmente, un ramo d’acqua grigia.

Nel fiume si bruciavano larghi cumuli di immondizia, ci abitava gente che le sembrava strana: robivecchi, ferraioli, gente che comprava in giro le pelli di coniglio e le inchiodava ad asciugare al sole. Era un luogo privo di riferimenti. Un grado zero.

Per tutte le cose ci deve essere – Viviana è convinta che ci debba essere – qualcosa come un grado zero: un livello, una soglia, a partire dal quale la cosa si manifesta nelle sue reali proporzioni, come vista dall’esterno e da un ottimo punto di vista, dal migliore in assoluto, quello che la rivela. Il loro grado zero, la prospettiva che li mostra quali essi stessi nemmeno sanno di essere, è la ferita del Re Pescatore.

Per il paese dove vivono, l’accozzaglia un po’ casuale di strade con o senza marciapiedi, con o senza lampioni, con o senza cartacce e coni smangiucchiati di gelato e cicche di sigarette lungo i marciapiedi o impigliati nelle erbacce, con le salite e le discese e le scorciatoie e le scalette, con le case vecchie e i cortili labirintici intorno alla piazza che vengono sostituti da condomini i cui garage hanno tetti catramati, sono una distesa di tetti catramati – per questo insomma che è il paese o il centro del paese, che è una cosa che sta già diventando incomprensibile e lo sarà sempre di più – incomprensibile e indifferente e necessariamente disperso nei chiusi cortili del privato – per tutto questo il grado zero è il fiume. Da lì, guardando verso l’alto, si vede esattamente il rilievo del paese come un paté di sabbia.

Ora questo naturalmente non significa nulla.

Il rilievo – come la memoria, i racconti e gli antenati – appartiene alla madre. Il padre predilige il grado zero, i luoghi piani, lo scivolare del tempo nella non-memoria. Non ha mai voluto trattenere. Gliene viene una noncuranza; la soddisfazione di vivere nel presente.

Del grado zero, Viviana eredita l’evidenza con cui si impongono certe cose. Ad esempio la ferita. Che lui la avverta o no, è a causa della ferita del Re Pescatore che la terra è desolata e sassosa, piena di fumi e di ossa come il greto di un torrente.

E a dirla tutta, il terreno del fiume è vasto e pauroso; ogni passo nasconde un pericolo, a ogni passo si scoprono cose non del tutto umane.

Una volta, quando era molto piccola, ci è andata con una più grande, che abitava in città ed era così stranamente compita. Aveva una carnagione molto bianca e delicata, come un soufflé. Videro lo scheletro completo, ripulito e in parte imprigionato nella sabbia di un grosso animale – forse un asino, o un vitello. Era perfettamente bianco e pareva strano che potesse starsene così, sotto il cielo.

Poco dopo la ragazza dalla carnagione delicata, vestita molto leggermente di bianco perché è estate, cade di peso in un cespuglio di rovi – una caduta inspiegabile se si esclude la stupidità o il destino. Fatica a rialzarsi e a districarsi e ripete con signorile autocontrollo: “Oddio sono caduta nei rovi. Oddio adesso sono caduta nei rovi”. Viviana pensa che il fiume finirà per mangiarsela – lei, il suo vestito bianco e la sua carnagione di soufflé.

Parole straniere. Quattro sonetti di Ann Cotten

di Elena Grammann

Ann Cotten è una poetessa e prosatrice di lingua tedesca, nata nel 1982 a Ames, Iowa, e trasferitasi all’età di cinque anni a Vienna con la famiglia. Attualmente vive fra Vienna e Berlino. Benché il tedesco sia la lingua base della sua produzione, il bilinguismo la porta verso più marcate commistioni, che si allargano anche al giapponese sia per un interesse per la cultura nipponica che per le caratteristiche semiotiche di questa lingua.

Nel 2007 pubblica la sua prima raccolta poetica: Fremdwörterbuchsonette [letteralmente: Sonetti del dizionario delle parole di origine straniera] con Suhrkamp, una delle più importanti e titolate case editrici tedesche. Qualche chiarimento su titolo e struttura della raccolta:

Fremdwort. Un Fremdwort è una parola entrata nella lingua e normalmente germanizzata, ma di origine straniera: greca, latina, più di recente inglese. Ci sono Fremdwörter di uso comune, ad esempio ‘Plastik‘, ma perlopiù essi appartengono al registro colto e/o a linguaggi scientifici, specialistici, tecnici (es. loxodrom, Kontingenz).

Sonetti. Quando mi è arrivata la raccolta e l’ho aperta ci sono rimasta male perché mi aspettavo dei sonetti e non ne vedevo nemmeno uno. In realtà non si tratta veramente di sonetti ma di quelle che Cotten chiama, con una certa libertà mi pare, “sonettesse”, cioè, da definizione, sonetti caudati la cui “coda” si ripete. Ma mentre nel sonetto caudato la coda, ripetibile ad libitum, è una strofetta composta da un settenario più due endecasillabi, le sonettesse di Cotten sono di fatto dei doppi sonetti: cioè a una prima struttura 4-4-6 ne segue un’altra identica (quindi: 4-4-6-4-4-6), o speculare (4-4-6-6-4-4). (Quasi) tutti i settantotto componimenti della raccolta sono doppi, talvolta tripli sonetti.

Struttura. Se si dà un’occhiata all’indice, si vedrà che non riporta i numeri delle pagine (che in effetti non sono numerate) ma i numeri dei sonetti, raggruppati a due a due sulla base del Fremdwort da cui prendono spunto. L’indice, cioè, è costituito da un elenco di Fremdwörter ai quali sono associate coppie di sonetti simmetricamente distribuite attorno a un centro ideale costituito dai sonetti contigui  39-40. I sonetti 33 e 46, sotto, sono una di queste coppie.

Complicato – e costruito. Costruzione e complicazione sembrano presiedere anche alla composizione dei singoli testi – come viene rilevato con un misto di riconoscimento per la versatilità tecnica e rampogna per presunta latitanza dei contenuti. Ma di questo dirò dopo i sonetti.

69        An Induktion To The Blues
 
 
It’a a very attractive little device that combines a frequency follower with a device that puts out harmony notes to what you’re playing … Its main drawback is that the tone that comes out of it is somewhat like a Farfisa organ.
 
Frank Zappa on the Electro Wagnerian Emancipator
 
 
Se ne stava coi gomiti piantati vicino al piatto dello stereo
e io mi sentivo tremendamente analoga,
così in balìa e inerme come un cilindro fonografico,
impressivamente riavvolgendomi. Naufragando on the dancefloor,
 
coliambica nelle percussioni alcaiche. Alcaiche?!
Non ero preparata, qui, a dei bassi così sottili!
E ancora non avevo buttato un occhio alla console,
sobbalzando poi al broncio anacreontico.
 
Mi percorse le vene furiosa la sua vista.
Tese l’orecchio il battito cardiaco e non si peritò
di stendermi come un corto travolta sulla pista.
Il vinile si scioglieva come liquirizia. Rigata ancora di spavento
mi trascinai al bordo di quel solco.
Rimasi a portata di suono. La mia volontà batteva piano.
 
Al piatto, stentava a tener gli occhi aperti
e per due volte per poco non cadde lui o rovesciò la birra,
e quando passava da un brano all’altro
suonava come un dormiveglia a cui si cerca di resistere.
 
(Probabile che lavorasse durante la giornata
a un Numero Verde e udisse voci
sussurrargli odi attraverso le linee,
che il cranio sbattesse contro le istanze dei clienti.)
 
E dopo un altro paio di ore toste,
l’aria nel locale è già densa per le odi           
il mio genio stremato mette su l’ultimo disco
e si siede di fianco a me. Cortesemente la sua testa cerca un dialogo,
tutto il mio scritto è imbrattato dal suo ciuffo,
si mette a parlare in sogno,                ma dialetto.
63        Vertiginosi indizi
 
 
Informazioni sbagliate. Scivola il cappello dalla testa
senza sonoro. Con quello avrei dovuto assomigliare,
senza assomiglio come una scema a Pete Doherty,
barcollo per sale cinematografiche come un clone
 
del cinema. Ciò che vidi è da tempo sci-
volato via, e per i titoli di coda ero di nuovo lì;
a destra e a manca parlano di cliché e roba del genere,
io mi attacco alla birra del buffet, quella è gratis.     Ah!
 
Ora che ci penso, ho dimenticato il tampax.
Finisco di leggere l’articolo e vado al cesso
e appoggio la birra vicino allo specchio. È un po’
che non mi aspetto miglioramenti dalle memorie.
La memoria è la morte della sorpresa. E io
non mi riconosco. Oh, un effetto della moda.
 
Ci son passata da un pezzo, non mi fa
né caldo né freddo affondarmi bevendo,
e scrivendo, la faccia. Son poi sempre io
e mi avvito storta, alla desperado, nella filettatura
 
dello squagliarsi. Del non essere all’altezza. Motti di spirito da me
d’ora in poi li avrà soltanto chi ne fa
richiesta scritta. Esco poco, mi frammento parlando
con me stessa, divido il letto solo più
 
coi libri. Con i gilet di maglia ostento
disprezzo per i cineasti,
spruzzo contraddittoriamente marcature
in forma di commento da birra. Si meraviglino pure.
Al cinema ci van sempre gli stessi,
escon fuori e han tutti le nappine.

33        Estensione, Estasi
 
 
Clic. Esso dove cominciò a ruotare
indicò così lungo le rive
il fiume. Anorganicamente luminescente,
infuriare soltanto in superficie dove
 
infuriava e irraggiungibilmente stridulo
ruotava e la luce si polverizzò,
schizzò, e perciò – e adesso voglio ridere –
refrigerio offrì alle rive, amorevole e chiara.
 
E così iniziando dagli occhi,
bocca, ah, capisce niente, in essa
si trovano capelli e lottano
con lingue per l’attenzione degli sguardi,
iniziando, ricercando sguardi? Niente di tutto ciò. Se
il punto è: per mezzo di estensione ottenere estasi,
 
deve stare ogni frase e contemplare,
espandersi orizzonte e divenire suolo
per selvaggi pensieri di espansione
a piccole avviticchiati pietre per esempio bianche.
Trova poi l’occhio da ruminare nel rispecchiamento,
in riflessi di luce che su superfici si scatenano
 
e dicono ciò che mai lingue muoveranno
a ripetere. Allora, polmoni, immobilizzatevi
e guardate, come le conseguenze
vanno alla testa del vostro, be’, cliente. Come
 
ansimano le cellule grigie dietro alle
corrispondenze che visitano qui le vostre rime
e cercano stimoli. Ehi, volete fare qualcosa?
E allora, polmoni, respirate acqua lucente!

46        Estensione, Possesso
 
 
Il tuo nome si allarga e pensare che un tempo era
Cioè cosa? Ancora l’altro giorno eri per me parola
straniera. Ora quasi parola non vedo senza che tu stia
per tutto ciò che mi manca, e nessun riso
 
si spegne che non mi tenda tu un agguato al fondo;
la rima evapora, la misura del verso non torna ed eccoti lì,
inghirlandato di foglie e sonetti spazzatura,
e, bizzarro volatile, fa una riverenza il tuo concetto e fugge.
 
Di te resta l’immagine dello scomparire
da cantarmi in versi dietro la tua schiena,
forse la cosa tua più bella in assoluto, o
piuttosto l’unica che mi resta da celebrare
giacché, scomparso tu, il nome tuo p.t.
nient’affatto oltre le labbra – per iscritto? Mai!
 
Eppure: nei lemmi stranieri cerco soltanto il tuo parlare,
la tua schiena, che sarebbe indennizzo a ogni parola.
Ma invece del silenzio mi tocca un blaterare torbido,
abbandonare la speranza, tentare versi mediocri,
 
questo sommesso costante soppesare singole parole,
la cosa più prossima, per me, al tuo silenzio.
E mi fa da modello la tua schiena p.t.
per tutto ciò che balugina come costrutto ideale.
 
Se mi frantumi il mondo in cui io vivo,
mi rimane il tuo nome in ogni caso e amo
il suono, che, forestierante, da qualche dove giunge, e ride
in faccia ai tentativi. Una paroletta straniera basta
a richiamarti nei miei versi, ed è pur vero
che la tua non spiega nulla, ma promette molto. *
 
 
*p.t. = praemisso titulo. Formula usata soprattutto in Austria davanti a nomi specialmente collettivi di persone (es. 'pubblico') delle quali non si è in grado di specificare il titolo. L'uso qui è chiaramente ironico.

Poiché in tedesco gli aggettivi in posizione predicativa non si accordano, non è dato sapere il genere della persona a cui si rivolge questo sonetto.  Ho seguito la consuetudine e ho optato per il maschile. Ma non è detto.

Qui, cliccando su ‘Übersetzungen: englisch’ una versione inglese – molto libera, di fatto una riscrittura – fornita dall’autrice stessa. Si può anche sentire la lettura del testo originale dalla voce di Ann Cotten. (NdT)

Da un esame sommario del materiale, non abbondantissimo, che si può trovare in rete su Ann Cotten e in particolare sui Fremdwörterbuchsonette, emerge una divisione abbastanza netta fra le valutazioni tiepide o benevolmente paternalistiche da parte della stampa ufficiale (FAZ, Die Zeit) e l’entusiasmo dei giovani intellettuali e soprattutto della scena dei poetry slam. Ciò che l’ufficialità eccepisce o comunque sottolinea è una mancanza di serietà. Dei Sonetti viene rilevato il carattere di gioco – gioco con le costrizioni della forma fissa, gioco delle libere associazioni a partire dalla trovata stravagante delle parole straniere. I più benevoli avanzano paragoni poetici: la tenda del circo, gli acrobati, la danza su un puro ritmo. Una venticinquenne Ann Cotten, un po’ impacciata ancorché si subodori il carattere deciso (qui una breve conversazione, con lettura dei sonetti 63 e 69), non nega e anzi rincara: a proposito del progetto complessivo – dunque non solo la forma fissa del sonetto, ma l’intera costruzione della raccolta – parla di Denkmaschine: macchina per pensare, come se da un pensiero spontaneo, diciamo libero, non ci si potesse più aspettare gran che (libero e spontaneo – specifichiamo a scanso di equivoci – nel senso di ‘naturale’; ma l’artificio, il “corsetto del sonetto” o di altro dispositivo, è del tutto estraneo a supposti interessi collettivi). Viene svelato anche l’arcano dei Fremdwōrter, delle parole straniere – bizzarra fonte di ispirazione dalla connotazione iperculturale e vagamente pedante. Il motivo, viene spiegato nella breve conversazione, è che le parole straniere sono un po’ come corpi estranei nella lingua, non sono cariche di associazioni come le altre, le quali altre proprio per questo appaiono usurate e inservibili. Le parole straniere sono precisamente una sfida a cercare associazioni impensate – impensate perché a nessuno verrebbe in mente di cercarne, ad esempio, a ‘lossodromico’ (che è il primo lemma della raccolta), e in generale a termini, come si diceva nell’introduzione, sostanzialmente scientifici o tecnici. Una sfida a trovare associazioni e approdare così a sentieri imbattuti della lingua-mente. Dove mi porta salpare da una parola, il cui significato devo spesso cercare o controllare sul dizionario? Da quali nuove angolature mi mostra le cose? Cosa mi dice, eventualmente, di me e dell’altro? È chiaro che questo tipo di approccio presuppone la subordinazione del soggetto immaginante a una rete di immaginari che esiste e si sviluppa in modo indipendente dall’individuo; la stessa subordinazione o, se si vuole, cambio di prospettiva, che nei sonetti di Cotten sposta il focus della visione dal soggetto e dal fatto a circostanze concomitanti, a derive, tipiche Cotten, in cui la parola (es. il solco del disco in An Induktion To The Blues) prende corpo e ingigantisce la sua essenza metaforica fino a inglobare la realtà del soggetto: “Rigata ancora di spavento / mi trascinai al bordo di quel solco”; o Estensione, Estasi, dove ai polmoni viene chiesto, per corrispondere alla richiesta di estasi, di respirare acqua lucente. L’immaginario di Ann Cotten è la metaforicità della lingua, presa sul serio e indagata in spazi non ancora logorati dall’uso. È questo che i recensenti ufficiali chiamano ‘gioco’, magari sotto la tenda poetica del circo, e che scatena invece l’entusiasmo del pubblico dei poetry slam. Sicuramente una parte di gioco c’è, ma è un gioco serio perché individua la potenza del linguaggio e del suo immaginario, e il dominio che esso esercita su soggetti che l’abbaglio di una certa tradizione vorrebbe continuare a rappresentarci come istanze di giudizio indipendente.

La Ann Cotten dei Sonetti è una poetessa venticinquenne: molto giovane benché provvista di rimarchevole autocoscienza. Nei prossimi post vorrei seguire il suo sviluppo.

Ann Cotten, Fremdwörterbuchsonette, Suhrkamp 2007

Le cugine. Un’archeologia

Reggio Emilia, via San Carlo con la chiesa dei santi Carlo e Agata

di Elena Grammann

Appartenevano al ramo cittadino della famiglia. Il padre aveva all’ingresso della città, appena passato il ponte di San Pellegrino, uno stallo la cui insegna fino a poco tempo fa si leggeva ancora. Erano sei sorelle. Di una, della suora, non so nulla, a parte che era la farmacista del convento, o forse di una casa di cura annessa al convento, su, a Verona mi pare. Nemmeno quella sposata, che andò poi a stare in Liguria, l’ho mai conosciuta; ma di lei, dell’Anna Tolve, so nome e cognome – parlo del cognome del marito, naturalmente. Questo perché mia madre ne parlava spesso; e poi è una combinazione che si ricorda: Anna Tolve – un nome e un cognome che stanno bene assieme. Insomma lei, l’Anna, a parer mio ha fatto bene a sposare Tolve, anche se poi lui le faceva un sacco di corna; perché le corna sono comunque qualcosa di molto diffuso e i bei nomi no. Così, questa Anna che non ho mai visto è un personaggio noto, una carta sicura nelle partite un po’ monotone che sono diventate le conversazioni con mia madre: Chi dici, mamma? Ah, sì, l’Anna Tolve!

Una cosa che mi è sempre piaciuta è che al marito dell’Anna ci si riferisse soltanto col cognome: Tolve diceva questo, Tolve faceva quello. Non ho mai saputo come si chiamasse di nome e mia madre, di sicuro, se l’è scordato. C’era, nell’uso, la volontà di marcare una distanza: un marito è sempre un estraneo, uno che viene da fuori; ma c’era anche, in una famiglia a forte prevalenza femminile, qualcosa come una specie di deferenza e, contemporaneamente, di diffidenza nei confronti della virilità.

Tolve era uno della questura e, naturalmente, meridionale.

Non è dell’Anna, comunque, che volevo parlare. Lei a un certo punto si sposò, il marito fu trasferito – a Savona, credo; lei, come la suora, era fuori.

No, io vorrei parlare delle quattro che rimasero in città e non si separarono mai. Mia madre le chiamava, collettivamente, “le cugine”, il che indicava una parentela – erano, infatti, cugine di secondo o di terzo grado – ma soprattutto un genere, una formazione compattamente femminile.

C’erano, per essere esaustivi, anche due fratelli. Uno era sposato e gestiva l’albergo Principe, con annesso ristorante, in via del Cavalletto. Per noi, egli gravitava a parte dalle cugine. Io non l’ho mai visto e le informazioni che ho sono discordanti. So che era di aspetto estremamente distinto e che allungava calci in culo alla moglie se non la trovava sufficientemente sollecita nel servizio dei clienti. Col che si dimostra che l’esterno non corrisponde esattamente all’interno e si smentiscono, ove bisogno fosse, le teorie del Lombroso.

A proposito dell’incongruenza fra il dentro e il fuori, e prima di abbandonare definitivamente l’Anna Tolve, resta un episodio da riferire. All’epoca l’Anna, che non era ancora sposata, lavorava nella lavanderia all’inizio di via Emilia Santo Stefano, appena oltre piazza del Monte, sulla destra. Lavanderia che ad un certo punto cominciò ad essere frequentata da un signore molto distinto, un professore, recentemente trasferitosi dal Meridione, il quale si mise a farle una corte serrata. Si parlava di matrimonio. Stante le origini lontane dello spasimante la madre delle cugine, una Spaggiari di Masone, molto di chiesa, pensò di prendere informazioni. Risultò che il distinto professore si era trasferito al nord dopo aver ammazzato la moglie colpevole di adulterio. Il matrimonio non si fece e Tolve, più tardi, ebbe via libera.

Le cugine abitavano in una villetta in via Palestro, appena fuori dai viali; ma poiché erano assidue alle pratiche religiose, dopo la guerra si trasferirono in centro, in via San Carlo, per essere più comode alla chiesa di Santa Teresa. Era un appartamento antico e labirintico all’angolo con via Toschi e aveva un terrazzo su via San Carlo. Io su questo terrazzo non ci sono mai stata e comunque non credo che di lì si vedesse gran che, a parte la strana chiesa di fronte che dà il nome alla via e non sembra neanche una chiesa, attaccata alle case e con quel cornicione dritto di palazzo. Ma immagino che dal terrazzo si vedesse il cielo sopra piazza della Verdura. Sicuramente la Laura, quando stende il bucato, lo vede, forse lo guarda; se c’è vento lo sente anche, senza bisogno di guardarlo.

La Laura è, delle quattro, quella che bada alla casa; quella, come si diceva, che sta in casa. Le altre lavorano fuori, sono in mezzo alla gente. Quando morì, disse Tolve: povera Laura, è quella che è stata sacrificata.

Era vivace però, e con gli anni non perse di vivacità. Dalla casa a cui bada fa in modo di lanciare occhiate fuori. È di chiesa, come le altre; però è curiosa, vuole sapere, racconta. Ha avuto un moroso a Castelfranco, quando teneva la casa per l’altro fratello, quello che lavorava nei magazzini del formaggio. Era un maestro – il moroso, dico. Poi però non si decise. Lei ne parla: per esempio vuol rendersi conto se il modo in cui la baciava è il modo canonico. Chiede a mia madre com’è stato con i suoi, di morosi, per un raffronto. Mia madre, più contorta e schifiltosa, ride di imbarazzo, si schermisce, la rimprovera. Lei non si lascia smontare, va per la sua strada sincera che non la porta da nessuna parte.

Fare le faccende di casa comporta che si aprano le finestre, si dia aria, si scuotano i tappeti, si scrollino stracci e piumini. Dirimpetto alle finestre che danno su via Toschi, alla stessa altezza, c’è un altro appartamento, e in questo appartamento c’è un signore che, anche lui, apre le finestre, o le trova già aperte, o comunque guarda attraverso i vetri; e le ammicca, le fa segno. Lei risponde. Può ben farlo, non è mica monaca. La cosa va avanti un po’, con una strada di mezzo e senza parole, come in un film muto o in un sogno.

Mia madre, interpellata, inorridisce; la esorta vivamente a interrompere questi scambi di ammiccamenti. Non è serio. E lui chi è poi? Che intenzioni ha? Perché non si fa avanti se ha intenzioni oneste?

Adesso che è vecchia e non ha niente da fare mia madre segue con vivo interesse, in televisione, i casi di ammazzamenti, strozzamenti, annegamenti, smembramenti, occultamenti, seppellimenti di donne da parte del marito o dell’amante. Ogni nuovo caso la conferma nella convinzione che gli uomini, in fondo, sono tutti inaffidabili e dei potenziali assassini. Tuttavia è poco probabile che la Laura abbia corso un reale pericolo. Di sicuro la cosa è finita lì, è morta da sola, un giorno il signore non si è più fatto vedere, oppure ha smesso di ammiccare, oppure è stata lei a smettere, per stanchezza, o perché le è venuto un crampo. E così questa storia attraverso le finestre, questa bollicina nella monotonia della vita sarà stata qualcosa di appena esistente, qualcosa di lieve e impalpabile come un riflesso di sole su un vetro di via San Carlo.

Che invece se penso alle altre, a quelle che lavorano fuori, alla Marta e alla Rina, che hanno il bar, le vedo venir su per via Toschi la mattina presto in una nebbia di novembre, il collo di pelo del cappotto – volpe o marmotta – rialzato e premuto sotto il naso, tagliare in piazza San Prospero e poi subito sotto Broletto, passare davanti ai leoni di marmo lisci come foche senza alzare il capo, per il freddo, alle logge che nel chiuso del brolo sfuggono alla foschia. Costeggiano il duomo camminando sul marmo della gradinata scivoloso di condensa, marmo per terra e marmo la facciata, mentre il resto sono intonaci e mattoni, grigi o bruciati o rossastri, lontani e indifferenti nella nebbia. Attraversano obliquamente piazza del Monte, sono quasi arrivate; nella piccola via Crispi sollevano la saracinesca del bar.

Il bar è minuscolo, un buco, un corto corridoio con il banco a destra e un unico tavolino rotondo verso il fondo. Oltre mi pare che ci sia una tenda con un lavabo, dalla parte del banco. Il locale si scalda in fretta, le luci stesse scaldano, la macchina del caffè. Arrivano i primi clienti, le prime chiacchiere, c’è un’atmosfera cittadina; della nebbia, fuori, non ci si accorge neppure.

La Marta è del mestiere. Prima di rilevare il bar assieme alla sorella è stata a lungo gerente del caffè Elvezia, sulla medesima via Crispi, un grande locale elegante con qualcosa di internazionale, di europeo. La Marta era molto bella. Io me la ricordo sulla sessantina, ed era ancora bella. Aveva tratti fini e una distinzione naturale, educata dagli anni al caffè Elvezia. Chissà che zotici le apparivamo, noi di campagna. Una volta, quando era parecchio più giovane, incontrò in via Emilia un parente dal paese. Si sbrigò a salutarlo e a piantarlo lì perché, disse, non voleva farsi vedere in giro con uno col tabarro. I capelli che erano, o erano stati, biondi, li portava raccolti in chignon sulla nuca, ma con una specie di piccola onda sulla fronte che toglieva all’acconciatura ogni severità.

Ci sono, nel bar, dei momenti morti, dei momenti in cui non entra nessuno. Allora la Marta, quando è sola, guarda oltre il vetro la nebbia bianca e rada in via Crispi; una nebbia finta sembra, una nebbia da sceneggiato televisivo in bianco e nero. E anche la città, le vien da chiedersi se è vera o se non è piuttosto un’abitudine: così piccola, così sempre la stessa. Da Santa Teresa a via San Carlo, da via San Carlo a via Crispi, qualche volta al cinema, al D’Alberto, sotto i portici. Potrebbe essere benissimo, quella che lei e le altre chiamano Rès, niente più che un paio di quinte. E anche la via Crispi, lì davanti, quella corta strada centrale scolorita dalla nebbia in cui ora non passa nessuno, eccola lì, fissa, vuota, come una scena in attesa di essere smontata.

Allora la prende un senso di inutilità, una stanchezza nelle spalle e in tutta la persona; scuote la testa, ma se si mette a asciugare i bicchieri o le tazzine ha una debolezza nei gomiti e nei polsi, un piccolo tremore all’avambraccio; deve appoggiare il burazzo sul banco, stendere le braccia, strofinarsi la gonna con le mani, aspettare.

Dalla stretta vetrina del bar si vede sull’altro lato della via il palazzo della Società Anonima Annibale Franzini: ingrosso di ferramenta con rivendita al minuto nei locali del pianoterra. Lì, quando ancora lavorava al caffè Elvezia, la Marta si era innamorata. Di uno dei Franzini; o, se non  proprio di un Franzini, quantomeno di un dirigente, dice mia madre che tiene alto l’onore della famiglia, e più il grado di parentela si allontana più alto lo tiene. Non si capisce perché poi, dal momento che lei ha sposato un operaio. Ma tant’è: snobismo per interposta famiglia In ogni caso l’amore non fu corrisposto e la Marta non volle più sposarsi. Non volle più degnarsi, diciamo.

A volte mi chiedo quando sono state, di preciso, tutte queste cose, se prima o dopo la guerra. Mia madre spesso esita, non è sicura, si confonde. Si ha l’impressione che la guerra non sia stata poi quella gran cesura. Finita la guerra, la gente ha continuato a vivere più o meno come prima.

È stato più tardi che le cose hanno cominciato a irrigidirsi, e la gente a essere incanalata, e di tutte le possibilità della vita a non restarne, al massimo, che un paio. È stupefacente, a pensarci: prima succedevano un sacco di cose, non facevano che succedere cose; la gente viaggiava: a piedi, in treno, in moto, in bicicletta; cambiava di posto, dove andava conosceva altra gente; si conosceva un sacco di gente. Più tardi ci furono più treni, ci furono più moto e ci furono le automobili, tante automobili; però la gente non viaggiava. Si muoveva, questo sì, per muoversi si muoveva: come avesse un pepe in culo; ma a ben guardare non cambiava affatto posto, se lo portava dietro, il posto. Tutto rimaneva uguale: non si conosceva gente e le uniche cose che succedevano erano quelle della cronaca nera. E questo è stupefacente, in un certo senso.

Loro però, le cugine, benché verso la fine degli anni cinquanta cominciassero seriamente a invecchiare e fossero più facilmente esposte a questo genere di riflessioni o anche soltanto di sensazioni, tenevano bene il colpo. Casa loro era oscura e protetta, c’erano grandi mobili pesanti, ricordo una saletta con una tavola ovale, mi pare, una tovaglia bianca e una fragranza di dispensa, di frutta e briciole di pane. E inclinata verso di me vedo la Rina – ed è l’unica immagine che conservo di lei, benché di sicuro l’abbia vista altre volte, sia prima che dopo – che mi ha appena apparecchiato, si appoggia con una mano alla tavola e ha l’aria di dire: niente paura, che adesso le do da mangiare io a questa ragazza.

Mi ero presentata da loro a ora di pranzo, di sicuro nemmeno annunciata, una volta che, al ginnasio, avevo lezione di educazione fisica al pomeriggio. Credo di esserci andata quell’unica volta.

Ma loro le vedo bene, attorno alla tavola ovale con la tovaglia bianca nella luce un po’ festosa di quella stanza, da sole o con un parente, qualcuno che è capitato in città, mia madre raramente adesso che ha famiglia; magari mio zio un giorno di mercato, o altri cugini del paese, o mia zia che è sposata a Bologna ma ha mantenuto una grande dimestichezza con le Ferrovie dello Stato. Sono allegre, tirano fuori le posate d’argento col monogramma di un qualche bisnonno o prozio che è stato importante; si mangia bene da loro, la Laura cucina bene, ma soprattutto la Rina, che era cuoca all’albergo Principe, da suo fratello.

Sono allegre anche quando sono soltanto fra loro – finché ci sono tutte, voglio dire. Prendono una tovaglia stirata dal canterano, fatto prima che si cominciasse, in Italia, a correr dietro alle mode francesi e a parlare di luigi quindici e luigi sedici; fatto più o meno negli stessi anni in cui si fece la facciata di San Carlo, lì fuori, elegante e poco appariscente. Per quanto che anche le mode di Francia, quando sono fatte in Italia, sono eleganti e poco appariscenti e traspare sempre, sotto, una realtà a motivo della quale sono fatte; mica come le cose francesi, che devono per forza essere eccessive e non capisci mai se sono originali o copie di un originale che non esiste neanche; e in ogni caso sono lì esattamente per far finta che ci sia un motivo; mentre c’è, al massimo, uno scopo – e molto discutibile, anche.

Ma loro, le cugine, prendono una tovaglia stirata e apparecchiano e siedono a mangiare; e il tempo che passa, le cose che cambiano, la nuova durezza dell’esterno, un sospetto come di tedio, che non conoscevano – tutto ciò non è più che una lievissima malinconia; e non son neanche sicure che ci sia veramente, come a volte, di una nenia lontana, appena percettibile, non si sa se sia all’esterno o dentro l’orecchio.

Ieri l’altro ho fatto una ricognizione sui luoghi; non perché pensi che i luoghi visti siano più veri dei luoghi ricordati, anzi; tuttavia volevo evitare grossolani errori materiali. Ho chiesto al signor Bizzocchi, che ha un negozio di arredi sacri e bondieuseries dietro al vescovado, se sapeva quando la chiesa di San Carlo era stata sconsacrata. I Bizzocchi, sempre che si chiamino come il loro negozio, sono due: uno moro coi baffi, l’altro più rossiccio; io ho parlato con quello moro. Mi ha detto che la piccola chiesa era ancora in uso nel dopoguerra, ma che verso la fine degli anni cinquanta è stata chiusa. Lui se lo ricorda molto bene, perché era ragazzino e ha aiutato il sagrestano a vuotarla dagli arredi. Quando però sia stata sconsacrata, questo di preciso non lo sa.

Ieri sono tornata a guardare il signor Bizzocchi: è grigio, non è moro. Però i baffi ce li ha.

La Rina era la più vecchia e aveva, in effetti, qualcosa di più vecchio delle altre: di più rassegnato, di più pesante. Il padre, quello dello stallo al ponte di San Pellegrino, è morto presto e lei è andata a servire in Liguria. Forse è questo che le è rimasto.

Il polso calcato sulla tovaglia è grosso come la base di una colonna, il viso inclinato ha un colore scuro, un colore d’ombra e di tramonto sull’espressione sollecita. A differenza della Marta e della Laura non riesco a immaginarla giovane. Eppure lo sarà stata anche lei. Nelle cucine dell’albergo Principe doveva essere ancora giovane, se anche non più giovanissima.

Un uomo le diede un appuntamento; lei chiese a mia madre di accompagnarla. Che testa!, esclama mia madre. Sì, dico, e che testa anche tu ad andarci. Cosa vuoi, allora era così; almeno, per certe persone era così. A me l’architetto Pattacini, Pasqualino, lo ha detto chiaro e tondo una volta: se non la pianti di andare in giro con tua sorella non troverai mai nessuno. Mia sorella mi veniva sempre dietro; sempre, sempre …

All’appuntamento, il tizio non si presentò. Figurati, dice mia madre, ci avrà viste da lontano, ha visto che non era da sola e ha tagliato l’angolo.

Una volta, durante una villeggiatura in campagna, chiesero a mia madre qualcosa da leggere. Una collega le aveva giusto passato Il prete bello, di Parise, che mi aveva rifilato perché lei non aveva tempo. (Dopo che si fu sposata mia madre non ebbe più tempo di leggere, come non ebbe più tempo di andare a messa. Il che in buon italiano vuol dire che non le fregava un accidente né di leggere né di andare a messa). Il romanzo fu passato alle cugine che lo restituirono quasi immediatamente come scandaloso e immondo; si meravigliarono, anche. Mia madre ci rimase male; non potendo controbattere per ignoranza dell’oggetto mi chiese se veramente era così tremendo. Io risposi che secondo me no e lei concluse che insomma le cugine erano un po’ esagerate.

Mia madre aveva delle stranezze. Lei si considerava, orgogliosamente, una persona pratica. Secondo me non aveva idea di niente. Più o meno all’epoca del Prete bello – avrò avuto tredici, quattordici anni – avevo pescato dalla sua biblioteca prematrimoniale, alloggiata in un armadietto in solaio, Anna Karenina, edizione anteguerra in due volumi, e lo leggevo di buzzo buono. A un certo punto mia madre si sovvenne di un’amica, ai tempi, che leggeva Anna Karenina e era rimasta incinta – non di Tolstoj, immagino – e mi nascose il libro. Così, a metà lettura. Io diventavo matta.

Tornando alle cugine, non credo che fossero esagerate; non erano letterate, e non essendo letterate prendevano tutto alla lettera. Erano abituate ad avere a che fare con la realtà; credevano di avere sempre a che fare con la realtà; dove non arrivava quella, arrivava la religione. La religione gli rimase fino in fondo; credo invece che da ultimo la realtà  finisse per sfuggirgli.

 La Marta visse più a lungo di tutte. Mia madre la vide una volta, negli ultimi tempi, che usciva dal forno Melli. Era molto vecchia, e curva, e come smarrita. Come se la strada, i muri, le pietre della piazza non avessero, ai suoi occhi, quasi più significato. Ritrovava la via di casa non come qualcosa di sensato ma come qualcosa di quasi disgustoso, viscido di fredda umidità, cieco. Scomparsi la facciata di San Prospero, i leoni di pietra, il Torrazzo malamente accostato alla chiesa, le finestre dei palazzi sopra gli archi, l’abside del duomo con l’edicola scolorita; rimaneva, e a stento, il selciato che percorreva con cautela, per non scivolare. Così la città, da una parte all’altra e da nord a sud, la via Emilia, la spianata nebbiosa davanti al Municipale, i giardini con ancora, sui muretti perimetrali, i monconi della cancellata meravigliosa che andò a far cannoni, e, all’altra estremità, lo slargo davanti alla chiesa del Cristo che pare dipinta, e tutte le vie silenziose, le finestre discrete, i portoni chiusi sulle esistenze private, i bar in quell’ora smarrita che molto più tardi sarà l’ora dell’aperitivo – tutto ciò minaccia di sbriciolarsi, e perdersi, e andare in polvere, e non rimanere appeso ad alcuna memoria.

Delle quattro che vissero insieme nell’appartamento in via San Carlo non tutte, per la verità, erano nubili. La più giovane, la Ceci, era vedova. Il matrimonio, senza figli, era stato di breve durata. Lei stessa non vi accennava mai, come a una parentesi dimenticata.

Del marito si è persa, su questo lato della famiglia, ogni traccia e ogni eco; nemmeno il santino, distribuito in occasione delle esequie, si trova più. Cerco di capire, almeno, se il grosso della convivenza ha avuto luogo prima o dopo la guerra. Mah! Mia madre non si raccapezza proprio; però se lo ricorda, questo marito della Ceci, perennemente in camicia nera, il che fa pensare che la sua vicenda terrena fosse già conclusa prima della fine della guerra.

Delle sorelle, o almeno di quelle che ho conosciuto, la Ceci era la meno bella. Aveva preso dalla razza del padre, tracagnotta e bovina. Me la ricordo non tanto alta, tozza, le sopracciglia spesse, gli occhi un po’ sporgenti, e una fossetta sul mento che sembrava tagliata con l’accetta. Era alla mano e ridanciana tanto quanto la Marta era fine e un po’ sulle sue. Il marito, o, prima, il fidanzato, la caricava in moto e partivano rombando. Me la immagino, seduta di traverso sul sellino per via della gonna, un braccio attorno alla camicia nera, partire con un fracasso che disturba il quartiere, allontanarsi a gran velocità da via san Carlo, via Squadroni, via San Filippo, via delle Quinziane, Santa Teresa. San Giorgio, Sant’Agostino, tutti i santi e le sante, uscire dalla città, allontanarsi, scomparire nella polvere sollevata dai pneumatici.

Le sorelle disapprovavano.

Dopo la morte del marito tornò a vivere con loro e riusciva difficile immaginare che se ne fosse mai staccata. Al mattino presto, quando la Marta andava a aprire il caffè Elvezia, lei e la Rina attraversavano la piazza, si infilavano sotto l’arco di via Palazzolo e andavano fino in fondo, dove c’erano le cucine dell’albergo Principe e, nella strada, un vapore caldo si mischiava alla nebbia.

Parlando del marito disse una volta a mia madre: «Pensare che l’ho curato tanto, quando si è ammalato. E dopo che è morto ho saputo che mi faceva pure le corna».

Intermezzo natalizio 1974

di Elena Grammann

[ “Gli anni settanta si muovono, ondeggiano e fluttuano, si aprono dappertutto a tentativi di uscire dalla famiglia, l’esecrata famiglia” (Elvio Fachinelli, citato da E.A. qui). Si muovono ondeggiano e fluttuano, ma l’uscita dalla famiglia non è stata una passeggiata.]

 

“Sembra un treno del Far West” commentò il ragazzo giovane straniero salendo sulla littorina con i sedili di legno che faceva servizio locale.

La ragazza giovane autoctona provò a guardare il treno con occhi diversi per vedere se poteva avere la stessa impressione. Ma aveva visto poche cose straniere e soprattutto era troppo tesa per riuscirci. Però forse sì, forse i sedili a listelli di legno erano antiquati, ammise a se stessa con un sorriso forzato.

Il ragazzo straniero era, in un senso non ufficiale ma non per questo meno sostanziale, il suo fidanzato. Si erano conosciuti da qualche parte in Europa, si erano scritti quasi giornalmente per cinque o sei mesi ed ora eccolo qui. Per tutta l’interminabile mattina in cui lo aveva aspettato alla stazione aveva sperato che non arrivasse.

Se la ragazza fosse capace di riflettere sarebbe sicuramente meno tesa. Non si sentirebbe responsabile per i sedili di legno, per le occhiate della gente sul trenino locale, per l’incontro, fra poco, con i suoi genitori e per ogni singolo istante che scocca. Se la ragazza fosse capace di riflettere magari gli avrebbe scritto, semplicemente, di non venire. Avrebbe fatto una bella lista dei motivi che sconsigliavano di continuare quel rapporto: troppo complicato, troppo pieno di problemi, soprattutto troppo inconsistente (ma che ne sa lei, di consistenza e inconsistenza), e gli avrebbe detto addio. Per lettera.

Ma forse, a pensarci bene, non è che non sia capace di riflettere; anche questo, sì, in un certo senso; ma soprattutto non riesce a immaginare il futuro, non riesce a immaginare che il presente possa diventare irrilevante, possa modificarsi; è prigioniera del presente, lo prende terribilmente sul serio, ad ogni stimolo una reazione: immediata, definitiva; e, per il rispetto che si deve, eterna.

È debole e orribilmente ricattabile. Basta farle pesare un po’ di sofferenza, un po’ di amore, un debito minimo, che lei si sente subito in colpa; insisti un po’ e farà esattamente quello che vuoi; insisti un po’ e vedrai che la leghi ben stretta; poi, quando non ce la fa più e scalpita, tutti trovano che è volubile e egoista.

Il ragazzo straniero le ha scritto tutti i giorni per sei mesi. Nelle lettere le diceva quanto stava male e che non riusciva a respirare e il medico aveva detto che era psicosomatico. Le diceva anche tutto quello che stava facendo per iscriverla all’università, trovare un appartamento eccetera. Ora lui è qua e lei è orrendamente a disagio ma non può assolutamente ammetterlo perché non è la reazione corretta.

Poi è anche vero che lei è giovane, malleabile, sventata, pronta a cavare dal presente quel che si può. Pian piano il disagio si allenta, diventa sopportabile, anzi a tratti non lo avverte nemmeno più.

La vigilia di Natale vanno a fare un giro in città. La città è bella: scura, illuminata, luccicante. Dove sta lui di città così belle non ce ne sono. Lui la prende un po’ come se gli fosse dovuta.

Per uno che non riusciva a respirare si è rimesso piuttosto bene: è deciso, sa quello che vuole, si incazza se non lo ottiene. Ad esempio ha deciso che offrirà ai genitori di lei un cesto natalizio e cesto natalizio dev’essere. Lei non capisce nemmeno bene cos’è. Loro non si fanno manco i regali per Natale, figuriamoci i cesti. Però bisogna andare dal cestaio e fare il giro dei negozi di alimentari del centro e cercare esattamente quel che vuole e fare una cosa proprio come lui se la immagina. Lui si prende ridicolmente sul serio – forse perché è uno che fa le cose sul serio; lei lo sfotte un po’ per questo – forse perché lei in fondo non fa mai niente sul serio. In seguito lui la odierà per le sfottiture e lei lo odierà perché lui gliele farà pagare care. Per il momento però lui ha abbastanza buon gioco perché sa con precisione quello che vuole: vuole portarsela là nel suo paese. Lei invece non sa affatto quello che vuole, è completamente disorientata, la realtà è una matassa che non riesce a districare, è perfino incapace di trovare una via e un numero civico, figuriamoci le linee direttrici di un’esistenza. A dir la verità c’è una cosa che vuole assolutamente e sa di volere, ed è scrivere un romanzo; ma lo rimanda a più in là nella vita perché non ha idea di cosa metterci dentro.

Fra Natale e Capodanno fanno i soliti giri, questi succedanei striminziti del Grand Tour: Bologna, Firenze, Venezia. Andata e ritorno in giornata. Quando vanno a Bologna il treno è talmente stipato che fino a Modena viaggiano in una specie di vagone spedizioni dove c’è anche un maiale in gabbia. A Venezia vanno al consolato del paese straniero a far vidimare dei documenti che serviranno alla sua inscrizione all’università straniera. Lui ha preso in mano la situazione; lei lascia fare, stupita che queste cose si facciano realmente, che siano fatte, che accadano. Allo stesso tempo ognuno di questi passi la porta più vicina all’università straniera, senza che lei abbia detto veramente di sì. Anzi sul momento, la prima volta che la cosa era saltata fuori, le era parsa un’enormità.

Di nuovo la fa ridere perché la cosa che gli sta veramente a cuore, a Venezia, è mangiare in un ristorante tipico. Non corrisponde alla sua idea di cultura, che è austera. Però ammira la naturalezza con cui lui entra nei ristoranti, ordina, consuma e paga. Lei al ristorante ci è andata pochissimo, e mai con la famiglia; i camerieri le fanno soggezione, quasi quasi si alzerebbe in piedi quando arrivano; inoltre fino all’ultimo ha il terrore di non avere abbastanza soldi.

Lei ha già la patente, lui no. Vanno un po’ in giro con la vecchia millecento di suo padre, il pomeriggio o la sera. Si vede che lui è abituato in un mondo in cui i figli fanno abbastanza quello che gli pare e nessuno gli chiede conto, molto diverso da qui. Però lui si intende che le cose debbano andare come è abituato lui e di nuovo lei è grandemente a disagio e ci sono alcune scene spiacevoli fra lei e i suoi genitori.

Una volta – sono in macchina per un giro panoramico sulle colline – litigano di brutto. Lui insiste perché lei si trasferisca su da lui, si iscriva all’università là eccetera. Ha preparato tutto e non vede alcun problema. Lei dice chiaramente che è una roba da matti e che non se la sente. Lui la mette come se lei si fosse rimangiata la parola e le ingiunge di portarlo immediatamente alla stazione. Lei lo prega di non partire; striscia quasi, finché lui magnanimamente rinuncia alla rottura e alla partenza. Subito dopo lei se ne pente. Si chiede perché non ce lo ha portato alla stazione, visto che voleva partire. Non sa se lo ha fatto perché tiene a lui o perché ha paura della figura che farebbe; perché ormai si sente tenuta a un certo comportamento. Comunque sospetta che non sarebbe partito, sospetta che fosse tutta una finta.

Se la ragazza fosse un po’ meno ingenua, un po’ più abituata a riflettere, un po’ più consapevole di certi meccanismi neanche tanto nascosti, fiuterebbe il ricatto, si farebbe diffidente e remerebbe al largo finché ha una possibilità di manovra. Perché più tardi, quando è andata a finire che lei è su nel paese straniero e lui ha il coltello dalla parte del manico, allora le fa vedere i sorci verdi col suo sistema del ricatto.

Alla fine delle vacanze di Natale, subito dopo Capodanno, il ragazzo riparte. Sono praticamente d’accordo che lei lo seguirà qualche giorno dopo.

Lei prova a dirlo in famiglia, prova a chiederlo. Sua madre non prende nemmeno in considerazione la possibilità, suo padre invece le fa una scenata tremenda in sala da pranzo. Si vede che finalmente è sbottato, si vede che finalmente dice la sua dopo essersi dovuto sopportare la presenza di quel tizio che non si capiva bene cosa ci facesse lì; si vede che se fosse stato per lui non lo avrebbe certo tollerato; si vede che il tizio ha potuto soggiornare nella casa soltanto in virtù di una certa eccentricità della madre, di una sua visione un po’ barocca delle convenienze, di un suo mettere il cuore prima delle regole – sempre che le regole vengano poi rispettate, si capisce. Suo padre la investe con una violenza che esplode raramente in lui, che esplode in lui quando non ne può più, quando ha l’impressione che le cose vadano veramente oltre. Lei sta in un angolo e piange come una vite tagliata, piange e singhiozza orribilmente, orribilmente consapevole che suo padre ha ragione, consapevole che tutto il tempo lo ha offeso e lo sta offendendo, consapevole della propria abiezione e in qualche oscuro modo consapevole della necessità di questa abiezione. “Cosa vuoi da noi?” urla suo padre, “Ma cosa vuoi da noi?” urla ancora. Giusto, giustissimo, corretto, non può che essere d’accordo. Cosa vuole da loro? Hanno accolto in casa questo tizio che viene da lontano e si scopa la loro figlia, cosa che loro non sanno ma potrebbero benissimo immaginare; cosa vuole ancora da loro? Niente, corretto, non può volere niente.

Così un pomeriggio parte di nascosto – senza autorizzazione, senza benedizione, e ovviamente senza soldi.

Durante quelle vacanze di Natale una volta vanno al cinema. Non sa proprio cosa ci siano andati a fare, dal momento che lui non sa la lingua e quindi non capisce niente. E infatti a metà film si stufa e vuole uscire, vuole che se ne vadano. A lei dispiace un po’ perché il film le piaceva, ma se lui vuole andare bisogna andare, non c’è niente da fare. Vanno in un locale in cui lei non è mai stata perché non va mai in città di sera. Effettivamente, nell’arretratezza generale della provincia bisogna dire che lei è particolarmente arretrata. Sono seduti uno di fianco all’altra su divanetti bassi e bevono qualcosa e lui dice c’è una cosa che mi piace moltissimo di te e sfiora col dito lo zigomo o meglio una specie di gonfiore dolce fra la palpebra e lo zigomo. Più avanti lei si guarda qualche volta nello specchio, di profilo, ed è vero, c’è questo gonfiore così dolce e lei prima non lo sapeva.

Le racconta che, da ragazzino, si era messo in testa che voleva sposare una giapponese. Lei crede che sia per questo che le piace: per la follia ragionata, pianificatrice; per il senso del possesso: ancora adesso non può che provare ammirazione per il modo in cui, mezza giornata dopo averla conosciuta, dichiara a quelli del suo gruppo che da questo momento lei viene con lui.

In un suo modo egoistico (ce n’è un altro?) lui l’ha amata e continuerà ad amarla sinceramente, profondamente. Ma cosa vuol dire? Soltanto che ha bisogno di lei, non vuol dire altro.

Quando nel paese straniero lei faticosamente si metterà sulle sue gambe, e sarà indipendente, e non sarà più ricattabile, quando sarà stufa di vedere i sorci verdi e finalmente lo pianterà, lui soffrirà moltissimo.

Quattro poesie di Jan Wagner a proposito di impegno e disimpegno

di Elena Grammann

Da Achtzehn Pasteten (Diciotto terrine, 2007)

sambuco[1]

per Richard Pietraß


a che l’inchiostro, ci si chiede, nelle frasche
le gocce nere che si addensano impensate
in schizzo di merli? quale testo
per qual catasto di terreni, qual regesto?

di fianco al vecchio fienile, dove la terra
affonda nelle prese, dietro lo steccato. il profumo
delle infiorescenze in aprile, la carta a
mano che trae dalle sue profondità

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A Parma

di Elena Grammann

Ci sono cose che fa anche se sa che sono sbagliate, o che non hanno senso, o che non porteranno ad alcun risultato, o che porteranno a un risultato spiacevole. Generalmente le fa perché a un certo punto ha deciso di farle; non vede altri criteri per l’azione. Quando ha deciso magari le sembravano buone idee, che aprivano nuove prospettive, che potevano cambiare in meglio la vita. Continua la lettura di A Parma