Archivi tag: Ennio Abate

Riordinadiario 28 giugno 2002

Prima del Laboratorio Moltinpoesia di Milano.
Lettera a Maurizio Cucchi su moltitudine e poesia

Caro Maurizio,
ti ringrazio per le osservazioni al mio scritto. Vorrei rassicurati circa i timori che mi pare di cogliere in alcuni passaggi  della tua lettera. Gli incontri in preparazione sulla poesia fra i redattori milanesi di INOLTRE  e alcuni poeti (Majorino, tu, Neri, ecc.), proprio perché seminariali e d’approfondimento, dovrebbero evitare le battaglie da pollaio. Lascio da parte la questione del successo letterario, estranea alle mie ambizioni(su questo punto credo di essere, con tutte le conseguenze anche negative, un asceta, un eremita). Invitando voi, che comunque avete pubblicato e conoscete dal di dentro (o più da vicino) i meccanismi di selezione e riconoscimento di editoria e accademia, non ho inteso tendervi una “trappola” per dar sfogo ai latenti (e pur presenti, lo sai bene) mugugni di poeti o scrittori “non ufficiali” contro altri “ufficiali”. Sono convinto, quanto te, della ingenuità di una manichea divisione tra ufficialità e non ufficialità e in quel che scrivo e faccio credo di contrastarla decisamente. Meno convinto, invece, resto sulla inutilità  di una fortiniana verifica dei poteri delle  corporazioni (o, se la parola infastidisce, degli aspetti istituzionali ed organizzativi sui quali la poesia pur poggia; a meno di non vederla come colomba spirituale che volteggia sulle umane miserie e si posa imprevedibile sugli eletti ora in un casolare di montagna ora in un vicolo napoletano ora in un ufficio metropolitano). Riconsiderare gli aspetti “materiali” e “socio-istituzionali” del fare poesia può sembrare oggi superato. Tu giustamente sottolinei alcuni dati che scoraggerebbero un impegno in tal senso: le corporazioni ci sono sempre state, e semmai peggiori [di quelle d’oggi]; chi è dentro ha più o meno lo stesso ascolto di chi è fuori. Vale a dire sostanzialmente nullo; mai la ricerca letteraria che conta ha avuto un vero pubblico; e comunque, malgrado le corporazioni, i poeti veri (Fortini, Penna, Sereni, ecc.) non sono mai stati trascurati. Di mio aggiungerei addirittura altri inconvenienti. Ad esempio, che questo tipo di ricerche potrebbero dar la stura a chiacchiere sui poeti, sulle biografie, sulla dimensione sociologica della poesia a scapito delle questioni più interne (formali, psicologiche, linguistiche, stilistiche, interdisciplinari, tecniche, metriche, di rapporto con il “mondo”, la “realtà”, ecc.). Eppure, malgrado queste nubi incombenti sulla serietà dei miei intenti, credo che serva oggi una riconsiderazione della poesia in grado (se ne fossimo capaci!) di criticare con ponderazione sia la routine  accademico-editoriale, che si è ritagliata prevalentemente [il compito del]la trattazione specialistica – spesso raffinata e ammirevole – degli “interni” della poesia, trascurando boriosamente o stoicamente o cinicamente  le crepe  della sua facciata, il crollo dei cornicioni, ecc.,  sia l’ossessiva e tumultuante ripetizione di arrembaggi inconcludenti da parte di esclusi o rampanti: dotati o meno, scrittori in ombra o scriventi,  bisognosi di  terapie più che di poesia o termometri di un disagio vero non solo esistenziale ma anche del sapere poetico (e, in generale, letterario o artistico o umanistico). 
E proprio per incrociare e far valere alcune delle esigenze che tu pure – mi pare con una certa disperazione – hai presente (quando parli di un qualunquismo e una confusione generale organizzata; o quando sottolinei che chi pur sta dentro se la vede brutta). Perciò, malgrado le obiezioni, la tua lettera mi incoraggia. Sei scettico sull’ esodare e mi poni la questione: come si fa a uscire quando non si è davvero dentro? Quando nessuno ti vuole davvero dentro? Qui censuro la mia molla “utopese” che  si troverebbe forse in attrito (e a mal partito) col  tuo lombardo realismo. Intendendo il termine dentro da te usato non semplicemente  riferito  – che so – ad un’istituzione, ad un  ambito pubblico visibile, mi limito  per il momento a constatare che siamo tutti dentro un affanno  esistenziale e storico che ci impone, appunto, mercato o lamentazione. L’esodo forse deve essere da questi due ghetti: uno oggettivo (terribile!) e l’altro soggettivo (logorante fino alla follia).
Un caro saluto 
Ennio

Riordinadiario 5 maggio 2002

Dopo la lettura di «Nuovi poeti italiani contemporanei» di R. Galaverni, Guaraldi 1996

di Ennio Abate

Il noi usato nel testo si spiega con le speranze di potermi interrogare in quel periodo sulla “questione poesia” non più da solo ma con i collaboratori che si erano raccolti attorno alla redazione milanese della rivista «Inoltre» (1996-2003). [E. A.]

Anche quest’antologia di Galaverni ritaglia una fetta di poeti italiani contemporanei “di qualità” (come fanno, del resto, le altre antologie recentemente uscite). È una scelta forse obbligata dovuta alla frammentazione esasperata della attuale ricerca sia in poesia che nella critica. (E Il problema di confrontare e valutare i criteri di giudizi  sui quali si basano le varie antologie mi pare soltanto accennato ma non affrontato. Così mi pare di capire leggendo Cortellessa  a proposito dell’antologia di Niva Lorenzini, Poesia del Novecento italiano, Carocci editore. Cfr. Alias n. 18,  4 maggio 2002).
In questa di Galaverni prevale  il criterio della vicinanza generazionale fra il critico, che è nato nel 1964, e i poeti da lui selezionati, in prevalenza nati negli anni ’50. Dai suoi richiami alle personalità più affermate delle generazioni poetiche precedenti  – ricorrono soprattutto i nomi di Montale, Luzi, Sereni, Caproni e talvolta Fortini – colgo (indirettamente) le sue preferenze. Nell’introduzione Galaverni si dichiara per una poesia «alta» e «nobile». Che, dopo l’esaurimento dell’azione (per lui) chiassosa e superficialmente dirompente dello «sperimentalismo espressivo», cioè della neoavanguardia, sarebbe cominciata «sullo scorcio degli anni Settanta – penso con l’antologia de La parola innamorata di Pontiggia e di Mauro – per affermarsi negli anni Ottanta  soprattutto con Giuseppe Conte e l’esperienza della rivista Niebo (1977-1980), che avrebbero riaffermato con forza il principio della «verticalità» della poesia contestato dagli sperimentatori. Non a caso, perciò, Galaverni sceglie il 1980 «come più opportuno anno d’inizio per una possibile antologizzazione». Perché in quell’anno vennero pubblicati «tre libri di particolare significato» (di Benzoni, D’Elia e Magrelli, ai quali aggiunge Mussapi, Ceni e Pagnanelli) per la loro «novità tonale ed emotiva» ed il «carattere propriamente augurale, di auspicio».
Le preferenze di Galaverni si orientano su tre filoni:
–  verso la poesia dove c’è «alleggerimento del controllo razionale» e «fiducia totale nella verità delle insorgenze sentimentali»; cioè verso una poesia che, sulla spinta di un’inquietudine religiosa, esprime un «sentimento sacrale della parola poetica» (Mussapi,  Ceni, Rondoni, Scarabicchi);
– verso la poesia descrittiva e classicista (Magrelli, Albinati, Pusterla (in parte), Fiori, Gibellini, Riccardi);
–  verso la poesia «altamente letteraria» e manieristica (D’Elia in quartine; Valduga petrarchista e barocca e dantesca; Anedda, che  rende le parole «diamantine»).
Le sue scelte sono coerenti e omogenee. (Dubito solo per la collocazione di Pusterla, proprio per quel «radicamento in uno spazio storico» della sua poesia che Galaverni gli riconosce).

La lettura di quest’antologia mi fa capire come le cose erano o sono vissute da un critico che considero sull’altra sponda. Sia in senso generazionale (cioè dei più giovani di me) sia in senso culturale. Galaverni, infatti, è guidato da un’idea di poesia autonoma, separata dal resto; e cioè proprio la storia, la politica, il sociale, i linguaggi non letterari e massmediali, che io non riesco affatto a considerare resto. Non vedo la novità di questi «poeti nuovi…in cui ancora si rinnova il volto più antico della poesia». Li sento, anzi, dei restauratori: gente che s’è adattata alla rimozione del lavoro (non solo poetico, ma storico, politico e sociale) della generazione precedente che aveva voluto collegare poesia e realtà, poesia e storia, poesia e vita sociale. Certo, questi poeti hanno dovuto ricominciare da capo, hanno dovuto fronteggiare la «disillusione storica e politica» del post ‘68 (pag. 15), ma tutti abbiamo dovuto farlo. Non mi attira, dunque, il loro «rifiuto di ogni sperimentalismo espressivo» (pag. 16); l’atteggiamento «postumo» (riferito a Benzoni, a D’Elia, a Pusterla, ma anche ad altri); la loro «ipotesi di una nuova etica comunicativa del discorso poetico, da definirsi proprio a cominciare da un sentimento di rottura nei confronti dei presupposti e delle componenti di una tradizione non soltanto letteraria ma culturale» (pag. 18); la loro «fiducia assoluta nel linguaggio della poesia» (pag. 47) o – addirittura –  nel «senso assoluto e sacrale della parola poetica» (pag. 127); la ricerca, che mi sembra retorica, di padri spirituali (pag. 58); la volontà di «controllo definitivo sul mondo esterno e le proprie emozioni» (pag. 64); l’accettazione quasi soddisfatta (o rassegnata) che «si parla solamente del parlare» (pag. 65) o del parlare per «enigmi continui» (pag, 73), parole riferite a Giampiero Neri, come se i suoi «enigmi» non potessero essere interrogati alla luce della storia; l’adesione all’idea della «poesia come rituale» desunta dal modello petrarchesco (pag.158); la facilità con cui essi convalidano – dopo Freud! – il candore da fanciullino pascoliano  e sabiano tutto raccolto dentro un «suo piccolo mondo poetico» (pag. 243), eccetera.

[E se confrontassimo il discorso  di Galaverni sulla poesia con quelli di carattere storico-politico sui medesimi anni che lui ripercorre? Forse si coglierebbe meglio qual è il “contenuto” di queste “novità”. Ma Galaverni non tocca questi problemi; e –  spesso in modo abbastanza piatto, specie nel caso di Villalta ma anche di Magrelli, ad es.) – si accontenta di seguire fedelmente l’ideologia poetica dei poeti che ha selezionato]

Non dobbiamo, comunque, vergognarci dei contenuti imbevuti di politica (o di filosofia politica) della nostra poesia; e neppure di quelli esistenziali  legati ad una nostra condizione periferica e, di certo, meno “piccolo borghese” di quella dei poeti italiani.

  • L’immagine di copertina è tratta da: https://neutopiablog.org/2017/02/07/una-situazione-della-poesia-contemporanea-italiana/

“la periferia come Magazzino della grande città”

RIPENSARE COLOGNO MONZESE NEL 2022 (5)

di Ennio Abate

Tra quanti (abitanti a Cologno) risposero al Questionario di «Laboratorio Samizdat» del 1987 ci fu F. N. Non so se sia ancora vivo, se abbia voglia o meno di far pubblicare oggi la sua risposta e lo indico con le iniziali di nome e cognome. Che si distingue dalle altre, a volte telegrafiche e spicce, per l’attenzione ai fenomeni sommersi (soprattutto la delinquenza e il mercato della droga di allora) da lui vissuti da vicino; e anche per un certo scetticismo meridionale sulla possibilità di migliorare davvero le condizioni di vita in periferia. Ho mantenuto la forma discorsiva che F.N. diede alla sua testimonianza, semplificando solo alcuni termini e l’ortografia. [E. A.]
Egregio signor Abate, vorrei evitare di rispondere passo per passo al questionario perché vedo la necessità di fare un unico commento, prendendo ottimo spunto dalle domande elencate. Alla numero 1 [Consideri Cologno Monzese una città. Si, no, perché?] rispondo senza esitare: no; ed il perché è presto detto: la poca funzionalità di qualsiasi centro di ritrovo socioculturale che a mio avviso grava moltissimo nell’ossatura di una piccola-media comunità come Cologno. Forse alcuni anni or sono vi era un punto, o per meglio dire un centro ove la “nouvelle vague” colognese[i]avesse il tempo materiale per sviluppare le proprie idee-esigenze, ma poi tutto tornava a fare gli interessi interessi di pochi ed impreparati intimi. (Mi riferisco al «Babilonia»[ii]e non solo). Ancora oggi. se proprio vogliamo parlare di altre forme dell’interesse [culturale]di massa colognese, sottolineo la mancanza di cinematografi o perlomeno di “ teatrini” e cose di questo genere. [Mi esonero dal] tracciare qualsiasi profilo sia dei locali che dei frequentatori di bar o birrerie.
Per quanto riguarda gli aspetti negativi [di Cologno], uno va per forza detto: la delinquenza, frutto primario di un traffico di Droga a dir poco eloquente quanto visibile. Anche se non ho vissuto in modo intenso questa esperienza, ho potuto vedere e purtroppo continuo a vedere i segni [negativi] inconfutabili sulla pelle di gente che mi è vicina o di altra [gente] che mi è stata vicina. Questa è la negatività più opprimente e stressante. [Su tale problema] Cologno non ha mai [avuto] un periodo di tregua; e, diciamolo chiaramente, nessuno ha fatto molto perché ciò accadesse. Avendolo vissuto in prima persona, confermo l’invalidità [=inefficienza] di istituzioni a riguardo: centri sociali e sanitari. Questo pertanto è un aspetto che ha fatto sì che Cologno si guadagnasse l’appellativo, peraltro non per tutto sbagliato, di Ghetto, e Dio solo sa se non se lo merita.
Il terzo [aspetto] negativo di Cologno credo sia la scarsa informazione, cioè [la mancanza di un giornale]. Non pretendo un quotidiano, anche se non sarebbe una cattiva idea. Forse, e sottolineo ‘forse’, c’è un certo Diario,[iii] ma credo si limiti a “ben” informarci a livello comunale. Oppure a far sapere alla gente che sono state sorprese due “vittime” della droga, mentre si stavano bucando dietro un cespuglio sotto gli occhi di tutti. E in questo caso, allora, prima pagina, quattro colonne, nomi ed indirizzi. Questa [notizia] viene spacciata alla gente come un incredibile scoop! Questa non credo sia informazione. E lo conferma il fatto che da tempo ormai immemorabile si ricorre [soltanto] al volantino o al manifesto appiccicato al muro; e questo fa sì che la gente vive fisicamente a Cologno ma abita [con la testa] a Milano.
Quali gli aspetti positivi di Cologno? Ammetto che questa è stata una domanda che mi ha fatto molto pensare; e sono giunto ad una conclusione, forse ovvia, forse solo non compromettente tanto rispondere mi viene difficile o quasi impossibile. Forse [ce n’è] uno solo che le racchiude tutte e tre; cioè le amicizie che hanno spaziato dalla politica, [avendo io frequentato] sedi di opposte fazioni (destra e sinistra) molto marcate ma vuote di ogni orizzonte [ideale].
[C’è poi l’esperienza che ho fatto della] Cultura, ma con carattere alternativo. Difatti, credo che a Cologno esistano delle buone menti; purtroppo poco o quasi per nulla prese in considerazione. Ma comunque [questo della Cultura] per me [è un aspetto] significativo, [perché mi ha permesso] una sorta di confronto con alcune di [queste menti]. [È] un importante lavoro di cultura sommersa che solo negli ultimi anni sta avendo una sua forte presenza, [pur] fra i mille spauracchi che questo discorso si porta dietro da tempi immemorabili.
Ho sempre definito la periferia come Magazzino della grande città, [che] in questo caso per noi è Milano. Un confronto [con altre città] non credo sia semplice, perché credo che Cologno rientri [nella dimensione] di Hinterland. Se poi [la] si vuole intendere [come] città, credo non ne valga neanche la pena. Forse c’è una [minore presenza] di verde, ma in questa direzione anche Cologno si sta muovendo, tanto che credo che manderemo i nostri figli, quando sarà, a studiare ai parchi giochi.
Non credo di avere sentimenti particolari verso Cologno, ci abito e questo è tutto quello che provo. Per quanto riguarda la mia attenzione per Cologno [dico che] è diminuita, ma spero di non dovermi più allontanare per andare a cinema o, chessò, a bere una birra in centro ( a Milano). Ripeto: è sicuramente diminuita, ma un occhio ce lo butto ancora.
Per quanto riguarda le domande 6 e 7 [quartieri di Cologno frequentati e conosciuti]. Non ho mai trovato [a Cologno] niente di così stimolante da darmi un’idea o immagine [entusiasmante] di Cologno. Non ho mai giudicato in fretta una zona, un angolo, o, come dice lei, un pezzo [di Cologno], anche perché non si lascia molto giudicare nell’insieme. O, per meglio dire, non dà spunti alla fantasia [come accade a chi fa vita] metropolitana. Molti pezzi di Cologno hanno cambiato faccia, ma solo sotto il profilo estetico [più]squallido. Ho visto soltanto una corsa all’appalto selvaggio. Case e palazzi non si contano, [ma] i servizi [necessari] in pratica [non sono] mai stati edificati. La metropolitana? La tangenziale? Canale 5? Il problema casa? O quello urbanistico interno? Le concessioni [di spazi] per scopi culturali [sono] inesistenti. Come le giudico? Soffocanti! Utili le case certo! Ed il centro storico dove andrà? Forse questi [sono]i problemi [irrisolti che ci mettono] al di sotto di graduatoria [rispetto] ad altri agglomerati urbani. Sì, certo, Cologno è inconfutabilmente periferia milanese, anche se vive una vita a sé, ma non possiamo negare che è un polmone gentilmente offerto dai colognesi [a Milano]. Non pochi sono coloro che fanno girare le arterie della Grande metropoli. E di conseguenza è giusto che sia periferia o, come ho detto prima, Magazzino di manodoperaCostruire un’immagine nuova di Cologno potrebbe essere fattibile, ma si dovrebbe lavorare non poco. Io credo che la direzione da prendere sia politica, per far sì che tutte le altre [attività], come la cultura, l’economia, l’ecologia, possano avere risultati plausibili e [certi]. [Anche se oggi] alla base [della politica] c’è una male-organizzazione, che prendendo spunto dai “Palazzi romani”, punta soltanto ad una ristrutturazione dell’estetica cittadina pensando così ti portare aiuto ad un città come Cologno, ove [esistono] ben altri problemi e disfunzioni, che forse sono volutamente non visti [dagli attuali politici]. Sappiamo come funziona tale sistema. Anzi, mi correggo, come non funziona.
Non so chi sia il più indicato a ristrutturare Cologno Monzese, ma voglio esprimermi con una frase non mia; e [dire], cioè, “Cologno è dei colognesi”. Che ci pensino loro! Ed io [sarò] fra questi, se un qualcosa dovesse accadere in questo senso. Comunque, a parte una plausibile – oserei dire – forma di pessimismo, non credo che [la vita a] Cologno sia così malvagia. Anzi, credo che possa sicuramente migliorare. Ma bisogna cercare una collaborazione non poco intensa. Se a Cologno ci fosse una precisa [ e ben definita] fonte di informazione su questi ed altri punti, forse qualcosa potrà essere rinnovata. Ma spesso dimentichiamo una forma di mentalità o Cultura di radice, se così posso esprimermi, meridionale; di conseguenza conservatrice, restia alle esigenze comunitarie [e] sviluppata [invece]in forma di necessità esclusivamente personale. La gente di Cologno ha una visione del proprio futuro che si riassume in[poche cose]: una casa, un lavoro, un paio di figli da sposare e giungere alla pensione in modo sereno. Mentre per coloro che potremmo definire nuova generazione la riforma più eloquente del futuro in Cologno è proprio andarsene.

Note
[i] Col termine francese di «nouvelle vague» (un movimento cinematografico francese nato sul finire degli anni cinquanta del Novecento) intende quanti a Cologno erano aperti alle novità e al cambiamento.
[ii] Birreria- tavola calda aperta in Via Sormani nel1979 da alcuni protagonisti dell’esperienza del “Circolo La Comune” e della Libreria CELES.

[iii] Io non ricordo un periodico con questo titolo. Se altri ne sanno qualcosa, me lo facciano sapere.

* Foto di E. A.

 

 

Ripensare Cologno Monzese nel 2022 (3)

di Ennio Abate

Vorrei, ma non so se ci riuscirò, stampare una Antologia dei numeri della rivista «Laboratorio Samizdat». Per ora, a riprova del lavoro fatto, tra 1986 e 1990, con un bel gruppo di persone di Cologno Monzese ma anche di Milano (e di altre città), pubblico le copertine della rivista e un Indice veloce degli articoli e delle rubriche.

Continua la lettura di Ripensare Cologno Monzese nel 2022 (3)

Ripensare Cologno Monzese nel 2022 (1-2)

Una riflessione a capitoletti

di Ennio Abate

Nel 1987, quando con alcuni amici facevamo la rivista autoprodotta «Laboratorio Samizdat»[i] preparammo un questionario. Lo intitolammo «Immagini dell’hinterland: Cologno Monzese» e noi stessi della redazione cominciammo a rispondere alle domande che avevamo preparato.  Riassumo con parole d’oggi  le mie risposte al questionario .

1. Consideri Cologno Monzese una città. Si, no, perché?


Per me non è ancora una città. Perché la storia recente e breve (quella dell’emigrazione interna degli anni ’50-‘70), trasformando e quasi cancellando le caratteristiche contadini del nucleo precedente (il borgo medievale, il paesino ottocentesco), ha prodotto un organismo sociale elementare, nuovo ma incoerente e poco unitario.  Prenderei sul serio la definizione di Cologno Monzese come  “citta dormitorio” per immigrati.  Evidentemente un dormitorio non è una città. È un ibrido, un “mostro urbanistico”. Certo, gli immigrati, oltre a dormire, hanno fatto altro, ma in condizioni materiali e psichiche comunque squilibrate. Sono gli amministratori – più che gli abitanti di Cologno-   ad avere la tentazione di sorvolare su questa storia pesante e complicata e a parlare senza troppo  riflettere di città.


2. Secondo te, quali sono i tre aspetti più negativi di  Cologno?

Uno. Il fatto di essere periferia (o di vivere in una condizione di perifericità). Intendo dire che la vita che possiamo condurre a Cologno Monzese avviene in uno spazio coatto e deprivato che, a differenza delle vere città, offre meno sotto ogni aspetto alla soddisfazione dei bisogni dei suoi abitanti.

Due. Gli immigrati  si sono  dovuti assuefare con molta sofferenza a vivere nello spazio coatto,  deprivato e spesso  brutto di Cologno Monzese. Che è stato progettato e costruito da altri. E imponendo i loro interessi economici ai bisogni di una vera vita sociale. Questo è avvenuto nel periodo (’55-’60) più selvaggio e sregolato della urbanizzazione di Cologno. Povertà culturale e bruttezza estetica hanno deturpato anche i linguaggi e i comportamenti dei suoi nuovi abitanti. Col tempo gli immigrati hanno cancellato i ricordi più dolorosi e non hanno pensato più a quel che hanno patito. O rinunciato perfino ad immaginare che questo territorio possa essere organizzato in maniera più rispettosa dei loro bisogni.  Al massimo,  hanno cercato la diversità altrove. Da turisti. O tornando, quando hanno potuto, ai paesi da cui emigrarono.


Tre.  Una sensibilità passiva e intorpidita sia nei confronti dell’ambiente circostante che verso gli “altri”. Io l’ho  chiamata colognosità, perché l’esperienza quotidiana  a Cologno – e specie  in campo politico – mi ha  messo di fronte a numerosi esempi locali di doppiezze, di tortuosità, di antintellettualismi,  di invidie. Ma ritengo che la colognosità abbia a che fare con concetti più generali, quali mentalità da servi (Nietzsche),   alienazione (Hegel, Marx, Lukács), psicologia (e pedagogia) degli oppressi (Freire). Indubbiamente rende più difficile individuare i centri di potere  reali che controllano la vita economica e sociale di questo territorio e impedisce una azione più precisa per contrastarne le scelte dannose per quanti qui vivono. 

3. Quali sono, invece, gli aspetti positivi di Cologno Monzese?

Ci sono centinaia di città che offrono  più merci e servizi di Cologno Monzese.  Se ci si mette nell’ottica dei consumatori, Cologno ha ben poco di positivo da offrire. Eppure, negli anni ’70, noi compagni del Gruppo Operai e Studenti  e poi di Avanguardia Operaia anche nel degrado della vita in periferia  scovammo alcuni aspetti positivi. Capimmo che gli immigrati avevano bisogno di aumenti salariali, di case, di scuole decenti per i loro figli. E lottammo con loro per dare forma politica a questo ribollire di bisogni ancora elementari e  insoddisfatti.

4. Fa’ un confronto fra Cologno Monzese e qualsiasi altra città o paese da te conosciuti. Cosa ha di più o di meno Cologno Monzese?

Il confronto io posso farlo  con Salerno, da cui provengo. Dalla formazione in quella città provinciale del Sud, che nel dopoguerra e fino agli anni ’50 conservò una cultura cattolica  – un misto di attaccamento rispettoso al mondo contadino e a quello piccolo borghese ancora non sfiorati dal consumismo -, avevo ricevuto una spinta ad una visione elitaria ed individualista. Mio padre  mi ripeteva il motto ricevuto dai suoi antenati:«miettete cu chille ca stanne meglie e te, nun cu chi sta peggio e te». (In sostanza: stai con  i più istruiti e i più ricchi, non con i poveracci). Al contrario la Cologno Monzese degli anni ’60-’70 – quella che ho vissuto più attivamente  e intensamente –  mi  ha spinto proprio ad andare verso il basso, a conoscere molti operai di piccole fabbriche o  studenti delle superiori o insegnanti delle elementari, medie e superiori e ad organizzarmi con loro proprio contro chille ca stevene meglie e nui. In quei tempi Cologno Monzese stava passando dalla condizione più passiva  e povera della  immigrazione esistenzialista (quella  registrata in «Milano, Corea»  di Alasia e Montaldi) ad una di proletarizzazione e politicizzazione attiva e innovativa. Sembrava  che il “dormitorio” potesse fare un salto verso una città proletaria, che confusamente cercammo di delineare nei nostri discorsi.

5. La tua attenzione a Cologno Monzese è aumentata o diminuita negli ultimi 10-15 anni? Perché?

È, contro la mia volontà, diminuita. Perché tutti i legami affettivi, sociali e politici, che come compagni del GOS (Gruppo Operai e Studenti) e di AO (Avanguardia Operaia) avevamo costruito con Cologno e la gente che vi abitava,  si sfilacciarono. E quel progetto ancora in fasce di città proletaria, a cui lavoravamo da appena dieci anni, si perse. Molti compagni entrarono nel PCI. Altri continuarono in DP. E poi ci fu, con la fine sia del PSI che del PCI, la scomparsa   di qualsiasi sinistra.

6. Da quali quartieri e zone di Cologno Monzese, che hai frequentato di più, ti sei costruita la tua immagine (o idea) di Cologno?

Riferendomi sempre agli anni ’60-’70  posso dire che ho frequentato sotto la spinta delle lotte politiche  particolarmente il Quartiere  Stella (qui), diverse piccole fabbriche di allora (Bravetti, Panigalli, Trapani Rosa, Siae Microelettronica, ecc), le scuole elementari e medie;  e le case dei compagni sparse per Cologno. L’immagine di Cologno  che mi stavo costruendo era, come ho detto, quella della città proletaria.  

7. Quali sono i quartieri o le zone di Cologno Monzese che più ignori? A chi ti rivolgeresti per fartene un’idea?

Come ho detto, qui a Cologno negli anni di mia militanza politica ho frequentato soprattutto  famiglie di operai, di studenti, di insegnanti e i luoghi della politica (sedi di partito o dei sindacati, il Consiglio Comunale). Ignoro o conosco poco, dunque,  le zone (non certo soltanto di Cologno) in cui abitano imprenditori e politici. Ed ho avuto meno rapporti e conoscenza  anche delle zone in cui operano i più emarginati. Al momento non saprei, come rivista, a chi potremmo rivolgerci per capire di più.


8. Quali sono state negli ultimi 10-15 anni le trasformazioni per te più evidenti di Cologno Monzese? Come le giudichi?

Lo sprofondamento nei discorsi pubblici e politici dei ceti operai e dei loro bisogni. Con la deindustrializzazione, l’informatizzazione e le nuove forme dei consumi sono emerse le generazioni cetomediste, ipnotizzate dalla competizione imitativa coi “nuovi ricchi”. A Cologno il cambiamento ha  premiato soprattutto un ceto di acculturati, magari provenienti anche da famiglie operaie e di immigrati, ma sempre più grossolani e pacchiani e ostili alle tradizioni di famiglia.

9. Quali sono i tuoi sentimenti verso Cologno Monzese?

Li ho raccontati in «Samizdat Colognom», un libretto di “poeterie” pubblicato con la Libreria CELES di Cologno nel 1982. (Ne parlerò in un altro capitoletto). I miei sono sentimenti di contrapposizione e di critica ragionata soprattutto verso il mondo politico colognese, spesso con rappresentanti davvero meschini. Di impazienza e delusione verso gente che vive in condizioni quasi simile alla mia ma che  briga nel sottobosco politico, economico e culturale. Di insofferenza verso gli stili della vita individualistici e  falsamene libertari.

10. Quali sono le tre esperienze più significative che hai avuto a Cologno Monzese negli ultimi 10-15 anni?

Forse ho già risposto al punto 6. Ma meglio ripetere. Le lotte che ho condotte con molti compagni e compagne fra il ’68 e il  ’76. Quella per la scuola materna al  Quartiere Stella. Quelle con gli operai della Bravetti, della Panigalli, della Trapani Rosa, della Siae Microelettronica e tante altre. Quella dell’occupazione delle case di Via Papa Giovanni. (Son di sicuro più di tre).

11. Quali sono le esperienze più negative che hai avuto a Cologno Monzese negli ultimi 10-15 anni?

La scissione di Avanguardia Operaia e il successivo “riflusso” con compagni finiti nella droga,  nel “privato” o che scelsero di entrare nel PCI. L’impotenza e l’isolamento rispetto ai fenomeni di disgregazione anche fisica che coinvolsero  molti giovani di allora. Il disfacimento morale, politico e culturale della sinistra.

12.  Ritieni possibile costruire una nuova immagine di Cologno Monzese? Se sì, in quale direzione (politica, culturale, economica, ecologica) impiegheresti le tue energie?

Un’immagine culturale nuova di Cologno, che non può più essere la città proletaria a cui avevamo pensato, resta indispensabile per ritessere  rapporti sociali non subordinati o di semplice colonizzazione rispetto ai centri di potere (che per Cologno stanno a Milano ma non solo lì).

13. Pensi che a questa nuova immagine di Cologno Monzese possano contribuire di più i viaggiatori (quanti lavorano fuori Cologno o hanno di frequente rapporti con altri luoghi o Paesi anche stranieri) o i sedentari? Perché?

Verrà fuori, credo,  dal confronto scontro tra  le immagini di città  degli uni e quella degli altri.


Nota 1
[i] «Laboratorio Samizdat» è stata una rivista ispirata al pensiero comunista (marxismo critico) della Nuova Sinistra, che a Cologno era stato rappresentato negli anni Settanta prima dal «Gruppo operai e Studenti» e poi dalla sezione di «Avanguardia operaia». Fu preparata - in una prima fase “in casa” (fotocopiata) e solo negli ultimi numeri stampata - a Cologno Monzese e diffusa a mano. Fra il 1986 e il 1990 uscirono, oltre al numero zero di prova, 8 numeri. In redazione: Ennio Abate, Roberto Fabbri, Erica Golo, Eugenio Grandinetti, Roberto Grossi, Marcello Guerra, Roberto Mapelli, Donatella Zazzi.
Nota 2
Questo stesso articolo pubblicato su POLISCRITTURE COLOGNOM su Facebook, su segnalazione di non so chi,  è incorso nella censura di FB. Non ho capito se per il contenuto o per l'immagine che l'accompagnava (sotto).

Collage da FB del 21 luglio 2022

dalle ore  7, 15 alle ore 18,52

a cura di Ennio Abate

il primo gesto politico che dovrebbe fare oggi enrico letta è stracciare queste ridicole primarie in sicilia con i cinquestelle per scegliere un candidato comune alle elezioni regionali. un errore fino a ieri, un orrore oggi. sarebbe forse più giusto ancora che letta si dimettesse – la sua segreteria segnata dal “campo largo” all’inseguimento di giuseppe conte è stata disastrosa. e non è esente da colpe, in nome di questo patto rovinoso, nella caduta del governo draghi.

tu che speravi che draghi cadesse. assumitene le responsabilità, almeno: per essere contro “l’uomo delle banche”, consegni il paese a salvini. che così difenderà le ragioni sociali

L’invasione degli economisti che come una metastasi hanno occupato tutti i gangli della vita civile: e del resto non poteva essere così, se nel mondo l’unica cosa che conta è che il panetto di burro non cresca di prezzo dello 0,1% all’anno gli economisti sono gli unici depositari degli Arcana Mundi in grado di decifrare la Vita e l’Universo. Dopo trenta anni di questo andazzo, il paese è completamente annichilito, demolito, distrutto, devastato. Un cumulo di macerie fumanti creato da questi sapienti del Mondo Nuovo, da questi rabdomanti dello spread, da questi sacerdoti del moltiplicatore keynesiano, da questi alchimisti della partita doppia.

Vorrei chiedere al sindaco Gualtieri – che ha detto pochi giorni fa: «in due anni trasformerò Roma in una città pulita e vivibile come un borgo del Trentino» – quando intende iniziare a far rimuovere i detriti dell’ultimo incendio al Parco archeologico di Centocelle: l’olezzo molto trentino, in queste calde mattine d’estate al borgo, sale aulentissimo e arriva fino ai Castelli Romani.

Poi una volta capito che il governo non aveva più la maggioranza in Parlamento, s’è annunciato che lo spread stava già salendo, che s’era trattato di una «tragica scelta» (Di Maio) e addirittura che eravamo in presenza d’un «Parlamento contro l’Italia». Questa mattina sulla prima pagina della «Stampa» campeggia un inequivocabile titolone: «Vergogna».
La profezia inizia a compiersi: la crisi derivata da una guerra che interessa gli Usa ma non l’Europa sta generando crisi politiche in tutti i paesi. Ci sono poche figure che rappresentano più di Draghi l’establishment del potere europeo. Ma questo non annulla la politica. E in Italia c’è ancora politica, anche se purtroppo non c’è una presenza di una sinistra parlamentare come a molti di noi piacerebbe

Il PD come Staatspartei. O (magari!) come la vecchia DC.

La repressione in Italia ovviamente non è paragonabile a quello che succede in Russia, ma gli arresti dei Si Cobas sono molto preoccupanti. Non oso pensare cosa succederebbe con un governo nero verde

L’8% dell’inflazione segnalato dall’ISTAT (si tratta del valore più alto dal 1986) è il risultato dell’aumento dei prezzi dell’energia causato dalle riduzioni russe e dalla speculazione, contemporaneamente, sulle materie prime. Si sta propagando agli alimenti e, in misura più contenuta, ai servizi. E aumenta le differenze di classe: la spesa delle famiglie meno abbienti è passata dal + 8,3% del primo trimestre al +9,8% del secondo trimestre 2022, mentre per quelle più abbienti dal +4,9% al +6,1%. I più colpiti sono i minori poveri, ci dice Save The Children. Qui le ragioni basilari di chi chiede da due anni l’estensione del “reddito di cittadinanza”: ma senza risposta. Del tema, infatti, Draghi non ha mai voluto sentir parlare.

ho espresso pubblicamente dure critiche al governo Draghi, ma ascoltando per ore e ore i vari interventi al Senato dei critici di Draghi, son costretto a dire che, scomparso il governo Draghi, faremmo il tragico salto dalla padella alla brace.

Elezioni: Unione Popolare si sbrighi a nascere e, se ci sarà questo spazio, sostenga Conte. Non bisogna lasciarsi terrorizzare e ricattare da chi dice che vince Meloni. Al tempo stesso, però, bisognerebbe attrezzarsi per evitare che vinca davvero, organizzandosi e ricominciando a fare politica.
 Draghi per conto mio è stato un pessimo governante, non ha risolto un solo problema, ha azzerato la democrazia, ha abbracciato una posizione guerrafondaia che mi fa venire i brividi. D’altra parte chi l’ha affondato non è migliore di lui
The Italian leader....was a key architect of the tough sanctions against Russian president Putin". Si tratta di una battuta d'arresto, scrive il Financial Times", per l'alleanza occidentale contro Mosca.

.

A Colognom

di Ennio Abate
Colognosità
LE PERLE LINGUISTICHE DEI POLITICI COLOGNESI (3)

Ovvero piccoli consiglieri comunali (e probabili candidati sindaci) crescono

 

Ho simpatia e stima per il giovane Andrea Arosio, volto ancora pulito e serio della politica colognese. Però non condivido il bilancio che ha fatto della sua esperienza di consigliere comunale (https://www.facebook.com/…/pfbid0wBPhV9CGQyh82r26ehhakx…). Perché a me pare basato su un’idea di Politica apparentemente di buon senso ma riduttiva.
Certo, una Politica può essere (in singoli casi molto limitati) anche «SERVIZIO» (dei cittadini o della città). Ma attenzione a non farla diventare assistenza sociale. Come se i cittadini (a Cologno o altrove) fossero “deboli”, “minorenni, “disinformati” o “indifferenti” quasi soltanto per proprie colpe o debolezze. Sono degli sconfitti. Da tempo espropriati di diritti prima riconosciuti (al lavoro, alla casa, all’istruzione, alla cultura). E non hanno più organizzazioni, che li educhino a rivendicarli questi diritti e non a rivolgersi a questo o a quel burocrate come dovessero ricevere una elemosina. Dobbiamo riorganizzarci e tornare a lottare.
Certo, fa parte della Politica anche la dimensione sociale e popolare. Che significa anche «entrare in contatto con tante persone, realtà locali e associazioni, commercianti e famiglie» o «saper osservare e mostrare il lato umano delle situazioni». Ma la crisi – anche per la sciagurata partecipazione alla guerra in Ucraina del governo Draghi – continua ad aggravarsi. Le bollette aumentano, il lavoro per i giovani non si trova o è mal pagato, gli sfratti scardinano la vita di molte famiglie. E, quindi, dopo che abbiamo osservato questo «lato umano» – esperienza che può essere anche « stimolante e arricchente» per il politico che se l’era dimenticato o lo ignorava – cosa si fa?
Certo, è lodevole che dei consiglieri comunali permettano «a quanti più Colognesi possibili di informarsi su quanto accadeva giorno dopo giorno» in Consiglio Comunale. Ma se da tempo il Consiglio Comunale di Cologno diretto da Rocchi era diventato un indecente e grottesco teatrino di arrampicatori sociali e di yes man incapaci di far politica, cosa potevano ricavare i cittadini dalla cronaca delle sedute o dal puntuale diario di bordo di Arosio?
Che all’inizio Arosio possa essere stato « ingenuo a credere che ci potesse essere un dialogo franco e costruttivo sui contenuti» con l’Amministrazione di Rocchi ci sta. Era un neoconsigliere. Ma dopo un po’ di fronte alla « miopia e arroganza» o alla « chiusura, strumentale e faziosa», che si fa? Si continua a picchiare la testa contro il muro? Ci si accontenta di informare in modo «trasparente e propositivo» ma inascoltati su questa brutta recita attraverso il diario di bordo?
Una buona politica è prima di tutto gestione e soluzione di conflitti. Quando ci si è accorti che l’opposizione in Consiglio comunale era svuotata, sarebbe stato meglio organizzarsi subito coi cittadini per farlo smettere il prima possibile questo teatrino indecente, invece di aspettare che crollasse da solo per beghe interne diventando tutti spettatori impotenti e mugugnanti.
Io, dunque, la rivedrei questa Politica come Servizio. Nei discorsi di Arosio e di CSD sento troppa eredità democristiana: troppi valori enunciati astrattamente (« competenza, serietà e passione»); troppa voglia di non scontentare nessuno e di bonificare (ma solo a parole e con bei sorrisi) le sacche spesso motivate di pessimismo e malcontento; troppa tendenza a nascondersi dietro affermazioni generiche (come questa: « non esistono soluzioni facili a questioni complesse. Non esiste il leader infallibile, la ricetta facile per ogni situazione»). Se si dice che «Cologno Monzese è infatti una città complessa ma con grande potenziale», bisogna pur chiarire in cosa consista questa complessità e in cosa consisterebbe il suo «grande potenziale». (Specie se subito dopo si afferma che Cologno è «una città economicamente e socialmente fragile, culturalmente eterogenea, politicamente deludente »). Non m’importa che Arosio e CSD ci credano che si possa «raggiungere questo nostro potenziale come Colognesi o come Città». Dov’è un’analisi ragionata ( e non un elenco della spesa) dei problemi di questa città?

Bisogna ripensare Cologno e la politica a Cologno.

* La foto di accompagnamento (Vecchia Chiesa di Cologno Monzese in Piazza XI febbraio) è di Mauro Cambia

Anticololognosità

RIPENSARE COLOGNO MONZESE NEL 2022 (1)
Una riflessione a capitoletti

Nel 1987, quando con alcuni amici facevamo la rivista autoprodotta «Laboratorio Samizdat»[i] preparammo un questionario. Lo intitolammo «Immagini dell’hinterland: Cologno Monzese» e noi stessi della redazione cominciammo a rispondere alle domande che avevamo preparato. Eccole:
1. Consideri Cologno Monzese una città. Si, no, perché?
2. Secondo te, quali sono i tre aspetti più negativi di questa città?
3. Quali sono, invece, gli aspetti positivi di Cologno Monzese?
4. Fa’ un confronto fra Cologno Monzese e qualsiasi altra città o paese da te conosciuti. Cosa ha di più o di meno Cologno Monzese?
5. La tua attenzione a Cologno Monzese è aumentata o diminuita negli ultimi 10-15 anni? Perché?

6. Da quali quartieri e zone di Cologno Monzese, che hai frequentato di più, ti sei costruita la tua immagine (o idea) di Cologno?
7. Quali sono i quartieri o le zone di Cologno Monzese che più ignori? A chi ti rivolgeresti per fartene un’idea?
8. Quali sono state negli ultimi 10-15 anni le trasformazioni per te più evidenti di Cologno Monzese? Come le giudichi?
9. Quali sono i tuoi sentimenti verso Cologno Monzese?
10. Quali sono le tre esperienze più significative che hai avuto a Cologno Monzese negli ultimi 10-15 anni?
11. Quali sono le esperienze più negative che hai avuto a Cologno Monzese negli ultimi 10-15 anni?
12. Cologno ti appare come periferia di Milano. Si no, perché?
13. Ritieni possibile costruire una nuova immagine di Cologno Monzese? Se sì, in quale direzione (politica, culturale, economica, ecologica) impiegheresti le tue energie?
14. Pensi che a questa nuova immagine di Cologno Monzese possano contribuire di più i viaggiatori (quanti lavorano fuori Cologno o hanno di frequente rapporti con altri luoghi o Paesi anche stranieri) o i sedentari? Perché?

 

Nota
[i] «Laboratorio Samizdat» è stata una rivista ispirata al pensiero comunista (marxismo critico) della Nuova Sinistra, che a Cologno era stato rappresentato negli anni Settanta prima dal «Gruppo operai e Studenti» e poi dalla sezione di «Avanguardia operaia». Fu preparata – in una prima fase “in casa” (fotocopiata) e solo negli ultimi numeri stampata – a Cologno Monzese e diffusa a mano. Fra il 1986 e il 1990 uscirono, oltre al numero zero di prova, 8 numeri. In redazione: Ennio Abate, Roberto Fabbri, Erica Golo, Eugenio Grandinetti, Roberto Grossi, Marcello Guerra, Roberto Mapelli, Donatella Zazzi.
Nessuna descrizione della foto disponibile.
Condividi

Colognosità e italianità


di Ennio Abate 

Questi 4 articoli, che ho pubblicato nei giorni scorsi su POLISCRITTURE COLOGNOM e altre pagine di social locali,  trattano di personaggi che recitano  in modi tragicomici il misero copione della  colognosità, che poi in fondo ha parecchio in comune con l’italianità. (Risalire fino al classico  Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Giacomo Leopardi? Perché no.) La colognosità – scrissi in un appunto di diario già nel lontano 1987-  è «una sensibilità verso il mondo.  Forse altri avranno parlato di “mentalità da servi”,  di “alienazione” o di “psicologia degli oppressi”. Fatto sta che la mia esperienza quotidiana con la gente che ha fatto e fa politica a Cologno Monzese (periferia di Milano), dove abito dal 1964 in partiti, associazioni culturali, liste civiche, etc. di qualsiasi colore politico mi ha  messo di fronte a numerosi e vari esempi di: doppiezze servili, tortuosità nel condurre  confronti e polemiche,  antintellettualismo esibito come un vanto,  invidie malcelate ma rivolte non contro burocrati più o meno arroganti, che si trovano  un po’ ovunque, ma proprio verso chi osi mettere in dubbio o criticare  i comportamenti e i codici da clan parentali o amicali che in politica sono pane quotidiano. E  nei molti decenni venuti dopo il lampo del ’68-’69 ho assistito al mutarsi di  ribellismi  e progressismi –  forme abbastanza false e con un fondo di malafede – in rassegnazione, in settarismi o in collaborazione subordinata ai potenti di turno (maggiori o minimi, locali o regionali o nazionali). E, dunque, allo svelarsi anche di una sfiducia profondamente impolitica sulla possibilità di costruire rapporti non esclusivamente gerarchici tra individui e gruppi  sociali.».  Negli articoli uso nomi e cognomi  di alcuni politici locali ma avverto che la mia attenzione critica  non è accanimento personale contro di loro  e  va alle maschere di ambigui interessi, desideri e bisogni sociali che essi forse inconsapevolmente esprimono. [E. A.] Continua la lettura di Colognosità e italianità

E berardinelleggiar m’è dolce in questo mare

Nessuna descrizione della foto disponibile.
Da POLISCRITTURE SU FB. In margine a un post (https://www.facebook.com/matteo.marchesini.754) e in dialogo – spero – con Francesco Brusa che l’ha commentato.

di Samizdat

Francesco Brusa

Secondo me [Marchesini] così la butti un po’ in caciara. Quello che chiami “rapporto malato con la verità” era in realtà [da parte di Fortini] attenzione e fedeltà assoluta al “dover essere” (suo e dell’ambiente politico-culturale in cui ha pensato di volta in volta di riconoscersi), che magari portava a forzature ed “estremismi”, ma che ha sempre rappresentato un sincero sforzo di proiezione in avanti del pensiero. Lo stesso Bellocchio lo riconosce come tale.
Non è goliardica “caciara”. E’ scelta politica “fogliacea” abilmente mascherata di letteratura “etica” individualista. Sulla scia del suo maestrino Berardinelli “il saggio o il sapiente […] l’‘orientale’ che vive in un altro presente – un presente liberato dalle scorie delle ideologie, dalla chimera del futuro, e quindi dalle velleità dei progetti di dominio […] una mente taoista. “, come scrive sopra (PER ALFONSO BERARDINELLI, NATO L’11 LUGLIO (dal Foglio) https://www.facebook.com/…/pfbid02sXjtQD4USYnqNu9tubd8W…).
Francesco, questa – (Mughini non docuit?) – è la novissima “giovane critica”.
Che si è “dimessa da tutto” (ma non dai giornali, i quali – lo sanno anche i bambini – non hanno a che fare “con l’ordine sociale e con il potere economico e politico” (perché, se no, come e dove si va a fare i “Socrate giornalista”?).
Che sbandiera l’esser “nato “in una famiglia operaia old fashion”” per pavoneggiarsi della “condizione berardinelliana”(sic!) alias comunemente piccolo borghese.
Che finge “un senso di radicale inappartenenza”, ma s’appaga della nicchia (di potere piccolo borghese) in un rapporto ambivalente non opposto ma subordinato “a quello degli amici borghesi, rivoluzionari e no”.
Che quanto più la realtà sociale italiana è stata spronata negli ultimi decenni all’io-io dell'”individualismo proprietario” (Barcellona) tanto più si rappresenta in malafede un’Italia come “paese nemico dell’individualismo”.
E Berardinelli avrebbe “la gioia di vedere ogni mattina la realtà dalla prospettiva di chi non rappresenta altri che sé stesso”?
Ma mi faccia il piacere!
Parla a nome di questo individuo-massa ex piccolo borghese e lo gratifica e lo coccola nella sua pretesa di “diversità” dagli ex borghesi e dall’ex proletariato.