Archivi tag: Fortini

Riordinadiario 1997 (3)

di Ennio Abate

25 febbraio

 Quel compagno dei primi tempi di AO di cui C. diceva che era “uterodipendente”. Lo diceva con sprezzo. Da populista-stalinista che era. In una conversazione si vantò di essere cresciuto con la foto di Stalin e la lampadina votiva sul comodino da letto.  E io pensavo al comodino di mia madre con lampadina simile ma davanti all’immaginetta del Sacro cuore di Gesù. Continua la lettura di Riordinadiario 1997 (3)

Riordinadiario 1997 (2)

di Ennio Abate 

10 febbraio

Lavoro «..soltanto una minoranza della forza-lavoro del nostro paese (in sostanza i dipendenti pubblici e quelli delle grandi aziende private, circa 9 milioni di persone su oltre 20 tra occupati regolari e irregolari) beneficia effettivamente e direttamente della tutela piena offerta dal diritto del lavoro e in particolare della stabilità del posto di lavoro e della legislazione di sostegno alla presenza del sindacato nei luoghi di lavoro»  (Bronzini, il manifesto. 7.2.1997)  Continua la lettura di Riordinadiario 1997 (2)

Poliscritture 3. Un confronto

 di Giulio Toffoli e Ennio Abate

Rendiamo pubblica questa  riflessione di Giulio Toffoli e mia. Partita da una poesia, è diventata interrogazione preoccupata sulla fine  della storia da cui veniamo, sul mutamento sconvolgente e pieno di rischi che  l’umanità sta affrontando; e anche – in piccolo – sul senso stesso di continuare una rivista come Poliscritture oggi che ogni discorso di cooperazione critica  sembra divenuto impraticabile. Sui vari temi entrambi abbiamo dubbi  e giudizi diversi  o contrastanti.  E riconosciamo che è venuto meno   quel linguaggio comune, che  c’era o ci siamo illusi ci fosse fino a un recente passato. Tuttavia, pensiamo sia ancora utile confrontarci anche con altri e cercare dire al meglio, per quanto è possibile,  le nostre (scisse)  verità. [G. T. e E. A.] Continua la lettura di Poliscritture 3. Un confronto

Prof Samizdat (prova 5)

Narratorio. Versione  2020

di Ennio Abate

Poi –  altre amarezze! –  pensava al corpo docente. E allora ci pensava, ci pensava. Ma complessivamente, s’intende.  Come categoria. E pure al suo di corpo. Che anch’esso ormai era diventato di docente. E al corpo non docente, bidello o aiutante. Ma in maniera più sfocata per minore frequentazione quotidiana. E più di tutto al corpo docente femminile, dal quale – maggioranza in tutte le scuole – s’aspettava chissà quale educazione dei suoi grossolani e contorti fin dall’infanzia – gli avevano detto – sentimenti.

Ma le colleghe! D’improvviso, in un giorno ormai indeterminato nella memoria, prof Samizdat s’accorgeva che il rapporto – rapporto? –  con questa o quella collega s’era guastato. In assemblea usasti contro  quella un tono di voce troppo  aggressivo? Avevano i cazzi propri da sbrigare o gatte da pelare? Volevano (da te) essere lasciate in pace? Oppure – in particolare  quelle che più gli piacevano – chiacchierando con lui, avevano gelidamente esaminano quel suo desiderio di conoscerle, di amarle, di toccarle, e deciso di scansarlo? Ma cosa avevano esaminato di lui? Non c’era un maledetto modo di capirlo per quanto si sforzasse. La vita emozionale a scuola  era per lui inafferrabile, gli sfuggiva, non si offriva. Ne soffriva.

Ma  più spesso ancora passava a pensare al corpo giovane di studenti e studentesse che  lo attorniavano, girandole mobili e coloratissime…. per corridoi, aule, atri, scalinate, laboratori sottoterra.

Dunque, a scuola, in quel Pacco Nord, riusciva a pensare persino ai corpi. Solo adesso? Non ci aveva mai pensato prima?  E cosa ne pensava? Dillo, su! Che entravano e uscivano frettolosi. Come accade in   qualsiasi stazione. Che si agitavano, ripetendo mille volte riti obbligati e insignificanti: apri la porta a vetri,  metti la firma su registro delle presenza, saluta, guarda quello o quella che, nell’angolo, fuma una sigaretta, guardando fuori dal finestrone appannato o non pulito da mesi. E bravo chi, da attore,  recitava la lezione   nel suo isolotto e poi, uscito dall’aula, galleggiava  sorridente nel mare di chiacchiere confidenziali sussurrate durante  la pausa al bar, l’intervallo, l’ora a disposizione.

Oh, come   per tutto quel docere e chiacchierare, i corpi – il suo, degli altri, delle altre – si stancavano, si logoravano! Eppure docevano. O facevano finta di docere e chiacchierare. Anche se stanchi, anche se logorati. E malgrado la condizione di organizzatissima follia. Sì, lì dentro il Pacco Nord. Sì, lì nella società circostante.
E vuoi che non  si accorgessero alla fine – magari  della  carriera di  docenti, quando il cuore cominciava a tremare di più – che il loro sconclusionato e clandestino tentativo di pensare – lì, dentro lo spazio scolastico – era stato un fallimento?
E vuoi che – tanto o poco – la mente di prof Samizdat e dei suoi colleghi e delle sue colleghe non mentisse?  Specie quando si poneva – ogni tanto, eh! – di fronte al dilemma che lo angustiava continuamente,  da quando metteva piede  al Pacco Nord a quando ne usciva e si  rimetteva in auto per tornare a casa. Quando, cioè, si  chiedeva: può il nostro corpo docente  – perché c’era dentro  stanco, appesantito, in via d’invecchiamento –   tenere il passo, inseguire, il guizzante, strafottente, corpo di studenti e studentesse?

Voleva insegnare a se stesso  ragazzo e al pezzo di sé che  scovava in certi studenti…

Nella sua mente di prof di periferia ancora aleggiava il mito della Didattica. A più facce: libertaria e antiautoritaria (ah, Summerhill!), classista e rivoluzionaria, riformista e Picci-na. E dacci dentro con Lettera a una professoressa di don Milani, Gli argomenti  umani di Vegezzi e Fortini, i laboratori e il lavoro di gruppo di Francesco De Bartolomeis (nato, come il padre di prof Samizdat, Mìneche, a Pellezzano nel 1918).  E più tardi ecco i primi volumi dal bordo grigio cenere del Materiale e l’immaginario (il MEI!) di Ceserani e De Federicis. E poi  notizie sparpagliate dai giornali: sulle filastrocche di Gianni Rodari, le sperimentazioni coi ragazzi di Mario Lodi, le tesi del Movimento di Cooperazione Educativa, la pedagogia degli oppressi di Freinet, le riviste Scuola e Territorio o Riforma della scuola. Ma – non bastasse –  c’erano stati puri gli echi – sempre echi in periferia si sa –  di  Eros e civiltà di Marcuse, del desiderio dissidente di Fachinelli. Che scorpacciata! Che carnevalata! Che ricreazione! Questo il caleidoscopio in technicolor didattico-pedagogico-politico-sentimentale-intellettuale, a cui prof Samizdat aveva guardato. In fretta,  quando poteva. Per lui  venuto su,  stentato, nell’ancora mussoliniana scuola del dopoguerra con manuali senza quasi illustrazioni e minestrine da sacrestani   che bendidio o del diavolo tutto d’un colpo!

Eh no!  Che rito è sempre stata la Schola. E rito è e sarà. Che dolce morte è la Schola. Dispendio inavvertito è. E sarà.  Avevate voglia di insinuare che il corpo docente – specie maschile, ma spesso anche femminile – non sa più voler bene. Così diceva la collega bionda. O che non sa più soprattutto  capire. Non vuole più capire.  È stanco, poveretto. Come le replicava,  testardamente  e meridionalmente illuministico, prof Samizdat.  Mentre lo vedeva adirarsi  – e in parte anche  a ragione – di fronte allo spettacolo di corpi e menti di studenti e studentesse che si staccavano, si disperdevano, si frammentavano, s’imboscavano.

Perché impacciata  era ora agli occhi di prof Samizdat la loro pretesa di rivoluzione. Fare una bella – dicevano ancora così! –  Settimana d’Occupazione. Del Vuoto Scolastico? L’unica ideuzza vagamente  ereditata dal Grande Movimento che gli era rimasta. E che ripetevano. Con comportamento da automi, però. Abitudine sciocca, svuotata ormai. Una recita in un luogo e dinanzi a spettatori che non erano più la maggioranza silenziosa del ’68.

Voleva insegnare a se stesso  ragazzo e al pezzo di sé che  scovava in certi studenti…

E, perciò, quella notte – lasciamola sempre indeterminata – prof Samizdat sognò.  Che c’era un asilo da mettere su. E un dotto dottore stava spiegando le operazioni necessarie per farlo funzionare. La gente, però, era impaziente. Pretendeva che funzionasse subito, già dal giorno dopo.  E allora prof Samizdat invitò i genitori a sedersi su sgabelli improvvisati per tenere un’assemblea. D’improvviso entrò Massim. Era su un cavallino bianco. Gliel’avevano regalato i genitori, andava dicendo. E  lo usava nel traffico cittadino. Al posto dell’utilitaria. I bambini lo avevano accolto festosamente. E Massim, paziente, li metteva in sella a turno, ridendo e scherzando ora con uno ora con l’altro. Prof Samizdat, che si era lasciato distrarre un attimo  davanti a uno spettacolo così giocoso e inatteso di un mondo di ragazzini felici, quando si voltò di nuovo verso l’assemblea dei genitori, s’accorse che il pubblico era completamente mutato. Non c’erano più i proletari mesti o rissosi che aveva conosciuto nella lotta per la Scuola Materna del Quartiere Stella. C’erano signore con velette e tailleur, uomini grossi, grassi, incravattati e con le dita  piene di anelli costosi e vistosi. Doveva per forza cambiare il discorso che aveva preparato. E tener conto di questo nuovo e certamente ostile pubblico. Ma i compagni non si fidavano più di prof Samizdat.  Lo giudicavano all’antica. E affidarono l’introduzione del discorso a Gigi della libreria. Gentilmente prof Samizdat si premurò, comunque, di avvertirlo. E gli sussurrò: – Attento a quello che dici e a come lo dici. Qui è cambiato tutto.

Nota

Le precedenti ‘prove’ si leggono qui:  12 3, 4.

“Noi accusiamo!” 2012

di Ennio Abate

Attirato da un post su FB,  ho chiesto l’”amicizia fessbucchiana” a  XY.  Ieri sera, di fronte ad un articolo sulla sua pagina, in cui si lamentava – riporto a memoria perché non l’ho copiato –  di non avere un posto in cui discutere coi compagni su cosa fare, sul venir meno della democrazia, etc., mi sono ricordato della «ingenua paginetta» (così un commento del tempo) del 7 agosto 2012, che avevamo pubblicato in vari blog o siti che avevano accettato di ospitarla con questa avvertenza: «I suoi promotori  la intendono come un primo “segnale di fumo”  di un dissenso diffuso da rendere manifesto e ragionato; e s’impegnano a migliorarne contenuti e formulazione con quanti vorranno aderire o discuterla». Continua la lettura di “Noi accusiamo!” 2012

Su “Le rondini” e la polemica Casati-Grammann

di Ennio Abate

Tra critica dialogante  e stroncatura – entrambe legittime e utili in teoria – preferisco ancora la prima, malgrado i riscontri non siano incoraggianti e il “noi” reciprocamente critico che propongo fatichi a venir fuori. E perciò pubblico questa mia meditata lettura di “Le rondini” di Franco Casati accompagnandola anche con considerazioni sulla polemica tra lui ed Elena Grammann (ma ora vedo anche con Cristiana Fischer). La polemica può servire e questa mi fa tornare a riflettere sulla funzione di Poliscritture. Ho detto che è uno spazio aperto a più voci e a diversi orientamenti (anche in contrasto tra loro) e so che la critica dialogante, specie adesso che curo da solo il blog, è più complicata da esercitare.   Sui testi poetici, narrativi e saggistici che arrivano a Poliscritture, faccio una selezione poco severa. Ho rispettato il criterio dell’ospitalità e della segnalazione, pubblicando quasi sempre le proposte dei collaboratori, pur esprimendo spesso in privato le mie riserve. Anche perché solo in alcuni casi mi posso dedicare a letture veramente attente  e  ad approfondimenti critici meditati. So che ogni testo attende un critico che lo valuti. Purtroppo tra di noi non ce ne sono a sufficienza. E pur sapendo che pubblicare in un blog che si vuole «laboratorio di cultura critica» molti testi non vagliati a sufficienza è una contraddizione, penso di continuare a metterli in vetrina, ma i lettori sono avvertiti. [E. A.] Continua la lettura di Su “Le rondini” e la polemica Casati-Grammann

Su “Amaladè” di Fosco Giannini

di Ennio Abate

Pubblico la mia prefazione a questa raccolta di poesie in dialetto di Fosco Giannini

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Su “Per ordine di verso” di Rita Simonitto

di Ennio Abate

1.

Ho letto questo libro partendo dalla Nota dell’autore posta alla fine, dove Rita espone la genesi della sua poesia. Che – scrive – è ricomposizione di “frammenti di storie” o di “esperienze private” in “una storia unica” secondo un “ordine” (o forma) che è quello imposto dai versi. Da qui il titolo, che – precisa – non corrisponde, di per sé, ad un “ordine di senso”. Eppure la bella foto di copertina riempita di foglie macerate sì ma di colori intensi su uno sfondo nero cupo – un riferimento alla canzone “Les feuilles mortes “ del 1946? – è più di un suggerimento. Con una metafora, che è anche un omaggio al mondo contadino della sua infanzia, Rita paragona le quattro sezioni del suo libro a “fasci di mannelle” e il lettore è invitato a scegliere singole spighe-poesie avendo riguardo per l’”insieme”.

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