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Su l’«Io» (senza il noi) di Massimo Parizzi

di Ennio Abate

                           «Io sono “io” (esisto) solo se posso dire noi»
                                                        (Jean-Luc Nancy)

«ciò che diviene sempre più visibile è l’avvenuta dissoluzione di quel We. L’esplosione, dispersione e dileguamento di quel Noi reticolare che, seppure non ha sconfitto il capitalismo, quantomeno era apparso potesse essere la base a partire dalla quale «vivere e lottare». È quella dissoluzione e le sue conseguenze la verità difficile da accettare, poiché alla fine del We mondiale ha poi corrisposto, a cascata nel tempo, la decomposizione di tutti i piccoli noi che attorno a quello erano fioriti».
                                   (We Are Winning di Marcello Tarì, qui)

 Lettore  Allora, dopo tutti questi appunti, ti sei deciso a scriverla  la recensione su «Io»?

Samizdat  Sì, ma è venuta troppo lunga, preferisco parlarne con te.

Lettore  Attacca pure.

Samizdat Parto da un sunto del libro.[1] Un bambino abita in una casa popolare, s’innamora di una bambina, Roberta, che abita di fronte a lui; e desidera salire con lei sulla «spianata» che si trova sul tetto di un garage, ma lei rifiuta. Della vita di famiglia veniamo a sapere che: padre e madre si amano poco o niente e danno al figlio un’educazione cattolica; intorno agli undici dodici anni il bimbo si fa l’idea che la madre soffre e suo padre è cattivo e si sente in colpa per questo;  ha una sorella, con la quale divide la camera, gioca e impara a leggere e a scrivere; va in vacanza dai parenti di sua madre, che è nata a Brindisi; un giorno con la chiave che il padre ha dimenticato apre un cassetto,  di solito chiuso, e scopre «i ricordi di suo padre del fascismo» (teste di Mussolini, la tessera della repubblica di Salò», ecc.). Il ragazzo, diventato giovane, abbandona  la “casa del grande garage” e  va a vivere da solo in una casa di ringhiera. Ha una fidanzata. Ha degli amici: Adriano, di vent’anni più grande, che ha avuto il padre torturato dai tedeschi; Johnny, che  ama le novità, a cui piace vivere  in città  e la gira con una radiolina transistor all’orecchio; un pittore astrattista, Milo, e sua moglie, che dopo la morte di Milo, si uccide. Al liceo s’avvicina all’associazione cattolica Gioventù Studentesca; vota con scarso entusiasmo l’occupazione della scuola; distribuisce volantini e partecipa ad assemblee e manifestazioni, s’innamora di una compagna di Lotta Continua. Lavora come intervistatore e traduttore.  Vive con Bianca, con altri amici e il «padre buono» di Bianca. Fa dei viaggi da turista in Vietnam, Messico e Laos. Partecipa alla  carovana  per la pace a Sarajevo. In breve, il libro narra di come è diventato adulto un bambino nato in Italia nel 1950, vissuto tra Milano, Reggio Emilia e Brindisi. E  frantuma questa vicenda in 14 capitoli.

Lettore  Come? Frantuma?

Samizdat  Sì, Parizzi ha scelto una forma, che richiama le scritture sperimentali degli anni ’60-’70 del Novecento. Non narra  i fatti in modo cronologico e lineare, non «segue il calendario», ma  procede per salti temporali e spaziali, a zapping.[2] È una frantumazione ordinata,  ben pensata, solo in  apparenza neoavanguardista. È facile, infatti, cogliere il senso dei singoli frammenti e dell’insieme. L’autore non vuole scandalizzare o sfidare il lettore, ma spiazzarlo appena un poco e sedurlo affabilmente.

Lettore  Ti è parso che la forma non aiuti a capire meglio la storia, il contenuto?

Samizdat La vedo un po’ in contrasto con la vicenda stessa. La formazione di questo «lui» è  quasi banale: innamoramento fanciullesco; vita familiare e parentale chiusa in sé,  da ceto medio  e senza scossoni;  rottura non traumatica con il padre fascista; ribellione al mondo cattolico che non lo porta a posizioni “estremistiche”. L’umanità intravista nei viaggi, da turista, è e resta opaca e lontana. C’è ben poco di romanzesco e molto autobiografismo appena velato. C’è un saggismo che accenna a problemi enormi ma non risponde. Le domande “metanarrative” sono troppo secche e le risposte elusive[3] o rimandate. Sono perplesso.  Parizzi avvicina la mano a molti fuochi, ma non si scotta mai. Forse ci gioca con grande abilità e leggerezza postmoderna.

Lettore Mah, concedo che la vicenda del protagonista sia normale  e somiglia a quella di tanti suoi coetanei o quasi. Ma questo a me pare un vantaggio: così sono tanti  quelli che possono  seguire i ricordi e i pensieri,  sinceri o appena velati, che Parizzi ha disseminato  in più di 200 pagine. E confrontarli coi propri. I suoi destinatari sono quelli come me, gente cresciuta in ambienti cattolici tradizionali, conservatori e forse reazionari e che si  è formata nella scuola di massa democratica.  Non sono certo gli “estremisti”, i nostalgici del ’68 o gli incontentabili come te. Scherzo, eh!

Samizdat Scherza pure, ma considera il titolo. Lo trovo sfacciatamente seduttivo nella sua adesione al narcisismo dei mass media e dei social.  È come se dicesse: non ho nessuna esitazione a parlare di io. Basta con i noi (cattolici, socialisti, comunisti, anarchici, patriottici, sovranisti, ecc.). E basta pure con la psicanalisi che, da Freud a Lacan, ha spaccato il capello in quattro sulla crisi dell’io.  Io il mio io me lo tengo ben stretto.

 Lettore  Parizzi, a differenza di te, si è riposizionato da tempo sul presente. Ti ricordi la sua rivista? Si chiamava «Qui. Appunti dal presente».  Non si può rimanere a rovistare il passato o le «buone rovine» fino ai  nostri ultimi anni di vita, orsù!  Lui il suo passato l’ha digerito. Ed è falso che si sia  appiattito sulle mode o sul  vocio di massa. Anzi, io ho interpretato il titolo come un segnale di sincerità,  modestia e onestà. Piuttosto,  è come se avesse detto: vi parlo di quello che ho vissuto, pensato e immaginato; e solo di quello; e a modo mio. E poi scrivere il romanzo di formazione di un ragazzo “normale” in tempi di spettacolarizzare e di esaltazione a tutti i costi dei bordeline, non guasta.

Samizdat Vedi che con questo io così in primo piano – in fondo un io “liberale” perché il presupposto del libro è che «tutti sono io»[4] soltanto o soprattutto io – Parizzi sottovaluta non solo il noi d’allora, della nostra giovinezza, ma il problema del  noi di oggi. Che manca e si sentono le  pesanti conseguenze.

Lettore  Un io “liberale” quello di Parizzi? Esagerato! Tendi sempre a politicizzare troppo e tutto. A me pare bello anche se non originale che il protagonista sia un io bambino stupefatto, incantato, curioso di fronte al mondo, attento alle sensazioni. Non vedi come intuisce e soffre dei drammi familiari e parentali? In mezzo a  quella piccola borghesia o ceto medio urbanizzato  di una Italia avviata al boom economico matura e si autonomizza dagli adulti. E lo fa  con quieta dissimulazione, senza scenate. Allo stesso modo attraversa i turbamenti sessuali dell’adolescenza. Infine a me piace davvero – particolare storico e più che generazionale oggi non trascurabile – una grande passione per la lettura, che in quegli anni era quasi l’unico sfogo concesso a bambini solitari.

Samizdat  Anche a me questa parte di «Io» ha fatto  simpatia.  Ho pensato al fanciullino, a Peter Pan, al puer aeternus.

Lettore   Ma no! In «Io» non c’è  mai abbandono alla pura immaginazione o al fiabesco o alle oscurità misteriche. Parizzi procede per supposizioni ben meditate. Sui ricordi non ci ricama, li riporta con oggettività e realismo. Ed usa un linguaggio preciso, colloquiale, sciolto, secco, vicino al parlato e senza ideologismi.  E le sue sono sempre annotazioni sintetiche.  È lontanissimo dalle descrizioni sociologiche strabordanti della «Scuola cattolica» di Edoardo Albinati o dagli amarcord sentimentalistici.

Samizdat Ma che tipo di maturazione  ha questo io bambino? A me pare che passi  dall’educazione cattolica ad un generico progressismo utopistico. E a dirla tutta, da ex di quegli anni, tra  Gioventù studentesca e Lotta continua non c’erano poi grosse differenze. Populismo – religioso e laico – in fondo. C’è un pregiudizio in «Io» (mai esplicitato o teorizzato, anzi direi occultato proprio dalla mimesi seducente del parlato): che un bambino sia  più naturale e autentico dei “grandi”. In fondo Parizzi si rifà a Rousseau e a Schiller. Da lì trae l’ideale etico ed estetico di rapporti umani dignitosi per sé e per tutti; dell’amicizia;  di un fare sì, ma mai ben definito, che dovrebbe migliorare le condizioni di vita dell’intera umanità che abita la terra.  Belle parole. Questo ideale etico-estetico e magari oggi anche ecologico è senza base politica e sociale, senza noi (mi ripeto). Nel frattempo i conflitti, le guerre crescono.

Lettore Sempre dove  il dente ti duole torni, eh! Ogni sentimento o pensiero per  te, se non si traduce in politica, è vano. E poi dici  di non essere inchiodato a quel passato, quando vi  illudevate che  il noi politico dovesse essere “al posto di comando”!

Samizdat –  Stiamo  al libro. A un certo punto in «Io» si dice che «al mondo c’è da proteggere i bambini».[5] L’autore e il narratore, però, non si chiedono mai chi li può proteggere e se sia possibile proteggerli, se permangono e si acutizzano   guerre e conflitti sociali. Come fanno i bambini a crescere bene in una macelleria mondiale del genere? Mi accusi di nostalgia della nostra giovinezza, ma si può  anche restare ancorati al desiderio infantile dell’ «io non voglio diventare grande» e farne un principio.[6] 

Lettore  quando Parizzi narra del bambino irakeno che, alla caduta di Saddam, si ritrova in  «un gruppo di uomini che, tutti insieme, uscivano dalla piazza gridando» e corre e li raggiunge e si toglie una scarpa e inizia a «picchiare in testa  Saddam», costruisce una immagine potente che  spinge all’utopia.

 Samizdat  Quanti equivoci contiene quell’immagine! Estratta dalla storia tremenda della dissoluzione dell’Irak, è pura estetica, spettacolo. Tranquillizza la buona coscienza degli europei. I bambini non fanno la storia e anzi ne sono di continuo le vittime. La storia la fanno gli adulti; e in modi sempre terribili e a volte orrendi.   E quella è una statua, non Saddam! E l’hanno buttata giù proprio i “grandi” (i “Grandi della terra”) imbastendo una guerra sanguinosa e turpe nelle sue false motivazioni.

Lettore Ma Parizzi non sostiene che il bambino, picchiando il pezzo di statua con la scarpa, partecipa alla storia dei grandi. E, comunque, siamo un po’ noi quel bambino e l’immagine fa riflettere, scalda i nostri cuori.

Samizdat  Ma non ci aiuta a ragionare. Non so cosa pensasse il bambino reale, ma è certo che confondeva realtà e immaginazione. Or un travisamento del genere in lui posso sopportarlo. Ma perché l’autore o il narratore non riprende né commenta  né interpreta la scena da adulto e ci fa sapere cosa ne pensa lui?  Forse lui pure  si  è  lasciato attrarre dal lato estetico dell’episodio trasmesso  alla TV.   E poi – lo si capisce da  altri  brani saggistici di «Io» – legge i fatti soltanto sul piano morale. E ricorre alle categorie pre-machiavelliche di innocenza e di male.

Lettore Ma  è un romanzo. Non vedi il sottotitolo di «Io»?

Samizdat  Lo è? Fino a che punto?  Io riconosco che Parizzi, pur lavorando su frammenti eterogenei nel tempo e nello spazio, non ha rinunciato alla ricerca di una visione unitaria. Da romanzo, appunto. E trovo i vari brani collegati tra loro. Mi chiedo, però, perché così brevi le domande e spesso così elusive le telegrafiche risposte della parte “metanarrativa”, che dovrebbero funzionare da commento.

Lettore  Io, invece, ho trovate molto belle anche queste parti. Specie dal punto di vista della forma.  Mi paiono antifone o intervalli riflessivi ironici e spiazzanti. O quasi ipnotici refrain. O contrappunti a quanto appena detto dal narratore. O domande incalzanti da intervistatore. E in questo inseguirsi e riallacciarsi e ripetersi delle interrogazioni, oltre alla volontà di tener  desta l’attenzione del lettore, ci trovo proprio la ricerca di ricomposizione dei frammenti e di una  continuità tra tempi e spazi diversi. Da romanzo, dunque. Nella stessa direzione vanno anche le analogie che Parizzi  suggerisce in modi sempre allusivi. Ad esempio, tra una casa povera di  Napoli e  una casa di legno su palafitte in Thailandia. O tra il pittore Adriano e un anonimo pittore vietnamita. O tra l’elemosina negata al bambino a un semaforo di Milano e la vendita contrattata delle noccioline a Hué in Vietnam.

Samizdat Prevale troppo la quotidianità della vita familiare e parentale. Spesso la più delicata o persino edulcorata. Il quotidiano  rappacifica e incoraggia però la frantumazione di un discorso; e vela i punti drammatici dell’esistenza,  le falle, a volte le tragedie.

Lettore  E dalli con la frantumazione! Eppure hai detto tu stesso che è controllata.  Nessun flusso disordinato di coscienza o incoscienza, cavolo! Ti ricordi il punto in cui Parizzi parla di un sarto  bresciano, che ama e sa fare bene il suo lavoro, perché lo conosce bene? Ecco, secondo me questo sarto raffigura emblematicamente la sua scrittura. Che ha un’artigianalità ammirevole e non si lascia turbare dalla concorrenza della odierna e invadente comunicazione  massificata, ma con sapienza, anche monocorde,  cuce insieme e bene per tutte le 200 pagine i vari brani-pezzi di stoffa.

Samizdat  C’è ancora un’altra cosa che non mi ha convinto: la storia più vasta  entra soltanto nelle poche tracce  depositatesi nella vita dei familiari o  nella memoria, per forza di cose confusa e mitizzante, del protagonista-bimbo. Capisco che è nel mito che il bambino vive i primi  conflitti tra i suoi desideri (emblematico il salire sulla spianata)  e la realtà (Roberta che si rifiuta di seguirlo). Ma quando Parizzi deve passare dal noi ristretto e concreto – familiare o parentale o strettamente amicale –   al noi dei più, degli “estranei” o a un noi più astratto e universale (diciamo pure:  con ambigue pretese di universalità), esita e si arresta. Proprio nel punto, dunque, in cui il narratore  dovrebbe calarsi nel romanzo. E cioè dar conto dei conflitti maggiori del noi storico collettivo,  al quale per un po’ la sua generazione attorno al ’68  pur partecipò. Ti pare poco non rendere conto di quel tentativo  di re-immaginare addirittura  una “rivoluzione”, una rottura coi noi preesistenti e soffocanti?

Lettore   Mi vuoi dire che, quando si scrive un romanzo, l’autore è obbligato a occuparsi  di universale o di storia “vasta”? E chi lo dice?

 Samizdat  Nessun obbligo. Noto, però, che in «Io»  quel noi del ’68 è rappresentato in maniera sfocata. Cosa dicono, infatti, quei noi che fummo? Cose vaghe, che l’io/lui narrante (e in fondo l’autore, Parizzi) non capisce e poi neppure più ha tentato di capire. Prima avevamo un bambino,  poi abbiamo avuto un giovane. Entrambi  non si sono resi conto di cosa succedeva o vivevano. D’accordo. Chi può dire di avere  il faro della coscienza a disposizione in ogni  periodo della sua esistenza? Nessuno. Ora nel ’68  noi vediamo questo «lui» che distribuisce volantini, anche se «non ha molta voglia»; fa con altri studenti ripetizioni private ai figli degli operai; ha la spinta  a fondare una rivista che richiederebbe un lavoro in gruppo; è attratto da una  ragazza di Lotta Continua che gli piace. Poi va in vacanza e tutto sembra svanire nel nulla. Ancora d’accordo. Ma nella scrittura, a distanza di tanto tempo,  cosa dobbiamo pretendere dallo scrittore,  non più bambino  né più  giovane?

Lettore E che vorresti? Un bel poema alla Majakóvskij che esalti il coraggio dei militanti rivoluzionari di professione? Svegliati! Tanta gente ha vissuto quegli anni   con leggerezza, divertendosi. Erano pochi i seriosi o i fanatici.

Samizdat  Ma vuoi capire che  in «Io» non c’è una interrogazione sulle dottrine politiche o sulle ideologie che appassionarono o avvelenarono la mente di migliaia di operai, impiegati, studenti? E che il narratore guardava (per me scandalosamente!) a Proudhon non a Marx.? E che della politica marxista riecheggia slogan stereotipati? E che resta bloccato alle soglie del ’68, alle primissime manifestazioni, evitando di accennare al seguito, quasi a gustare, in coerenza con la sua visione roussoviana, l’alba “innocente” di quella storia?

Lettore-  Dai,  fra poco loaccuserai di rimozione o di tradimento piccolo borghese!

Samizdat – No, questo no.[11] Sono fesserie. E non  pretendo neppure che arrivasse a parlare delle tragedie degli anni Settanta fino all’assassinio di Moro. Ma mi delude in «Io» l’insistenza sull’infanzia.  Mi pare una scelta fondamentale, ma difensiva ed elusiva. Ordina tutta la narrazione, selezionando gli episodi in modo che alla fine tanto spazio  viene dato al familiare e parentale  e meno al pubblico-politico. Questo è il messaggio di fondo del libro per me.

 Lettore  Non condivido la tua opinione. E alla tua età dovresti aver chiaro anche tu cosa resta delle vostre biografie; e cosa di esse debba o possa farsi libro o romanzo. Parizzi con «Io» ha dato la sua risposta. Per lui resta un io che si sente in relazione con altri io, ipotizzati come a sé simili (o quasi).

Samizdat  Sì, ma è una relazione in forma emotiva o nella «forma oceanica»,  di cui parlarono Freud e Rolland agli inizi del Novecento.

Lettore  Per me invece dice una grossa verità: «i bambini, quello che è accaduto prima che nascessero lo sentono vero, magari, ma non proprio reale come quello che possono vedere, udire, toccare.[…]. Alla verità ci si potrà arrivare con la mente, ma per la realtà ci vuole il corpo».[12]    Ma, tanto per capirci fino in fondo, a te di quella storia cosa resta?

Samizdat Resta un io-noi sconfitto, forse dilaniato da fantasmi (gli  spettri di Marx?).  Questo io-noi sa che la polis non c’è (o non c’è mai stata) e che in questa epoca un altro noi non è definibile. Né la possibilità di una sua costruzione  è dimostrabile. Resta però che un altro noi è comunque necessario.

Lettore E cosa  ha di  tanto diverso il tuo io-noi dall’io di Parizzi? In entrambi i casi il noi di allora non c’è più e non lo puoi resuscitare!

Samizdat  In «Io» c’è una rinuncia per sempre a ogni possibile noi, perché il noi è sostituito da tanti io, che non faranno mai  più un noi.  Vanno in altra direzione.

Lettore E sarebbe una prospettiva così grave?

Samizdat Sì. Questi io non  sono pieni, maturi, adulti. Restano degli io-bambini, troppo bambini. Pochi giorni fa leggevo un’intervista a Nancy, morto di recente. Concordo con lui: un io si realizza solo in relazione al noi. Dev’essere un io-noi. Deve riconoscersi in una relazione reale e conflittuale con altri noi (o, forse, con altri  io-noi) avversari o nemici.  Solo così potrà partecipare responsabilmente ai conflitti della storia. Se questo noi oggi manca, è mancante anche l’io. (E la vecchia psicanalisi fa ancora bene a ricordarci che tutti questi io non sono più  “padroni in casa propria”, cioè pieni, maturi, adulti).

Lettore Quella di Parizzi sarà una visione “liberale”, ma nel suo empirismo è più realistica della tua. E poi non  è neppure così sicuro che Parizzi  abbia rinunciato a  pensare e a costruire un altro  noi. Il finale di «Io» resta indefinito e aperto: «che cosa ci sarà, dopo quei campi, fra le colline, al mare, da entusiasmarsi tanto?».[13] Lo  sai forse tu?

Samizdat No.  Senza campi e colline e mari di fronte, ma davanti a questi palazzoni di periferia, non so dire o mostrare cosa  ci sarà.  Ma, dopo il composita solvatur che la nostra generazione ha vissuto, tengo fermo all’esigenza del noi: «contrariamente a quanto asserisce un senso comune deforme, la vita di gruppo è l’occasione di una ulteriore e più complessa individuazione. Lungi dal regredire, la singolarità si affina e tocca il suo acme nell’agire di concerto, nella pluralità delle voci, insomma nella sfera pubblica».[14]

Lettore-  Ah, sì?  Hai scommesso su un altro noi? Fa’ pure, ma a me sembri fuori epoca. Basta vedere  cosa accade del noi nel tuo gruppo di Poliscritture! Buona fortuna, comunque.

[1] SUNTO VELOCE DEI CAPITOLI

1.
Casa popolare. Piedi che camminano, corrono, saltellano. Gambe che scalano il Pizzo Nero. Malghe, temporale. Rachele e Edoardo scendono prima che piova. Pioggia, nuvole. A tavola con Rachele. Claude e Claire si lasciano. Gambe che pedalano a Reggio Emilia. Sui pattini. Gambe di ragazze. La terra calpestata da miliardi di piedi di donne e uomini. Ancora Claude e Claire. Parla la ragazza Roberta e dice io. Fidanzatina. Tu sei io? Ci saliresti sul tetto del garage (17). Il cielo (17, poi ripreso a pag. 182-183). Roberta va nel palazzo dei ricchi. Il bambino che si vuol far vedere. Il fiocco azzurro per il figlio che nasce, Leandro.

2.
Appartamenti di famiglie della piccola borghesia. La “casa” povera di un vecchio in qualche vicolo di Napoli. Casa su palafitte in Thailandia. Quello accasciato e magro che in Messico abita una casa senza porta. Cosa si fa in una casa. Johnny e la sua casa di single. Lui vive da solo in una casa di ringhiera. La casa dei ricchi col marmo. La casa del grande garage (dei genitori). Nella casa fotografato coi suoi al momento della cresima. La mendicante che vorrebbe ballare. Gli amici del padre e il paese (a Samboseto di Parma). Mona, attivista egiziana, in piazza Tahrir al Cairo. Ricordi del padre e del suo amico Adamo: da bambini facevano la cacca nei campi. Freddezza dei rapporti tra  sua madre e  suo padre. [Verità e menzogna]. L’amico che lo ospita a Napoli lo porta a dormire in una casa di Bagnoli con una parete dipinta e un motto:”Quando l’uomo sarà un amico per l’uomo?”.

3.
La casa di Zita l’attrice. Adriano. Ada. Bianca con Leandro, il bambino, nel quartiere che sta cambiando (sedi di multinazionali, moda, digitale).  Ada, una sua ex fidanzata. Adriano è un amico di vent’anni più di lui, un narratore, un chiacchierone, e ha avuto il padre torturato dai tedeschi. [Un pittore a Hanoi]. Riflessioni sulla pietà e la crudeltà delle cose. Sul passato. Sulla leggerezza. Sulla malinconia. Camminare fino a stancarsi. In bicicletta per Crema. Con la carta stradale del Touring. [Che cosa ci sarà… (pag, 44) ripreso poi in altre pagine]. Johnny che gira per la città con la radiolina a transistor. Uno che studia nell’appartamento vicino. Johnny gira per la città ed è entusiasta delle novità e del presente (46) e non vuole “litigare” con il presente. Amare tutto anche la pubblicità. Tornando in bici da Crema è colto da un acquazzone. “Che cos’è il passato, Non lo so”.

4.
La sera da bambino con padre e madre e la preghiera serale. [Riflessione su innocenza e male].  Da bambino s’allaccia le scarpe al mattino e s’incanta. [Riflessioni sull’animo che non sa di storia e di politica a partire da una scena dei miliziani di Hamas che demoliscono un muro e ancora “s’incanta”]. Gioca con la sorella a fare il commerciante. [Riflessione sul contenuto di classe dei nomi: signora, donna di servizio]. Notizie su sua sorella Federica. Separazione  dei maschi dalle femmine. [Thailandia: il turista americano e la giovane thai]. Essere accolto nel gruppo dei maschi. Notizie sul fratello che si è sposato in chiesa. [Coppie che ballano, anche il vecchio balla].  Il trenino dei ballerini. [Lo scirocco]. La camera che divide con la sorella. Impara a scrivere. Impara a leggere. [il bambino che al semaforo chiede l’elemosina. Sconcerto. Rifiuto di fargli l’elemosina]. [A Hue il bambino che vende noccioline e abbassa il prezzo] [Riflessioni sui “rapporti umani”: essere guardato in faccia]. Quando si allontanerà dai genitori, parenti, dalla “casa  del grande garage”,  è per andare in strada e guardare il balcone di Roberta. Che vuol vedere senza essere visto. Immagine di lui che gattona. La prima casa di ringhiera in cui va ad abitare da solo. Vicini di casa: Nino e Cecilia da Livorno. Annotazioni su lui che esce di casa, traffico ingorgato, e lui si mette ad osservare passanti e donne ed è attirato da quella donna che incontra tutti i giovedì. Chi sono gli altri?  Uomini, donne bambini.  

5.
Parla di un Natale di quando lui era neonato e elenca i parenti. Lui che esplora il vano di una cristalliera con gli specchi dove sono conservate bottiglie di liquore.  Il mobile con il cassetto chiuso conserva i ricordi del padre fascista (teste di Mussolini, la tessera della repubblica di Salò, un libro di fotografie) (63). L’anno in cui era nato lui nascono altri amici suoi. Leandro, il bambino che ride. Ricordo del padre preoccupato e di sua madre che guarda il marito infastidita. [In viaggio per Finale ligure. Recita di Tanto gentile e tanto onesta pare]. Cena di famiglia da bambino: “Ma la focaccia col pomodoro”. Il padre in pensione e la medaglia della banca. Il padre gli ricorda che i comunisti hanno fatto morire il nonno. [Tradire.. ormai si è incamminato sulla strada del tradimento … stacco dal padre]. In pensione a Collio in montagna. Domande sul comportamento degli adulti. [Lavoro di intervistatore. Intervista a una donna]. Una casalinga (sua madre) gli prepara il sugo di pomodoro e la merenda del pomeriggio prima di guardare alla TV Rin Tin Tin. A undici- dodici anni si fa l’idea che la madre soffre e il padre è cattivo.  E lui si sente in colpa. Suoi coetanei quattordicenni ispirati dai film di James Bond fondano un’associazione: “Dall’Italia con amore”. Riunione. Un giornalista della radio registra. E lo riaccompagna a casa. Suo padre l’aggredisce, lanciandogli addosso la cesta di vimini coi giornali. Le paure della madre, quelle del padre. Taglio del soffitto di compensato di un mobile per rubare al padre le sigarette. Al liceo l’associazione cattolica Gioventù Studentesca. Il padre buono di Bianca, Giuse, che si è trasferito nello stesso palazzo dove abitano lui e Bianca. Giuse racconta del suo viaggio in Senegal e dei bambini denutriti. Sottoscrivono a loro favore. Il padrino di cresima, Adamo, buono a differenza di suo padre. E altri padri buoni di cui vorrebbe essere figlio. La prima volta che può acquistare dei mobili. Il fratello che ha fatto un viaggio in Bielorussia gli porta delle matriosche. Bambini  di Cernobyl  ospitati per qualche mese: “si dovrebbe far qualcosa al mondo, per renderlo più bello” (73). Nella casa dove vive da solo ascolta il giradischi e la Quinta di Beethoven. Un usignolo. [Laos. Canto dei galli]. Il Giuse, il padre buono, ora malato, dal medico. Ancora il ricordo del Natale da neonato: sorriso amorevole della madre, storto del padre. Si sente invaso da questa “sarabanda” di parenti. Altro che Natale: desiderio di evadere: di essere “irraggiungibile, sulla spianata del grande garage” (77). Perché quando taglia lo scomparto  chiuso che “è venuto a simboleggiare per lui la paura di suo padre e di sua madre”  sfida la paura (77). Lavavetri sulla circumvallazione a Milano, che risale la fila delle auto e dice con risentimento qualcosa. Assemblea al liceo per votare l’occupazione della scuola. Scarso entusiasmo.

6.
A Brindisi in casa dei parenti.[la domanda «Che cosa ci sarà dopo quei campi 79.., 100, 181, 195]. Nella chiesa prima di andare a messa. Il professore comunista sfoglia il libretto di preghiere che gli ha sequestrato. Roberta non lo caga. Desiderio di salire con Roberta sulla spianata. Il nonno di Brindisi: “quando si mangia si combatte con la morte”. L’elenco degli io da pag.86 a pag. 92: e la conclusione: «Ma  allora, tutti sono io? Sembra proprio di sì». Samboseto, funerali del nonno. Esita poi si mette nel gruppo dei maschi, orgoglioso di esservi ammesso. Litigi in famiglia, non dire ad “estranei”. La divisione dei ruoli: uomini al lavoro e donne casalinghe. [Altra intervista a un consulente di banca]. Messaggi di Roberta dal balcone.

7.
Buttarsi nel lavoro. Il sarto bresciano. Una contadina nella Bassa. Un giovane in tuta. Il nonno squadrista di Busseto che scappa dai partigiani(101). Ricordi sfuocati. [La memoria è il cassetto dei morti]. Discorso con amici sui nazisti terribili. «Di quelle cose non sente la realtà sino in fondo. Sono accadute prima della sua nascita, e spesso, specialmente per i bambini, quello che è accaduto prima che nascessero non lo sentono davvero… Alla verità ci si potrà arrivare con la mente, ma per la realtà ci vuole il corpo» (103) Il Vietnam dopo la guerra]. Sradicamento  dal paese, sorriso storto in città del padre. [L’uomo che guarda di sbieco]. [Al mondo c’è da raddrizzare i sorrisi]. Anche la panettiera ha il sorriso storto. La tabaccaia col sorriso. Considerazioni ed esempi sulla spontaneità. Suo nonno ha ucciso? Il padre e il consuocero ricordano la caduta delle bombe durante la guerra. [Hue Vietnam] Quelli che non hanno fatto niente di male.

8.
I miliardi che vivono nel mondo. Per l’unica volta (110). Accenni agli abitanti di varie città nel mondo. Ancora sui tanti che camminano sui marciapiedi. Ancora Roberta dal balcone. Immagina Roberta in cucina che apre il rubinetto o a tavola coi genitori.[Discorsi tra amici su Narciso]. Gli piace fissare il balcone di Roberta più che incontrarla. Il sarto e i suoi problemi col padrone. Roberta non ha risposto al suo invito a salire sulla spianata. Sale sul Duomo. «Che cosa c’è in alto…» (117, 129, 152, 182). Le ragazzine thailandesi gli regalano una cavalletta di bambù. Al freddo e il libro di Peguy che girava in Gioventù Studentesca. Alfredo è l’incaricato di Gioventù Studentesca che  fa da guida spirituale ai giessini di una scuola. Nella casa di Alfredo ci sono tanti libri. Su Roberta e il suo bicchier d’acqua.

9.
Suo padre a capotavola. Racconta un episodio: doveva andare al lavoro e al bar la cameriera non gli portava il cappuccino. Visita ai genitori e freddezza. Competizione tra padre e madre sulla scelta del liceo per il figlio. [Adilah marocchino e il dolore di  perdere un lavoro che piace]. Scende dalla scala a chiocciola del Duomo. L’invecchiamento dei genitori. La madre morente (126). La madre morta. Difficoltà di dialogo col padre, ora vedovo: crede che sua moglie morta sia ancora ricoverata in ospedale. Morte del padre. Mirco e il doposcuola all’oratorio. Una processione. Uno studente svogliato. Da grande pensa di fare l’insegnante. Ancora a scuola: l’associazione studentesca. Uno scaricatore di porto: una vita da cani. Il sarto parla e vorrebbe cucire un abito per questo scaricatore (133). Parla  un becchino. [Un incendio di isbe e Mitja  che parla dei poveri]. Turisti su un pullman in Vietnam: gli zaini strappati a lui e a Bianca per costringerli ad andare in un certo albergo. Rifiuto.

10.
Giornata di neve. Ricordo della madre in cucina. Da piccolo sotto il tavolo dove i grandi non vanno mai. Un capriolo sulla stradina. Tanti mondi  e in Messico  un vecchio calzolaio, ipotesi sulla sua vita da povero. Ragazze che dicono io. Da Cesare il professore di  arabo. La ragazza dell’Arci Bellezza. Bambini che giocano alla campana. [Traghetto ad Haiphong].  Viaggio sul fiume in Laos. Il ragazzo decide di voler fare il traduttore. Al convegno nazionale  del movimento studentesco a Ca Foscari. Nell’università occupata lui  è col pigiamone azzurro. Il pittore astrattista Milo. Che cosa c’è da fare al mondo? Piantare giardini (148). Roberta, segretaria in una ditta di export-import. Lucrezia l’ecologista contro lo spreco dell’acqua. Il volantino dopo che «Allende è morto» scritto per i contadini e gli operai del PCI di Calice. Roberta ha trovato la “soddisfazione” nel lavoro (152). Piera la moglie del pittore Milo si uccide (152).

11.
Brindisi la città di sua madre ai tempi della guerra. Cenni alla storia di sua madre ragazza e delle sue sorelle. La nonna che fa le orecchiette. La passeggiata nel corso di Brindisi: maschi da una parte e femmine dall’altra. Imitazione del cugino. Timidezza. I ragazzi insinuano che sia “ricchione”. Ruggero un suo amico che frequenta la biblioteca e scrive di filosofia. Specchiolla, paesino di BrIndisi [Spiaggia del Vietnam] [La casa degli zii a Specchiolla]. Ascolto della musica senza pensieri. Lui, Bianca e il bambino Leandro. A Brindisi  in giro nella periferia dove abitano braccianti e muratori.

12.
Studenti  inquieti nella scuola. “Milano Studenti”, giornale dei GS. L’amico di San Vito dei Normanni che frequenta l’università Cattolica ed entra in urto col padre.  La società è indietro rispetto all’uomo (168). La rivoluzione. [Thailandia: una donna anziana e una giovane cariche di cataste di legna sulle spalle e i turisti]. A distribuire volantini davanti ad un ITIS di Milano. Partecipa ad assemblea in piazza Leonardo. L’operaio di Lotta Continua della Pirelli Bicocca. Vorrebbe fermarsi nella chiesa di un prete giesse, ma poi prosegue e va alla manifestazione. Corteo: braccia e piedi. Liceo Parini di Milano e attacco dei poliziotti. Manifestazione bella seguita in bici. Un poliziotto dall’aria spaventata vicino alla Statale. Uno armato di pistola. Lui si butta dietro un’auto.  I discorsi che si fanno: reificazione, immaginazione al potere, vogliamo tutto. Il dovere di volantinare alla Brion Vega. Non ha voglia di entrare a fare le ripetizioni ai figli degli operai (174). Cosa vuol fare? Una rivista. Miriam la compagna di Lotta Continua che gli piace. Fine delle lezioni ai figli degli operai. Vacanze.

13.
Zia Rosaria che l’accompagna a scuola in prima elementare. [Prima lezione d’italiano agli immigrati a Baggio]. Su una ringhiera davanti alla scuola elementare da ragazzo. Il carretto del venditore di castagne. Le strisce pedonali: era obbligatorio passarci. L’edificio massiccio della scuola elementare. Cosa ci sarà dopo quei campi, fra le colline, al mare, da entusiasmarsi tanto? Descrizione di una folla: volti ossuti, etc. (181) [Hanoi]. Una festa ed esitazione a baciare una ragazza. Cosa c’è in alto e da lì cosa si vede: il bambino irakeno che picchia la scarpa sulla testa della statua di Saddam abbattuta e trascinata per strada. Parla il bambino. I mitra degli americani e il gioco da ragazzi di mitragliare [Huè, Vietnam: il figlio di un vietnamita che ha combattuto gli americani]. Ancora il bimbo  irakeno che racconta. Un amico d’infanzia figlio di un amico del padre. Timido lui e sfacciato l’altro. A confronto. Con l’amico sul terrazzo gioca a fare il processo di Perry Mason. Il padre mai andato in villeggiatura. Perché lascia la moglie e i figli in vacanze? La carovana  per la pace a Sarajevo. Il pullman coi partecipanti e gli olandesi  che  scambiano un funerale per una festa di matrimonio. Volevo vedere la guerra. Guido Puletti ucciso mentre consegnava aiuti ai profughi.

14.
Reggio Emilia scuola media. La lavagna verde. Spia con il binocolo e viene rimproverato.  “Non voglio diventare grande” dice Leandro. La foto della madre di lui in bici. In bici con gli amici e il vecchio che sbraita perché un figlio o nipote è stato investito da una bicicletta ed è morto. I vecchi di Reggio Emilia col garofano rosso. Con le maestre a teatro a vedere  «Canto di Natale» di Dickens. Maria Rosa malata di cancro dove i suoi vanno a mangiare a Natale. Greta che sciava ha un cancro ed è andata da lui e Bianca  in vacanza al mare.  Vito, il siciliano venuto dalle Madonie e che da ragazzo è stato morso da un’asina, cura capre e galline. [Il silenzio della montagna]. Una folla che si è riunita e gente incerta se andare e non andare “là oltre i campi, oltre la collina” (203). Una signora che spinge un passeggino e ancora un bimbo che dorme e succhia il ciuccio.

[2] Abati in una recensione su  “il manifesto”: ««L’opera si dispiega su tre piani, distinti anche graficamente. Il corpo centrale è costituito dalla narrazione in terza persona di frammenti di un «lui»; accanto ad esso frequenti fuori-campo in corsivo, in prima persona, che la nota d’autore dice «tratti per la maggior parte da miei diari e scritti, in molti casi pubblicati in Qui»; sopra di essi insistono brevissimi inserti di una riga, talvolta allineati a destra, sovente ripetuti a distanza, in funzione esplicitamente metanarrativa.» (qui)

[3] Pag. 47: «Che cos’è il passato? Non lo so.»

[4] Pag. 92.

[5] Pag. 183.

[6] Pag. 188 ripreso a pag. 194.

[7] Pag. 174.

[8]  Pag. 174.

[9] Pag. 175.

[10] Pag. 175.

[11] Anche se trovo sintomatico che l’unico cenno  a Fortini, che di quei “destini generali” sessantotteschi resta un simbolo, anche a Parizzi ben noto, in «Io» compaia solo per un episodio davvero minimo: «Ma lui, anche se lavora al computer tutto il giorno, il cellulare ce l’ha, e anche la smart tv eccetera, si annoia. Di più, si irrita. E, dopo averlo ascoltato un po’, finisce col rispondergli con la domanda che un poeta, un intellettuale che una volta andava ogni tanto a trovare, aveva scritto a matita sul margine di una rivista degli anni Sessanta che gli aveva prestato, accanto a un articolo che parlava entusiasta di autostrade e utilitarie: “In che senso un albero sarebbe più vecchio di una macchina?” (pag. 46).

[12] Pag. 103.

[13] Pag. 192.

[14] Mi aveva colpito la riflessione del filosofo francese Simondon, che non conoscevo e mi è arrivata attraverso la mediazione dell’articolo di  Paolo Virno apparso in «Derive Approdi» ( pag. 54, n.21,  primavera 2002). Da lì ho  preso questo stralcio.  Chiarisce ciò che a me pare  mancare in «Io» di Parizzi,  ma anche a me che ancora tento di una rivista-noi  malgrado “la polis che non c’e’”.

Sul disagio ieri e oggi e qualche sua causa

 

Una conversazione di Ennio Abate con Vincenzo Loriga

Ripubblico questa conversazione  già uscita sul n 4 – maggio 2008 –  di POLISCRITTURE cartacea. Lo faccio sulla base di due spunti a prima vista occasionali e quasi trascurabili ma che rimandano a questioni di fondo della crisi che stiamo vivendo: –  un accenno polemico di Paolo Di Marco alle “languide analisi psicologiche” con invito a sostituire in certi casi la “psicologia” con discipline più “dure” o a ricorrevi, sì, ma “in seconda battuta” (qui); – la nota  sul “Negazionismo” che Pierluigi Fagan ha pubblicato sulla sua  pagina FB (qui e [1]) sul “dilemma del se e quanto il prossimo secolo sarà ancora americano” o dominato dalla Cina,  il cui fantasma fece capolino sul finire della conversazione del 2008. [E. A.]

Comincerei dall’esperienza del disagio che lei ha conosciuto nella sua attività di psicanalista.

Io mi sono trovato ad operare con un certo tipo di pazienti, più donne che uomini in generale, persone che andavano più o meno dai venti ai cinquant’anni. Non ho lavorato con persone più giovani e quasi mai con persone più vecchie. Noti che ho cominciato a lavorare come analista nel 1968 e ho interrotto l’attività nel 2006. Avevo, dunque, già fatto una serie di esperienze professionali e personali. Nella maggior parte dei casi ho avuto a che  fare con quella che veniva chiamata allora nevrosi di carattere, e cioè una difficoltà ad avere rapporti buoni o decenti o col partner amoroso o sul lavoro. Posso dire di aver avuto anche qualche giovane che faceva molta fatica ad entrare nel mondo sociale…

 Può accennare a qualche caso?

Ho avuto, ad esempio, alcuni casi di nevrotici coatti abbastanza interessanti; e me li ricordo in quanto il nevrotico coatto è, diciamo, più nevrotico degli altri. E, infatti, Freud, parlando della nevrosi di coazione, la chiamava «la regina delle nevrosi». Ma forse lei desidera qualche dettaglio?

 Se possibile…

Lei adesso parla con uno che non fa più l’analista e che quindi ha maturato un distacco da queste cose. Comunque, ci sono stati dei casi in cui la patologia diventava quasi divertente. Per esempio, ho avuto un paziente – premetto che il nevrotico coatto è di solito molto intelligente – il quale riteneva che le distinzioni che noi facciamo tra un oggetto e l’altro (io, ad esempio, mentre le parlo al telefono, ho di fronte a me la scrivania, poi una lampada, una libreria, una finestra…) erano irreali, perché lo spazio è unico. E questo paziente aveva anche paura di non seguire con sufficiente attenzione il battito del cuore, pensava che in mancanza d’attenzione si potesse fermare.

Le faccio un altro esempio. Ho avuto un paziente che era un comunista doc, uno stalinista. Beh, quando avvenne il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, il giorno in cui ci fu la manifestazione, qui a Roma, in piazza S. Giovanni, sia del popolo comunista che del popolo democristiano, io ero solo a casa mia – era un mercoledì pomeriggio e non lavoravo. A un certo momento questo giovane mi telefona spaventatissimo, dicendomi che mi vuol vedere. Arrivò da me in taxi. Di cosa aveva paura? Di mettersi a gridare in mezzo alla folla in piazza S. Giovanni «Viva le Brigate rosse!».

 L’inconscio lo spingeva potentemente dalla parte dei “cattivi” dell’epoca…

Sì, comunque lui ce l’aveva con tutti. Temeva anche di finire per dare uno schiaffo al suo superiore, col quale aveva almeno in apparenza rapporti cordiali. E soprattutto non tollerava l’immagine della debolezza. E una volta, mi ricordo, ebbe un atteggiamento aggressivo nei miei confronti, perché, avendo io da poco subito un’operazione chirurgica, gli apparivo più debole.

Tra gli inizi e la fase finale del suo lavoro di psicanalista quali differenze ha notato nei suoi pazienti o in lei stesso?

Il mio atteggiamento è cambiato sicuramente nel corso degli anni. Secondo me, un analista non fa che cambiare. Un analista passa il tempo a liberarsi delle cose che gli hanno insegnato a scuola o ha appreso dai suoi maestri. Poi quando si è liberato del tutto, ha finito anche di fare…l’analista!

 Lei, dunque, oggi s’è staccato dalla psicanalisi?

Beh, non la pratico più…

 Perché s’è stancato o per altre ragioni?

Il primo motivo è che mi sono stancato. Il secondo motivo è forse più penetrante…

Secondo me l’analisi ad un certo momento deve cessare. Finché uno resta impigliato nella rete analitica, tende a vedere le cose dell’animo umano – suo o anche dei pazienti – con  occhio scientifico. Ma c’è un elemento di libertà o, se vogliamo, di arbitrio, che, secondo me, nella visione scientifica propria di quasi tutta la psicologia viene sacrificato. Credo che l’unico che in qualche modo abbia reso ragione a quest’elemento sia Lacan. Io non mi sono mai sentito particolarmente vicino a Lacan, ma su alcuni punti sono d’accordo con lui. Ne ho parlato in un dibattito assieme ad altri nel volume della rivista La ginestra che risale al 1994 ed ha come titolo Castrazione e autocastrazione. Lì diciamo che, per “guarire” (orrenda parola!), cioè per sentirsi se stesso, il paziente deve essere capace di un atto d’arbitrio. Senza questo, si rimane sempre lì a rigirarsi sui propri problemi. Insomma, uno diventa se stesso, quando non pensa più a se stesso.

 Abbandonare o oltrepassare dunque la psicanalisi per altre attività?

Io attualmente scrivo. Scrivo di fantasia. Ma uno può anche fare, che so, l’imprenditore…

 Beh, se ci riesce! Non è così alla portata di molti come scrivere… Ma insisto, si deve proprio abbandonare la psicanalisi per “essere se stessi”?

Se devo essere schietto, sì.

 Posso chiederle quale attività svolgeva prima di fare lo psicanalista?

Come no! Dunque, per un certo periodo ho fatto il bohemien, il poeta. Poi ho lavorato nell’industria. E poi, a un certo momento, abbastanza tardi come ho detto, nel 1968 sono diventato psicanalista.

 La sua scelta di dedicarsi alla scrittura, abbandonando la psicanalisi, farebbe pensare che lei sia ritornato a un desiderio della sua giovinezza…

Diciamo che essermi occupato di analisi e aver fatto io stesso l’analisi mi ha permesso di vivere meglio. Vivere meglio con se stessi, vivere meglio con gli altri: questa è una cosa abbastanza importante. Però poi in questo vivere meglio si finisce per sacrificare una cosa alla quale personalmente tengo molto; e che potrei chiamare la potenza della parola. La parola, quando in qualche modo viene condizionata da una visuale scientifica, perde il suo vigore perché non ha più un rapporto diretto con l’esistenza.

 Eppure esiste un disagio anche dei cultori per eccellenza della parola, quali i poeti o gli scrittori. 

Sì, c’è questo disagio. Ma lei sa che spesso il poeta soffre d’insonnia?

 Non solo d’insonnia. Ho letto di recente su Internet un’intervista del 2005 rilasciata al Corriere della sera da Elio Gioanola. Trattava delle nevrosi di scrittori come Svevo, Tozzi, Campana e Gadda. Non la voglio condurre sull’annoso dibattito dei rapporti tra psicanalisi e letteratura, ma le chiedo: sfuggendo il disagio che può venire dall’attività psicanalitica e scegliendo la via della scrittura, non si passa comunque da un disagio a un altro?

Beh, in realtà non parlo di disagio procurato dalla pratica della psicanalisi. Se uno non ha un problema di espressione, ma di espressione vera (penso all’arte o alla filosofia) non c’è a mio avviso disagio. La psicanalisi lo può aiutare a viver meglio, favorendo fra l’altro, oltre che un rapporto migliore coi propri simili, anche una migliore armonia fra mente e corpo (cosa fondamentale; non dimentichiamo che l’inconscio freudiano, specie nella prima fase del pensiero di Freud, è in gran parte fisicità). Ma, se ci poniamo su un altro piano, la psicanalisi può essere d’ostacolo a un linguaggio vero. E per linguaggio vero intendo linguaggio libero. In che senso è di ostacolo? il suo punto di riferimento è l’Ego: quello che appunto beneficia dei vantaggi della nuova visione del mondo che la psicanalisi gli offre, ma che non ha  alcuna possibilità di accesso a un linguaggio che prescinda dall’utile.

La parola vera è quella che si propone quando il senso dell’utile viene a cadere. O meglio ancora: il linguaggio, in sé, non appartiene all’uomo, semmai lo domina. In fondo io ripeto cose già dette, ma che spessissimo vengono dimenticate. Le aveva dette Rimbaud (L’Io è un altro! Giusto, giustissimo, perché l’Io vero, che è in stretto rapporto col farsi del linguaggio, non è certo l’Ego, e i suoi movimenti per lo più ci sfuggono). Le ha ridette Lacan.  E sa chi altri le aveva dette? D’Annunzio. Non so se lei conosce, di D’Annunzio, il Di me a me stesso, un libro postumo, che contiene frasi folgoranti: «Lo stile è l’Incosciente», scritte negli anni Venti. E ce n’è un’altra che dice: «Il discorso è pieno di pericoli», perché – spiega D’Annunzio – uno sa come lo comincia, ma non sa dove e come finirà. Ma potrei citare anche Aristotele, del quale, nell’Etica Eudemia, c’è questo singolare pezzo, che stupisce poi alcuni, che a torto lo considerano un pensatore troppo aridamente razionale. Traduco alla meglio: «Muove tutte le cose il divino che è in noi. E il principio del Logos non è il Logos, ma qualcosa di più forte». Per poi aggiungere che, spesso, il poeta e il veggente vedono prima, e più rapidamente, cose che un cervello razionale elaborerà col tempo. In proposito vorrei ricordare questa importante, felice frase di Lacan: «I poeti non sanno quello che dicono, ma lo dicono prima degli altri». Io però vorrei andare oltre e rifacendomi al detto di D’Annunzio («Il discorso è pieno di pericoli») osservare che anche un filosofo autentico, quando comincia il suo discorso, non sa dove questo lo porterà. Se lo sa, è un buon volgarizzatore; tutto qui.

Ma così la ricerca non si chiude all’interno della parola o del discorso?

Voglio fare un’eccezione per Freud, che in qualche modo sta a mezzo. Da un lato fa lo scienziato, tratta o cerca di trattare il materiale psichico come un oggetto, poi però la forza del discorso lo trascina e lo porta a concepire idee – vedi per esempio la pulsione di morte – che ai suoi più burocratici allievi risulteranno sgradite. C’è una libertà in lui – la psicanalisi non per nulla è stata per più lustri una disciplina d’avanguardia – che non ritroviamo più nei suoi seguaci e nei suoi imitatori.  A me non dispiace affatto che Freud ogni tanto lavori di fantasia. Con la fantasia ogni tanto si scoprono verità importanti che spesso sfuggono al pensiero cosiddetto onesto. L’importante è che la fantasia sia tua, proprio tua, non condizionata da altri né per compiacere altri. È un po’ come con l’attore, che recitando sembra mentire, ma in realtà mette in luce punti dell’animo che di solito restano nascosti.

E il corpo, in tutto questo, non c’entra?

Ecco, l’aspettavo al varco.  Vorrei cominciare con un’osservazione che potrà sembrare un po’ singolare. Ho notato che medici e poeti tendono a trascurare il loro corpo. Gli psicanalisti meno, stanno più attenti. E sa perché lo psicanalista in genere bada di più alla propria autoconservazione di quanto non faccia il poeta o il medico? Perché la saggezza gli consiglia di risparmiarsi. Ma la saggezza non è la libertà dello spirito, rientra nella categoria dell’utile. Mi sono chiesto spesso perché il poeta trascuri il proprio corpo. Le confesso però che non sono arrivato a una conclusione sicura. Io credo che la parola forte in qualche modo agisca contro la corporeità.

 Contro?

Sì, la parola forte è corporea, prende forza dal corpo e gliela sottrae. Non così la parola piatta, o la parola segno, quella che adoperiamo negli scambi utili.

 Secondo lei, la parola che si fa corpo o carne, come afferma la dottrina cristiana, ha a che fare con questi discorsi?

(Pausa) Non le so rispondere.

 A me pare di cogliere due processi: uno di spiritualizzazione che trascura il corpo (e gli esempi di poeti – ma non soltanto – potrebbero essere numerosi); l’altro che cerca di riportare in evidenza il corpo, la carne, la materialità.

Io sul fatto che il poeta spiritualizzi ho qualche dubbio. Il poeta fa diventare idea la cosa, ma ama – e come – la cosa. Ma in cambio può dimenticare se stesso. Quanto alla chiesa  essa parla sì di un verbo che si fa carne, ma il suo atteggiamento fondamentale è sempre stato di ostilità verso la carne. La chiesa è sempre stata contraddittoria su un punto, perché in certi casi si propone come gelosa custode della natura, mentre in altri la rifiuta recisamente. Le dirò che io non ho fatto lo psicanalista a caso. L’ho fatto perché volevo una riconciliazione con la mia corporeità. E qui mi permetto di ricordare il saggio di Freud del 1908, La morale sessuale “civile”, che poi è ripreso ne Il disagio della civiltà. È un atto violentissimo d’accusa contro una civiltà repressiva. Freud osserva che la repressione della sessualità com’era attuata nella società ottocentesca fino alle soglie del primo Novecento finiva per danneggiarla. Tutto il Novecento è stato agitato dal bisogno di riscoprire il corpo. Basti pensare alla fortuna di D’Annunzio, poi ai futuristi, a Freud, all’epoca del jazz in America; e poi negli anni Sessanta i Beatles, la rivalutazione del corpo anche nel modo di abbigliarsi. Siamo stati tutti travolti da un’ondata di giovanilismo.

 Oggi però si sostiene che la psicanalisi, che pur ha contribuito a rivalutare il corpo, non serva più. La spinta liberatoria della “rivoluzione psicanalitica” sarebbe stata capitalizzata e deformata dalla commercializzazione. È l’opinione di Eli Zaretsky, un docente di storia alla New School University di New York espressa nel recente Secrets of Soul (I segreti dell’anima).  Di certo non si può contestare che, almeno in Occidente, i paradigmi forti del pensiero siano caduti e ci ritroviamo in un tipo di cultura informe.

Stiamo in una cultura che sta a metà del guado, che non è né carne né pesce. C’è un livellamento dei gusti e dello stile di vita. In questo le industrie hanno il loro peso. Ma il suo peso l’ha anche l’orientamento generale, perché poi l’industria cerca di corrispondere a delle richieste.

Ma le manipola un bel po’ queste richieste. Non crede che all’inizio esse abbiano una spinta autentica che viene tradita?

Viene anche tradita. Ma penso anche che non ci sia – come spinta autentica – in troppe persone. Mi spiega, ad esempio, perché in Italia la televisione è così volgare? E non parlo dei programmi politici. Le sembra un caso, d’altronde, che certi programmi interessanti li si veda solo dopo mezzanotte?

Perché a dirigere la Tv ci sono quelli che sollecitano i gusti più  bassi. Ma la Tv si potrebbe usare in altri modi. Talvolta succede. Ha visto Benigni recitare Dante? Un professore può storcere il naso, ma non c’è paragone con il livello dei programmi involgariti.

Ma sono seguitissimi anche questi…

 Ciò prova ancor più la potenza del mezzo.

Secondo me, c’è una corresponsabilità. Non mi addentro in dettagli. Se ci fosse una rivolta da parte del pubblico, certe cose non verrebbero più trasmesse. Basterebbe chiudere il video. Resta il fatto che anche io rimprovero alla televisione italiana di non svolgere nessuna funzione educativa.

 Di solito vengono rimproverati soprattutto gli utenti della Tv. E l’élite dirigente che tollera trasmissioni di basso livello?

Beh, capisco… La cosa andrebbe fatta con una certa gradualità. Non è che si può imporre alla gente di mettersi a leggere Aristotele.

 E sul disagio dei giovani oggi, qual è il suo punto di vista?

Glielo dico subito. Fino agli inizi del Novecento, ma anche più oltre, il principio della castrazione patriarcale funzionava. Naturalmente facendo anche dei danni agli individui più deboli psicologicamente. Adesso non funziona più. Da un certo punto di vista è stata una liberazione. Però non c’è stato nulla che abbia sostituito quel principio. Noi abbiamo una figura di padre indebolitissima e manchiamo quindi di un’etica condivisa. Ciascuno ha le sue ideologie, che sono ideologie private o di un gruppo ristrettissimo. Però non esiste più un’etica condivisa a livello di sentire. E allora succede che la maggior parte dei giovani si trovano nell’impossibilità di farsi un progetto. Ora non è che tutti siano in grado di  farselo Questo richiede già una personalità. Però la società un progetto prima glielo poteva dare. Adesso quello che la società gli può dare per i più è privo di fascino.

 È vero. Le trasformazioni del lavoro costringono a lavori flessibili, precari, intermittenti. Un giovane è costretto a dividersi tra varie occupazioni o va incontro a periodi imprevedibili di disoccupazione; e non riesce spesso a lasciare la famiglia. Figuriamoci a costruire un progetto di vita. Quando si uscirà da questo disagio?

Secondo me ci vorranno decenni. Sono pessimista a breve termine, non a medio o lungo termine, anche se penso che quelli che erano i valori della civiltà occidentale è difficile ricostituirli in qualche modo, perché l’Occidente è in declino. Sul Corriere del 23 dicembre 2007 c’era un’intervista sul tema del declino dell’Italia allo storico inglese Denis Mack Smith, che in passato scrisse una storia d’Italia con dati interessanti, anche se aveva qualche tratto superficiale. Lui trova miope quest’accusa, perché, se è vero che c’è un declino, visto che i centri dinamici della nuova civiltà si trovano nel Pacifico, esso tocca tutto l’Occidente.

 Tutte le comunità che avevano un’etica condivisa, come prima lei diceva, sono oggi sotto pressione e catapultate nel vortice della globalizzazione del mercato. Commerci, migrazioni, ma anche guerre avvengono in una confusa dimensione planetaria.

È un mondo che poi, secondo me, è minacciato dall’entropia. Tutto sembra livellarsi, ma in realtà ci sono spinte centrifughe e gli uni sviluppano sentimenti molto aggressivi nei confronti degli altri.

 Il politologo Samuel Huntington parla senza esitazioni di “scontro di civiltà”. Due per il futuro sembrano le prospettive: o l’arroccamento dell’Occidente, che dovrebbe reimporsi con la forza alle altre civiltà: oppure un mondo multiverso, multietnico.

Su quest’ultima ipotesi sono pessimista. Io sono convinto che, se viene meno l’egemonia degli Stati Uniti, ne nascerà un’altra e sarà cinese.

E, in tal caso, sarebbe meglio o peggio a suo avviso?

Mah, io i cinesi li stimo; e li stimo molto, ma la loro psicologia è così diversa dalla nostra, e così i loro valori. Forse ci sentiremmo un po’ spaesati.

 Ma conta ancora la matrice culturale nazionale di un popolo o contano di più i nuovi poteri sovranazionali?

La cultura nazionale conta. Gli americani sono diventati quelli che sono anche perché erano fatti in un certo modo.

Pensa che la cultura americana sia migliore delle altre?

No, guardi… io sono molto legato alla cultura europea. Ma ritengo che attualmente la cultura europea non sia in grado di farcela da sola. Lo si vede a livello politico: non riescono a decidere. Io in America non ci sono mai stato e preferisco vivere nel vecchio mondo. Però mi rendo conto che probabilmente sono un sopravvissuto. In fondo io credo ancora nell’arte, ma temo  che l’arte, o almeno un certo tipo di arte (non certo il cinema che per altro è un’arte) non abbia un grande futuro. Ha scarse possibilità. Lei non è d’accordo?

Non so davvero come pensarla. L’arte oggi non ha la risonanza sociale che ebbe in passato nelle dimensioni cittadine o nazionali. Ma potrebbe essere un seme  di “altro”. Ma posso sbagliare.

No, no. È legittimo pensarla così.

16 gennaio 08

Vincenzo Loriga  (1922-2019)
Ha operato come psicanalista di formazione junghiana fra Roma e Milano. Cofondatore e redattore delle riviste “La pratica analitica” e “Quaderni di psiche”; fondatore e direttore dei quaderni di cultura psicanalitica “La ginestra” (Franco Angeli, Milano). Ha pubblicato il volume di saggi L’angelo e l’animale (Raffaello Cortina, 1990). Ha collaborato, come saggista, alle riviste “Il Cannocchiale”, “Pagine”, “Tempo presente”. Attualmente collabora ai “Quaderni radicali”. In campo più strettamente letterario: il volume di racconti L’igrone (Zone Editrice, 2002) e i libri di poesia: Materia (Rebellato, 1958), Regina degli Inganni (Crocetti 1985, con una introduzione di Cesare Viviani), Sulla punta delle dita (Book editore, 2004), Non sentirò più Scarlatti (Book editore, 2009), Lisboa Antigua (Quaderni del Battello Ebbro, 2013) e Non arrenderti alla luce (Book editore 2015, con una introduzione di Giorgio Bàrberi Squarotti). Su di lui nel 2014 è stato realizzato un film-documentario ideato da Agostino Bagnato e diretto da Enrique Fortaleza: Vincenzo Loriga: il poeta esce dal sogno.

[1]

Poiché  il link  alla nota di Fagan può non essere accessibile a tutti i lettori la copio qui assieme alla cartina:

NEGAZIONISMO. La negazione è un meccanismo psichico di difesa quando si deve mantenere a tutti i costi intatta la consueta struttura o ordine psichico, al costo di negare la realtà. E’ il meccanismo più insidioso per il necessario sforzo adattivo. Questo, infatti, presuppone l’esame obiettivo della realtà per poi porre in essere i necessari cambiamenti adattivi. Più o meno, siamo tutti affetti da una qualche forma di negazionismo. In forme blande, è la semplice difesa da un continuo ed estenuante esame auto-critico sulle nostre mancanze di adeguazione quotidiana. Ma ci sono casi e ci sono momenti in cui tale meccanismo diventa una vera e propria psicosi.

Questa cartina girà su Internet. Mi arriva tramite Ignacio Ramonet che è fonte affidabile (Le Monde Diplomatique) e che riporta come fonte prima il the Economist. Per ogni Paese specifica il primo partner commerciale tra 2000 e 2020, non specifica se “partener commerciale” lo si intende per l’import o l’export o una media di entrambi. Ad occhio però, penso fotografi bene il cambiamento di stato economico del mondo degli ultimi venti anni, sapendo che i prossimi trenta saranno anche più severi con l’egemonia americana ed occidentale dominante nel XIX e XX secolo.
Stante questa informazione che sembra inequivocabilmente provenire dalla realtà dei fatti, vien da domandarsi perché molti geopolitici occidentali continuano pensosi a proporre il dilemma del se e quanto il prossimo secolo sarà ancora americano ed il come “isolare la Cina”? Se non sembra esserci alcun dilemma perché i fatti dicono che il XXI secolo certo non sarà americano e pare improbabile isolare una potenza economica in crescita a base 1,4 mld di persone che ti ha accerchiato, perché continuano a proporre questo item?
E qui interviene la negazione. Pur di non rivedere la struttura intellettiva delle loro credenze, continuano a ragionare come se la realtà fosse quella che hanno in testa loro e non quella che è fuori di loro. Pur di non render esplicito ai loro interlocutori lo stato della realtà, continuano come se questa fosse trascurabile ed al suo posto regnasse l’immaginazione.
Ma il problema non riguarda solo i geopolitici. E’ più in generale occidentale questa negazione al servizio di una mentalità novecentesca o spesso addirittura ottocentesca, che non si vuol portare in cantiere per seri lavori di profonda ristrutturazione. La mentalità ma ovviamente anche la forma sociale a cui corrisponde.
Dopo aver storicamente impostato le nostre strategie adattive sulla potenza dell’ordinatore economico a base di mercato che trascinava il politico, il militare e il culturale, se prendessimo atto che il primato commerciale e produttivo, oggi e per i prossimi decenni appartiene ed apparterà ad altri, dovremmo concluderne che saremo subordinati ad altre leadership come la nostra ha a lungo subordinato gli altri. Il puro orrore.
Quello che non si vuol ammettere è che se continuiamo a tenere intatta la struttura delle nostre forme di vita associata quali ereditiamo dalla storia recente e meno recente, il nostro adattamento al mondo nuovo sarà ben problematico. Noi vogliamo invece mantenere quella forma in cui l’economico domina ogni altra funzione anche se è un gioco in cui non siamo e non saremo più leader indiscussi. Ma qualcuno pagherà un prezzo per questa negazione.
Il prezzo sarà ulteriore disoccupazione e sottoccupazione, diseguaglianze ulteriori, disordine e depressione sociale, conflitto interno ed esterno, decadenza culturale poiché anche gli intellettuali sono chiamati a fornire ragioni di negazione invece che promuovere una nuova stagione creativa di diversa ri-progettazione delle nostre società.
Così, cosa fa un potere quando sta perdendo potenza? Quale il suo mantra? “Negare, negare sempre anche davanti all’evidenza”. Una volta sdoganata questa alienazione nevrotica dalla realtà, il negazionismo si riprodurrà a cascata in mille ed una occasioni poiché se il gioco sociale è barare, allora vinca chi bara meglio e di più. Se la convenzione sociale rimuove la realtà, allora perché credere esistano davvero problemi ambientali-ecologici e climatici? O problemi di convivenza con altre culture? O problemi di convivenza con virus molto diffusi?
Il mondo sta profondamente cambiando ma quando ci domanderanno perché non ce ne siamo accorti, dove eravamo, perché non abbiamo fatto nulla, diremo “Credevamo non fosse vero”.
Passeremo alla storia come la generazione che credeva che la realtà fosse una fake news.

Da “Riordinadiario 1982”

Tabea Nineo, Prova 15 feb. 2015

di Ennio Abate

Gen 1982

Appunti su Francesco Orlando (da quale lettura? Forse articolo de L’indice dei libri?) Freud rischia di leggere i testi letterari come se fossero i suoi pazienti. Tiene conto del legame tra testo e biografia, ma trascura il destinatario. Trascura cioè la differenza sostanziale tra il linguaggio dell’inconscio e  quello della letteratura. Quest’ultimo ha sempre un destinatario. Più interessanti sono i suoi scritti sul motto di spirito. Qui Freud è attento proprio al linguaggio. Dopo Freud l’attenzione maggiore al linguaggio dell’inconscio la troviamo in Lacan, sostenitore della tesi che l’inconscio è strutturato proprio come un linguaggio (di cui privilegia i significanti) e come questo ha una sua (precisa) retorica (c’è un legame tra il linguaggio dell’inconscio e la antica retorica delle figure, ripensate in epoca contemporanea da Genette; per cui più è alto il tasso di figuralità di un testo e più forte è il suo legame con l’inconscio). Orlando dà anche una visione originale della funzione della forma in letteratura. La vede come uno strumento per aggirare la censura. E di conseguenza analizza la letteratura come il luogo in cui  si ha un ritorno del represso (individuale e sociale), che, proprio grazie alla sublimazione tipica della forma letteraria, viene reso fruibile ai lettori.

Lettura. Fortini, Un’obbedienza (S. Marco dei Giustiniani 1980)

Lettura. Eco, Le forme del contenuto (Bompiani 71) Sostanza del contenuto: insieme dei concetti esprimibili sulla realtà (asse semantico, campo semantico). Non vanno confusi con la realtà.  Il contenuto è ciò che è possibile dire sulla realtà.

Un’idea per carnevale. Annunciare per una certa ora in un determinato luogo di una città un evento sorpresa

Riaccostando Proust La prefazione di Macchia. Intensa e tutta psicologica. Mi accorgo delle conoscenze di medicina, di psicologia, di estetica che aveva Proust. Vengo a sapere del suo metodico lavoro preparatorio (letture, stesura di schemi). Quando lo lessi da giovane a SA neppure lo sospettavo. Vedevo la fonte della sua scrittura quasi interamente in esperienze mondane privilegiate, che mi rendevano distante la sua figura e la sua stessa opera. Contaminazione di saggio e romanzo. (Come vorrei fare per Narratorio ?).

Feb 1982

Letteratura e psicanalisi (conferenza tenuta al[ITIS] Molinari?) Analisi strutturalista di Rosso malpelo.  Novella psicologica (vissuti, poca azione, uso raro del perfetto). Questo è il personaggio più intellettuale e autobiografico di Verga. Tempi e spazi indeterminati. Preoccupazione metastorica, esistenziale. Tempo reale, tempo narrativo: dell’evaso si racconta in breve quanto accaduto in lunghi anni (condensazione). Altri episodi (morte del padre) vengono dilatati. Sistema dei personaggi. Tutti hanno rapporti con Malpelo ma non tra loro. La struttura è incentrata sul protagonista. Gruppo oppressori e gruppo oppressi. Stratificazione sociale presentata come “naturale”.

La società come ossessione attraente. La politica come complicazione. A patto di mantenere saldo il pensiero conoscitivo.

Lettura. Patrizia Cavalli

 Parola quieta stanza/ Giovinezza è passata/ Indecifrata?

Mar 82

Sentenza strage di BS (Piazza della Loggia). Tutti assolti i fascisti imputati ( e condannati in prima istanza).

Case. Esistono in Italia 4 milioni di case non occupate (seconde case, ecc).

Scuola, Molinari. Alla prima ora passa una circolare. Alla seconda tutti gli studenti del biennio «accompagnati dagli insegnanti» sono ammassati in aula magna a sentire un prof universitario di Pavia che tiene una conferenza sull’unità europea. È sopportato. Due studenti gli fannol a domandina. Poi via.

Tazebao: Misfatti pedagogico-politici.  Carnevale. Un po’ di uova marce, un po’ di farina  o borotalco. Un’incursione di un gruppo di studenti del vicino 7° ITIS. È bastato per chiudere il Molinari per una settimana. Alcuni parlano di “vacanza”. Anche quella di Caporetto era una semplice “ritirata”.

 In due classi del biennio (1-2H) due insegnanti devono assentarsi per ben 15 giorni. Non viene nominato nessun supplente. Un esempio di “risparmio energetico” del Ministero della P.I.

Falso movimento di Wim Wenders  Personaggi senza storia. Immersi nei loro ‘io’(maschili). Angosciati dalla morte (l’industriale), dal passato (il vecchio nazista), dalla vanità (il poeta fannullone). Si comunicano tra loro soltanto dei sogni. E quando la realtà li sorprende (il suicidio dell’industriale) fuggono. Solo la donna e la fanciulla hanno volti e desideri  positivi (negati dagli altri). Troppo sturm und drang?

«Voglio morire!».

R  Fa dal spalla a uno psicologo per il caso di una ragazza (pare anoressia). Lodi. «Sei sprecata a fare l’impiegata». Eh, sì, i proletari sono sempre sprecati.

Di Bella  Parliamo di questi “tempi di piombo”. Conferma.

Mi propongo di andare a trovare in 4ta una mia vecchi alunna balbuziente.

Su Agostino di Moravia. Anche per Fornari il testo letterario è sempre un prodotto di un desiderio inconscio, che il lettore ritrova. Avrebbe una funzione conoscitiva, a volte superiore a quella possibile nel rapporto analitico. Per Fornari le classi sociali sarebbero qualcosa di immaginario e la lotta di classe è la lotta che ciascuno condurrebbe col suo essere pregenitale. L’opera letteraria sarebbe tutta simbolica e senza referenti reali.

Assemblea degli studenti. Implorano quasi guida e autorità. Hanno   fame di leader.  Gli butto giù come birilli gli interlocutori a cui intendono “chiedere aiuto”. Cerco di insistere sulla loro capacità di far da soli.

Siamo esiliati nelle nuove generazioni.

K. Pomian alla Casa della Cultura Dopo decenni di “storia immobile” si sta sviluppando un ritorno alla storia del “vissuto”.

Bellone. Conferenza organizzata da Scientia Polemica con quanti parlano di «crisi della ragione» (Gargani?). Risibile la risposta di Geymonat all’insegnante che chiedeva se i programmi ministeriali li fanno i filosofi o gli scienziati: «Gli scienziati oggi pensano poco a queste cose»

 Lavoro di inchiesta con Roberto B. e Paola C. e una delegata sindacale della Rorer di Monza Ci riferisce della sorpresa dei membri del CDF [Consiglio di fabbrica] di fronte ai risultati del questionario: gli operai s’identificano con gli obiettivi produttivistici dell’azienda. Ma allora gli operai sono rivoluzionari o reazionari? Il ruolo dei capi. La rivalità tra i lavoratori. Dobbiamo aprirci e saper ascoltare cose diverse da quelle che pensavamo in passato. Non c’è solo l’antagonismo.

Per Paola e Roberto  le “cose diverse” a cui aprirsi mi  paiono a senso unico. Sono quelle per me “riformiste”. Nel gruppo di ricerca non mi pare che ci sia una comunicazione problematica e paritaria. Le loro domande dai toni aggressivi mi  mettono nel ruolo di uno studentello, di uno “che non si capisce che cosa vuol dire”. False scuse finali («Ti sei incazzato?).

Telefonata di W Lo psicanalista che aveva in analisi la sua ragazza gliel’ha “fregata”. Adesso la ragazza è combattuta tra i due.  Mi chiede se può denunciarlo. Gli chiedo: Cosa ti proponi di ottenere con la denuncia?

Sez. sindacale del Molinari.  5 persone. S. e M. giocano a far risorgere dalle ceneri il sindacato. M. spocchioso nei miei confronti: «Invece di vedere tazebao firmati  Samizdat, tanto poi la bidella panciona mi dice: è il solito prof (matto)».  Di S. ho poco da fidarmi. Sa che la sezione sindacale è intrallazzata con il preside. È lui stesso isolato, ma fa il politico opportunista («Bisogna vedere le cose in generale»).

Dramma. Cresce il mio impegno nello studio. Diminuisce il campo della comunicabilità di ciò che studio.

La mia tendenza a star solo è profonda. È una scelta. Non posso accusare gli altri di emarginarmi. Anche se da parte loro ci può essere vera miopia. Sono convinto della necessità di  assumere posizioni “eretiche”.

Giugno 1982

Il nevrotico è assediato dalla realtà, lo psicotico ne è esiliato (da Barthes, Frammenti di un discorso amoroso)

Mia tendenza a fare quasi confusione tra psicanalisi e femminismo. O tra psicanalisi e “psicanalismo” (pregiudizi corroborati da una cattiva o scarsa comprensione della psicanalisi). Tendo ancora ad attribuire più valore ad un politico, a uno storico, a un sociologo che a uno psicanalista.

Libreria CELES di Cologno, etc. Come accorgersi della decomposizione di uno stronzo che avevamo prodotto una volta. Purtroppo.

Lettura di Schnitzler. Doppio sogno. Crisi di una coppia. Racconto senza sbavature e più mosso e complesso di Fuga nelle tenebre. Capita a proposito!

Voce Eros Enc. Einaudi. Deleuze e Guattari. La pulsione di morte è rivoluzionaria quanto quella di vita, perché è «capacità di distruggere e cambiare le istituzioni» (669). Dubbi. Kristeva: Valorizzazione delle avanguardie artistiche: Artaud, Kafka, Joyce. Valorizzazione dell’infrazione linguistica (672). Penso ai testi di PDG.

Settembre

24.9.1982

[Insegnando storia al biennio] Cresce il mio interesse per la storia. È alimentato dal mio lavoro d’insegnante e dalla lettura dei manuali in uso, ma anche disturbato o bloccato dalla disattenzione e dall’indifferenza degli studenti. Finisco per leggermi e studiare il manuale per conto mio. Ma quello che ho trovato adottato (autori Di Tondo e Guadagni) è un pesante carico di nozionie senza un filo di racconto  ben individuabile.

Ho fatto un confronto con il manuale di Mario Vegetti. L’argomento della preistoria è svolto da Vegetti in 15 pagine, che comprendono anche 4 letture e 7 pagine  illustrate.  La linea del manuale è chiara: no alla storia «archivio del potere» o «favola del progresso»,; no al mito dell’«obbiettività»; necessità di una «teoria» della storia antica che ne evidenzi la diversità dall’oggi; rifiuto del mito della classicità, intesa come momento di perfezione; lettura delle società antiche alla luce dei «modi di produzione e dei rapporti sociali» (Marx). Il materiale storico proposto è ridotto e semplificato; e la narrazione dei fatti è preceduta (e quindi subordinata) alla «descrizione dei quadri sociali» permanenti per secoli.

Quello di Di Tondo e Guadagni dedica allo stesso tema  ben 46 pagine, con 26 letture (distinte in documenti e problemi) e ha 24 pagine di illustrazioni. Dà molto spazio al racconto e dichiara una volontà di aggiornamento scientifico. Ha un’esposizione per problemi e pretende d’introdurre lo studente al lavoro storiografico. Mi pare inutilizzabile dallo studente e poco adatto anche alle esigenze di aggiornamento dell’insegnante.

Non me la sento di trascurare le reazioni negative dei ragazzi né di predicare loro l’«oggettiva importanza» di studiare la storia.  Posso solo incoraggiarli a una lettura attenta di  alcuni capitoli e fargli approfondire qualche argomento con un’interrogazione maieutica. Posso anche  usare qualche loro domanda per coltivare la loro curiosità. Nulla di più.

26.9. 1982

[Ancora sul mio insegnamento della storia] Ho molte incertezze. Non so decidermi  a far studiare la storia antica a ragazzi che non ne vogliono sapere né a scegliere tra un’impostazione e l’altra. Dietro la mia difficoltà c’è anche la mia crisi di intellettuale che finora si è interessato soprattutto a un periodo limitato della storia: quella contemporanea, quella della nascita e crescita del movimento operaio. Avevo fatto la tesi sui «Quaderni rossi», tema collegato all’impegno politico degli anni Settanta. E nei primi anni d’insegnamento ho continuato a privilegiare la storia contemporanea. Partivo dalla rivoluzione industriale e arrivavo a questioni attuali. La crisi della militanza politica mi ha portato ad accettare il «programma» e a fare storia antica e medievale da sempre trascurate. E così mi sono trovato di fronte anche alle lacune sia dei miei studi liceali sia di quelli universitari compiuti da lavoratore-studente. All’università gli esami di latino e storia antica li ho fatti in fretta e male. Quello di Storia medievale dovetti ripeterlo. La resistenza dei ragazzi a studiare storia  è  solo un aspetto del problema. L’altro è la presenza di vuoti nella mia preparazione.

Lui. E lei?

E con questo articolo di Cristiana Fischer dopo i due di Marcella Corsi e Elena Grammann siamo ad un bel trittico di posizioni sulla questione uomo/donna. [E.A.]

di Cristiana Fischer

                  Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine
                  di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. 
                                              (Genesi, 1, 27)

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Scrap-book sul finire del 2020  (1)

di Ennio Abate

4 dicembre 2020 – Che pesti – di Alberto Zino (qui)

Ho trovato sulla rivista  ALTRAPAROLA questo scritto ironico e saggiamente  impertinente verso parecchi stereotipi che hanno corso   tra i fan più ingenui della psicanalisi.  Quando scrive:  “Se una persona sapesse a cosa va incontro quando fa una domanda di analisi, non la farebbe mai. Una buona parte delle arti analitiche consiste anche nel lasciar credere alla persona che le cose stiano effettivamente come lei pensa o spera; mi rendo conto che non è il massimo della morale”, parrebbe dar credito a certi pregiudizi popolari contro gli “strizzacervelli”. E, invece, subito dopo ribadisce un dato decisivo: “la psicanalisi non è una morale né una credenza, neppure un’essenza o un’idea del bene. L’analista non fa finta e non inganna. Tuttavia, all’inizio, sa che deve lasciar correre una serie di cose, di parole, perché non può sempre strozzare l’analizzante alla prima seduta”.

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L’alfabeto della crisi

Il senso formale e sostanziale di una poesia civile oggi

di Amilcare Bronchielli

Il tema della poesia civile, pur con le sue ambiguità e a volte equivocità, è stato presente in passato su Poliscritture (Cfr. almeno qui e qui ) ma, forse perché la discussione ha svelato difficoltà o stanchezza, è stato abbandonato. Lo riprende adesso un giovane studioso, che propone questo suo saggio. E’ possibile riparlarne? Proviamo. [E. A.]

Ci sono questioni nella poesia che non hanno il problema di essere ancora aperte, attuali, forse trite e ritrite, ma che al contrario rischiano di non essere più trattate con la dovuta perizia. La distinzione, solo apparentemente un po’ pretestuosa, fra una poesia popolare o d’intrattenimento e una più colta e impegnata è una di queste. Ce ne sono altre riferite ad altre definizioni e la faccenda, per come qui vuol essere trattata, non è tanto di carattere filologico quanto antropologico. E non è questione di etichette: alla poesia non servono.

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Su «Né acqua per le voci». Un confronto.

di Ennio Abate e Marina Massenz

In occasione della presentazione dell’ultima raccolta poetica di Marina Massenz (Milano 5 giugno 2018, Libreria Popolare di Via Tadino) lessi dei troppo veloci e frammentari appunti su questi suoi nuovi testi. Citandone brani, parlai di: un io allarmato che si osserva e registra; toni sincopati; tendenza a una sintassi “compressa”; ritualità impersonale per la frequenza di verbi all’infinito; rimandi a mondi chiusi e coatti; esaurimento, abbandono e desolazione come sottopensiero delle immagini (più spesso di animali che di uomini). Successivamente quegli appunti li mandai a Marina, che replicò, precisò, puntualizzò. Ne nacque uno scambio di mail tra noi che toccò alcuni temi più generali di poetica . Pubblico ora una sintesi della nostra discussione. Al di là dei punti in cui divergiamo o poniamo accenti diversi sulle questioni toccate, abbiamo una comune convinzione: un rinnovamento dei discorsi sulla poesia passa anche attraverso confronti schietti come questo. [E. A.]

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Memoria. Tre sessantottini.

Pubblico  le riflessioni  che Paolo Rabissi e Franco Romanò  hanno fatto  leggendo il racconto del mio ’68 ( qui ). [E. A.]  

 

IL MIO ’68 ERA COMINCIATO NEL ’66
di Paolo Rabissi

Caro Ennio

non sono uno dei vecchi cui poter passare le tue domande così cariche di problemi, non ho capito meglio di te il significato di quell’anno. Di più, io festeggio il ’68 tutti gli anni il 7 dicembre non perché a S. Ambrogio in quell’anno Capanna strigliava i compagni poliziotti Continua la lettura di Memoria. Tre sessantottini.

Trump e i Trumpini italiani

di Donato Salzarulo

I. – Venerdi 24 febbraio 2017. Verso sera mia moglie mi fa vedere un video abbastanza sconfortante. Una donna spaventatissima, chiusa nel container dei rifiuti di un supermercato – visto dall’alto una specie di gabbia – , piange e urla verso due giovani (uno di questi ha la barba) che, soddisfatti per la situazione, si divertono a dileggiarla e ripetono: «Non si può entrare nell’angolo rotture della Lidl…». Non capisco bene ciò che sta succedendo, ma il sadismo allegro e feroce di questi giovani appare innegabile. Giuseppina è turbata, sconsolata. Continua la lettura di Trump e i Trumpini italiani