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Il Re Pescatore



di Elena Grammann

Nella Pieve erano conservate le reliquie di San Celestino. Soltanto il teschio però, diceva sua nonna. Perché quando lo scheletro del santo era stato trasportato sul fiume, se lo erano conteso due barche: una della riva destra e una della riva sinistra. E così, proprio nel mezzo del fiume, nessuno dei due voleva mollare ed era finita che a loro era rimasto il teschio e il resto era andato a quelli dell’altra riva.

Quando sentiva questa storia Viviana si immaginava un fiume molto diverso da quello che conosceva. Un fiume gonfio, lumeggiato di bianco, e al centro, su due barche immobili a forza di remi, alcuni uomini che con ostinazione tirano a sé le estremità del corpo santo.

Dovevano essere due barchette da niente, due gusci di noce per navigare in quel fiume che era un torrente. Viviana se le immaginava come la barca del Re Pescatore, così piccola che ci stavano soltanto un uomo che remava e, a prua, il re intento a pescare. Intento a pescare per dimenticare la sua ferita.

Il Re Pescatore pescava gamberi nel canale quando era in secca e li friggeva nel cortile della Fornace. Viviana aveva assistito alla trasformazione dei gamberi da grigi a rosso acceso. Del sapore non conserva alcun ricordo. Conserva invece l’esatta cognizione della ferita del Re Pescatore, di cui lui pare non accorgersi, e che è il disprezzo della madre.

Non ricorda se la pesca dei gamberi si ripeta in occasione di ogni prosciugamento del canale o se sia avvenuta una volta sola. Propende per la seconda ipotesi. Il padre non è uomo della costanza; è piuttosto il tipo dell’infatuazione passeggera e dell’impresa singola. Una volta recupera, da certi locali dismessi, le tubature di piombo per fonderle e farne lingotti da scambiare con cartucce già pronte. Viviana ricorda con precisione l’espressione di disprezzo e quasi di schifo con cui l’uomo della ferramenta, che è il padre di sua madre, prende i lingotti di piombo di cui non sa che farsi e gli dà le cartucce. Lui di sicuro, suo padre, non se ne accorge.

Se ora pensa a lui, Viviana lo pensa giovane, fra il fiume e il canale. Indica con la punta della scarpa, nel greto, le deiezioni secche e tonde delle lepri. Va a caccia col fucile. Una volta – non sono lontani da casa – la manda avanti, oltre il cartello di divieto di caccia, le dice di aggirare un campo di mais le pare, o di sorgo, e poi di tornare indietro e attraversarlo per alzare le pernici, o parare avanti le lepri, o quello che c’è, in modo che passi di qua dal cartello e lui possa sparargli. Viviana non si fida mica tanto, ha paura dello sparo, della rosa di pallini; ha paura che lui la pianti lì e se ne vada.

Una volta ha costruito per i conigli una grossa gabbia di legno senza fondo, che viene trascinata da un punto all’altro del prato affinché i conigli possano servirsi direttamente di erba. Loro però scavano buche e scappano.

Un’estate la madre va al mare con i figli, gli affida la cura delle galline. Quando torna non ce n’è più neanche una: il padre le ha vendute al macellaio.

In tutto questo tempo la sua ferita, che lui non sente neanche, continua a gocciolare.

Il fiume dove camminava suo padre era un largo, larghissimo greto in cui, di dieci chilometri in dieci chilometri, i frantoi ribaltavano la ghiaia. Era il punto più basso del paese; quello in cui si perde ogni determinazione. C’erano piste che non portavano da nessuna parte, impronte di copertoni, piccole depressioni dove il fango si mantiene bruno sotto una crosta cinerina che si accartoccia. Dappertutto arbusti di pioppi e di tremoli che la corrente ha stretto in isole. Più avanti, verso il centro del letto, grossi sassi sui quali si perde l’equilibrio; poi, finalmente, un ramo d’acqua grigia.

Nel fiume si bruciavano larghi cumuli di immondizia, ci abitava gente che le sembrava strana: robivecchi, ferraioli, gente che comprava in giro le pelli di coniglio e le inchiodava ad asciugare al sole. Era un luogo privo di riferimenti. Un grado zero.

Per tutte le cose ci deve essere – Viviana è convinta che ci debba essere – qualcosa come un grado zero: un livello, una soglia, a partire dal quale la cosa si manifesta nelle sue reali proporzioni, come vista dall’esterno e da un ottimo punto di vista, dal migliore in assoluto, quello che la rivela. Il loro grado zero, la prospettiva che li mostra quali essi stessi nemmeno sanno di essere, è la ferita del Re Pescatore.

Per il paese dove vivono, l’accozzaglia un po’ casuale di strade con o senza marciapiedi, con o senza lampioni, con o senza cartacce e coni smangiucchiati di gelato e cicche di sigarette lungo i marciapiedi o impigliati nelle erbacce, con le salite e le discese e le scorciatoie e le scalette, con le case vecchie e i cortili labirintici intorno alla piazza che vengono sostituti da condomini i cui garage hanno tetti catramati, sono una distesa di tetti catramati – per questo insomma che è il paese o il centro del paese, che è una cosa che sta già diventando incomprensibile e lo sarà sempre di più – incomprensibile e indifferente e necessariamente disperso nei chiusi cortili del privato – per tutto questo il grado zero è il fiume. Da lì, guardando verso l’alto, si vede esattamente il rilievo del paese come un paté di sabbia.

Ora questo naturalmente non significa nulla.

Il rilievo – come la memoria, i racconti e gli antenati – appartiene alla madre. Il padre predilige il grado zero, i luoghi piani, lo scivolare del tempo nella non-memoria. Non ha mai voluto trattenere. Gliene viene una noncuranza; la soddisfazione di vivere nel presente.

Del grado zero, Viviana eredita l’evidenza con cui si impongono certe cose. Ad esempio la ferita. Che lui la avverta o no, è a causa della ferita del Re Pescatore che la terra è desolata e sassosa, piena di fumi e di ossa come il greto di un torrente.

E a dirla tutta, il terreno del fiume è vasto e pauroso; ogni passo nasconde un pericolo, a ogni passo si scoprono cose non del tutto umane.

Una volta, quando era molto piccola, ci è andata con una più grande, che abitava in città ed era così stranamente compita. Aveva una carnagione molto bianca e delicata, come un soufflé. Videro lo scheletro completo, ripulito e in parte imprigionato nella sabbia di un grosso animale – forse un asino, o un vitello. Era perfettamente bianco e pareva strano che potesse starsene così, sotto il cielo.

Poco dopo la ragazza dalla carnagione delicata, vestita molto leggermente di bianco perché è estate, cade di peso in un cespuglio di rovi – una caduta inspiegabile se si esclude la stupidità o il destino. Fatica a rialzarsi e a districarsi e ripete con signorile autocontrollo: “Oddio sono caduta nei rovi. Oddio adesso sono caduta nei rovi”. Viviana pensa che il fiume finirà per mangiarsela – lei, il suo vestito bianco e la sua carnagione di soufflé.