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In mare aperto: tra revisioni e revisionismo

NOTE DI FINE ESTATE (6)

Questo contributo è  già stato pubblicato sul numero  8 cartaceo di Poliscritture dedicato al tema dei revisionismi nel dicembre 2011 (scaricabile da qui). Mi sembra utile ripubblicarlo perché è, in qualche modo, in continuazione col mio discorso sul padre (qui). [D. S.]

di Donato Salzarulo

1 – Dopo il Sessantotto, per buona parte degli anni Settanta, sono stato impegnato, insieme ad altri, in una militanza politica che aveva per obiettivo la costruzione di un partito comunista rivoluzionario; condizione soggettiva necessaria per tentare un cambiamento radicale del sistema proprietario capitalistico, che per sue “leggi di funzionamento” manifesta ciclicamente crisi economico-sociali più o meno profonde e strutturali. Un partito rivoluzionario dovrebbe approfittare di queste crisi per porre all’ordine del giorno la costruzione di nuovi assetti e rapporti sociali.

Il compito prevedeva, tra l’altro, il superamento della galassia dei gruppuscoli rivoluzionari, nati col Sessantotto o preesistenti ad esso, ed una battaglia politico-culturale serrata contro il PCI revisionista, gradualista, riformista e opportunista. Esso si arenò e fallì alla fine degli anni Settanta. Perché?

Bisognerebbe tornare a scavare in quegli anni per comprenderne le ragioni. In fondo quel decennio non fu segnato solo da terrorismo, Brigate Rosse e P38. La mia, ad esempio, è la storia di un giovane ventenne che, pur staccandosi dal PCI, non poteva dimenticare quanto questo partito fosse stato importante nella storia di suo padre. Contadino povero e semi-analfabeta dell’Irpinia, aveva trascorso tre mesi nelle patrie galere per aver partecipato al movimento d’occupazione delle terre nei primi anni Cinquanta. E le persone che l’avevano difeso si chiamavano Ingrao, Napolitano, Amendola.

La costruzione del partito comunista rivoluzionario comportava una battaglia quasi continua con mio padre. Non c’era pranzo domenicale – allora il sottoscritto era già sposato e aveva una sua famiglia – che non si tramutasse in confronti accesi e scontri verbali – a volte anche con pugni battuti sul tavolo – sul ruolo e la natura del PCI. Secondo me era revisionista, non difendeva più i lavoratori, non aveva più nel suo programma la rivoluzione e la costruzione di una società socialista. Secondo mio padre ero fuori di testa; indebolendo il partito, indebolivo i lavoratori; non capivo quanto erano costate le loro pur modeste conquiste, ecc. E, infine, domanda cruciale: «Facciamo finta che tu e i tuoi amici abbiate ragione, chi mi assicura che il partito rivoluzionario che volete costruire, non diventi revisionista, burocratizzato, opportunista come il PCI?…»

Nel breve periodo, la battaglia culturale in famiglia la vinsi io e negli anni seguenti mi trascinai mio padre in molte manifestazioni della sinistra rivoluzionaria. Nel giro di due decenni, però, ci ritrovammo ambedue sconfitti: io senza il partito rivoluzionario e mio padre senza la trincea del PCI. Oggi io e il suo fantasma siamo in mare aperto.

Perché dovrebbe interessarmi una discussione sul revisionismo o sui revisionismi?

  1. Per difendere il patrimonio di lotte e di conquiste di mio padre (e dei miei padri): la Resistenza e la Liberazione, la Costituzione democratica ed antifascista, lo Statuto dei Lavoratori, la Contrattazione nazionale, ecc.
  2. Per riaffermare la bontà e la giustezza degli intenti rivoluzionari miei e di quelli della mia generazione.
  3. Per tenere aperta una strada di lotta allo sfruttamento capitalistico (estrazione di plusvalore-pluslavoro) e di liberazione dall’oppressione e dalla disuguaglianza sostanziale caratteristiche delle nostre formazioni sociali.

Sono, lo capisco, petizioni di principio. Più simile ad un elenco di buone intenzioni o di affermazioni aprioristiche che proposizioni risultanti da complesse analisi storiche del presente e del passato. Non m’importa. Nessuno pensa, scrive, agisce, ingaggia battaglie politiche e culturali avendo tutto chiaro in testa. Mi interessa combattere il revisionismo che equipara partigiani e repubblichini di Salò, che nega i forni crematori per gli Ebrei e per gli Zingari, quello di chi vorrebbe cambiare la Costituzione italiana perché “sovietica” e “dirigista”, ecc. ecc. Mi interessa combattere il revisionismo di chi mette sullo stesso piano fascismo- nazismo e il tentativo (fallito) di costruire una società alternativa al capitalismo. Non so se ci sia un revisionismo “buono” e uno “cattivo”…Ma i revisionisti “buoni” chi sono? Gramsci, ad esempio, lo si può ritenere tale rispetto al pensiero di Marx? Direi di no. Per me è un “filosofo della prassi” che ha sviluppato in maniera originale e creativa diversi luoghi e aspetti di quel pensiero.

2. – Il decennio che mi vide impegnato nella costruzione del partito comunista rivoluzionario fu per me anche quello dell’apprendimento e dello studio del marxismo. Scrivo marxismo, ma so che non esiste un corpus teorico che possa definirsi tale. Ci sono i testi di Marx, quelli pubblicati mentre era in vita e quelli editi successivamente, spesso a distanza di decenni dalla sua morte. Ci sono i testi pubblicati insieme ad Engels. Insomma, un enorme work in progress studiato in oltre un secolo e mezzo da decine e decine di intrepreti (militanti rivoluzionari, politici, statisti, filosofi, economisti, storici, sociologi, ecc.). Giustamente Cristina Corradi intitola il suo libro «Storia dei marxismi in Italia» (La talpa libri, Il manifesto, 2005). Si potrebbe dire anche «Storia dei marxismi in Europa e nel mondo» e sicuramente non si sbaglierebbe.

Marx non è stato e non è un pensatore qualsiasi. Ispirandosi alle sue idee, sono stati costruiti partiti rivoluzionari, di opposizione e di governo su tutto il pianeta. Vi sono stati regimi guidati da partiti comunisti. Ancora oggi ve ne sono, quantunque realizzino politiche che non si comprende cosa abbiano a che fare con le sue idee e le sue aspirazioni. Ridurre Marx a uno “scienziato sociale”, all’inventore di concetti utili alla comprensione della storia (modo di produzione, rapporti sociali di produzione e riproduzione, capitale come rapporto sociale, plusvalore e pluslavoro, ecc. ecc.) significa far torto alle sue aspirazioni a sostituire le “armi della critica” con la “critica delle armi”. Pensatore sì, ma della prassi sociale, della volontà di trasformare il mondo. «La forza materiale deve essere abbattuta dalla forza materiale…Anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse.» (Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico)

Ebbene, a sfogliare anche soltanto l’indice del libro citato di Cristina Corradi, ci si imbatte in nomi che a me dicono molto: Labriola, Gramsci, Della Volpe, Luporini, Colletti, Panzieri, Tronti, Timpanaro, Negri, Cacciari…Ho trascorso molte ore sui capitoli dei loro libri e sui loro articoli. Con quale profitto?

L’avventura cominciò a 16 anni, intorno al 1965. Cominciò sulle pagine di “Rinascita”, il settimanale del PCI destinato ai quadri di partito. Io non ero un quadro. Cercavo soltanto di uscire dai programmi scolastici, dalle proposte di studio dei professori. Un articolo di Della Volpe dovevo leggerlo, rileggerlo e rileggerlo. Dire che era oscuro è poco. Parlava un’altra lingua. Ma a quell’età si sfida il mondo. E potevano gli articoli di un professore universitario rappresentare ostacoli insuperabili per un giovane studente?…

Ne ricordo uno: «Dialectica in nuce». Già il titolo, scritto in lingua morta, nel latino appreso sui banchi di scuola, lanciava un preciso segno di distinzione. Poi, all’interno, nel tessuto delle proposizioni, tutto un fiorire di corsivi, di citazioni, di parentesi tonde e quadre, di idest, tertium e apriori, di tautòn-thateron e diairesis, di Widerspruch e Antithesis …La faccio breve: un tale gergo mi affascinava e provai persino ad usarlo in qualche tema scolastico. Risultato: il solito sette – i prof. tendono a dare a uno studente sempre lo stesso voto – con l’invito perentorio a scrivere «in modo meno bislacco».

Scimmiottature e aneddoti a parte, la sostanza di quell’articolo era che, per Della Volpe, Marx affrontava analisi storiche puntuali di contraddizioni che richiedevano una dialettica diversa da quella dell’Idea hegeliana, metafisica e metastorica. Per poter conoscere il mondo e rivoluzionarlo servivano astrazioni determinate (il corsivo in questo caso è d’obbligo) e non generiche «ipostasi», criticate già nell’opera giovanile del 1843, cioè nella marxiana «Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico». Giusto. E allora?…

Il punto dolente di queste mie letture non era rappresentato soltanto dal contagio di una scrittura gergale e bislacca, ma dal fatto che, letto l’articolo, non avevo con chi discuterlo e, soprattutto, non mi era chiaro in che rapporto veniva a trovarsi con le mie scelte di vita pratica e quotidiana. «Senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario». L’importanza della teoria era, quindi, indiscutibile, ma non riuscivo a togliermi di dosso la sensazione di studiare articoli marxisti così come studiavo paragrafi di manuali di storia, di letteratura, di filosofia o di matematica e scienze. In parte, in modo scolastico. Dico in parte, perché nessuno, per fortuna, mi interrogava sull’interpretazione dellavolpiana del pensiero di Marx!

Comunque, provai a discutere questi articoli nella locale sezione della FGCI di allora. Impossibile. Poi, grazie al cielo, diventai amico di Nicola Arminio, uno studente universitario più grande di sette o otto anni. Aveva in casa, addirittura, «Critica del gusto» e me la prestò. Insieme, tra il ’65 e il ’67, parlammo di Della Volpe, dei dibattiti suscitati dalle pubblicazioni di Louis Althusser («Per Marx» e l’opera collettiva «Leggere il Capitale»), del «Manifesto dei comunisti» e del saggio scritto in memoria da Labriola…Parlavamo più spesso di Gramsci. Era l’autore della “questione meridionale” e questa, più della dibattuta “rottura epistemologica” fra il giovane Marx ed Hegel, appariva come la nostra questione. Nicola aveva già trascorso dei periodi di lavoro in Germania. Anche il mio destino era segnato: mio nonno era emigrato per sei anni in America, mio padre per due o tre in Svizzera (senza contare i suoi nove anni in Etiopia), una città del Nord sicuramente attendeva me…E la prospettiva, in verità, neanche mi dispiaceva. Era grande in quegli anni la voglia di andare via dal paese.

3. – Quando arrivo a Torino, nell’autunno del 1967 e partecipo senza esitazioni all’occupazione di Palazzo Campana, ho in testa un compito preciso, volontariamente assunto e interiorizzato. Mi viene dal cofanetto Einaudi dei Quaderni del fondatore del PCI. È scritto negli «Appunti per una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura»: tutti gli uomini sono «filosofi», sia pure in modo spontaneo e inconsapevole. Lo sono attraverso il linguaggio, il senso comune e il buon senso, il sistema di credenze, superstizioni, opinioni, modi di vedere rappresentati dalla religione popolare e dal folclore…Le “filosofie spontanee”, disgregate e occasionali, imposte meccanicamente «da uno dei tanti gruppi sociali nei quali ognuno è automaticamente coinvolto fin dalla sua entrata nel mondo cosciente», sono importanti, ma non possono bastare. Occorre superarle, elaborando «la propria concezione del mondo consapevolmente e criticamente e quindi, in connessione con tale lavorio del proprio cervello, scegliere la propria sfera di attività, partecipare attivamente alla produzione della storia del mondo, essere guida di se stessi e non già accettare passivamente e supinamente dall’esterno l’impronta alla propria personalità».

Compito chiaro, entusiasmante. C’è una citazione, tratta proprio da quelle pagine, che continuava ad accompagnarmi:

«Per la propria concezione del mondo si appartiene sempre a un determinato aggruppamento, e precisamente a quello di tutti gli elementi sociali che condividono uno stesso modo di pensare e di operare. Si è conformisti di un qualche conformismo, si è sempre uomini-massa o uomini-collettivi. La quistione è questa: di che tipo storico è il conformismo, l’uomo-massa di cui si fa parte? Quando la concezione del mondo non è critica e coerente ma occasionale e disgregata, si appartiene simultaneamente a una molteplicità di uomini-massa, la propria personalità è composta in modo bizzarro: si trovano in essa elementi dell’uomo delle caverne e principii della scienza più moderna e progredita, pregiudizi di tutte le fasi storiche passate grettamente localistiche e intuizioni di una filosofia avvenire quale sarà propria del genere umano unificato mondialmente. Criticare la propria concezione del mondo significa dunque renderla unitaria e coerente e innalzarla fino al punto cui è giunto il pensiero mondiale più progredito. Significa quindi criticare tutta la filosofia finora esistita, in quanto essa ha lasciato stratificazioni consolidate nella filosofia popolare. L’inizio dell’elaborazione critica è la coscienza di quello che è realmente, cioè un “conosci te stesso” come prodotto del processo storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un’infinità di tracce accolte senza beneficio d’inventario. Occorre fare inizialmente un tale inventario.» (pag. 1376)

4. – Lavorio del proprio cervello. Cominciò in quegli anni e non è ancora finito. Dovevo dotarmi di una concezione del mondo organica, unitaria e coerente. Più facile a dirsi che a farsi. Dovevo innalzarla fino al punto in cui è giunto “il pensiero mondiale più progredito”. Ancora più difficile. Cos’era questo pensiero mondiale? Mi diventò subito evidente che non esisteva uno solo pensiero mondiale ma tante “scuole di pensiero” con professori, più o meno famosi, a tenere lezioni nelle Università dei vari Paesi e i loro allievi a seguirle per obbligo o per piacere. Esisteva un mercato editoriale che smerciava libri e riviste scritti da questi prof. Esistevano laboratori scientifici pubblici e privati. E chi ci lavorava dentro non era più un Galileo Galilei, un geniale artigiano del pensiero, ma un “lavoratore collettivo” composto da tanti ricercatori gerarchizzati in ruoli e funzioni e impegnati in programmi di ricerca tutt’altro che disinteressati. La scienza – questo avevo imparato nei controcorsi universitari – non era neutra. I soldi spesi per far camminare sulla Luna il primo bipede umano non soddisfacevano generici “bisogni di conoscenza”. La gara lunare tra gli Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica era, in realtà, una guerra, sia pure fredda. Anche questa richiede e produce conoscenze. Furono i sovietici a lanciare in orbita il primo Sputnik ai primi di ottobre del 1957. Presi di contropiede, i gruppi dirigenti americani cercarono di correre subito ai ripari. La Conferenza di Woods Hole nel settembre del 1959 serviva anche a questo. Jerome S. Bruner ne ricavò un libro («Dopo Dewey. Il processo di apprendimento nelle due culture») che lessi e studiai per sostenere il mio primo esame di pedagogia. Per vincere una guerra, era necessario riformare il proprio sistema scolastico. La cultura è un campo di battaglia e fornisce armi agli attori in lotta. In lotta per cosa? Per l’egemonia, sosteneva il mio Gramsci. Egemonia, cioè consenso e coercizione. Era questo potere che permetteva ad alcuni di appropriarsi, più o meno, legittimamente di risorse economiche, sociali, istituzionali e ad altri (la maggioranza) di restare con un pugno di mosche in mano.

Quanto alle intuizioni della filosofia del futuro, quella “del genere umano unificato mondialmente”, ammessa la bontà dell’aspirazione, non vedevo grandi tracce, se non quelle depositate dai rapporti sociali capitalistici o implicite nelle varie Carte dell’ONU, dei Trattati commerciali internazionali, ecc. Sarebbe scaturita da questi “depositi” l’altra umanità? Da queste cristallizzazioni che tendevano a unificare il genere umano? E sarebbe scaturita dopo l’insurrezione, l’occupazione del Palazzo d’Inverno o nel qui ed ora del presente?

Ogni tanto provavo a fare l’inventario delle mie conoscenze. Il compito, soprattutto, agli inizi mi risultava anche relativamente facile. “Storia di lotte di classi”, “Egemonia”, “Rapporti di forza sociali”, “Campo ideologico”, “Società come totalità strutturata a dominante”, “Contraddizione e surdeterminazione”, “Anello debole”, “Sviluppo ineguale”… Tutti concetti interessanti, ma a chi andavo a raccontarli? Il problema si ripresentava.

A Rivoli ero ospite (pagante) di un Collegio (o qualcosa di simile) che formava pastori protestanti. Conobbi Pippo, un giovane di qualche anno più grande di me. Diventammo amici e si beccò tutte le critiche marxiane alla religione. Ovviamente si beccò anche tutti gli attacchi di Althusser all’umanesimo. Poi notai anche che il filosofo francese ce l’aveva con Gramsci, col suo storicismo e umanesimo. E qui i conti non mi tornavano. La storia è un processo senza soggetto, sosteneva.  Non lo sanno, ma lo fanno. E io, studente “contestatore”, che stavo lì a combattere l’autoritarismo professorale, che manifestavo per il Vietnam, io che desideravo l’impossibile, cos’ero? Un gattino cieco? Forse, è vero. Un movimento è un’azione collettiva, più o meno duratura. Ciò che effettivamente produrrà in una società, lo si potrà valutare dopo. In un movimento si entra in tanti. Le ragioni individuali e/o soggettive possono essere diverse. Conta il risultato. E però io partecipavo con entusiasmo all’occupazione di Palazzo Campana non solo per scrollarmi di dosso l’autoritarismo scolastico e sociale  – mio padre era comunista, ma picchiava come un fascista – , anche perché credevo di partecipare attivamente alla “produzione della storia” o, almeno, di un suo momento. Mi illudevo?…Gramsci ed Althusser nel mio cervello si misero a duellare. Chi aveva ragione? «Gramsci, Gramsci…» suggeriva una vocina interiore. Studiavo «Per Marx» e «Leggere il Capitale» perché era stato il rivoluzionario sardo a indicarmi il compito: impadronirsi di tutte le conoscenze prodotte dal “pensiero mondiale più progredito”… Compito immane, certo!,  che richiedeva un buon numero di vite. Però… Grande Gramsci e grande il mio desiderio di stargli dietro.

Nel decennio Sessantotto-Settantotto riempii diversi scaffali di libri marxisti, a partire dalle opere di Marx-Engels, di Lenin e di Mao. Contro i revisionisti, dovevo tornare al vero pensiero di Marx; un pensiero che mi sembrava vivo ed efficace. Oltre ai “Quaderni piacentini”, a “Critica marxista”, a “Politica ed economia” e a tanta pubblicistica gruppettara, comprai riviste come “Sapere”, “Le scienze”, ecc. per elaborare una mia concezione del mondo organica e coerente, fondata su principi scientifici e non sulle paure, le superstizioni e i fantasmi dell’uomo delle caverne. Anche se, devo dire, questo poveraccio non mi era poi del tutto antipatico.

Insomma, il lavorio del cervello andava avanti tra alti e bassi, luci ed ombre, certezze ed incertezze. La qualità dei marxismi appresi non si modificò. Continuò a soffrire di scolasticismo. Riunioni e riunioni: della Segreteria, del direttivo, dell’assemblea degli iscritti, degli organismi di massa. Manifestazioni quasi settimanali. Stesura, ciclostilatura e diffusione di volantini, da soli o insieme a quella (domenicale) del quotidiano. Lettura di documenti: della Direzione Nazionale, del Comitato Centrale, del Direttivo Regionale o Provinciale…Tutto per la costruzione del partito comunista rivoluzionario. Una frenetica scorpacciata di “politica al primo posto”. Ogni tanto qualche “gruppo di studio”. Ma se ti capitava di leggere «Calcolo economico e forme di proprietà» di Bettelheim o «Potere politico e classi sociali» di Poulantzas con chi potevi discuterli?…Al massimo, potevo scambiare qualche impressione con Ennio. Per il resto “intellettuale” era già diventato una parolaccia e “intellettualismo” il massimo della vergogna.

A fine anni Settanta, la crisi. Della costruzione del partito comunista rivoluzionario, del marxismo, della ragione, delle grandi narrazioni, della centralità operaia, ecc. ecc. Un diluvio. Perché? Per diversi motivi: una costellazione di cause, come in tutti i fenomeni storici. E si potrebbe star lì a discuterne per ore. Io ci metterei: la risposta dei capitalisti al ciclo di lotte operaie (ristrutturazione), lo stragismo e la scelta terroristica, l’incapacità di produrre teoria dei gruppi dirigenti della sinistra rivoluzionaria, l’affermarsi di nuovi bisogni e istanze sociali (il femminismo), il finanziamento di Fondazioni universitarie e para-universitarie da parte della CIA (o di chi volete voi: imprenditori, Rockefeller center, e via di seguito) per convincere l’universo-mondo che “lo Stato soffoca l’economia”, “privato è bello”, “i capi delle imprese pubbliche sono boiardi di Stato”, “il pensiero debole è meglio di quello forte”, “Heidegger ha visto più e meglio di Marx” ecc. Breve digressione: tiro in ballo degli slogan a casaccio. Ma il senso è chiaro: i fatti sociali non sempre si toccano con mano. Un licenziamento e la chiusura di una fabbrica si subiscono e si vedono, ma che uno “Stato soffochi l’economia” è una proposizione indimostrata e indimostrabile. Pura ideologia. La lotta per l’egemonia utilizza tutto e tutti: la scienza, la tecnica, la religione, l’ideologia, l’economia, gli apparati di Stato…È una lotta che va organizzata e finanziata. Il revisionismo storico è sicuramente il frutto di questa lotta.  Fine della digressione.

Risultato della crisi fine anni Settanta: oltre ai suicidi, alla “strage delle illusioni”, alla distruzione di una generazione con l’eroina, ci fu il cosiddetto “riflusso nel privato”. Ma io il virus della politica l’avevo contratto. Ridurmi al ruolo di buon padre di famiglia, neanche a pensarci. Tornare a compulsare le carte degli anni Settanta e destinarmi a un’esistenza silenziosa di studioso di testi marxisti continuava a fare a pugni con la mia vita quotidiana. In fondo, catturato dal compito della costruzione del partito comunista rivoluzionario, non avevo neanche terminato i miei studi universitari. È vero che avevo vinto subito, nel ‘71, il concorso da maestro e uno stipendio ce l’avevo; in casa, però, lavoravo da solo e, a fine mese, si faceva fatica ad arrivare. Esame di realtà. «Analisi concreta della situazione concreta». Ripresi gli studi e nei primi anni Ottanta aderii come indipendente al PCI.

Tra il 1967 e il ’68, venne pubblicato un libro di Lorenza Mazzetti: «Uccidere il padre e la madre». Era esattamente quello che avevo fatto. Da giovane, avevo “ucciso” mio padre, trovando dei “sostituti rivoluzionari”. Ora che i sostituti andavano in crisi o fallivano, tornavo, figliol prodigo, nella casa del padre. Mosso, probabilmente, da un inconscio complesso di colpa. Da rivoluzionario in lotta coi revisionisti a revisionista. Il percorso del gambero? Sì e no. Sì perché il tentativo di costruire un partito rivoluzionario era fallito e di fatti rifluivo insieme ad altri nella trincea da cui volevo uscire.  No, perché l’indipendenza nel PCI non è stata per me una foglia di fico. Primo, perché il PCI non era quel monolito stalinista di cui si ciancia. Secondo, perché potevo continuare a studiare liberamente il marxismo nella crisi e se la Democrazia Proletaria di allora o gli operaisti avessero prodotto idee e iniziative effettivamente coinvolgenti avrei potuto aderirvi. A Cologno in quegli anni tenemmo in piedi IPSILON, un “laboratorio di cultura critica” che organizzò diversi incontri e discussioni. Ad alcuni partecipò Costanzo Preve.

Anche dopo il crollo del Muro, dell’URSS e del PCI, ho continuato a leggere autori a cui Cristina Corradi dedica interi capitoli della sua «Storia dei marxismi in Italia»: Tronti, Negri, Losurdo, Bellofiore, La Grassa e Turchetto, il citato Preve, e via di seguito.

Letture, purtroppo, sempre parzialmente scolastiche. Che rapporto hanno le loro pagine con la mia vita quotidiana? Che posso farci se non mi convincono? Se non riescono ad esercitare egemonia sul mio pensiero? I problemi lasciati irrisolti dal “libro nero del comunismo” sono ancora lì: a) quello del partito rivoluzionario e del suo rapporto con la società, b) del cosa significa fare una rivoluzione nella nostra società e di quale strategia dotarsi, c) di come assicurare quella che Della Volpe chiamava la “legalità socialista” o, se si preferisce, la democrazia e la “libertà dei comunisti”…

Conosco la critica di Marx alla democrazia borghese: tutti siamo “cittadini” e “soggetti di diritto” e, quindi, formalmente eguali, ma il cittadino Berlusconi o Montezemolo lo sono di più. Infatti, hanno tante e tali risorse economiche che potrebbero comprare tutte le teste d’uovo che vogliono per organizzarsi, “scendere in campo” e difendere anche in Parlamento e nelle sedute del Consiglio dei Ministri i loro interessi. Possono fondare associazioni, orchestrare campagne di stampa e propaganda, realizzare iniziative politiche e sociali mirate a singoli pubblici, ecc. Tutto vero. E allora? Riproponiamo la “dittatura del proletariato” o la lotta per difendere e attuare la Costituzione? E ci organizziamo per l’uno o per l’altro fine?…

C’è chi sostiene che è tutto passato, che sono battaglie vecchie. Di un’altra epoca. Probabile. Quali sono quelle nuove? E in che rapporto sono con quelle vecchie? Se il nuovo lo portano certi personaggi, preferisco il vecchio…

Insomma, bisogna evitare la palude, ma siamo nel bel mezzo di un caos. La situazione è tutt’altro che eccellente.

Io e il fantasma di mio padre continuiamo la nostra deriva. In mare aperto.

8 settembre 2011

La cartella di Fortini

Continuo il recupero degli articoli  dei vecchi siti di Poliscritture non più accessibili on line e ripubblico questo di Velio Abati comparso sul n. 9  cartaceo  del gennaio 2013. [E. A.]

di Velio Abati

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo all’osso, come d’un can, forti.

Il realismo furente di Dante ha incrinato per qualche terzina il silenzio glaciale della palude. L’orrore indicibile si squaderna ora in un esserci eterno. Il passato non muore e ha annientato di colpo il futuro. Tutto l’universo infernale è infatti un viaggio alle radici della selva dove ’l sol tace, al fermentare d’un passato che divora chi vive. La terzina conclusiva incardina l’incubo nella posa definitivamente animalesca della vittima-carnefice, “occhi torti”, e nella fissità d’una coazione senza fine: “riprese ’l teschio”.
Il lettore sa che l’emersione del rimosso, il vis à vis con il suo carico paralizzante d’angoscia è la costanza di ogni scena espiativa, offerta al pellegrino sotto la mediazione vigile del maestro. Così come pervasivo è l’assillo politico che l’accompagna e che l’artificio del viaggio collocato alla vigilia della catastrofe umana – cioè politica, etica, estetica, filosofica ed esistenziale – dell’esilio, rende incombente, ad ogni passo ravvivata da profezie ora stizzose, ora neutre, ora intenzionalmente consolatorie.
Ogni dannato ha la propria fissità e ognuno diversamente rifrange la biografia del pellegrino. Mille sono i modi con cui ciascuno, per dirla con Pirandello, rimane agganciato al proprio assillo.

          Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facea dinanzi alla risposta,
supin ricadde e più non parve fora.
——-Ma quell’altro magnanimo a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa.

Può, tra le mille, assumere la postura nobile quanto marmorea dell’assillo pubblico, oppure il patetismo trepido e cieco della passione familiare. Ma ciò che inficia alla radice e quindi scaraventa nella discarica infernale energie e sforzi vitali della miriade di dannati è stata l’incapacità di ciascuno di trascendere l’immediato, di allungare lo sguardo verso il futuro: dilettoso monte, da cui solo si può decifrare il passato e vedere il presente.
Fortini conosceva bene questo punto della nostra umana condizione, quando ripeteva: ogni immediatezza, ossia ogni rifiuto della mediazione, è intimamente reazionaria.
Credevo che la mia generazione, esclusi i cinismi e i rampolli dominanti, avesse scoperto per tempo –ai primi anni Ottanta, ricordo – la lezione eroica del prigioniero comunista Antonio Gramsci. Ma non ho mai immaginato che avrei dovuto insegnare la speranza ai miei alunni, che il mio compito sarebbe stato formare alla speranza. Fortini, a un giovane che nel 1993 lo interrogava su che cosa debba fare, come debba vivere la propria quotidianità chi s’affaccia alla vita adulta, rispondeva: “io domando ai giovani con cui lavoro, se vivono con i soldi di papà, se vivono con i propri, quanto guadagnano”. La risposta presuppone una condizione oggi lunare, vivendo i giovani la corrosione, di giorno in giorno maggiore, delle possibilità di lavoro, di sostentamento, di relazione. Nella selva non c’è luce, i sentieri sono false piste.

Gli alberi sembrano identici,
la specie pare fedele.
E sono invece portati via
molto lontano. Nemmeno un grido,
nemmeno un sibilo ne arriva.
Non è il caso di disperarsene,
figlia mia, ma di saperlo
mentre insieme guardiamo gli alberi.

È in tale immobilità che germina la disperazione. Non c’è, in se stessi, nell’hic et nunc circostanziale possibilità di lume. Questo è l’acheronte per chi si trovi oggi ad apprendere e a insegnare. Perché la speranza, se è una necessità primaria, non vive senza alimento. Il sapere di cui Fortini parla alla figlia, nelle circostanze date, viene solo da fuori; meglio: dai tempi lunghi.
Da questa béance, prima di tutto esistenziale, in cui insegnante e alunni sono presi, proprio da questa assenza d’ossigeno che grava nell’aula e nelle case, trova vita e scopo la potente lingua dantesca. Il piacere del testo è per il lettore la messa in esperienza dell’uscita da sé, quella che il pellegrino compie con lui. Il lettore, alunno-docente, passo dopo passo, impara a riconoscere con Dante che il male, con la paura che esso genera, non è assoluto, ma ha un’origine e ha una fine.
Ho detto esperienza, perché di essa vive la fatica del concetto, non della spiegazione astratta. Fortini aveva un amore sconfinato per il conversare, come sa chiunque l’abbia incontrato. Le sue lezioni pomeridiane a Lettere in via Fieravecchia si protraevano indefinitivamente. Arrivava con la cartella, elegante, sorridente, bello nella sua capigliatura candida e iniziava la lezione. Ho imparato dalla sua lettura perché un poeta va a capo prima della fine del rigo.
Non c’era un termine formale alla sua lezione, a un certo punto si trasformava in altro. Via via gli studenti si alzavano dalle sedie fino a che rimanevamo i soliti quattro o cinque. Oramai parlava del mondo. Solo quando l’anziano custode – si chiamava Dante, mi ricordava la figura d’un carraio della mia infanzia – suonava la sirena, egli si decideva ad alzarsi, prima che le luci spente ci chiudessero dentro. Nella mesta spensieratezza del Settantasette si leggeva nei muri di Via Fieravecchia una scritta; girava voce che ne fosse autore Gianni Scalia: Franco Fortini, il Lattes a lunga conversazione. Una volta – eravamo già al secondo anno – ci confidò perché non faceva precedere nessuna introduzione al suo corso. Solo la strada percorsa fino alla fine avrebbe potuto spiegare gl’inizi.
“Essere figlio” scrive l’Istat “di un avvocato (cioè avere un’origine borghese) oppure di un operaio non è affatto la stessa cosa: le probabilità di diventare un libero professionista, imprenditore o dirigente – ossia di accedere alle posizioni di vertice della gerarchia sociale – nel primo caso sono relativamente alte, mentre nel secondo sono decisamente più contenute. I figli della borghesia sono in netto vantaggio sui figli degli operai dell’industria e dei servizi anche nelle competizioni per l’accesso alla classe media impiegatizia. Ciò significa che le diseguaglianze di classe continuano a trasmettersi di padre in figlio”. Credo che pochi ragazzi conoscano questi dati che li riguardano. Anche Lettera a una professoressa suona inoffensiva come una carta medioevale; troppo grande è il velo sia dell’ideologia dominante, sia delle apparenze arcaiche di cui quel testo si veste. Credo anche che generalmente sfugga loro, per quanto rapido e imponente sia il fenomeno, il degrado dell’istruzione pubblica, cioè l’aggressione alla forza emancipativa della scolarizzazione di massa dei trenta gloriosi, breve tempo di cui ha beneficiato la mia generazione. Non lo sanno, perché il passaggio dalla condizione di fatto alla sua consapevolezza ha bisogno del rischiaramento della coscienza.
Non sfugge però loro una verità della propria condizione, ovvero la sostanziale impotenza dell’istruzione a modificare il destino già iscritto nella carne della loro famiglia. Solo che ne rimangono atterriti, proprio in conseguenza della loro cecità circa le cause e la natura storica, ossia mediata, di quel destino. Quando domando per quale motivo andare a scuola, mi si risponde “per socializzare”. Per socializzare è di sicuro la constatazione di un’azione positiva esistente. Per socializzare è però anche la verbalizzazione d’un bisogno autenticamente vissuto. È il grido di uno spavento, d’un vuoto: se parli è meno buio, invoca un certo paziente di Freud.
Sono partito militare il primo aprile del ’78, pochi giorni dopo il rapimento di Moro compiuto dalle Brigate Rosse. Ero laureato da qualche mese. Fortini, seppi poi, era corso via dall’Italia, per cercar scampo dall’oppressione. Dalla rabbia, immagino, e dall’impotenza insopportabili. I trenta gloriosi si chiudevano nella tragedia farsesca, nell’imbecillità.
Quando sono tornato dal congedo, ho seguito altre strade, da lontano. Ho incontrato Fortini a intervalli radi. Ogni volta, ricordo, con festoso slancio paterno, a Milano, a Montemarcello, al mio podere. La presenza del suo insegnamento è maturata lentamente, quasi inavvertita. So che se qui davanti avessi i miei primi alunni e quelli attuali farebbero fatica a riconoscere la stessa persona.

[…] Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi

Con altro orecchio leggo oggi, scartando la magniloquenza che da noi puzza da lontano di ridicolo, di fetidume nazionalista, scovando invece e invitando a una verità più mite, fraterna e semmai indomita. Lavorando con i ragazzi, ho scoperto quanto a lungo il ramingo bordeggi rive di morte, dai Sepolcri alle Ultime lettere, fino alla Sera e a In morte del fratello. C’è ben poco di eroico, molto di bisogno di fratellanza, entro cui cercare ostinatamente un orizzonte di senso comune per il quale vivere e soffrire.
Trascinato via dalla risacca – era solo gl’inizi – che scomponeva e ora travolge destini e istituzioni, persi tutti i contatti. Non fui ai funerali di Fortini.
Fu Ruth a ricordarsi di me, di noi, dopo che era rimasta sola. Venne a trovarci. Facevamo delle passeggiate non distratte, quasi serene. Le piaceva ascoltare i canti e la fisarmonica, si cercavano i profumi della macchia. Tornò più volte. Ricordo le giornate piene di sole.
Dice Sartre da qualche parte che se le rivoluzioni costituiscono i momenti in cui i gruppi sociali sono in fusione, l’immobilismo è delle società fredde. Ma la restaurazione capitalistica che è seguita dopo i Settanta e che oggi giunge forse al suo culmine – che è sempre marciume, pestilenza sociale, devastazione di corpi e di anime – è ancora diversa: non c’è alcuna fusione visibile, né staticità, piuttosto un precipitare disperato, perché impotente. La distanza tra ciò che è necessario e ciò che ciascuno di noi può è tale da atterrire le energie più agguerrite, le menti più lucide.
Non si tratta di disperarsene, ma di capirlo.

Oh dei giorni mie fatiche, oh sorrisi
muti scavate e fidi nell’ordito:
– Dov’è l’inferno? dove i paradisi?

Dentro tremo, se fuor v’appaio ardito
che forti e fragili son i cuori e i visi
ma ultima la risposta che v’addito.

Per questo, punto tutte le mie forze a scartare l’erudizione e a coltivare intensa la critica. Mi tornano in mente le riflessioni di Fortini, lo scopro e lo coltivo maestro: agire perché si trovi e si manifesti più verità politica (dico “politica” e subito sbalordisco per la spaventosa distanza dell’odierna pratica posticcia dal suo significato) in una poesia sulle rose che in un documento politico e viceversa. Attivo con pazienza le verità che ho imparato, filtro le antiche sapienze, le metto ogni volta alla prova con le domande mute dei miei alunni, con le loro fatiche, le loro rabbie.
Ruth, dopo che la sua malattia precipitò, non volle più che andassimo a trovarla. La voce ferma e amica al telefono ci ripeteva che avrebbe deciso il tempo.
Ci chiamò in autunno inoltrato, invitandoci per il febbraio. Teneva sotto controllo il dolore con la terapia. Nelle poche ore che stemmo in via Legnano, dalla finestra dove si scorgevano gli alberi, era come sempre energica e determinata. Il non detto non tradiva pressioni sulla sua voce. A metà visita, chiese solo di farle un’iniezione. Spiegò tranquilla il modo a mia moglie, che non osò dirle di non averlo mai fatto. Tutti i pacchetti erano stati preparati, con i foglietti e le istruzioni di chi trasloca.
Sarà per la fiducia nella vocazione dell’uomo al bene, di cui parlava Brecht, o forse per il necesse della speranza, che soprattutto mi capita di ricordare il Fortini ‘cinese’. In un luogo riferisce l’insegnamento del saggio taoista al giovane andato a chiedergli d’istruirlo. Vuoi scoprire il segreto di fabbricare l’oro?, gli risponde press’a poco, comincia a percorrere tutte le mattine dieci chilometri a piedi. Oggi comprendo che la cosa più difficile, ma quella decisiva, non è la meta, bensì la direzione. Oggi comprendo la conseguenza suprema dell’umana condizione: nemo enim nostrum sibi vivit, et nemo sibi moritur. So e scopro ad ogni passo e insegno e comprovo che il futuro è la nostra realtà, è la verità del nostro presente, il senso del nostro passato; che quel futuro è intimamente, appassionatamente di parte. Non qualunque parte. Solo quella degli sconfitti, solo la parte di noi debole e oppressa detiene la ragione e la forza del futuro comune:

“Oppressori e sfruttatori con la non-libertà di altri uomini si pagano l’illusione di poter scegliere e regolare la propria individuale esistenza. Quel che sta oltre la frontiera di tale loro ‘libertà’ non lo vivono essi come positivo confine della condizione umana, come limite da riconoscere e usare, ma come un nero. Nulla divoratore. Per dimenticarlo o per rimuoverlo gli sacrificano quote sempre maggiori di libertà, cioè di vita, altrui; e, indirettamente, di quella propria. Oppressi e sfruttati (e tutti, in qualche misura, lo siamo; differenziati solo dal grado di impotenza che ne deriviamo) vivono inguaribilità e miseria di una vita incontrollabile, dissolta ora nella precarietà e nella paura della morte ora nella insensatezza e non-libertà della produzione e dei consumi. Né gli oppressi e sfruttati sono migliori, fintanto che ingannano se stessi con la speranza di trasformarsi, a loro volta, in oppressori e sfruttatori di altri uomini”.

È un giornalista dell’“Unità” a raccogliere nell’agosto, a due mesi dalla morte, le ultime riflessioni, che il quotidiano titolava E se il marxismo fosse il futuro? Più il tempo della mia vita scema, più insegno la passione, la fatica e la forza dei tempi lunghi. In quella primavera Fortini aveva scritto che quanto di te rimane, di tutti rimane, non sono i libri, non sono nemmeno gli affetti, nemmeno l’insegnamento, ma ciò che la tua vita ha cambiato nel rapporto con gli altri uomini.
Quando, di rado, mi capita di andare a tenere qualche discorso pubblico, apro l’armadio. Prendo un morbido sacchetto celestino d’altri tempi, con una grande scritta in nero, Furla. Si chiude con una filza di cordino nero. Appena lo apri, si spande il profumo di cuoio. La cartella marrone sembra appena uscita dalle mani dell’artigiano. Ha un solo graffietto sotto la piega che la chiude. Non una cucitura è strappata. All’interno vi sono tre scomparti per pochi fogli, giusto di formato A4. Su quello anteriore è cucita, a reggipenne, una striscia di vacchetta. La cinghia che sorregge la cartella è lunga e comoda, può essere indossata senza impaccio anche con la giacca blu con cui arrivava a lezione fresco e furioso.
Ci dispongo il foglietto d’appunti, controllo che vi sia un lapis, ripasso a memoria la scaletta. Il borsellino di cuoio nero, fermato su tre lati con la cerniera, lo lascio invece chiuso nello scomparto. So che all’interno porta stampigliato in caratteri gialli una parola, “mundi”.

Riflessioni rapsodiche su “Il giardino dell’Eden”

di Franco Romanò

È consueto per il pensiero rivoluzionario immaginare l’utopia rivolgendosi al passato, specialmente quando il presente appare talmente desertificato d’avere almeno apparentemente cancellato tutte le tracce di utopie precedenti possibili. È quello che Walter Benjamin, nelle sue Tesi sulla storia, proponeva di fare in uno dei momenti più tragici per l’Europa alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Il filosofo tedesco aggiungeva però che occorre andare molto indietro nel tempo per ricercare i semi di una nuova utopia: Spartaco, oppure – citando Flaubert – resuscitare Cartagine. Il motivo, che si intuisce fra le righe di quello scritto così estremo, è che se si rimane troppo prossimi al momento storico che ci tocca di vivere, si rischia di rimanere impigliati, a volte senza rendersene ben conto, nelle code di pratiche politiche ormai esauste.

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Corrispondenze

per Cecilia Mangini

di Alessio Anelli

 Sono certo che sorrideresti, cara Cecilia, se ora potessi leggere queste parole che ora scrivo in tuo ricordo.

Non so se tu credessi nelle coincidenze…

Ma va’, sbotteresti, a quarant’anni vai ancora dietro a queste sciocchezze! Continua la lettura di Corrispondenze

La spinta eversiva di “Fughe”

 

di Ilaria Verdi

Un altro intervento su Fughe di Velio Abati. [E. A.]

Victa iacet pietas, et Virgo caede madentes,
ultima caelestum, terras Astraea reliquit.

(Ovidio, Metamorfosi, I, vv. 149-150).

Se nel mito di Astrea, l’avidità e i crimini caratterizzanti l’età del ferro, avevano causato la fuga degli Dei, nelle Fughe di Velio Abati la ritirata non è concepita: le “fughe” piuttosto si pongono come una spinta al cambiamento con lo scopo di combattere quella “ostinata immobilità che germina la disperazione” (La cartella, p.83). Continua la lettura di La spinta eversiva di “Fughe”

Louis Althusser: «Filosofia per non filosofi»

LETTURE IN QUARANTENA (3)

di Donato Salzarulo

  1. Un manuale per non filosofi

La filosofia non appartiene ai professori di filosofia. Tutti gli uomini sono filosofi. Lo diceva Gramsci, Lenin e anche Diderot. Adolescente, ho imparato questa verità sui Quaderni dal carcere e non l’ho dimenticata più. È ovvio che non sarà la filosofia di un Platone o di un Aristotele, di un Kant o di un Hegel. Non sarà neanche quella di un professore. Si tratta di una filosofia “naturale”, di un modo di “vedere le cose” sull’origine del mondo, ad esempio, o sulla morte, sulla sofferenza, sulla politica, l’arte, la religione. È una filosofia che serve al singolo da orientamento per la propria esistenza. Combina un certo sapere (più o meno fondato) sulla necessità delle cose con un suo certo modo di servirsene nei vari momenti della vita, cioè con una certa saggezza. Per dirla col filosofo statunitense Wilfrid Sellars: «capire come le cose, nel senso più ampio possibile del termine, stanno insieme, nel senso più ampio possibile del termine» e comportarsi di conseguenza.

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Da Renzo Tramaglino (meridionale) a Samizdat. Scavando nel mio ’68

di Ennio Abate

1. Che fatica dopo cinquant’anni! Cancellato un futuro possibile, appena intravisto, è – ahimé – ancora: Continua la lettura di Da Renzo Tramaglino (meridionale) a Samizdat. Scavando nel mio ’68

Il mio Sessantotto: il respiro della libertà

di Donato Salzarulo

1. – A diciotto anni compiuti, tra l’autunno del 1967 e l’inizio dell’estate del ’68, ho vissuto a Rivoli, un comune abbastanza popoloso della cintura torinese (ad oggi circa 49.000 abitanti). Continua la lettura di Il mio Sessantotto: il respiro della libertà

Appunti politici (5) : André Tosel sull’ultimo Althusser

di Ennio Abate

Mi è capitato oggi di leggere un impegnativo saggio di André Tosel, «Althusser e la storia» (http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/608/559). Tratta dell’ultima fase dell’attività di pensatore del filosofo francese «dopo l’ uccisione della moglie nel 1980 e dopo il suo ingresso nella notte dei morti viventi». Tosel ragiona su un testo postumo del filosofo, «La corrente sotterranea del materialismo dell’incontro», che faceva parte di un dossier di materiali  per un’opera non redatta». Ho pensato di  proporre questo lungo brano per due motivi: – avere, attraverso il dramma di Althusser, un quadro più vivo di quanto sia stato tragico il prendere atto del tracollo di un mondo teorico (marxista) che non riesce più a pensare le trasformazioni del mondo e del suo tentativo disperato di continuare a  pensarlo; – dare profondità alla nostra discussione su Trump e il trumpismo. Leggerei lo stralcio  dal saggio di  Tosel, che intitolerei “Limiti della teoria marxista e globalizzazione come «mondo senza centro»”,  anche in riferimento al punto 1 del mio commento (qui),  dove ho scritto: « Se è venuta meno tutta una cultura marxista (o quantomeno laburista) e il politichese o il sindacalese degli anni ’70 del Novecento è diventata *lingua morta*, che senso ha fare « il mea culpa per aver abbandonato un intero universo sociale, quello del lavoro e dello sfruttamento»?». [E. A.]

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