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Tre capitoli da “Giorni da vivere”

di Lidia Are Caverni

CAP. VIII
 
Arrivò giugno quasi d’un volo. Tina non aveva più unghie e fra poco si sarebbe mangiata anche le punte delle dita. Aveva ritrovato il piacere di studiare e per di più sentiva maturata in sé una volontà nuova che accresceva la capacità di organizzarsi e di approfondire.
La sua casa era diventata un tappeto di libri e di carte, non si preoccupava più di riordinare, le bastava pescare per ritrovare quanto le occorreva, a risistemare avrebbe pensato dopo, prima di partire.
L’isolamento in casa le dava l’esaltante percezione di dipendere esclusivamente da se stessa e rimaneva lunghe ore seduta a segnare appunti e coordinare.

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La vita dell’albero e la mia

di  Angelo Australi

Invece di giocare in strada con gli amici, per me era più divertente ammirare le montagne dalla terrazza. Spesso le osservavo con un binocolo che era un residuato bellico della seconda guerra mondiale. Non ricordo come fosse finito tra i beni di famiglia, lo vidi in mano a mio padre che una notte d’estate ci guardava le stelle cadenti. Nel buio della campagna che avevamo di fronte percepivo appena i contorni del corpo, ma visto che gli giravo intorno mi fece curiosare in cielo, dove non vidi che bagliori fissi e qualche aereo lampeggiare per tutto il tempo, prima di dileguarsi nel nero più fitto. La notte dietro casa nostra si vedevano solo un po’ di luci che indicavano la viabilità dei paesi di montagna, poi un buio compatto fino al profilo della linea dei monti che si attenuava leggermente su di un cielo punteggiato di stelle. Le montagne erano lì da milioni e milioni di anni, percepivo tutta la staticità che produceva una potente sensazione di silenzio assoluto. Che bello stare zitto per ore, in attesa di immaginare un gioco.

Negli ultimi anni che ci ho abitato, sui campi confinanti con il nostro orto, contemporaneamente alla prima circonvallazione furono costruiti dei palazzi di tre o quattro piani. Quello che infastidiva era la visuale ostruita sui monti più alti, tra le case si vedevano solo dei tratti di altopiano dove sorgevano piccoli paesi, così il mio istinto a giocare fu attratto dal grande susino che slanciava il suo tronco dall’orto fino alla terrazza. Nel vigore primaverile alcuni rami si allungavano su di un lato fino a fare con le foglie una sorta di pergola che in estate ci rinfrescava con la sua ombra. Quella pianta ormai vecchia mio padre diceva che era nata casualmente quando da ragazzo, dopo aver mangiato le susine, gettava i noccioli nell’orto sottostante, un certo giorno era spuntata questa esile pianticella che nell’arco di pochi anni aveva raggiunto la dimensione per essere innestata. Cresci e cresci, tutti gli anni prima della potatura si discuteva di abbatterlo, era troppo a ridosso della casa e nel tempo avrebbe indebolito le fondamenta con le sue radici, ma poi il susino germogliava e fioriva, ed era una soddisfazione alla fine del ciclo vedere i suoi frutti giallo oro brillare sotto il sole.

Nelle notti d’estate i conoscenti venivano a trovarci per stare a veglia. Solo noi nel vicinato avevamo una terrazza così grande, aperta sulla campagna e situata in una posizione ideale per il vento incanalatosi nel corso del fiume, che prima di raggiungerci incontrava l’aria fresca rilasciata dalle gole boscose a ridosso dell’abitato, gole dove non batteva che un po’ di sole nelle ore centrali del giorno. Era una terrazza grande come tre stanze, ho sempre avuto dei dubbi, ma mio padre anche negli ultimi anni di vita, quando ne parlavamo assicurava che misurasse sessanta metri quadrati. Durante quelle veglie le donne si mettevano in cerchio intorno a mia madre che ricamava, gli uomini invece, istigati da mio padre, trasferivano il tavolo dalla nostra sala per giocare a carte tra un valzer di falene e di pipistrelli attratti dalla luce elettrica. Dicevano di stare meglio a frescheggiare qui che in strada, perché il nostro susino con la sua grande chioma rilasciava una certa frescura profumata dai frutti.

Mi ero costruito un fucile di legno che sparava proiettili ricavati dalle camere d’aria di bicicletta, salivo sull’albero dal ramo più grosso che sporgeva in terrazza, esploravo il nostro orto per sparare al gatto mentre stuzzicava le galline ovaiole che ruspavano la terra in cerca di lombrichi. Lanciavo gli elastici imitando il suono di uno sparo, mentre i colpi che non andavano a segno rimbalzando sui muri facevano come un sibilo che si perdeva sull’eco. Se lo colpivo, il gatto con tre salti fuggiva a nascondersi tra le grandi foglie di una zucca, o ai piedi della siepe di rosmarino o di salvia. A un certo punto la caccia grossa mi aveva preso così tanto che trascorrevo interi pomeriggi appollaiato sull’albero. Un giorno colpii un piccione che stava beccando il granturco delle nostre galline, lui barullò un po’ intontito prima di prendere il volo, ma dall’entusiasmo persi l’equilibro e caddi dal ramo rompendomi una gamba. Un salto di almeno cinque metri. Fui portato di corsa all’ospedale e così il mio anno scolastico finì con un mese di anticipo.

Certe sere, sfruttando quei tranquilli momenti in attesa della cena, mentre mia madre apparecchiava, mio padre mi parlava e annaffiava la terrazza per rinfrescare l’aria intorno al tavolo dove avremmo mangiato. Allora non lo sapevo, ma hanno fatto grossi sacrifici perché in quegli anni per lui c’era poco da lavorare e mia madre aveva disseminato debiti in più negozi di alimentari e di abbigliamento. Quando ero sui sedici anni usarono questi ricordi per ricattarmi, ecco come l’ho scoperto: non potendo più obbligarmi a pensarla come loro tentavano di farmi nascere il senso di colpa. È duro essere figli unici, e queste cose, una volta cresciuto, le senti addosso come un senso di responsabilità verso te stesso e gli altri che a volte travalica ogni logica. Niente tristezze, è solo un dato di fatto con il quale convivere. Una volta avevo fatto una bandiera di stoffa rossa che poi esposi sui rami più alti del susino, in modo che tutti la vedessero. Nel vicinato si cominciò a dire che era la bandiera dei comunisti, così i miei genitori, con arretrati da pagare in ogni negozio, mi costrinsero a toglierla. Per questa ingiustizia piansi fino a farmi venire i crampi allo stomaco, maledicendo la stupidità dei vicini e la vigliaccheria dei miei. Chi erano per me i comunisti, all’età di otto anni? Niente, una parola come un’altra, che sentivo pronunciare ogni giorno senza riallacciare a persone fisiche diverse dalle altre. Ho scoperto molti anni dopo che anche i miei genitori erano comunisti, quando anch’io stavo per raggiungere l’età per votare. Prima non avevano mai esposto le loro idee politiche apertamente con me. Sì, li sentivo parlare di politica in presenza di altre persone adulte, ma come se fosse un discorso iniziato chissà quando.

La cena in terrazza era sempre un rito scaramantico per cacciare via i fastidi, la noia e le cose tristi che ci erano capitate durante la giornata, i miei genitori erano ancora abbastanza giovani, ma in quei momenti dimostravano sempre meno degli anni veri. Mentre il vento faceva frusciare le foglie del susino, ogni risata che gli veniva dal cuore finiva per amplificarsi. Una cena me la ricordo in modo particolare perché si misero a discutere su chi aveva più metodo e velocità nel lavoro. Quella sera erano più allegre anche le mosche che si posavano sugli avanzi nei piatti e sui nostri volti un po’ sudati. Soprattutto mio padre era particolarmente felice, perché finalmente aveva trovato un lavoro fisso e così sullo stipendio avrebbero potuto farci conto ogni mese. Tirata la cinghia per saldare i debiti, con un po’ di accortezza potevamo pianificare la soddisfazione di toglierci delle voglie.

– Io lavoro forte – disse mio padre, – non mi fermerebbe neppure un treno di cento vagoni.

L’improvviso sorriso di mia madre assordò anche il fruscio delle foglie mosse da una leggera brezza di vento.

– Che ridi, … è la verità.

– Non ti ho visto sul lavoro, ma …

– Ma cosa?

– … quando ti mando in un posto per una commissione, non ti sbrighi mai a tornare.

– Fare la spesa non puoi paragonarla a un lavoro in cantiere.

– Non posso?!

– Non è la stessa cosa fare le faccende di casa e tirare su un muro.

– Che c’è di tanto diverso?

Lei scuoteva la testa divertita.

– La fine del mondo, c’è di diverso!

– Mi fai ridere come una bambina.

– Quel muro si deve costruire a regola d’arte, altrimenti frana giù.

– Perché la spesa? I soldi che guadagni altrimenti finirebbero subito.

– Un mattone dietro l’altro, per tutto il giorno, con la consapevolezza che a un certo punto ci abiteranno degli esseri umani.

– Bevi, … fai meglio.

– Non ci piove: nel lavoro conta la qualità, ma in fondo alla giornata deve fare comparita anche il frutto del tuo sudore.

– Anche i piatti devono essere ben lavati, altrimenti mangeresti tra la sporcizia del giorno prima.

E rideva mia madre. Ridevano entrambi, a singhiozzi.

– Non ci siamo capiti, … vuoi dirmi è più complicato lavare i piatti che tirare su un muro?

– Per portare in fondo ogni giorno una faccenda noiosa, a volte ci vuole tanta forza d’animo. Tanta tanta, … credici, … non lo faccio per il gusto di contraddirti.

– I muri devono essere dritti, hai visto mai una casa pendere?

– Come no! … la torre di Pisa sta in piedi per miracolo.

– Che c’entra la torre di Pisa, io parlo di una casa dove vivono delle famiglie e dei bambini. Un muro cresce facendo il filo a piombo tra due regoli fissati al pavimento e al soffitto. Tiro una cordicella tra i due regoli e guardo con l’occhio la distanza che resta tra il muro e il filo. Un centimetro d’aria, non di più. Mattone dopo mattone.

– Mi fai ridere, mi fai.

– E di muri ogni giorno devo alzarne almeno quattro, che ci riescono a fatica anche i muratori più esperti.

– Allora sei un veicolo!!! – urlò mia madre ridendo.

– Un veicolo? … Ma va’!

– Esatto, sei una macchina che non si stanca mai.

Ricordo tutto ancora così bene, avevo le mani incastrate tra il piano della sedia e le cosce, li fissavo e ascoltavo incantato, perché era raro capitasse di vederli discutere da posizioni così diverse senza accanimenti o cattiverie represse da rinfacciarsi; si prendevano in giro scherzando, senza strascichi.

– Non mi sfottere, perché al lavoro sono consapevole delle mie capacità.

– Ma nelle faccende di casa non aiuti un bel niente – lei ribadì convinta ma divertita, dopo un istante di ponderazione.

– Mi annoio perché queste sono cose da donne.

– Appunto, sei un veicolo nel tuo lavoro e basta.

– Anche quando ti abbraccio però, che ti faccio ribaltare il cervello.

– Sei un cretino! Ecco cosa sei, …a parlare in questo modo.

Mio padre alzò il bicchiere per brindare e mia madre gli andò dietro.

Li fissai intensamente negli occhi e sorrisi.

Quella sera d’estate uscimmo a mangiare il gelato in centro e rientrammo dalla passeggiata dopo mezzanotte, stanchi e accaldati.

A quel punto però qualcosa già stava cambiando, tutti i giorni alla Tv davano dei film d’avventura e quando finivano in me si era persa anche la voglia di andare a giocare in terrazza. Stare alla televisione esauriva un po’ la fantasia, perché non avevo più stimoli a inventarmi dei giochi. Le montagne erano scomparse dal mio sguardo già da alcuni anni, nascoste dai nuovi palazzi. Quasi per caso un giorno mi accorsi che le foglie del nostro susino stavano ingiallando. Era vero che non giocavo più sull’albero, ma quella pianta mi stava sempre a cuore, così corsi da mia madre e la informai. Mi disse che era un effetto causato dalla siccità di quell’estate così afosa, che anche gli alberi ogni tanto si ammalavano. La sua risposta non mi lasciava tranquillo così decisi di curarlo con le mie forze. Iniziai ad uccidere tutte le formiche che salivano sul tronco in una stressante fila indiana. Impresa titanica, perché più ne uccidevo più che arrivavano di nuove dal terreno dell’orto. Per questo pensavo che fossero la causa del suo male. Dopo una settimana di stragi c’erano molte più foglie ingiallite e i frutti acerbi cadevano a terra. Pensai che forse gli serviva dell’acqua, ma se è per questo non avevo mai visto mio padre annaffiarlo. Ancora qualche giorno e le susine cadute si moltiplicarono, mentre le cime dei rami più esili già si spogliavano delle foglie come in pieno autunno. Una sera lo vegliai fino a tardi, cercando di capire se la causa della sua malattia si manifestasse con il buio, ma anche a quell’ora non accadde niente di particolare. Era un mistero e non riuscivo a darmi pace.

L’agonia del nostro susino si protrasse fino a ottobre, poi, un sabato che aveva libero dal lavoro, mio padre decise di abbatterlo.

– Aspetta babbo, è stato con noi così tanto tempo.

– Spartaco, non c’è altra soluzione… Peccato però.

– Chi l’avrebbe mai immaginato -. Si era intromessa anche mia madre.

– Ma può riprendersi babbo. Il sacerdote al catechismo a scuola ci ha raccontato che era stato testimone di una morte apparente. Dicendo messa per un funerale sentiva provenire dei rumori dalla bara, l’hanno aperta e quell’uomo è uscito fuori spiritato, ma vivo.

– Lascia stare le barzellette dei preti – disse mio padre ridendo.

E mia madre: – È inutile aspettare Spartaco, … fa più tristezza questa pianta secca qui davanti agli occhi a ricordarci che si muore. Se non c’è il susino, avrai altre cose vive a cui attaccarti.

In quello spazio che si sporgeva sui campi come una mano protesa ho trascorso molta della mia infanzia, in compagnia di un binocolo, del mio gatto, degli album da disegno dove facevo gli acquerelli, dei soldatini di plastica con i quali guerreggiavo sperimentando tattiche militare di ogni epoca della storia umana. Ero un ragazzo curioso, vivace e ribelle, ma in quella terrazza tutte le ansie si addolcivano per dare spazio a una forma di equilibrio grazie alla quale, ogni cosa facessi, non sentivo mai nessuna fatica. A volte fantasticavo che gli antichi studiati a scuola avessero giocato a inventare degli eroi per combattere la noia eterna solo per sfizio di competizione, un po’ come egoisticamente immaginavo il tempo deformato dai giochi che facevo in quello spazio circoscritto, ma mentre mio padre stava tagliando il susino e la nostra terrazza si riempiva di rami e di frasche, mi sembrava davvero piccola, come non lo era mai stata ai miei occhi. Ogni suono e ogni colpo d’ascia si riducevano a un sordo rumore rimbombante in un volteggiare di segatura e di foglie secche sbriciolate, e dello stesso tono erano le voci, ogni passo, tutti gli oggetti che spostava mia madre per non fargli prendere troppa polvere. Volevo sentirmi utile ma non ci riuscivo. Tutto mi sembrava assurdo, la terrazza era come una donna nuda che si vergognava di essere guardata.

Naturalmente aveva ragione mia madre: si deve sempre guardare avanti, … nonostante tutto. Oltre al susino anche molte di quelle persone su cui avvicino dei pensieri ormai non ci sono più. I genitori li ho in testa ogni giorno perché conservo tanti beni anche materiali che gli sono appartenuti, invece delle altre persone adulte che ci sono state nella mia infanzia certe volte non ricordo nemmeno i nomi. Mi tornano davanti dei volti, dei particolari, delle frasi e dei sorrisi, magari il tono di una voce. Immagini vaghe, gesti ripetuti, … nient’altro. È più naturale quando vado al cimitero a far visita ai defunti, scorrere lo sguardo tra le lapidi per leggere un nome e cognome collegato alla foto di un volto, solo così una certa persona torna in vita in un modo quasi fisico. Mentre per il susino è diverso, sembra sempre che sia esistito solo nella mia mente.

 

NOTA: Il racconto La vita dell’albero e la mia è stato pubblicato sul numero 77 di Nuovi Argomenti – IL FANTASMA NELL’OPERA – gennaio/marzo 2017.

un uovo all’occhio di bue

di Angelo Australi

[…] Secondo me è una vergogna che nel mondo ci sia così tanto lavoro. La cosa più triste è che lavorare è tutto ciò che un uomo può fare per otto ore al giorno, un giorno dopo l’altro. Non si può immaginare per otto ore al giorno, né bere, né fare l’amore, per otto ore. L’unica cosa che si può fare per otto ore è lavorare. Ed è per questo che l’uomo rende se stesso, o chiunque lo circondi, così miserabile e così infelice”.

(W. Faulkner, da “Intervista a W. F., di Jean Stein del Heuvel)

La cucina era esposta al sole di mezzogiorno, così Marisa prima di servire in tavola socchiuse le persiane. Indispettito Bruno si voltò verso la moglie e accese la luce dicendo che al buio ci sarebbe stato da morto, quando mangiava preferiva guardare il cibo che stava nel piatto. Continua la lettura di un uovo all’occhio di bue

L’esistenza emorragica

di Donato Salzarulo

                           
              Non si placa
              l’emorragia di gennaio
 
Chissà il cervello, mi dico,
apprensivo, chissà
se prima o poi un grumo
di sangue non esploderà
sul più bello fra i neuroni
e mi lascerà silenzioso
a vegetare, per me che parlare
parlare è la torta del cuore.
 
A mia madre certe volte il sangue
affiorava spontaneo sui denti.
I capillari scoppiavano spesso.
Aveva lividi sulle braccia,
sul collo, sulle gambe. Seguiva
una terapia anticoagulante.
Temeva urti, tagli, impatti
violenti. L’esistenza emorragica.
Portava sempre con sé fazzoletti
di carta.
 
                  Il cuore esplose
all’alba del diciannove aprile
del Novantanove. Le lasciò un rivolo
di sangue all’angolo sinistro
delle labbra e la trasferì altrove.
 

Birillo e la lucertola. Fiabe d’amore e di vita.

 

di Rita Simonitto

[Era l’agosto del 2020, quando, pur dubitandone, sembrava che la morsa delle restrizioni pandemiche si allentasse permettendo agli animi di aprirsi verso una maggiore riflessività dando valore alla socialità ritrovata. Oggi, dicembre 2021, reiterato l’inganno, si è squarciato il velo di Maya mostrando una umanità incattivita, organizzata per bande, incentrata sulla concretezza delle risposte più che sulla molteplicità delle domande e dei dubbi. E, tragedia nella tragedia, anche la parte sognante dell’infanzia ne viene coinvolta: piccoli Balilla obbedienti crescono… Così mi chiedo se anche la leggerezza delle fiabe (non scevre, comunque da insegnamenti) potrà trovare cittadinanza]. Continua la lettura di Birillo e la lucertola. Fiabe d’amore e di vita.

“Il Ballo” di Irène Némirovsky


di Teresa Paladin

Ecco alcuni spunti di riflessione che Teresa Paladin ha suggerito durante l’incontro del nostro gruppo di lettura all’Associazione il Giardino di Figline Valdarno, giovedì 25 novembre, parlando di un racconto per certi versi esemplare, come può esserlo Il ballo, di Irène Némirovsky. Tra i partecipanti al gruppo si è accesa una vivace discussione, racconto e temi trattati davvero stimolavano. (A.A.)

In un salotto di “nuovi ricchi” inizia la storia, con la Signora Kampf teatrale nell’aprire la porta tanto da far tintinnare le gocce del lampadario di cristallo. La figlia di 14 anni, Antoniette, è subito aspramente rimproverata perché restia ad adeguarsi alle nuove norme comportamentali adottate dal mondo dell’alta borghesia ma molto distanti rispetto alle umili origini della famiglia.
Il conflitto madre/figlia è evidente fin dal principio, e mentre Antoniette accetta la pantomima materna impostale, una sorta di recita di buona educazione comportamentale, sente ritornare dentro di lei quell’avversione profonda verso gli adulti che a volte le occupa la mente. In ambito adolescenziale gli sbalzi umorali sono la regola, ma qui troviamo una ragazzina che in realtà ha timore, “paura” degli adulti, sentimento che ha iniziato a provare da quando era finito il tempo delle carezze e dei baci e la voce irritata della madre la brontolava frequentemente.
Una mamma scontrosa, vanitosa, “gelosa” della sua bimba in fase puberale, tutta centrata sull’aspirazione a vivere la sua nuova posizione sociale repentinamente arrivata per un colpo di fortuna speculativo.
E mentre la signora Kampf sta attendendo questo ballo che la consacrerà nell’ambito dei salotti altolocati parigini come parte dell’aristocrazia finanziaria, la figlia è costretta a una educazione rigida e priva di libertà: Antoniette si sente così trascurata mentre sta ricercando la sua quota di felicità negata dall’ intransigenza materna.
Il ballo è la storia di questa attesa dell’evento celebratore dei nuovi fasti della famiglia Kampf, in una villa dove vasellame, musicisti e domestici costituiscono una coreografia studiata nei minimi dettagli e supervisionata dall’organizzatrice dell’evento.
Ma c’è un altro significato da assegnare al titolo: il ballo vero è quello che si gioca tra madre e figlia, in un crescendo di tensione fino allo scioglimento finale.
Una madre che si rivede nella figlia: quando aveva la sua età anche lei era recalcitrante e piena di vitalità! Una figlia che a piccoli passi scoprirà la somiglianza gestuale con la madre, restandone basita ma forse anche ciò le darà sicurezza emotiva e capacità di intraprendenza.
Il rapporto madre/figlia, strutturale nell’adolescenza e che per certi versi segna la vita, è ovviamente destinato a mutare: una madre che sta invecchiando, una figlia che sta sbocciando al futuro, una gelosia che vorrebbe impedire l’esplosione della giovinezza nell’arco di una settimana imboccheranno sentieri imprevisti.
Dalle schiavitù e dalle prigioni, ingegnandosi, si può uscire, suggerisce la Némirovskj, e la notte narrata nel testo è proprio l’inizio del passaggio, della crescita di Antoniette.
Temi dominanti del racconto sono l’invidia e la paura, l’ansia e la ricerca di felicità, che legano e dividono le due figure femminili, ma anche il desiderio di emozioni erotiche.
Splendidamente cinematografica la scena della vestizione della signora Krampft che indossa di tutto: anelli, perle, bracciali, la vanità completamente soddisfatta, la vera vita cominciava… e sogno dell’amante giovane e bello a completamento della sua ascesa repentina e fortunata a livello sociale spazia con leggerezza nei suoi pensieri. Meraviglioso all’interno del testo, nello spannung dell’attesa, il parallelismo sonoro che rimbomba nella casa, splendide sonorità degli orologi e campanone della chiesa cupo, mentre anche la voce diventa umana diventa rauca… Némirovskj gioca con le atmosfere ambientali, musicali, antropologiche perché la rete delle assonanze sottolinea l’attesa di un trionfo che tarda ad arrivare.
Nell’attesa del ballo, in un climax di nervosismo si inserisce la tematica dell’ipocrisia sociale, in un confronto sulla punta di scarpette da ballo per così dire, tra la signora Kampf e Isabelle, un trionfo della competizione tra donne legata alla gelosia, mista a falsa pietà, esibita e mielosa considerazione in una commedia recitata fino in fondo.
L’allontanamento della dominanza della figura materna conduce ad ogni buon grado Antoniette a spiccare il volo e a spalancarsi in modo nuovo al mondo degli adulti, col ribaltamento finale delle prospettive: e mentre la paura scompare, appare nella ragazza la consapevolezza della fragilità di tutti gli esseri umani, adulti compresi!
Un grande affabulatrice di immagini e dettagli ripresi dalla vita quotidiana, la Némirovskj, che pare abbia in qualche modo ripreso la figura della madre reale in questo rapporto tra Rosine e Antoniette, come spesso accade in letteratura, in cui modelli e comportamenti dietro l’immaginazione letteraria nascondono spiragli di vita vissuta.

Il merlo del Perù

di Rita Simonitto

Giorni addietro, senza che facessi nulla per riattivare questa memoria (o forse un contesto particolare me ne aveva fornito gli stimoli) mi sorpresi a canticchiare una filastrocca dal testo un po’ bizzarro. Ricordo che la cantava mia madre. Forse si trovava in uno di quei momenti in cui una specie di bonaccia inframezzava tempeste virulente di ordine sia familiare che di disagio sociale. E, come in un film, accompagnate da questa ‘colonna sonora’, scorrevano immagini provenienti da un mio passato infantile sovraccarico di emozioni contrastanti: disperazioni rabbiose ed ebbrezze magiche.

Ed ecco un cestino di vimini color acqua marina che usavo per portare la merenda alle elementari e che, come un contenitore fatato, volevo sempre con me. E allora capitava che, in certe particolari occasioni me lo tenessi ancora più stretto. E così, sedute su un prato primaverile, mia madre ed io, mentre io lo riempivo di pratoline lei, rammendando qualche cosa, cantava: “C’era una volta un merlo, il merlo del Perù. Era senza saperlo un modello di virtù. Un giorno il merlo disse purtroppo sono solo, almen se prendo moglie, la notte mi consolo. Allodola mia bella tu sei una mia sembiante, allodola mia bella sarai la mia amante”. E senza dubbio le strofe continuavano, ma per quanto mi sia sforzata di recuperare quel seguito, il tentativo è andato a vuoto.

Piuttosto ricordo che anni dopo, ormai ben più grandicella, casualmente riconobbi l’aria su cui si poggiava quella filastrocca. Aveva a che fare con il Fra’ Diavolo: “Quell’uom dal fiero aspetto, guardate sul cammino/lo stocco ed il moschetto/ha sempre a lui vicin./ Guardate un fiocco rosso/ei porta sul cappello/e di velluto indosso/ricchissimo mantel.//Tremate!/Fin dal sentiero del tuono/dall’eco viene il suono/”Diavolo, Diavolo, Diavolo.” La musica era proprio quella!

Che avevano da condividere questi due mondi completamente diversi? Mah!

Se ripenso ad allora, quella canzoncina mi arrivava disinvestita di particolare attenzione, impegnata com’ero a raccogliere margheritine per farne braccialetti da portare alla maestra elementare (una suora, suor Enrica, che spesso intercalava i discorsi con il suo “vabbene vabbene ggià ggià”). Eppure credo che, inconsciamente, mi si infiltrassero domande su come immaginarmi questo merlo del Perù, così speciale da essere un “modello di virtù”, dato che i merli che capitavano sotto il mio sguardo, pur apprezzati per i loro gorgheggi, non mi sembravano niente di che. Certamente c’era il becco di un arancione singolare che spiccava come una lama sul lustro piumaggio nero. Oppure gli occhietti mobilissimi bistrati di giallo. Ma non finiva lì. Se mi sforzo di ricordare, quell’alone di mistero si confrontava con altre esperienze singolari legate alle rare passeggiate nei campi assieme a mio padre, il quale si reggeva a stento sulle gambe quando tornava emaciato dai permessi temporanei che gli venivano concessi da un qualche sanatorio. Poi lui sembrava rivitalizzarsi, eccitandosi quando incocciavamo in un nido di merlo nascosto in una rosta. E allora gli prendeva una specie di frenesia, dovevamo subito allontanarci per evitare che la mamma merla, insospettita dalla nostra presenza, abbandonasse la cova. E doveva strattonarmi via dal mio desiderio di prendere in mano uno di quegli ovetti screziati, misteriosi perché dentro c’era una vita. E mi sgomentava la sua collera quando mi opponevo: “Così li uccidi, così li farai morire tutti!”. Passare per assassina non era certo il massimo così mi mettevo a piangere. Ma oggi mi chiedo, in quei suoi scoppi d’ira a quali assassini faceva riferimento? Chi potevano essere stati per lui i veri turbatori di nidi?

Poi la calma tornava e mi raccontava dei diversi periodi di cova, quando la merla passa, proprio per proteggere le sue uova, dal collocare il nido tra gli anfratti del terreno, perché gli alberi sono ancora spogli, alle nidificazioni successive ad altezze sempre superiori per essere protette dalla vegetazione. E mi parlava del merlo, il suo compagno, che stava di vedetta e vigilava, quando mamma merla si allontanava per cercare cibo: e se c’era un pericolo mandava un richiamo particolare. Ero affascinata da queste storie al punto tale che avrei voluto provocarle: sentire com’era fatto lo zirlo del merlo in presenza del pericolo, ma mi bloccava il timore di produrre delle catastrofi a causa della mia irrispettosa curiosità.

Ciò nonostante, percorrendo le frammentarie strade dell’inconscio, il merlo del Perù continuava ad alimentare i misteri e io non osavo porre domande anche perché, in quella sua nenia, sembrava che mia madre fosse persa in qualche suo sogno, mentre io, dall’altra parte, pur presa dalla mia attività di confezionatrice di monili floreali, non riuscivo a distogliermi da quella presenza enigmatica che lei rappresentava… Forse che lei da qualche parte aveva visto il merlo del Perù? Era forse lei quell’allodola che cantava con voce così armoniosa e…

O invece quel canto, come per magia, aveva il potere di far sparire la miseria nera del dopoguerra, le tragedie familiari di mariti-soldati tornati feriti non solo nel corpo ma anche nello spirito… pensava a questo mia madre mentre con sua figlia piccola accanto a sé cantava e chissà sognava un mondo di armonia nella natura o, tutt’al più, il vendicatore degli oppressi, Fra’ Diavolo? E perché il merlo del Perù si sentiva solo: era incomprensibile, a maggior ragione essendo lui un modello di virtù. Perché, perché, perché… Ma la stagione dei perché era finita da un bel pezzo. Non ininfluente il fatto che mio padre mi diceva: “invece di domandare sempre in modo così precipitoso, osserva, ascolta!” Ovviamente attitudini che lui non metteva in pratica!

E avrei voluto chiedergli che cosa si potesse fare poi con le osservazioni e con gli ascolti, ma ormai era già partito per altri ricoveri ospedalieri!

Ma come mai oggi mi tormenta non soltanto questa filastrocca ma il fatto di non ricordarne il seguito? Che cosa rispose l’allodola?

Forse perché la giornata di oggi è uggiosa di fuori e anche di dentro. O forse l’aver letto la statistica drammatica dell’entità crescente dei suicidi tra ragazzi mi ha sconvolto fin ogni dire. Uno su sette, si legge. In aggiunta, il drammatico quadro di nascite ridotte… e poi di quei figli che pur sono arrivati e che però abbandonano la partita mi scava dentro una ferita. Che sta succedendo? O che cosa può succedere quando non c’è un’idea di futuro? E nessun accompagnamento verso il futuro?

Una certa vulgata punta il dito accusatore sulla pandemia, sul come è stata gestita, i lock down limitativi … ma non credo che si tratti solo di questo. Perché tutto questo ha rappresentato l’emergente, la punta dell’iceberg… sotto c’era la parte nascosta che, non vedendosi, permetteva a tutti di continuare a ballare spensierati, come avvenne sul Titanic, fino all’ultimo secondo. Quello che non si vede (o non si vuole vedere) è come se ‘non ci fosse’. E ci si accorgerà della sua presenza solo quando il tragico impatto sarà avvenuto!

Ecco il ronzio del cellulare, un mio collega, ciao, ciao Guido, come va?

I soliti ‘rompighiaccio’ di prammatica. E’ da un po’ che non lo sento. Da quando si è trasferito di Regione. Ha immaginato che tornando là dove era cresciuto e aveva vissuto per molti anni sarebbe stato più in contatto con il territorio, con le sue peculiarità, “sai, nel nostro lavoro, anche questo è importante! Come parlare con la nostra lingua madre”.

Ne convengo. Anche se pure la lingua dei padri ha il suo peso, non solo psicoanaliticamente parlando, ma anche sotto l’aspetto della trasmissione dei valori. Si tratta solo di salvare nidi? O non anche di riconoscere ciò che diceva J. W. Goethe: “Ciò che avete ereditato dai vostri padri, guadagnatevelo, in modo da poterlo possedere”? Ma non ho voglia di parlarne con Guido adesso. La ‘dissonanza cognitiva’ (L. Festinger) oggi imperante, mi inibisce anche il più sano desiderio di confronto. So già che lotterò ad armi impari.

“Sei un po’ moscia, ti è successo qualche cosa?”

“No, no. Non mi è successo niente”.

Eppure qualche cosa si è mossa dentro di me. Ma non so come articolarla, come mettere assieme frammenti di passato ed una realtà che, violenta, fa irruzione in un quotidiano che sembra sonnecchiare, o, tutt’al più, avere rigurgiti di operatività, “dobbiamo fare qualche cosa”, “faremo così e così”. Ma sempre a valle e mai a monte. Mai un pensiero a monte. E allora l’esperienza storica (sì, anche quella personale) a che cosa ci serve?

Nel mio piccolo privato, come faccio a far stare assieme (ammesso che ci stiano assieme) e poi a comunicarlo, il “merlo del Perù” – con tutto l’apparato fantastico/storico che l’accompagna – con la crudezza apparentemente insensata di un suicidio giovanile? Non lo so. Forse sto, come si suol dire, partendo per la tangente? Forse, si!

Così il dialogo con Guido prosegue senza scarti emotivo/cognitivi di rilievo al di là della sua interessante idea di propormi per un tavolo di lavoro che coinvolga, trasversalmente, sociologi, psicologi e amministratori sanitari per la gestione della situazione pandemica (e, si auspica, post pandemica).

Nel mentre parlo, camminando su e giù per la stanza con il cellulare in mano, mi sorprendo a fermarmi ad una finestra che di fronte contempla un gelso, ormai vetusto, il quale, in modo surreale, sembra protendere i suoi nodosi rami, ormai depauperati dalle foglie, contro i vetri, verso di me: è una scena lugubremente minacciosa, tant’è che mi ritraggo spaventata da quegli artigli …

“Ehi, Giovanna, che c’è? Giovanna, Giovanna!” grida Guido.

“No. No. Non è niente. Solo il passato che ritorna”, gli rispondo, criptica.

Chiudiamo la conversazione che cerchiamo di stemperare con qualche battuta di spirito sulle odierne vicende politiche (la pensiamo diversamente ma ciò non ci impedisce di confrontarci, prendendo ciò che possiamo prendere e senza ostilità. Forse fa da base un antico affetto che ci lega). Solo che mi sovrasta l’immagine di quei rami di gelso, quelle scheletriche braccia che prepotentemente vogliono entrare nella stanza e mi sento tremendamente sola.

“Ah, Guido… Ascolta! Ma no, no. Ciao!”

E che? Gli avrei cantato le strofe del merlo del Perù? Magari ci avrebbe fatto su una sghignazzata. Soprattutto al passaggio “Un giorno il merlo disse, purtroppo sono solo, almen se prendo moglie la notte mi consolo”.

La grassa risata del mio amico che dilaga e contagia i presenti! Nello stesso tempo avrei voluto uscire dalla filastrocca e chiedergli: “Si consolerebbe davvero con la sua ‘sembiante’? Con quella che lui desidera come suo ‘simile’? Ma quale similitudine? Nel canto, forse? Tutti d’amore e d’accordo? Ma se tutti sono d’accordo, non c’è conflitto, non c’è evoluzione! E poi le sue merle, o la ‘sua’ merla?”. Voleva una avventura diversa? Già. Quanti veloci pensieri si sbattono impazziti nella mente…

E poi mia madre, la mia dolce madre, così fragile e indifesa, ragionevolmente stufa dei disagi all’interno di una coppia segnata dalle disastrose conseguenze di una guerra, forse avrebbe voluto per sé un amante, con cui cantare le stesse canzoni, vivere all’unisono in tutto e per tutto? Due cuori e una capanna?

E io? Che posto avrei avuto io in quel sogno così avviluppante, che li avrebbe stretti, avvolgendoli, su e su, di gorgheggio in gorgheggio fino a divenire due puntini nella vastità del cielo?

E dunque, io? Frutto invece dell’incontro importante tra due diversità… allora non ci sarei stata? E bla, e bla e bla.

Ma non avrei potuto parlargli di queste cose: “ah, ah, ah, ih, ih, ih” – la sua multiforme ridariola (tradotto in un più colto fou-rire, sfrenato) – “dai, Giovanna. Non stare ad arzigogolare! Concentrati sui problemi! Quelli ‘veri’, ‘minchiolina mia!’ (perché mi chiami ‘minchiolina’ non l’ho mai capito, né lui me l’ha mai saputo spiegare).

No, certo. So che non gli parlerò di questo, abbiamo tante altre cose su cui confrontarci. Non me la prendo, sicuramente! Ma percepisco un limite nel confronto, limite verso il quale sono (un po’, ma solo un po’) attrezzata. Oltretutto posso attingere ad altre risorse, la fantasia non mi manca. Pensarla diversamente rispetto ad un pensiero ‘unificato’ ovviamente mi dispiace ma non mi sconquassa.

Ma un giovane di oggi? Che cosa può fare se deve confrontarsi con un massiccio modello uniformante? Che fa? Chi trova a sostenerlo? Si omologa? Entra in guerra? E con chi? Con se stesso perché si sente inadeguato? Diventerà lui il suo nemico da abbattere? E il suo corpo diventerà il suo campo di battaglia? Vincitori o vinti? No, non voglio continuare da sola con queste domande che ho già tentato di proporre ma con scarso o nullo successo.

Fuori è salito un vento turbinoso e freddo: mai vista una stagione così stranita, anche le tartarughe che dovrebbero apprestarsi al letargo sembrano disorientate da questi sbalzi di clima, dovremo tenerle d’occhio perché non possiamo metterle nel terrario per il loro sonno semestrale né troppo precocemente né troppo tardi.

Tutto sembra drammaticamente sovvertito! Sovvertito? Sì. Ma non perché c’è stata una legittima ‘rivoluzione copernicana’, in cui si condensano studi, sperimentazioni, ecc. ecc. No. E’ solo… no, non lo posso dire e quindi mi taccio!

I rami del gelso graffiano contro i vetri, spinti da quella forza rovinosa contro la quale non fanno resistenza. Sembra essere nella loro natura assecondarla.

Io, no.

Chiuderò gli scuri!

Conegliano 15.10.2021

Gente di Colognom

Prenarratorio  1982

di Ennio Abate

1.

La vecchia e i bambini

Il cortile era un rettangolo di prato verdastro chiuso dal muro basso dei box per le auto. La luce del caldo pomeriggio era intensa e, tranne il gatto nero acquattato sotto l’ombra del roseto, lì c’era solo quel gruppo di cinque bambini e bambine. Trasportavano dei vecchi mattoni, forati, sporchi di calcina e depositati giorni prima accanto al muro del condominio in attesa d’essere trasportati in discarica. Volevano costruire un loro immaginario fortilizio. Ci avevano lavorato da un bel po’, quando dal retro della panetteria che dava sul cortile spuntò d’un tratto la prestinaia. Era una anziana bassa, con le labbra piccole e lo sguardo maligno. I bambini l’osservarono. Dapprima allarmati. Videro che avanzava armata di una zappa. Poi, raggiunto il muretto di mattoni che avevano appena messo su, glielo distrusse, sbraitando. Ed era rientrata nel suo negozio, ancora chiuso al pubblico per l’intervallo di mezza giornata, acquattandosi su una sedia, affannata ma forse pronta a tornare all’attacco. Non voleva che i bambini costruissero qualcosa in quel cortile. Non voleva che vi scendessero di pomeriggio dai vari appartamenti. Non voleva che esistessero.

I bambini s’erano dispersi. Poi i più grandi e tenaci avevano deciso di continuare. Ripararono il danno e ripresero il lavoro di prima. La donna allora era risalita in ascensore nel suo appartamento al sesto piano del condominio e dopo qualche minuto aveva buttato due secchiate d’acqua dal balconcino del ballatoio. In risposta sberleffi .

Persino alcune ore dopo, quando avevano smesso quel gioco e si divertivano a tirar calci a un pallone, era rispuntata con in mano una scopa e aveva cercato di colpire di sorpresa il biondino che le voltava le spalle.

2.

La madre e la bambina

La bambina in cortile.  Era un riquadro di prato. La madre alla finestra della cucina al primo piano. Ogni tanto s’affacciava e la sorvegliava. In un modo asfissiante. Come una che, a sua volta, si sente continuamente sorvegliata e deve dar conto. E per questo, la bambina in mezzo al gruppo era impacciata. Occhi più spauriti di quelli delle altre e la voce così fievole da rimanere soffocata. La madre era riapparsa varie volte col suo faccione apprensivo. La bambina percepiva il disprezzo delle amiche. E queste avevano colto il viscido filo che la tratteneva alla madre. Dopo un po’ cominciarono a canzonarla. Allora sua madre s’affacciò ancora e inveì contro di loro, rabbiosa e isterica. Afferrò dal cestino dell’immondizia una buccia di banana e la gettò con forza contro le bambine. Quella colpita reagì e ributtò la buccia di banana contro la donna. La colpì in pieno viso e tutte si misero a ridere. Allora la donna gridò: maleducate! E richiamò la figlia costringendola a rientrare in casa. La bambina salì di corsa le scale. Piangeva, mentre da fuori si sentiva un crudele canto di vittoria. La donna tirò giù la tapparella e sgridò la figlia appena se la vide davanti. Di tanto in tanto raggiungeva la finestra e di nascosto spiava tra le fessure della tapparella le bambine che continuavano indifferenti a giocare.

3.

I bambini parlavano del cortile come di un territorio che dovevano continuamente difendere dagli adulti invasori. I nemici più insidiosi erano i negozianti al pianoterra del condominio: la barista, che si lamentava per i danni alle sue piante; il fruttivendolo, che voleva tenere sempre pulito il pavimento dell’ingresso di servizio del suo negozio; la prestinaia, che nell’intervallo pomeridiano dormiva e non voleva sentire schiamazzi o urla. E pure un nugolo di mamme, sorelle, nonne – e a volte padri – era spesso in agguato da finestre e balconi. Per sorvegliare, sgridare, intervenire pro o contro qualcuno, richiamare.

4.

In un solo anno s’era indurita. E aveva fatto in successione scelte che nella opacità di quelle esistenze di periferia apparvero drastiche. Finché durante l’occupazione delle case aveva tentato il suicidio. Eppure mesi prima sembrava stesse sbocciando. Impiegatuccia al suo primo lavoro e studentessa in una scuola serale di Milano, era arrivata nella nostra sede per farsi aiutare a preparare il suo primo volantino. E s’era fermata ad ascoltare – in piedi, in un angolo – quella gente strana che, seduta, ammucchiata attorno a un tavolo, fumava e criticava padroni e sindacati. Per farla partecipare a qualche riunione serale, la coppia dei compagni già con figli avevano dovuto parlamentare con sua madre – una donnina piccola, vestita di scuro, tutta dolore, frastornamento e diffidenza. Poi s’era isolata. O l’avevano isolata. E mai si seppe come fosse arrivata al tentativo di uccidersi. Ne parlarono tutti nel giro. Vagamente e sottovoce. Qualche ragione, chi la sapeva se la tenne in segreto. Schizzata fuori dal giro dei compagni di Colognom, la si vide alle manifestazioni delle femministe. Era con le più accese e separatiste. – Me ne vado, mi licenzio, vado in Brasile. Me lo disse all’uscita della metropolitana in Duomo. Una volta che accettò di fermarsi quando la riconobbi e la chiamai. S’era trascinata con sé anche la sorella più piccola. E circolarono notizie brevi, raccontate frettolosamente. Su viaggi in gruppo di donne attraverso paesi sudamericani; e storie di droga e di violenza in cui erano finite. La ritrovai, anni dopo, una sera. Benzinaia a un distributore sulla tangenziale. Il volto sotto il berretto era ancora più affilato e duro. Avrebbe messo da parte un po’ di risparmi e sarebbe ancora ripartita. Poi – ma quando? – qualcuno disse che era morta. Per un po’ vidi ancora passeggiare – separati – per alcune strade di Colognom suo padre e sua madre. Lui fumava e guardava nel vuoto a quell’incrocio di strade, dove c’era un semaforo e le auto si fermavano una decina di secondi e poteva osservare i volti degli automobilisti. La madre girava tra passanti e auto e il vuoto neppure lo guardava.

5.

Il capogruppo consiliare del PCI

Adesso era il capogruppo consiliare del PCI. Occhialuto. Incanutito. Un figlio. Abitava in un appartamento di sua proprietà. Viveva come prima. in fondo in una condizione di modesto benessere impiegatizio. Non dissimile dal suo.  Eppure  rimaneva una tensione  sotterranea tra loro, quando s’incontravano. Negli ultimi  anni  il sudario della sconfitta aveva aveva avvolto  i compagni del  prof: gli estremisti, i mau mau. Così li chiamava la gente che voleva  invecchiare tranquilla. O nel sopore mite delle cene in famiglia o nel frastuono  dei televisori con il volume a palla. Subito dopo, però, dallo stesso sudario erano stati  fasciati stretti  anche loro:  i compagni delle sezioni, i consiglieri, i funzionari mummificati del Partito. Se in uno dei loro casuali e rari incontri per strada avessero accennato a certi argomenti – la Polonia di Walesa, le declinanti Brigate Rosse, i sindacati avviliti, i giovani piegati e piagati dal ritorno al già provato e alla ripetizione – quelle  due loro esistenze,  dall’esterno così simili e ormai opacizzate, sarebbero state di nuovo squarciate. Come da un cono di luce  irritante, insopportabile. E  quali parole avrebbero cercato per dire quel magma che si sedimentava giorno dopo giorno nei riti ombrosi di una quotidianità che per tutti si era   caricata di equivoci, complicità, stanchezze, tolleranze, non detti? Se smossa,  la polvere sottile di una storia bloccata, divenuta quasi sopportabile in assenza ormai dei venti impetuosi  da cui si erano lasciati  sfiorare o trascinare solo una decina d’anni prima –  avrebbe mostrato ad entrambi sempre quelle stesse parole. E, se le avessero pronunciate – ma ora col fiato in gola quasi strozzato – si sarebbero ancora aspramente  divisi e contrapposti.

 6

Una casalinga

La giovane aveva da accompagnare le bambine alla scuola materna. Per la nevicata inattesa l’auto  – una Renault vecchiotta – aveva difficoltà nel partire. L’aria invernale era gelida. E lei, innervosita, avrebbe voluto  rivolgersi al meccanico, che aveva proprio lì a pochi metri l’officina già aperta. Ma quello dalla soglia la guardava indifferente, come se non s’accorgesse della  pena di lei che cresceva. Allora aveva fatto scendere le bambine, aveva chiuso con rabbia le portiere e con la più piccola in braccio e le altre due che la seguivano calme s’era diretta sullo stradone con gli alberelli spogli ai lati. Faticava a non scivolare.

Rientrando trovò le stanze in subbuglio. I letti sfatti avevano le lenzuola consunte  e macchie di sporco. Bambole, libretti  illustrati e altri giocattoli sul pavimento. In cucina sul tavolino di marmo c’erano i resti della colazione da sparecchiare. Si sentì improvvisamente stanca e addolorata. Il marito era partito per uno dei suoi soliti viaggi. Accanto al letto sul comodino aveva lasciato un portacenere pieno  mozziconi e una bottiglia di vermouth quasi vuota. C’erano i soldi  per la droga che dovevano cercare. Si stese sul letto con il cappotto ancora addosso e s’accese una sigaretta. Dall’esterno i vetri delle finestre filtravano i rumori del traffico. Pensò ai due giovani mormoni americani che sarebbero venuti al pomeriggio per proseguire con lei i colloqui religiosi iniziati da qualche mese.

7.

 L’autoscuola

Se ne stava seduta dietro la scrivania bassa, strappata da qualche vecchia casa d’impiegati e che lì sfigurava tant’era  fuori posto rispetto al resto dell’arredo. Teneva sempre addosso il suo cappotto marrone. E aveva capelli spettinati. Il suo faccione grasso pareva una molle prigione per i suoi  piccoli occhi. Nell’autoscuola c’era solo lei.  Di fronte alle sedie plastificate e ben allineate. Sul muro in fondo grandi tavole illustravano la sezione interna di un’auto con le sue parti meccaniche evidenziate da colori diversi. Sull’altro muro il manifesto pubblicitario enorme con un’auto del primo Novecento  e una donna sorridente accanto. E, ancora più sproporzionato per la vicinanza al manifesto, un calendario con le immaginette dei santi. Quando vide che il marito   posteggiava l’auto dei praticanti con dentro, sui sedili posteriori, altri due clienti che dovevano esercitarsi per la patente, si alzò e con furia si accostò alla portiera che quello stava aprendo urlando: – Porco! Sei un porco! Lo devo dire a tutti. Il marito scese e  rimase quieto e silenzioso. Come se da tempo fosse abituato alla scenata. Alcuni studenti della media si erano fermati a guardare la donna che ancora  lo minacciava.

8.

 Un vecchio

Entrò nel bar per comprare  una bottiglia di vino. La solita che suggellava i momenti di accordo con lei. Un segnale di scherzosa solennità per entrambi. E subito restò imbarazzato. A un tavolino era seduto P. Aveva davanti a sé un bicchiere di whisky e guardava,  assente, due adolescenti che macchinavano attorno al jukebox. Lo salutò ma restò catturato da pensieri contraddittori. In quei pochi attimi sentì come rantolava opaca l’esistenza dell’ex compagno. Omosessuale mascherato e ora alcolizzato e disprezzato da parenti e vicini, nella oscura  deriva dei suoi ultimi anni, era stato spinto adesso  proprio in quel bar.  Finì per non ricordare più la marca di vino che aveva tante volte comprato. L’aiutò,  elencando e andando per esclusione, il barista. Dopo aver pagato, prima di uscire, tornò a salutare P che rispose con voce fredda e lontanissima. Quando riferì dell’incontro, lei gli disse che l’avevano cacciato dalla cooperativa che  amministrava e che sempre più spesso se ne restava a casa. In malattia.

9.

Lui, in tuta da meccanico, ordinò due caffè. Lei, biondastra e invecchiata, gli stava dietro, ma poi si staccò e in disparte prese a parlare con la barista. Anche lui, mentre gli preparavano i caffè, si rivolse ad alcuni  seduti ai tavoli del bar che lo conoscevano. Con una voce dura, rauca, lenta, dialettale.  Quando se ne andarono, quelli che  l’avevano ascoltato fingendo attenzione, ridacchiarono sornioni. Era uno che in modi oscuri e quasi mai puliti s’era arricchito.  Proprietario adesso di una villetta che pareva una fortezza.  La sua autorimessa aveva adesso anche un’officina per le riparazioni  e il forno per la verniciatura. Spesso i carabinieri venivano a fargli visita e lui li accoglieva con familiarità ossequiosa. Era arrogante e pronto a menare le mani. Di lei dicevano che  era stata  battona.

10.

Immobile per ore sul marciapiedi vicino al semaforo dove c’era la vecchia  biblioteca. Guarda fisso  la successione dei rossi, dei gialli, dei verdi? Com’è ingrassato! Per medicinali penso. Gli occhi scrutano assorti. Quando gli passo accanto è come se si risvegliasse. Un attimo di leggera sorpresa. E di allarme. Dai bui metafisici della sua mente in disordine ha intravisto il mio volto? E l’ha riconosciuto? Abbozza un sorriso, ma troppo meccanico. Non  so  se mi riconosce al presente. Un passante che ha visto altre volte. O gli si riaffaccia il volto che avevo quando  – lui studente al biennio –  feci da supplente per una settimana nella classe che frequentava al VII ITIS? O  mi vide in qualche riunione politica al Centro studi di Viale Lombardia?

Lea Melandri e Stefano Ciccone su ” Essere maschi”

Oggi su Facebook , capitato per caso sulla pagina di Lea Melandri, ho letto questo suo articolo del  30 aprile 2019 che mi era sfuggito e riproposto oggi (qui). Lo  riporto su Poliscritture assieme ad un commento dello stesso anno di Stefano Ciccone. Il tema è di quelli importanti e da ruminare a lungo accanto e assieme ad altre riflessioni. Indirettamente e chissà  quando, credo possa aiutare a spiegare, se non a sciogliere, anche certi nodi più o meno stretti o ingarbugliati che inceppano spesso le discussioni fra uomini e donne quando parlano d’altro. [E. A.]

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«Tre raccolte» di Adelelmo Ruggieri

        Letture in quarantena (6)

di Donato Salzarulo

L’ultimo libro di poesie di Adelelmo Ruggieri si intitola «Tre raccolte» (peQuod, 2020, pag. 139, Є 15). La prima, «La casa sulla discesa», comprende testi scritti dal 2012 al 2016; la seconda, «In otto righe», comprende testi che vanno dal 2016 al 2018 e l’ultima, «Silloge fantasma», raccoglie quelli che vanno dal 2018 al 2020.

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