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Il Fortini smacchiato del giovin Marchesini

a cura di Ennio Abate

Ho letto su FB un articolo di Matteo Marchesini, «Su Pasolini e Fortini, per anniversario (dal Foglio)» e mi sono accorto che, accanto alla insidiosa imbalsamazione accademica di Franco Fortini, procede  la banalizzazione della sua figura anche sui social. Provo ancora una volta –  non me l’ha chiesto nessuno –  a difenderne la memoria marxista e comunista. E invito chi ancora ne è capace ad una rilettura attenta anche della sola introduzione  così ricca, problematica e sincera  al suo «Attraverso Pasolini». [E. A.]


1. Attraverso Pasolini (1993)

Introduzione  di Franco Fortini

Aveva torto e non avevo ragione. Una differenza c’è, la conosco. Il conflitto di indoli, poetiche, intelligenze e impegni, che fu il nostro, il tempo non sopravviene a renderlo illusorio più di quanto non faccia con ogni impresa ed esistenza. Lo tramuta in una parte sempre più opaca; ma un’altra renderebbe preziosa, purché ci fosse chi sapesse leggerla come qualcosa di meglio che due singoli destini.

Quando dico che ebbe torto, non parlo della poesia sua, dove fu tale. La poesia non ha né torto né ragione ma presenza. I torti e le ragioni sono semmai nelle risposte di chi ne partecipa. Parlo di qualcosa di diverso dalla passione e dalla ideologia. Con «passione» intendo il progetto che proponiamo a sé e agli altri. Con «ideologia» l’ordine intellettuale delle convinzioni e delle ragioni. Credo che il progetto di Pasolini, ossia la projezione di una complessiva proposta di sé a se stesso e degli altri a loro, sia stato erroneo e senza avvenire; e che il suo rovello intellettuale sia stato spesso o oscurato o limitato da un irrimediabile sconcerto della mente.

Quando dico che non ebbi ragione, non parlo però di quanto posso avere scritto, anche a lui e su di lui. Parlo del non aver voluto né saputo vincere neppure io la passione per il progetto o effigie che venni e tuttora vengo proponendo a me e agli altri, tanto più pronunciando, anzi con accento privato e ‘idiota’, quanto più andavo proclamando impersonalità e oggettività. Sebbene creda, sì, di aver avuto, quanto a Pasolini, ragione nell’ordine della ragione, so di avere avuto torto di fronte all’albero d’oro della vita.

Su Pasolini, le pagine che seguono non sono un saggio ma una raccolta di quanto ne ho scritto in quarant’anni. E anche documenti e lettere del periodo della rivista «Officina». Di che cosa vorrebbero parlare queste pagine?

Vorrei essere utile ai più intelligenti critici che in questi ultimi anni hanno scritto su Pasolini. Sono convinto che una valutazione critica sulla sua opera non possa distinguersi subito dai suoi enunciati ideologici; ma che da quelli debba distinguersi subito dopo. Probabilmente nella propria opera nessuno scrittore italiano del nostro secolo ha accumulato, come Pasolini, giudizi sulla storia contemporanea e la società in cui visse; con altrettanta costanza nessun altro ha fatto di quei giudizi materia del proprio scrivere. Lo ha fatto però in modi che chiedono di venir decifrati.

Serve una lettura linguistica e stilistica che si apra la via attraverso la congerie degli enunciati e delle perorazioni ininterrotte e vi identifichi gli elementi radiattivi per poi, alla loro luce, reinterpretare l’insieme. Quasi sempre, e ci sono anch’io, «ognuno loda, ognuno taglia» e porta a casa quel che più gli conviene. Accade che si sia tentati di dare notizia dei tanti aspetti dell’autore – il fabulatore autobiografico, il lirico, il drammaturgo, il narratore, l’uomo di cinema, il polemista e il critico – e pervenire a una sintesi accettabile. Ma così non si è discesi nei luoghi decisivi, nei nessi più contraddittori della sua scrittura in versi; che, secondo mi è sempre parso, nella sua forma dice alcunché di altro o di diverso da quanto intendesse dire l’intelligenza autocritica del loro autore, resa quasi delirio dall’antagonismo fra volontà dispotica di onnipotenza e celata certezza di impotenza. Ma di questo non qui posso discorrere.

Qui raccolgo quel che dal 1952 a oggi su Pasolini ho scritto: articoli, appunti, saggi, lettere, intenzioni critiche e autobiografiche, polemiche e pretesti. A quelle scritture, le edite e le inedite, accompagno informazioni e commenti, spesso intenzionalmente arbitrari. Non ho avuto in passato, voglio ripeterlo, né ho l’intenzione o capacità di tenere oggi un vero discorso critico sull’opera di Pasolini. Il lettore si avvedrà da solo dei limiti e dei propositi dei singoli contributi. Posso solo dire ad alcuni dei più valorosi critici odierni di Pasolini quel che Šklovskij (più di una volta l’ho ricordato) disse, chiamato da vecchio a parlare a studenti e studiosi di Mosca che scoprivano la scuola formalista di quarant’anni prima: «I nostri avi, gli Sciti, prendevano ogni loro deliberazione due volte, la prima da ubriachi e la seconda da sobri. Voi state ora ripetendo da sobri quel che noi, qualche decennio fa, abbiamo detto nell’ebbrezza».

Che senso ha allora il titolo e di che cosa parlano queste pagine?

In primo luogo parlano di chi le ha scritte, paragrafo di autobiografia qualsiasi. Del genere hanno le servitù, le contraddizioni e l’arbitrio. In secondo luogo, parlano in quanto documenti di una vicenda – di cultura, letteratura e politica – che può essere di qualche interesse per capire che cosa avesse abitato l’immaginario e il giudizio di chi qui scrive attraversando l’opera e i rapporti personali e intellettuali con Pasolini, tanto nel ventennio antecedente la sua morte quanto in quello successivo; e, probabilmente, anche quelli di molti altri.

Equilibrio e distacco mi sono stati impossibili. Non solo perché allora intervenni quasi sempre in occasioni estemporanee (recensioni o lettere); ma anche perché per lungo tempo ogni mia parola a proposito di Pasolini prendeva subito posto a fianco o contro quelle che lui scriveva o altri su di lui e noi.

Non è più così, oggi. Quanto in lui e in me si agitò in quelle occasioni non può non apparire alcunché di incomprensibile, quasi al confine della mania, per un giovane di oggi. Ma non eravamo né pazzi né fanatici. Eravamo, a poco più di dieci anni dalla fine della Seconda Guerra, nel cuore del secolo, ancora ricchi di qualcosa che – scrisse Pasolini – ci faceva piangere guardando Roma città aperta. Le lacrime non sono affatto un buon criterio di giudizio. Eppure mi piacerebbe sapere che cosa possa oggi far piangere un uomo di trent’anni, che tanti allora Pier Paolo ne aveva.

E a uno o due di quei giovani anche vorrei dire: come si impara una lingua straniera, cercate di capire la lingua nostra, solo in apparenza simile a quella che ogni giorno impiegate conversando o pensando. Se ritenete che non valga la fatica, chiudete in fretta i nostri libri e l’età che li produsse; e buona fortuna.

Quegli argomenti non riguardavano insomma lo scrittore e il poeta e neanche la sua o mia biografia: ma la nostra esistenza ossia il senso del nostro essere al mondo, i nostri compiti, le scelte. Non quel suo lavoro o il nostro: ma il modo in cui vennero vissuti e bruciati alcuni decenni. Dico questo pur invocando l’ironia di chi sa quanto sia scarsa, in realtà, l’importanza delle vicende di gruppi intellettuali e letterari. E anche con tutta la rabbia di non aver saputo con bastante energia rifiutare la ridicola e non innocente enfiagione dei ruoli che il potere – o l’antipotere, che del primo non di rado è complice – attribuisce alle corporazioni delle arti e delle lettere.

Perché allora parlare di «torto» e di «ragione»?

Una risposta è in un passo, scritto da me, di una risposta di «quaderni piacentini» per una polemica con Pasolini, in una lettera del 20 ottobre 1964; la si legge a p. 563 del secondo tomo delle Lettere. Lei – vi si diceva a Pasolini – si crede un Poeta «e non invece, com’è, il signor Pasolini autore di poesie che ammiriamo».

Questa distinzione è alla radice. O si leggono, come si debbono leggere, le opere (e anche tutto il sistema significante che chiamiamo vita di qualcuno o di molti o di tutti) come alcunché da interpretare con un lavoro interminabile di ermeneusi, eterno antefatto di un Giudizio Finale che non ci sarà; oppure si accettano le rozze ma irrespingibili ma necessarie divisioni in «generi». E allora, nei sistemi di segni che Pasolini ci ha trasmessi e lasciati ve ne sono di quelli sui quali più che su altri è possibile esercitare le categorie e i giudizi del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto: sono i suoi scritti teorici e critici, gli interventi ideologici, politici, polemici, giornalistici, epistolari, comportamentali. A costo di apparire ottuso, gretto, sordo, cieco e peggio, sempre ho difeso e continuo a difendere che quest’ordine di segni, questi modi del linguaggio, sono giudicabili in logica e in etica, contro le correnti confusioni fra biologia e autenticità, fra oscurità e religione. So di poterlo fare perché so bene che un altro sistema di segni c’è ed è quello poetico-letterario. Altro sistema di segni; che va appreso, come ho detto, nella sua «astanza»; sapendo però che, sottoposto alla traduzione critica che ogni recettore inevitabilmente ne compie, si tramuta da uno ad altro sistema di segni, salvo ricomporsi, per ogni futuro riuso, nella propria originaria figura formale. Così viviamo.

E come la legge giuridica non può non accettare la propria «inumanità», così le affermazioni erronee (e magari le sciocchezze) ideologiche, politiche, filosofiche, critiche e così via, enunciate da grandi o piccoli poeti, debbono essere valutate senza illudersi che si «riscattino» dalla, e nella, loro complessiva opera e biografia. Su questo punto Pasolini non poteva essere d’accordo con me. Non tollerava limiti alla legislazione del suo piacere e infuriava accusando tutti di moralismo e di intellettualismo. Però nello stesso tempo, non rinunziava a intervenire, a volersi – anzi ad essere – quel che allora si diceva un «intellettuale militante», come altri suoi amici e come me stesso. E se era messo alle strette per i suoi giudizi e gli atteggiamenti pratici e intellettuali tendeva a volgere il discorso in sofisma, in dialettica d’apparato, a invocare l’irresponsabilità del nume poetico. Non voleva mai perdere; perché si sapeva perduto. Così l’atterrito rispetto che ho avuto e ho tuttavia per le verità che balenavano dentro i suoi errori logici e ideologici, continuo a negarlo a quanti difendono in quel suo titanismo una irresponsabilità e immunità più vitalistica che poetica o artistica, quella che si faceva complice – così gli avevo scritto, non senza temeraria giustizia, nel 1956 – del male del suo e mio popolo. Dunque Pasolini era proprio il signor Pasolini autore di poesie che ammiriamo. Non era il Poeta. A differenza della santità, la poesia non è mai inhaerens ossibus, è sempre prima o dopo il soggetto.

«So che la nostra storia è finita»; «La nostra storia non è mai finita». La differenza era tutta nel valore di quel ‘nostra’. Per Pier Paolo era quella dei suoi coetanei e sua, che aveva avuto come luogo centrale l’adesione al ‘popolo’, l’antifascismo resistente, la milizia nella sinistra dei comunisti, nel decennio 1945-1955. Tale storia era realmente finita. Con estrema penetrazione egli aveva veduto e detto nei versi di Le ceneri la fine di quelle immagini simboliche e patetiche. A differenza di altri che avevano parlato di quella «fine» pochi anni dopo la guerra (Tobino, Arpino, Carlo Levi, Cassola, Saba, Sereni, Bassani) ossia fra 1946 e 1950, Pasolini ne parlò proprio quando un ciclo nuovo si apriva, in Italia, con processi sociali ed economici che avrebbero rapidamente iniziata quella che Pasolini chiamò ‘mutazione antropologica’. È vero che almeno da due secoli (e forse più) la poesia si alimenta del pathos di quel che scompare e dilegua; ma non fa dubbio che, a partire dal 1956, la società italiana (quale era stata per chi aveva avuto fra i quindici e i venticinque anni presso a poco fra il 1935 e il 1955) andava mutando a precipizio e a vista d’occhio. In questo senso (più ancora che Le ceneri di GramsciIl pianto della scavatrice e Una polemica in versi dicono il fatale passaggio del 1956. È vero che lo stridore della scavatrice piange «ciò che muore || e ricomincia» e che «in questa melanconia è la vita», ma da quel momento Pasolini saprà sempre meglio di essere «una forza del Passato» e che quindi, soprattutto dopo Accattone, andrà sempre più scrutando i caratteri degenerativi della trasformazione fino a rifiutare dieci anni più tardi, sebbene in forme contraddittorie, i ‘figli’ del 1967-1968.

Un punto notabile. Oggi è chiaro a molti quel che a parole era chiaro da almeno tre decenni: il tratto di vita nazionale che ha coinciso con la vita di chi scrive e con quella di Pasolini è stato asservito oltre ogni immaginazione, prima e oltre al conflitto delle cosiddette superpotenze, alla volontà politica e militare degli Stati Uniti. I partiti di opposizione, d’accordo con quelli di governo, col ceto imprenditoriale e con i meccanismi della informazione, hanno convenuto nel mantenere il silenzio sul grado di quella subordinazione. Non mi si replichi che non sono mancate menti e analisi che chiarivano la verità. È cosa molto diversa riferire gli avvenimenti ad uno stato di generica dipendenza e invece vederne gli effetti. Per questa vista sono stati necessari la caduta dell’Est europeo e gli avvenimenti mondiali e italiani degli scorsi due anni, 1991-1993.

Se si vuol capire allora di che cosa stessero parlando due intellettuali e scrittori italiani fra i trenta e i quarant’anni nel decennio che va dal XX Congresso del Partito comunista dell’Urss alla «contestazione» giovanile del 1967-1970, bisogna aver presente due dati maggiori: uno, che guardava al passato, era il non esaurito lascito della guerra antifascista e la fondazione di una società pluralista e democratica, quindi un enorme cumulo di simboli, connessi con l’idea di comunismo e di rivoluzione (oggi incomprensibili, torneranno visibili presto). L’altro era la trasposizione di quel passato in un avvenire di solidarietà internazionali e intercontinentali, dal Vietnam all’America Latina.

Perché allora «Attraverso Pasolini»? Il titolo non vorrebbe solo alludere a un percorso difficile dentro o lungo l’opera e il fantasma biografico, da cui si esca come da un tragitto etico o estetico o esoterico. Per quanto mi riguarda, non lui ma altri sono stati gli amici e gli autori che ho sperato di avere «attraversato». Vorrei perciò dare a quel verbo anche un altro e non secondario significato: quello di reciproco intoppo, contraddizione, ostacolo. Non ‘avverso’ ma ‘di traverso’.

Non ho nessuna difficoltà a scorgere in questa relazione con Pasolini vivo o morto un esemplare degli psichismi – che probabilmente un analista chiamerebbe «omosessuali» – frequentissimi anzi correnti fra chi (come lui e me) ha ereditato buona parte della figura storica dell’«intellettuale». Psichismi di ammirazione, devozione, stima e reciproca competitiva aggressività. Posso solo cercare, coi miei mezzi, di controllarli e interpretarli. I sentimenti di invidia, rancore, amore, narcisismo frustrato e altro ancora sono con poco pudore offerti in questo libro a chi se ne accontenta. Fra l’altro, in un commento odierno a una lettera di Pasolini del novembre 1965 mi pare di avere intravveduto di che cosa avesse potuto trattarsi. Ma, direi, tutte le lettere finali di Pier Paolo e mie, con quel mio rifiuto di collaborare a «Nuovi Argomenti», mi pare chiariscano e fissino. Anche per questo esibisco la sequenza delle occasioni di dialogo e scontro.

Posso insomma liberamente partecipare di quel che i libri firmati da Pasolini propongono solo dopo aver dette fino in fondo le mie ragioni di dissenso da quel che egli era e faceva. I sentimenti e i pensieri che ho ricevuti – non so bene da chi – in deposito e in mandato per la durata della mia vita hanno avuto modulazioni e fini differenti da quelli che Pasolini ebbe a ricevere. Egli lo sapeva benissimo. Ebbe a scrivermelo. Anzi, posso oggi dire che gli anni di «Officina» furono anche l’esercizio di una sempre più ricca conoscenza reciproca che doveva condurre a una certezza. Non di ostilità, ma di inconciliabilità. Ho dunque avuto un doppio fine: indicare un tragitto e dimostrare una contraddizione.

Franco Fortini
(da  La letteratura e noi)

 

 

A un noto studioso di P.P.P., tempestato d’interviste per il centenario della nascita del poeta, di recente hanno chiesto perfino “cosa penserebbe Pasolini della rielezione di Mattarella”. Ora lo marcheranno stretto sull’Ucraina. Qualunque cosa accada, lo sappiamo, Pasolini l’aveva detto. E comunque si può prendere una sua citazione perentoria e adattarla alle circostanze, poco importa se a vantaggio di Renzi o di Fusaro. “Pare che a Brembate di Sopra non ci siano commemorazioni pasoliniane” ha scritto ironicamente su Facebook un mio contatto. Ma Brembate è il paese dell’omicidio Gambirasio, su cui ha girato un film il regista di “Pasolini – Un delitto italiano”. No, non c’è un luogo depasolinizzato in cui rifugiarsi, mentre sventolano ovunque le belle bandiere con quel volto scavato e chiuso come un pugno, che secondo Paolo Febbraro è il vero capolavoro pasoliniano. Quest’anno più che mai Pasolini è in tutto e tutto è in Pasolini. Eppure sospetto che alle celebrazioni si pronuncerà di rado un nome che invece non solo è lecito ma doveroso associargli: quello di Franco Fortini, il suo ‘fratello avverso’. I due poeti-critici, diversamente marxisti, si conobbero negli anni ’50, ai tempi di “Officina”. Strinsero un legame forte, seppure a distanza; e dialogarono pubblicamente in versi. Poi Pasolini accettò le regole della nascente industria culturale, cercando di piegarle ai suoi scopi di regista e scrittore di successo, mentre Fortini s’inabissò nel lavorio delle riviste che prepararono la Nuova Sinistra e il ’68. E fu appunto nel ’68, durante la polemica sugli studenti, che il rapporto si ruppe. I due però continuarono a tenersi d’occhio; e dopo la morte dell’amico, Fortini gli dedicò un intero libro. “Aveva torto e non avevo ragione” vi scrisse con la sua felicità di epigrammista. La “non ragione” di Fortini appare oggi fin troppo chiara: sta nel suo settarismo, in quello che Pasolini definì il suo “bisogno di sentirsi in guerra” – in una cavillosità ideologica che di tutto sospetta fuorché di sé stessa, e che lo ha reso sempre meno leggibile. Il ‘torto’ di Pasolini è invece una formidabile capacità di semplificazione, che fa apparire come realtà collettive i suoi conflitti interiori poeticamente mitizzati: quello tra il marxismo e il rifiuto della modernità, ad esempio, o quello tra la tensione religiosa e l’estetismo. “Pasolini (…) non è stato mai né cristiano né comunista; è stato un rousseauiano del 1770 e un decadente del 1870 in lotta con una realtà del 1970” ha affermato lapidariamente Fortini. Questo rousseauiano-decadente fonde tutti i linguaggi (politico, letterario, critico, privato) nella forma della Poesia, che non consente un vero dibattito. “Temo e suppongo che tu non parli realmente più, che tu ‘scriva’ soltanto” lo avvisa l’amico nel ‘64. Secondo lui, coi suoi poemi impegnati Pasolini gioca a nascondino: a chi gli fa notare che sono brutti risponde che a contare è la loro analisi politica; a chi osserva che esprimono un’analisi sbagliata, risponde che non si può giudicare la poesia come una pura argomentazione. Ma ciò che più irrita Fortini è il fatto che Pasolini si finga solo contro il mondo quando ha ormai una posizione privilegiata: “Una voce clamante nel deserto non può usare un microfono”. L’autore delle “Ceneri” mantiene uno stato d’ignoranza colpevole nei confronti dell’industria culturale che lo promuove. E’ fin troppo indulgente verso le élite intellettuali e i sottoproletari, mentre disprezza quella piccola borghesia che pure coincide col suo pubblico. Le critiche di Fortini sono giuste, almeno quanto quelle di Pasolini a lui: i due s’illuminano acutamente a vicenda. Ma dietro ai dissensi c’è una differenza di caratteri, e si direbbe di fisiologie. Da una parte abbiamo un Narciso che si esprime impudicamente senza limiti, mentre vaga per le periferie di un’Urbe africana o asiatica; dall’altra un ideologo inibito, che nel gelo milanese misura anche la scelta di una metafora sul metro della Storia, e invano reprime il narcisismo che proietta una grande ombra alle sue spalle. Anche sul Pasolini erotico Fortini ha voluto dire la sua. Nel 1977 ha ipotizzato che il ruolo pubblico di pedagogo gli sia servito per espiare il peccato dell’abbandono dei singoli ragazzi sedotti e usati, abbandono in cui consisterebbe la sua “corruzione”. Chissà cosa gli avrebbe risposto P.P.P., scisso tra l’amore angoscioso della madre e il sesso dei “corpi senza anima”. Certo è che non per caso, né per mero masochismo, Fortini è rimasto a lungo per lui, come gli confessava nel 1961, “l’ideale destinatario di quasi tutto quello che scrivo”.
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 3. Mio commento  a Marchesini

Quasi tutto ben detto e in un modo facile e accattivante per i lettori giovani di FB. Anzi, contro l’invadente celebrazione del “Pasolini per tutti” (belle bandiere, foto seriali del volto scavato di Pasolini), Marchesini,  evocando Franco Fortini, «il suo ‘fratello avverso’», sembra  andare controcorrente. Eppure, ancora una volta, sia pur con qualche incertezza, usa a freddo le parole di Fortini contro Fortini.

Tre veloci appunti di dissenso:

1. Se «Pasolini accettò le regole della nascente industria culturale, cercando di piegarle ai suoi scopi di regista e scrittore di successo, mentre Fortini s’inabissò nel lavorio delle riviste che prepararono la Nuova Sinistra e il ’68», come fa Marchesini a scrivere che «le critiche di Fortini sono giuste, almeno quanto quelle di Pasolini», equiparandoli sbrigativamente? Varrà ancora la pena, credo, distinguere tra le due scelte ( e non soltanto in questo caso) e  precisarne le ragioni o giudicarne gli effetti.

2. Sostenere che  «da una parte abbiamo un Narciso che si esprime impudicamente senza limiti, mentre vaga per le periferie di un’Urbe africana o asiatica; dall’altra un ideologo inibito, che nel gelo milanese misura anche la scelta di una metafora sul metro della Storia, e invano reprime il narcisismo che proietta una grande ombra alle sue spalle»  è bella letteratura ma è una semplificazione e un travisamento. I limiti di Pasolini c’erano. E Fortini nella sua introduzione  li indica.  A Pasolini venivano  proprio dalle «regole della nascente industria culturale», da lui accettate fino in fondo.  E il travisamento lo vedo nel generico  psicologismo («Ma dietro ai dissensi c’è una differenza di caratteri, e si direbbe di fisiologie»), col quale Marchesini accantona – senza dire una parola,  con disinvoltura, come fosse questione trascurabile –  « il contrasto tra i «due poeti-critici, diversamente marxisti».  È un bene o un male questo suo silenzio (ostile)? A me pare un difetto di critica. Perché un’area di problemi, storicamente cruciali e posti proprio da marxisti come Fortini in quegli anni ’60-’70 del Novecento, è  stata squalificata, ridotta a “ideologia”; ed è diventata tabù soprattutto per le  nuove generazioni. (Si vedano i commenti dei post di Marchesini…).

3. Altrettanto semplificante e superficiale mi pare un’altra affermazione dell’articolo di Marchesini: «La “non ragione” di Fortini appare oggi fin troppo chiara: sta nel suo settarismo, in quello che Pasolini definì il suo “bisogno di sentirsi in guerra”».
Vengono qui riecheggiati i più facili  clichè antifortiniani («settarismo», «cavillosità ideologica», oscurità o illegibilità). Ma per non misurarsi con un problema reale: è il capitalismo porta alle guerre. E Fortini  è il termometro critico di eventi reali e non uno che delira dietro fantasmi.  Realtà del capitalismo, ben presente  all’intelligenza del marxista critico Fortini, dalla fine della Seconda guerra mondiale ai suoi ultimi anni: quelli della Guerra del Golfo e di Composita solvantur. Quel problema che  oggi è evidente a tutti, vista la guerra in atto  in Ucraina e i suoi possibili apocalittici risvolti.  (Ne avevo parlato polemizzando con Alfonso Berardinelli, uno dei maestri – mi pare – del giovin Marchesini, in due saggi. Da cui stralcio qui sotto, in Appendice, due passaggi .

Appendice

1.
«perciò [Fortini] non “ha elevato in tutta la sua opera un altare di lugubre e tormentosa devozione barocca alle idee di guerra, guerra di classe, antagonismo, conflitto, contraddizione”  come scrisse Berardinelli, in Stili dell’estremismo (Diario 10 1993), iniziando, con un infelice autodafé, una revisione riduttiva non solo della figura di Fortini, ma della stessa formula [“compresenza conflittuale di storia e trascendenza”] di cui stiamo parlando, coniata tra l’altro dallo stesso Berardinelli. Quel suo saggio affronta temi psicanalitici interessanti da indagare (come aveva già fatto Remo Pagnanelli in Fortini), ma scolla completamente il fondamento psichico  della biografia e dell’immaginario di Fortini  dalla  storia sociale e politica del Novecento.

Eppure il costante ripudio della guerra (altro che “devozione barocca” ad essa!) da parte di Fortini non pare affatto originato da voglia di un interiore quieto vivere né da pulsioni inconsce di cui sia impossibile cogliere le radici storiche. L’inconscio di Fortini, per dirla con Jameson, è politico e   le metafore, che il poeta vi attinge e che Berardinelli giudica “ossessive”, si precisano meglio proprio alla luce di fatti reali e storici.

Una tale rimozione della realtà della violenza nella storia, ridotta da Berardinelli ad immaginario quasi privato poteva aver breve credito, assieme alle teorie della “società trasparente” e di un nuovo ordine imperiale pacificato e quasi augusteo, soltanto all’indomani della caduta del Muro di Berlino del 1989 e dell’implosione dell’ex Unione sovietica».

http://www.poliscritture.it/2021/09/27/fortini-la-guerra-la-pace/

2.
«La debolezza dell’impolitico di Berardinelli, invece, a me pare riassunta in una sua affermazione del 1983, che trovo ne Il critico senza mestiere, quando troppo presto si rallegrò della fine dell’«epoca totalizzante e mitologica nella quale i sistemi e le classi sociali si facevano una guerra sorda, fredda o aperta impugnando non solo le armi ma anche filosofie della storia e teorie sociali» (p.116); e troppo presto, come Vattimo e tanti altri, annunciò anche lui pomposamente: «Siamo entrati per l’ennesima volta nell’età della ragione. I miti sono caduti» (p. 116).Oggi «le evidenze tragicamente tangibili della guerra permanente» (p. 46) non incrinano – come sostiene Zinato – solo i presupposti ideologici del postmoderno, ma mostrano, ancora una volta, l’insufficienza di una difesa della letteratura, che fatica a riconoscere o nega del tutto, come fa Berardinelli, il «tasso di politicità nello specifico del proprio mestiere» (p. 46), che proprio Fortini ha sempre sottolineato».

http://www.poliscritture.it/2007/07/22/critici-senza-mestiere-meglio-se-contrabbandieri/

E berardinelleggiar m’è dolce in questo mare

Nessuna descrizione della foto disponibile.
Da POLISCRITTURE SU FB. In margine a un post (https://www.facebook.com/matteo.marchesini.754) e in dialogo – spero – con Francesco Brusa che l’ha commentato.

di Samizdat

Francesco Brusa

Secondo me [Marchesini] così la butti un po’ in caciara. Quello che chiami “rapporto malato con la verità” era in realtà [da parte di Fortini] attenzione e fedeltà assoluta al “dover essere” (suo e dell’ambiente politico-culturale in cui ha pensato di volta in volta di riconoscersi), che magari portava a forzature ed “estremismi”, ma che ha sempre rappresentato un sincero sforzo di proiezione in avanti del pensiero. Lo stesso Bellocchio lo riconosce come tale.
Non è goliardica “caciara”. E’ scelta politica “fogliacea” abilmente mascherata di letteratura “etica” individualista. Sulla scia del suo maestrino Berardinelli “il saggio o il sapiente […] l’‘orientale’ che vive in un altro presente – un presente liberato dalle scorie delle ideologie, dalla chimera del futuro, e quindi dalle velleità dei progetti di dominio […] una mente taoista. “, come scrive sopra (PER ALFONSO BERARDINELLI, NATO L’11 LUGLIO (dal Foglio) https://www.facebook.com/…/pfbid02sXjtQD4USYnqNu9tubd8W…).
Francesco, questa – (Mughini non docuit?) – è la novissima “giovane critica”.
Che si è “dimessa da tutto” (ma non dai giornali, i quali – lo sanno anche i bambini – non hanno a che fare “con l’ordine sociale e con il potere economico e politico” (perché, se no, come e dove si va a fare i “Socrate giornalista”?).
Che sbandiera l’esser “nato “in una famiglia operaia old fashion”” per pavoneggiarsi della “condizione berardinelliana”(sic!) alias comunemente piccolo borghese.
Che finge “un senso di radicale inappartenenza”, ma s’appaga della nicchia (di potere piccolo borghese) in un rapporto ambivalente non opposto ma subordinato “a quello degli amici borghesi, rivoluzionari e no”.
Che quanto più la realtà sociale italiana è stata spronata negli ultimi decenni all’io-io dell'”individualismo proprietario” (Barcellona) tanto più si rappresenta in malafede un’Italia come “paese nemico dell’individualismo”.
E Berardinelli avrebbe “la gioia di vedere ogni mattina la realtà dalla prospettiva di chi non rappresenta altri che sé stesso”?
Ma mi faccia il piacere!
Parla a nome di questo individuo-massa ex piccolo borghese e lo gratifica e lo coccola nella sua pretesa di “diversità” dagli ex borghesi e dall’ex proletariato.

Un ragazzo del secolo scorso


di Ennio Abate

Stamattina appena letto questa perla saccente del giovane critico Matteo Marchesini:”Come correttivo all’inserto del “manifesto” su Mario Tronti, consiglio il ritratto veridico e spietato che ne ha fatto Alfonso Berardinelli in “Stili dell’estremismo”” ho lasciato su POLISCRITTURE 3  FB  questa nota: Continua la lettura di Un ragazzo del secolo scorso

Due note al Bellocchio di Marchesini

a cura di Samizdat

Matteo Marchesini, giovane e brillante critico letterario, ha oggi pubblicato su LE PAROLE E LE COSE 2 un’approfondita riflessione, “L’UMANITÀ È ANTIQUATA. SUI SAGGI DI PIERGIORGIO BELLOCCHIO”. Ho lasciato su quel sito “fratellastro” di Poliscritture fin dalla nascita queste due stringate considerazioni. [E. A.]

Continua la lettura di Due note al Bellocchio di Marchesini