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Esperimenti sulle mie “poeterie”

Tabea Nineo, Giovane giardiniere 1987

di Ennio Abate

Esperimento 1. Vocazione liceale (1961/82)

 Le vacche del sabato sera/ han ruminato la filosofia/ dell’erba settimanale.// Professore/ e se fossi/ un buon poeta?  [Variante: Professore/ non ho la ragazza!]/ Piscia nell’angolo assieme agli altri.// Che saggezza alla fine della settimana/ nella merda di vacca!

Esperimento 1.1.

Integrazione e rielaborazione dialettale in “Salernitudine”, Ripostes 2003

 A reggine Elisabbette

E venette
pure a regine Elisabbette!
E cavalle
facettere: ih!ih!
E ciuccie
o scutuliarene
ppe salutà
a reggine madinglan!

Ma sabbete assera
e vacche s’erene magnate
a filosofie ra settemane.

Prufessò, prufessò
forse nu picch poete sò?

Figlie mie, si a ffilosofie
cresce mmiezze a merde e vacche
e a poesie e l’allegrie
se trovane mmocca ae ciuccie o e cavalle
je nunn’o saccje.
Cheste è na nuvità.
Addimmannalle
a rreggine Elisabbette!

Curre, primme ca parte!

La regina  Elisabetta

E arrivò [in città]| anche la regina Elisabetta!/ I cavalli| nitrirono.| Gli asini lo agitarono| per salutare| la regina made in England!/ Ma al sabato sera le mucche | avevano già ruminato| la filosofia dell’intera settimana. / Professore, professore| forse sono un po’ poeta? / Figliolo,  se la filosofia | cresce in mezzo al concime di mucca | e la poesia e l’allegria si trovano in bocca  ad asini o cavalli | io non lo so.| Questa è una novità. | Chiedilo  | alla regina Elisabetta! / Corri, prima che parta!

[Nota 1975: Amara presa in giro della mia condizione di studente con desideri repressi]

[Nota dicembre 1983: Animalità contro poesia? No, contro ottusità e violenza del comando sociale. Fragilità del desiderio [che, per avere una conferma, si affida ancora ad autorità pur sapendola ostile]. ‘Piscia’ ha una connotazione offensiva [di repressione del desiderio]. L’equivalenza saggezza=merda di vacca vorrebbe essere gentilmente irriverente.

 

Esperimento 2. Liceo Torquato Tasso (1977)

Sala operatoria/ dove la mia adolescenza/ dubbiosa come lumaca/ se spuntare fuori o no/ in quel solleone idealista/ ossequiò le foglie di fico sulle pudende dei suoi amputatori.// E improvvidamente / trascinò con sé in sala professori/ un padre già sconfitto.// Chiedeva conto delle loro trimestrali decapitazioni / che ancor oggi raccatta/ nel tormento di una ribellione rinviata.

Esperimento 2. 1.

Incauto padre mio/ sconfitto contadino/ che ti trascinasti nell’atrio delle loro sale operatorie/ chiedendo conto delle trimestrali amputazioni/ sulla mia intelligenza adolescente!// Come lumaca in un guscio di timidezza/ esitavo a scoprire le foglie di fico/ che ponevano sulle pudende dei loro stessi eroi.//Spuntare fuori  nel solleone della loro filosofia dello spirito?// Giammai!/ Ossequiarli/ e filar via.

Esperimento 2. 3. 

Da “Unio” (2014) Torniamo a scuola. Anzi è Unio che torna al liceo frequentato da giovane. Accompagna suo padre nella sala dove,  da studente, i professori ricevevano i genitori. E’ più solenne di allora.  Quasi un teatro greco. E ci sono capannelli di persone attorno a qualche professore. Unio saluta con familiarità uno che conosce. Lui e suo padre sono però in ritardo. E il padre continua a camminare piano piano. Unio  ogni poco si giraindietro e l’aspettao. Quello però avanza sempre più impacciato. E, quando raggiunge faticosamente Unio, mostra il volto di un paesano intimidito da un mondo che teme e non conosce. Ora è Unio che si impone di essere padre di suo padre. E quasi lo rimprovera. Come fosse un ragazzino. Avanzano insieme ancora per una decina di passi. Ma in un punto, dove Unio sa che ci vuole cautela nel muoversi, suo padre mette un piede dove non doveva. Sconsolato lo vede che tenta di ripulirsi alla meglio la scarpa sporca di merda. Ma cosa ci fa una merda nei corridoi di un liceo?

 

Esperimento 3. In dialogo tra  vari tempi di E[nnio]

 E 58 – Avevo scritto questi versi: «dentro la tana delle lucertole/ nei rigagnoli/  nei gusci di noci/  sotto le foglie/ in mezzo ai nidi abbandonati / un silenzio c’era / e luce e calore/  che neppure supponevo».
E 2017 – Era un ricordo delle tue esplorazioni  in campagna?
E 58 – Sì, durante le vacanze, io, mio fratello Egidio e i  due cugini coetanei – Guglielmo e Vincenzo – andavamo  spesso in giro per la terra della loro nonna Francesca. In pieno pomeriggio. Non temevamo il caldo di luglio. Qui ho messo assieme le tracce di alcune sensazioni di allora. Mi colpiva il silenzio della campagna. Ne ero meravigliato.
E 2017 – Hai immaginato di seguire una lucertola in uno dei suoi nascondigli? Di scorrere come l’acqua, quando si  toglieva il tappo dalla base della cisterna per farla andare  lungo la traccia  già scavata nel terreno?
E 58 – Non ti so più dire se immaginavo o se e cosa pensavo allora.  Ricordo che una volta – ero solo – feci una gara per capire se ero più veloce io o l’acqua che usciva dalla cisterna. Che arrivò impetuosa e velocissima perché il terreno era in pendio.
E 2017 – Chiudersi in un guscio di noce come  in una cassapanca. Stendersi sotto le foglie come fossero lenzuola. Accoccolarsi dentro un nido senza più le uova. Tuo cugino Guglielmo – il più piccolo – sapeva dove trovarle. E, avvistato il nido, s’arrampicava poi a piedi nudi sui rami dell’albero per prenderle. Nelle fiabe sono state esplorate certe metamorfosi: passaggi  dall’umano al mondo animale o dalle dimensioni a noi abituali a quelle rimpicciolite. Mi viene in mente Alice o Gulliver.
E 58 –   So che sono libri famosi, ma non sono mai stato veramente attratto da questo tipo d’immaginazione.
E 2017 –  Eri  troppo terrestre e realistico? Dimmi, però, perché più tardi hai tradotto quei tuoi versi in dialetto: Ma dint’e lacertele/ miezz’e nire abbandonate/ addo` a luce e o cavere /manch’e  penzavem’e…
E 58 – Non posso rispondere io. Dovresti chiedere a E 90 o a E 92. Sono stati loro che, leggendomi nel loro tempo, hanno aggiunto quegli inserti in dialetto. Io allora scrivevo  solo in italiano. Il dialetto lo usavo oralmente. E con chi  mi parlava in dialetto.

 

Esperimento 4.  Riordinadiario.
Riflessioni sulla composizione del «Reliquario di gioventù»

 20 gennaio 2018 Avevo raccolto questi frammenti poetici giovanili (o “poeterie”, termine usato attorno al ’92, quando partecipai al premio Laura Nobile dell’Università di Siena) sotto il titolo di «Reliquario di gioventù». (Vedi in Samizdat Colognom n. 5). Poi  ho avuto dei dubbi. ‘Reliquario’ rimanda al campo religioso. Non è che «Reliquario di gioventù» verrebbe a dire che sacralizzo la mia gioventù o queste tracce di quel periodo, quei ricordi? Insistendo a rielaborarli (a  svilupparli, datarli, a rintracciare i luoghi o le occasioni a cui si riferiscono), mi sono accorto di entrare in un’esperienza tutta  al presente: quella della scrittura, che di certo per me non ha regole sacre.

Ma perché ritorni spesso su questi scritti di tanti decenni fa? Che nodo irrisolto c’è? E pubblicarli oggi che senso ha (per te o per altri)? Cosa rivela questo desiderio di dire ancora di un passato  a cui quasi nessuno più pensa? O li vuoi narrare a te stesso, che è l’unica cosa gratuita e possibile  a un vecchio?

Da giovane, senza capirci nulla, qualcosa avevi letto di Montale. (E allora di Fortini  manco conoscevi il nome…). Ora, se non avessi  letto quei libri e subìto suggestioni da quei poeti letti nell’antologia di scuola o in quelle (escluse allora dal programma) del primo Novecento che ti avevano prestato all’ultimo anno di liceo, avresti mai scritto  quei ricordi di Barunisse? Chi attorno a te ti suggeriva di scrivere?  E perché scrivere proprio sui pochi ricordi dei primi cinque- dieci anni trascorsi in quel pezzo di campagna?  C’entrava davvero quella prima lettura di Montale o di Govoni o di Palazzeschi? O di più  la lettura di Pavese fatta attorno al 1958? Nel suo discorso che riguardava il mondo contadino ci stavi, anche se non capivi bene i suoi scritti sul mito. (E assaggiasti anche Lorca. Leggesti dei suoi gitani  una sera. Eri solo nella stanza da pranzo con la luce accesa e poco prima di andartene da SA). E perché non scrivevi allora (fine anni Cinquanta, inizi dei  Sessanta) della tua “vocazzione” tutta legata al vissuto, salernitano e parrocchiale, di città provinciale?  E perché di Pavese in quell’anno leggesti quasi tutto? Non solo perché i suoi libri uscivano allora e ti era facile  farteli prestare da un amico commesso di libreria. (Lui te li  prestava di straforo, tu li leggevi e glieli riportavi intatti). No, Pavese toccava temi che in qualche modo erano un po’ nella tua esperienza  fatta daragazo, sia pur brevemente, in campagna.

La poesia allora la cercavi lì. In quei suoi libri  e in quel vissuto che ti aveva dato piacere o oscuro turbamento. Da lì  la spinta  a  scrivere, a fissare in parole, in versi o quasi versi un’esperienza che era libresca, di sensazioni e di sentimento.
E poi eri attaccatissimo a quei luoghi. Pochi mesi prima di  abbandonare SA, facevi ancora lunghe e stordite passeggiate a piedi. Fino a Fratte (al cimitero dov’era sepolto il tuo amico suicida M. B.). O, ogni tanto, in filovia dai tuoi parenti rimasti  a Casalbarone o ad Antessano.  E  perché il Reliquario  l’hai fatto leggere  tardi, molto tardi, proprio  a Michele Ranchetti? A farlo leggere prima a Fortini mai ci pensasti. O avresti esitato. Perché era più saldamente nella dimensione industriale e marxista. Più tardi hai scoperto che  c’era persino qualche sintonia tra il tuo sentire  e quello di Pasolini de «L’usignolo della Chiesa Cattolica».

Esperimento 4. 1. Nota dell’autore da vecchio
(inviata ad un editore per un’eventuale pubblicazione
in cartaceo del «Reliquario di gioventù»)

Delle poeterie, scritte tra il 1958 e il 1963 (dai 17 ai 22 anni) tra Salerno e Milano,  ho scelto quelle che sembrano avere un valore non puramente privato. Le ho suddivise in 8 sezioni tematiche (Campagna, Religio, Madre, Esplorazioni, Ragazze, Morte, Spleen, Visioni) e aggiunto in Appendice tre poesie (Vicoleggio, La ragazza dei preti, Mio padre) già pubblicate in Salernitudine, perché hanno una stretta parentela con queste.

Ho riletto dubbioso tante volte nel corso degli ultimi decenni questi frammenti.  Il loro senso e tessuto linguistico è convulso, allusivo,  scarno e  a volte monco. Vi ritrovo echi – datati – delle letture d’allora: i lirici greci, Pavese, Baudelaire e, nella sezione Visioni,  Lorca. Tuttavia sempre ho resistito  all’impulso di cestinarli. Non solo perché documentano – bello e brutto – il mio apprendistato poetico solitario e  da autodidatta; e,  come punte d’iceberg, mi hanno poi aiutato ad esplorare  il  sommerso, la vicenda complessiva da cui provengono – esito a dire: la storia –  in un narratorio inedito a cui continuo a lavorare. Ma perché vi colgo tracce di una vicenda più collettiva: – un morente paganesimo contadino, percepito nella condizione afasica, sognante, stupefatta e  fiduciosa dei primissimi anni d’infanzia; – il marchio ambiguo, retrivo e protettivo, di popolari e castigatissime  gioie dell’educazione cattolica, come le ho chiamate poi con sarcasmo e distacco da adulto; – l’oscillazione, nella scoperta della metropoli (Milano), tra  l’atteggiamento di un  flaneur  giovanilmente vorace  e impacciato e quello dello straniero o del migrante predone.
Devo alla generosa attenzione di Michele Ranchetti, tardivamente incontrato e che nel 2003 lesse versi per decenni tenuti nel cassetto, un giudizio  ben centrato: « ho letto le tue poesie più volte: l’immagine che mi è venuta in mente è quella di un grappolo d’uva nera su un tralcio abbandonato. Gli acini sono dolci, amari, secchi, verdi, maturi, rossi: il vino che ne risulterebbe sarebbe rosso scuro, forte, mezzo buono e mezzo no, amaro, e che va subito alla testa».
Sì, il tralcio abbandonato è il Sud. E il vino (le poeterie  o le prime prove o le vanterie poetiche) ha i pregi e i limiti di una coltivazione bruscamente interrotta. Il titolo, Reliquario di gioventù, dice il legame che ho mantenuto con quelle  prime emozioni e scoperte e vuole essere un riconoscimento al lavoro compiuto dal fragile  apprendista che ero: della poesia e di quel «mestiere di vivere», di cui – primo tra le mie letture per passione –  mi parlò in quei lontani anni  Cesare Pavese.

 

 

 

Ragionamento sui nostri antenati (1)

Il saggio  di Dario Borso, “COLPO BASSO. Cesare Cases vs. Arno Schmidt ” (qui) mette in discussione – e con salda documentazione – i limiti del giudizio  che un germanista di fama come Cesare Cases  diede di un importante scrittore tedesco del secondo dopoguerra, Arno Schmidt, considerato  invece da Ladislao Mittner, l’autore della monumentale «Storia della letteratura tedesca», «un ulisside della specie di Joyce». Non ho competenze specialistiche sulla materia affrontata da Borso.

E allora perché intervengo? Per  alcuni buoni motivi. Tranne Cases, seguito soltanto in occasione di qualche conferenza a Milano ma di cui ho letto vari libri e articoli, ho avuto modo di conoscere e incontrare nei loro ultimi anni di vita prima Fortini e poi Renato Solmi e Michele Ranchetti. Nel ‘68 seguii la polemica  cruciale tra Fortini e Fachinelli sui Quaderni Piacentini a proposito del «desiderio dissidente» e de «il dissenso e l’autorità»; e, successivamente, anche se seguii  più distrattamente e con distacco la polemica su «Minima Immoralia», divenuto  sempre più attento alla ricerca psicanalitica, ho letto vari libri di Elvio Fachinelli, di cui  tra l’altro mi parlava  con grande stima un altro dei pochi scrittori da me frequentati, Giancarlo Majorino.

Nella mia esperienza di lettore (e di militante politico), dunque, tutti questi autori hanno fatto per me parte di un’unica costellazione politico-culturale. Indubbiamente  di sinistra, area -cosa non trascurabile –  almeno fino alla fine degli anni Settanta ben distinta dalla destra. E questo malgrado le diversificazioni e le forti tensioni ideali e personali tra loro.  Leggere oggi queste  critiche contro Cases, un autore che – ripeto – ho sempre apprezzato, mi ha costretto a  farmi varie domande: cosa  è mutato e sta ancora mutando nel campo della politica e della cultura?  c’è qualcosa di cui non mi sono accorto, se  ho continuato a confermare la mia fiducia in autori (Cases tra altri) che invece dovrebbero  essere non solo sputtanati  – Borso la metta pure nei termini dei giganti e dei nani – ma dimenticati e rimpiazzati da altri ben più  acuti e non ideologici? non è che mi attardo in una storia non solo finita  ma fallita e dalla quale manco alle “buone rovine” bisogna più guardare?

Della  messa in discussione di Cases o di altri, che io considero tra i “nostri antenati” da studiare e riproporre, non mi scandalizzo. Seguo, infatti, con convinzione  la raccomandazione di Fortini. Che diceva all’incirca: prendete da quel che ho scritto ciò che vi  serve e il resto buttatelo pure.[1] Né  sono difensore d’ufficio di nessuno.  E perciò, siccome la polemica  di Borso contro Cases ha rinverdito nella mia memoria quella degli anni ’60-’70 tra neoavanguardia e intellettuali marxisti ( Pasolini, Fortini, Cases, Quaderni Piacentini, Sanguineti, Filippini, etc.)  e sotto sotto mi ha rimandato a quella vecchissima tra anarchici e comunisti,  quando ho letto i  suoi primi pezzi, ho drizzato le antenne. Disposto a prenderlo sul serio ma deciso anche a capire se quel che scrive mi convince o meno. Perché a scatola chiusa non prendo nulla. E gli ho, perciò, prima  fatto in privato alcune stringate e interlocutorie obiezioni[2]; e poi sono intervenuto pubblicamente e decisamente su Poliscrittture e su Poliscritture FB. Invitando a sentire meglio anche le altre campane. Perché schierato ciecamente con  Cases contro Borso? Suvvia. Solo perché nelle altre campane (Cases, Solmi, Sisto; e per quest’ultimo mi sono riferito esclusivamente al suo intervento su  germanistica.net qui) ci sono spunti interessanti che Borso, secondo me, ha trascurato o escluso non ritenendoli coerenti con il suo metodo critico.

Questa è la premessa della mia riflessione e mi fermo qui. Nelle  successive puntate esaminerò le prese di posizione di Cesare Cases nei confronti di Arno Schmidt riportate da Borso; quelle sulla pubblicazione di «Minima Immoralia» nell’edizione L’Erba Voglio (almeno nella parte che ho potuto consultare); e, dopo aver riportato stralci delle “varie campane”, trarrò le mie (provvisorie) conclusioni. [E. A.]

Note

[1] «…‘Vi consiglio di prendere le cose che ho detto e di buttarne via più della metà, ma la parte che resta tenetevela dentro e fatela vostra, trasformatela. Combattete!». (Le rose dell’abisso. Dialoghi sui classici italiani,  Boringhieri, Torino, 2000)

[2] Ennio: «1. Cases era un borghese ma fu comunista (male, bene: ai posteri...); 2. Il suo comunismo non era (del tutto?) dogmatico perché corretto/temperato da un anarchismo, che secondo me prendeva qualcosa anche da Brecht (magari giovane); 3.Oggi si tende a parlare della psicologia degli autori e non della cornice (ideologica e storica) in cui operarono (e il giudizio ne risente...)».

 

2005 Intervista a Michele Ranchetti

di Ennio Abate

Ennio AbateIl tuo libro [Non c’è più religione] ripercorre «storicamente» gli elementi della dottrina cattolica e contesta in modo rigoroso il magistero della Chiesa cattolica. Resta – mi pare – nella dimensione religiosa e ripropone però con attenuazioni e problematicamente il recupero di «un senso religioso della vita», lasciando in sospeso la questione della necessità o meno di un tale recupero. Come mai questa sospensione? Cosa t’impedisce di affermarne decisamente la necessità?  

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Riordinadiario sul finire del 2020. Michele Ranchetti

Nel novembre 1995 all’università di Siena  per la commemorazione di Franco Fortini, morto l’anno prima (28 novembre 1994) seguii gli interventi tenuti da suoi amici e discepoli sulla sua figura e la sua opera.  Tra tutti fui  colpito da quello di Michele Ranchetti, tanto che scrissi una poesia (Abbiamo amato un poeta “fragile”). Nel 1996, dopo averlo incontrato in alcune riunioni del Centro Franco Fortini, gli scrissi una lettera, che andò dispersa. Gliela rimandai nell’aprile del 1997, dopo una sua  amichevole telefonata e da allora iniziò tra noi un saldo legame. Leggendo i suoi “Scritti diversi”, che mi donò, e gli articoli che andava pubblicando  su “il manifesto”, mi accorsi  di quanto fosse forte la sua personalità, ben distinta e per certi versi in contrasto con quella di Fortini, che io seguivo da tempo e sentivo più vicino a me per la sua scelta marxista. E capii pure che la sua riflessione così radicale e critica sulla storia della Chiesa Cattolica e sulla psicanalisi mi aiutava a ridiscutere nodi irrisolti della mia esperienza sentimentale ed  intellettuale stretta tra due crisi: quella della formazione giovanile cattolica meridionale   e quella della militanza marxista degli anni ’70 al Nord. Il materiale che pubblico (appunti  di diario, sunti di letture + alcune lettere) è abbondante e  per alcuni sarà  di gravosa lettura.  Ciascuno scelga liberamente  se e cosa leggere.  Pubblicarlo per me è un atto di gratitudine alla sua figura non più prorogabile; e ho voluto – non so bene perché – renderlo noto entro la fine di questo terribile 2020.  Se  stimolerà  altri a Rileggere Ranchetti, come non ho smesso di fare io anche dopo la sua morte, tanto meglio. [E. A.]   Continua la lettura di Riordinadiario sul finire del 2020. Michele Ranchetti

Riordinadiario sul finire del 2020

 

 Rileggere Ranchetti (1).

Appunti del 2004 sNon c’è più religione di Michele Ranchetti

 di Ennio Abate

Pubblico solo oggi questi appunti,  presi  dopo la lettura del libro di Ranchetti e della recensione di Massimo Cappitti. Li trovo  un po’ schematici e soprattutto ignari della  ricca e complessa discussione  che Ranchetti  già conduceva da decenni  con amici e studiosi di alta levatura.  Eppure in essi ponevo  un problema non irrilevante per chi veniva come me da una militanza comunista (ma non del PCI) degli anni Settanta:  c’era qualcosa da imparare da quel libro? Tra l’altro, dopo la morte di Fortini, speravo di poter discutere su quel tema del comunismo, anche per lui fondamentale, con i partecipanti (compreso lo stesso Ranchetti)  del Centro Studi dedicatogli dall’Università di Siena.  La  sensazione di una loro sordità – vi accenno negli appunti –  e il carattere  approssimativo delle mie riflessioni   mi  suggerirono di tenermele per me. L’anno dopo, però, le ripresi nelle domande che feci a Ranchetti stesso in una intervista (qui) [E. A.]

La mia prima reazione alla lettura di Non c’è più religione di Michele Ranchetti è stata istintivamente questa: bisognerebbe scrivere, a completamento, un Non c’è più comunismo altrettanto rigoroso e appassionato. Continua la lettura di Riordinadiario sul finire del 2020

Riordinadiario. Su Rossanda

di Ennio Abate

Ho letto poche ore fa la notizia: “È morta, la notte scorsa, Rossana Rossanda. Giornalista, scrittrice, cofondatrice de Il Manifesto, ha attraversato da protagonista la vita della sinistra e dell’intero paese da Dopoguerra in poi. Aveva 96 anni”. (Gli Stati generali su Facebook). Nei prossimi giorni leggerò altri ricordi e giudizi su di lei e li mediterò. Per me resta l’amica/sorella antagonista di Fortini e considero gli scritti di entrambi indispensabili per indagare l’enigma tragico del comunismo. Qui sotto alcuni appunti del mio diario in cui ricorre il suo nome.[E. A.]

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Attorno ai “silenzi” di Pio XII

Su «La misura del potere. Pio XII e i totalitarismi tra il 1932 e il 1948» di David Bidussa

di Ennio Abate

L’annuncio dell’uscita di questo libro l’ho visto a metà luglio 2020. Mi sono ricordato di alcuni  scritti di Michele Ranchetti sullo stesso argomento e ho lasciato sulla pagina FB di Bidussa una mia veloce impressione.[1] Ora che il libro l’ho letto sento di aggiungere le seguenti considerazioni:

1.

Si tratta di un buon libro di storia e, da lettore attento a certi temi storici del Novecento, gli riconosco molti meriti. E’ preciso e chiaro nel delineare  la figura di Pio XII e i presupposti del suo pontificato [2]; equilibrato  nell’interpretazione dei principali problemi di quel pontificato, tuttora oggetto di controversie tra gli storici[3]; scrupoloso nel fornire un’appendice documentaria consistente (ma su questo lascio  la parola agli specialisti); molto attento al peso dell’immaginario; e, infine, non è mai disinvolto nell’affrontare complicazioni e limiti del lavoro storico ben fatto.[4] Ma su tali aspetti già  in partenza non nutrivo dubbi.

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Su Pio XII e i cosiddetti “totalitarismi”

a cura di Ennio Abate

La lettura dell’accurata recensione di Claudio Vercelli sul libro appena uscito di David Bidussa, La misura del potere. Pio XII e i totalitarismi tra il 1932 e il 1948 (Solferino, Milano 2020), apparsa su DOPPIOZERO (qui) mi ha indotto ad un primo breve commento su POLISCRITTURE FB. Non avendo ancora letto il libro di Bidussa, mi sono limitato a riportare (un po’ polemicamente) una vecchia e per me convincente tesi di Michele Ranchetti. Ne è seguito un breve scambio tra Brunello Mantelli e me, in cui concordavamo (per la prima volta!) sulla fragilità o equivocità o inservibilità del concetto di totalitarismo; e poi un puntualissimo e lungo intervento di Luciano Aguzzi, che ha chiarito la sua posizione sull’operato di Pio XII e sul concetto di totalitarismo ma ha anche dato sintetici giudizi su alcuni importanti storici italiani del Novecento (Croce, Cantimori, Miccoli, Della Peruta). Data l’importanza e l’incandescenza delle questioni toccate, mi pare giusto riportare la discussione sul sito di POLISCRITTURE nella rubrica “Storia adesso”, sperando in altri approfondimenti. Una raccomandazione ai cosiddetti lettori “comuni” o “non specialisti” (veri o presunti):confrontatevi senza eccessive timidezze reverenziali con chi oggi gestisce professionalmente il sapere storico. Che è necessario per orientarsi nel caos odierno e non deve essere lasciato solo nelle mani degli specialisti. Non ritiratevi disorientati di fronte alla sua complessità o alla contrapposizione dei punti di vista. Alle obiezioni che mi sono state mosse da Aguzzi e Mantelli replicherò appena mi sarà possibile.[E. A.]

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Su Gianmario Lucini, CFR e Poliscritture

di Ennio Abate

1.

Quattro anni dalla morte di Gianmario Lucini, poeta, fondatore della casa editrice CFR e per tre numeri (dal 9 all’11) editore, collaboratore ed impaginatore  di Poliscritture (in cartaceo).  L’8 novembre scorso, grazie alla sua vedova, Marina Marchiori, e a Cristina Pianta, ho avuto modo di riflettere nuovamente sulla sua figura «poliedrica, contraddittoria, caparbiamente volta agli altri ed al futuro» (così ne scrissi nel 2004). E pure sul *noi* di CFR e di Poliscritture. Occasione: la presentazione presso la Biblioteca Sicilia a Milano de «L’impoetico mafioso», un’antologia di poesie su questo tema “civile”, nata dai suoi  legami con il Sud e dalla spola in auto (sulla “mitica rossa”, come la chiamavano i suoi amici) che Gianmario, instancabile, tra la montana Piateda e l’assolata Gioiosa Jonica. Continua la lettura di Su Gianmario Lucini, CFR e Poliscritture