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Quattro poesie da “Tre regni”

di Cristiana Fischer

Dall’appena pubblicata (su You Print) e a prima vista smilza e sommessa raccolta di poesie di Cristiana Fischer ho scelto di segnalare questi quattro testi. E, dunque, quattro temi: Il vento (“re sonoro”); la casa abbracciata da “alberi giganti”; il fiducioso desiderio di “credere” e di “sapere”; la vecchia in meditazione sulla “sua morte” e su “un doppio sé impensabile”. Lì ho estratti (non proprio a caso ma con un certo arbitrio) dalla prima lettura che ho fatto. Ma – occhio al titolo della raccolta e al termine “regni”! – alla ineludibile tripartizione scelta dall’autrice andranno ricondotti in seconda o terza lettura per svelarne gli enigmi allegorici, che mi pare di cogliere. [E.A.]

Continua la lettura di Quattro poesie da “Tre regni”

La poesia di Ángel Guinda

 

a cura di Pablo Luque Pinilla

                                                                                                        El poeta es un condenado a la claridad y al canto1

Ángel Guinda nasce a Saragozza nel 1948. Vive a Madrid dove insegna Lingua e Letteratura in una Scuola Secondaria. La sua consistente opera poetica, esistenziale e minimalista, dagli anni ’70 a oggi è stata raccolta in riviste e libri di poesia. Ha scritto anche le raccolte di aforismi Breviario, 1980-1992 (1992) e Huellas (1992), i manifesti Poesía y subversión (1978) e Poesía útil (1994), e il saggio El mundo del poeta, el poeta en el mundo (2006). Ha tradotto diversi poeti: Cecco Angiolieri dall’italiano, Teixeira de Pascoaes, Florbela Espanca, José Manuel Capêlo e la poetessa brasiliana Ana Cristina Cesar dal portoghese, Àlex Susanna dal catalano. Negli anni ’70 fonda e dirige la collezione Puyal di libri di poesia e alla fine degli anni ’80 la rivista letteraria Malvís. Ha firmato centinaia di articoli di critica letteraria e critica d’arte sulle pagine dei quotidiani “Heraldo de Aragón” e “El Periódico de Aragón”. La sua opera in versi comprende i seguenti titoli: Vida ávida (1980-1990), Cántico corporal (1989), Conocimiento del medio (1990-1995), La llegada del mal tiempo (1995-1996), Biografía de la muerte (1996-2000), La voz de la mirada (2000-2001), Toda la luz del mundo (tradotto nelle lingue ufficiali presenti sul territorio spagnolo e all’interno dell’Unione Europea nel periodo 2000-2003), l’autoantologia La creación poética es un acto de destrucción, 1980-2004 (2004) e Claro interior (2000-2007). Attualmente è in corso di stampa l’edizione canonica della sua poesia completa, Poesía útil, 1970-2007. Un’ampia bibliografia dell’autore può essere consultata in rete all’indirizzo: www.olifante.com/guinda/biblio/index.html

Spesso la sua opera ha ricevuto consensi unanimi sia tra i lettori che tra i poeti e i critici letterari, e ha ricevuto il “Premio Pedro Saputo de las Letras Aragonesas” per Biografía de la muerte. Alcune tra le più recenti e importanti antologie degli ultimi anni raccolgono i suoi lavori; tra queste ricordiamo: Antología de la poesía española (1966-2000): Metalingüísticos y sentimentales. 50 poetas hacia el nuevo siglo (2007).

Come succede sempre nei casi di grande poesia, la sua opera affronta i temi classici più ricorrenti come il tempo, l’amore e la morte. Allo stesso tempo, la sua attenzione si dirige all’esplorazione metapoetica. Per quanto possa sembrare scontato sottolineare la validità di questi interessi, in realtà non lo è: basti pensare a come, nel nostro contesto attuale, vengano esaltati il nonnulla magniloquente e l’originalità priva di contenuto, in un atto di onanismo creativo che confonde il verso con lo spasmo, la letteratura con l’opportunismo dello spot. In maniera completamente diversa, invece, Ángel Guinda affronta la propria scrittura da una preoccupazione per l’umano, esasperata fino all’estremo della rottura del soggetto poetico, fino all’implosione stessa dell’io lirico. Questa scommessa è sostenuta anche da un grande rigore tecnico che si manifesta sia nell’impiego del verso libero che del poema in prosa o del verso sciolto (il più presente). Ma anche attraverso procedimenti espressivi come l’ellissi, il concettismo, la sinestesia e l’uso di un linguaggio attualizzato, convenzionalmente affatto poetico. Solo in alcune occasioni questo diventa più retorico o volutamente letterario; infatti, nella vita, fonte d’ispirazione di questa scrittura, vige il linguaggio nella stessa misura in cui, a volte, succede il contrario. In definitiva, una tematica e un’estetica che, tutto sommato, risultano radicalmente contemporanee.

Per il resto, si tratta di un’opera che, come dichiara l’autore stesso, si specchia in quella di Jorge Manrique, Quevedo, Bécquer, Ungaretti, Montale, Quasimodo e Jaime Gil de Biedma; e si fonda su tre idee fondamentali, spesso riportate nei suoi manifesti, in interviste e presentazioni. Innanzitutto, la concezione della poesia come atto di distruzione; quindi la convinzione che, puntualizzando quanto affermava Nebrija che «si scrive come si parla»2 in realtà, innanzitutto, «si scrive come si vive»3 e la coscienza di marginalità di chi va alla ricerca di un lirismo profondo che condanna il poeta a illuminare il mondo e a cantarlo. Con la prima di queste idee, il poeta risulta uno “sterminatore” – come l’ha definito qualcuno – che cerca di liquidare l’ordine prestabilito per edificarne uno nuovo, esente dai pregiudizi che falsano la realtà dell’uomo, guidato dal sentore del vero. Questo per dire che il carattere apparentemente distruttivo della sua poesia nasce da un’inclinazione al rischio e alla profondità, in cui ogni parola viene soppesata e indirizzata per dotare il poema della massima intenzionalità, sia etica che estetica. Ángel Crespo spiegava il medesimo concetto, affermando che questa poesia è «volta a rimuovere gli ostacoli della vita più che a essere messaggera di annichilimento; porta scompiglio, non nell’ordine naturale, ma nel disordine con cui i manichei di tutti tempi hanno cercato di sostituirlo»4. E noi aggiungiamo che questo modo di procedere, basato sull’effetto dei contrari, colloca il nostro poeta agli antipodi del nichilismo. Arriviamo quindi alla conclusione che Ángel Guinda scrive come vive, così come è stato accennato riguardo al secondo aspetto della sua scrittura. Una fame di vita e di esperienze personali che ci rivela nell’opera lo spazio comune delle nostre vite, la fattura dei nostri desideri, delle nostre frustrazioni, speranze, dubbi e certezze. Infine, sulla risultante delle due vie tracciate ritroviamo la terza che abbiamo indicato: il poeta si sente spinto al canto, alla poesia poiché tanta vita che come spesso afferma l’autore è anche tanta morte, non può non essere offerta, donata. In questo senso, Guinda è stato definito come un poeta maledetto, condannato a rendere poetico tutto quanto incontra. Ciò nonostante, ci sembra più adeguato considerare tale aspetto maledetto come l’ombra che la tentazione della concentrazione su se stesso proietta sul suo lavoro, pur se non arriva a materializzarsi. Di fatto, l’autore stesso ha denunciato questo pericolo nel suo saggio El mundo del poeta, el poeta en el mundo. Ci riferiamo alla pretesa che la poesia crei uno stato migliore della realtà e, per questo, migliore rispetto alla realtà, dimenticando che, come ci ricorda Víctor Moreno, lungi dall’essere così, il verso è «una possibilità espressiva in più che abbiamo a nostra disposizione»5 e, come tale, «non né migliore né peggiore di altre»6. Capiamo allora, che se Ángel Guinda dichiara di scrivere contro la realtà, non è perché la detesta, ma perché riconosce in essa l’incapacità di rispondere al suo grido umano, il che, in ultima istanza, non gli fa rinnegare quanto esiste, ma perseguire – quasi implorare -un inizio di risposta, qualcosa che gli sveli su claro interior – la sua chiara interiorità – come recita il titolo dell’ultima raccolta di poesie. La constatazione, in definitiva, che la realtà è segno di un’altra cosa. Infatti, nella poesia intitolata “La realtà” si spiega che, nonostante scriva contro di essa, senza sapere nemmeno se esiste, essa persiste «e questo sì, è un mistero»7. Un ulteriore conferma ci è data da una traiettoria poetica che comprende due tappe: quella che si conclude con il libro Biografía de la muerte e quella successiva a questa pubblicazione. La linea divisoria tra le due sarebbe delineata dall’incontro con la voz de la mirada – la voce dello sguardo – titolo di un’altra sua opera, e punto di inflessione verso una poesia «rivolta al mistero»8.

Se in Ángel Guinda è stato possibile questo itinerario, c’è da chiedersi cosa possa definirsi impossibile! Noi lettori aspettiamo ansiosi l’evoluzione del suo lavoro, e questo, per un poeta, è molto significativo.

                                                                                                                                             Traduzione di Gloria Bazzocchi

 

1Ángel Guinda, El Mundo del Poeta. El Poeta en el Mundo, Olifante, Zaragoza, 2007, pp. 7-8.

2Ángel Guinda, Poesía y Subversión: Manifiesto del 78, Zaragoza, Olifante, 1978; cit. Vida ávida, edizione bilingüe in bulgaro e spagnolo, trad. Rada Panchovska, Sofía, Próxima RP editorial, 2006 p. 88.

3Ibid.

4Ángel Crespo, Las cenizas de la flor, Madrid, Júcar, 1987; cit. Vida ávida, edizione bilingue in bulgaro e spagnolo, trad. Rada Panchovska, Sofía, Próxima RP editorial, 2006, pp. 97-98.

5Víctor Moreno (2007), “Lugares comunes sobre el hecho poético”, Cuadernos de Literatura Infantil y Juvenil, 2007, pp. 1-3.

6Ibid.

7Ángel Guinda, Claro interior, Zaragoza, Olifante, 2007, “La realidad”.

8Ángel Guinda, El mundo del poeta, el poeta en el mundo, Zaragoza, Olifante, 2006, p. 10.

POESIE DI ÁNGEL GUINDA
a cura di Pablo Luque Pinilla
traduzione di Gloria Bazzocchi

 

Tu boca vertical me escupió oblicuo
y no ha dejado tu sangre de rodar;
más que en la mesa, al volcarse una botella,
su dentro se derrama.
Y esa sangre no puede coagular
sino en mi pecho,
en esa bomba músculo que llaman corazón
y yo taberna.
Bebo mosto de alumbramiento,
negro alcohol espejo de tu ausencia.
Llevo toda la vida
bebiendo hijo sin fermentar,
masticando la madre de mi vino.
Toda la vida borracho de soledad
tragando muerte.(Vida ávida, 1980-1990)La tua bocca verticale mi espulse di sbieco
e non ha smesso il tuo sangue di gorgogliare;
più di quando su un tavolo si rovescia una bottiglia,
il suo interno si sparge.
E quel sangue non può coagulare
se non nel mio petto,
in quella pompa muscolo che chiamano cuore
ed io taverna.
Bevo mosto di nascita,
nero alcol specchio della tua assenza.
È tutta la vita
che bevo figlio non fermentato,
che mastico la madre del mio vino.
Tutta la vita ubriaco di solitudine
a ingurgitare morte.PÓSTUMOMe he bebido la vida.
La resaca
ha dejado en mis labios
un torbellino de desdén,
y en la mirada
toda la ausencia de la lejanía.
Convivo con la muerte.
Cualquier noche,
en lugar de unas manchas sobre un folio
y un ruido de palabras martilleantes
dando tumbos contra la dentadura,
te dejaré la luz de mi silencio,
limpio como el mantel desplegado del sol.

(Vida ávida, 1980-1990)

POSTUMO

Mi son bevuto la vita.
La sbornia
ha lasciato sulle mie labbra
un turbinio di disprezzo
e nello sguardo
tutta l’assenza della lontananza.
Convivo con la morte.
Una notte,
al posto di macchie su un foglio
e un rumore di parole martellanti
sbalzate contro la dentatura,
ti lascerò la luce del mio silenzio,
pulito come la tovaglia spiegata del sole.

LA EDAD DE ORO

No lamentes
haber perdido el esplendor juvenil,
los estallidos de la vida,
a cambio
de un horizonte de cenizas.
Nadie puede avanzar
en medio de un bosque en llamas,
sí a través del desierto.

(Conocimiento del medio, 1990-1995)

 

L’ETA’ DELL’ORO

Non rimpiangere
d’aver perduto lo splendore giovanile,
le esplosioni della vita,
in cambio
di un orizzonte di cenere.
Nessuno può camminare
in mezzo a un bosco in fiamme,
ma attraverso il deserto, sì.

PARA PERMANECER

Je ne vois qu´infini par toutes les fenêtres
Charles Baudelaire

Sin perder de vista el cielo,
que la tierra te mire
y puedas ver el mar.
Que en ti todo lo oculto
esté presente;
todo lo muerto, vivo;
lo por nacer, nacido.
Y tu huella dé fruto,
a la orilla del tiempo.

(Conocimiento del medio, 1990-1995)

 

PER PERDURARE

Je ne vois qu´infini par toutes les fenêtres
Charles Baudelaire

Senza perder di vista il cielo,
che la terra ti guardi
e tu possa vedere il mare.
Che in te quanto è nascosto
sia presente;
quanto è morto, vivo;
quel che deve nascere, nato.
E la tua impronta dia frutti,
sulla riva del tempo.

 

AUTOBIOGRAFÍA

Si mi vida no es esto
¿qué será la vida?

Martín Adán

Me preguntas por mi vida a bocajarro:
¿qué puedo responder, con qué y de qué modo?
Lo que sé de mi vida lo borra cuanto no sé de ella:
las palabras no alcanzan, los recuerdos confunden.
Mi vida es lo que he hecho,
he deshecho, he dejado de hacer.
Para saber de mi vida, piensa en la muerte;
piensa en ti que estás viva y has de sobrevivirme.
No sé si tendré tiempo
para vivir lo no vivido, para matar lo que viví,
para vivir la muerte antes de que me muera.
Mi vida recibe instrucciones de otras vidas
anteriores a mí, a las que sirvo
como fiel sucesor y en mí reviven
-no tengo ojos sino para lo que no veo.
Mi vida es una noche que a la luz no se adapta,
un astro fugitivo extraviado en la tierra;
es también la palabra que aún no me encontró,
el mensaje misterioso que no descifraré.
Aunque mi verdadera vida tal vez se inventará.

(La llegada del mal tiempo, 1995-1996)

  

AUTOBIOGRAFIA

Si mi vida no es esto
¿qué será la vida?

Martín Adán

Mi chiedi della mia vita a bruciapelo:
che rispondere, come e in che modo?
Quel che so della mia vita lo cancella quanto di essa non so:
le parole non bastano, i ricordi confondono.
La mia vita è quel che ho fatto,
ho disfatto, ho smesso di fare.
Per sapere della mia vita, pensa alla morte,
pensa a te che sei viva e che mi devi sopravvivere.
Non so se avrò tempo
per vivere il non vissuto, per uccidere quanto vissi,
per vivere la morte prima di morire.
La mia vita riceve istruzioni da altre vite
precedenti, che servo
come fedele successore e in me rivivono
– non ho occhi se non per quanto non vedo.
La mia vita è una notte che non si adatta alla luce,
un astro fuggitivo smarrito sulla terra;
è anche la parola che ancora non mi ha trovato,
il messaggio misterioso che non decifrerò.
Anche se la mia vera vita forse s’inventerà.

REGLAS DEL JUEGO

Cuando se es muy joven
uno vive sin apenas darse cuenta.

Cuando se es menos joven
uno comprende cuánto cuesta vivir.

Cuando se empieza a envejecer
uno hace recuento de todo lo vivido.

Cuando se es ya viejo
uno evita la idea de morir.

Cuando se nubla la vista
todo se ve definitivamente claro.

(La llegada del mal tiempo, 1995-1996)

REGOLE DEL GIOCO

Quando si è molto giovani
si vive quasi senza rendersi conto.

Quando si è meno giovani
si capisce quanto è duro vivere.

Quando si comincia a invecchiare
si fanno i conti di tutto quanto si è vissuto.

Quando ormai si è vecchi
si evita l’idea della morte.

Quando si annebbia la vista
tutto appare definitivamente chiaro.

LOS ALMENDROS EN FLOR

Cada año
la llegada de la primavera
me duele más.

Salgo al campo:
están los almendros en flor,
pero yo no.

(La llegada del mal tiempo, 1995-1996)

 

I MANDORLI IN FIORE

Ogni anno
l’arrivo della primavera
mi fa più male.

Vado in campagna:
i mandorli sono in fiore,
ma io no.

LA PUERTA DEL SILENCIO

Somos gotas de sed,
ecos de un resplandor.

Frente al mar todos callan.

(La llegada del mal tiempo, 1995-1996)

 

LA PORTA DEL SILENZIO

Siamo gocce di sete,
echi di uno splendore.

Di fronte al mare tutti tacciono.

 

MORIR

Morir es no volver a estar
a la misma hora
en los mismos lugares,
con las mismas personas.
No aparecer, cada mañana,
como esa gran luz nueva
disuelta entre las cosas;
dejar interrumpidos los trabajos,
los viajes en punto muerto.
Ajenos a los mares y a los astros.
Morir es estar quietos, sordos,
ciegos, mudos, desaparecidos,
desconectados de todos y de todo,
de nosotros también;
no regresar a casa nunca más.
No emitir ya señales, recibirlas tampoco.
Morir es no volver.

(Biografía de la muerte, 1996-2000)

 

MORIRE

Morire è non ritornare
alla stessa ora
negli stessi posti,
con le stesse persone.
Non apparire, ogni mattina,
come quella grande luce nuova
dissolta tra le cose;
lasciare interrotti i lavori,
i viaggi a un punto morto.
Estranei ai mari e agli astri.
Morire è rimanere calmi, sordi,
ciechi, muti, dispersi,
isolati da tutti e da tutto,
anche da noi stessi;
non tornare a casa mai più.
Non emettere più segnali, e nemmeno riceverli.
Morire è non tornare.

UNA VIDA TRANQUILA

Antes del fin
Ricardo Defarges

Me he castigado tanto el cuerpo, el alma,
que sólo tengo ganas de volver,
desatado de todo y de mí mismo,
a ese lugar donde las horas cunden,
fértiles, y pensar aprovecha
como un zumo fresco de frutas bajo el sol.
Pasear, empapado de olor a savia, camino de la casa
-observando el vuelo raso de la neblina
y las candelas del atardecer.
Y allí, junto al hogar, poner un poco de orden
al estrépito de los años, a los muebles de la memoria.
Oír el llover lento de la conciencia
calar en el eco de mis pasos, dispuesto a vigilar,
aunque sea de reojo, el reloj del adiós.
Me he castigado tanto el cuerpo, el alma,
que tengo ganas de regresar al campo
a ver amanecer; escuchar
el agua del deshielo rodar por la montaña;
colmarme de la paz de los senderos,
del canto de pájaros e insectos,
de la brisa que estremece las manos de los árboles;
tropezar con las piedras al contemplar las nubes.
Sentir que, sin saberlo,
estuve tanto tiempo vivo, y aún lo estoy.

(Biografía de la muerte, 1996-2000)

 UNA VITA TRANQUILLA

Antes del fin
Ricardo Defarges

Ho castigato tanto il corpo, l’anima,
che ho solo voglia di tornare,
staccato da tutto e da me stesso,
in quel luogo in cui le ore rendono,
fertili, e pensare trae beneficio
come un succo fresco di frutta sotto il sole.
Passeggiare, impregnato di odore di linfa, verso casa
– osservando il volo raso della foschia
e le luci dell’imbrunire.
E lì, vicino a casa, rimettere un po’ in ordine
il chiasso degli anni, i mobili della memoria.
Sentire il piovere lento della coscienza
immergermi nell’eco dei miei passi, disposto a vegliare,
se pur nascostamente, l’orologio degli addii.
Ho castigato tanto il corpo, l’anima,
che ho voglia di tornare in campagna
a vedere l’alba, ascoltare
l’acqua del disgelo rotolare giù per la montagna
riempirmi della pace dei sentieri,
del canto di uccelli e insetti,
della brezza che fa tremare le mani degli alberi,
inciampare nei sassi nel contemplare le nuvole.
Sentire che, senza saperlo,
sono stato vivo per tanto tempo e ancora lo sono.

CANCIÓN ESTÉRIL

Cómo habría querido darte todo
lo que yo nunca tuve: una infancia feliz
-cimiento de un futuro
compacto en seguridad y fortaleza;
cierta disposición favorable ante el mundo,
la salud del silencio,
el taller clandestino de las palabras,
la amistad, el ansia de saber, de ser libre,
las llamas del motín de enamorarse,
el fragor de vivir y un respeto a la muerte.
Pero nada de esto te podré conceder,
porque no nacerás.
Y aun así, me pregunto
si habrías admitido cuanto yo te ofrecía
-simplemente, la vida;
y aceptarme, porque yo te aceptaba.

(Biografía de la muerte, 1996-2000)

 

CANZONE STERILE

Come avrei voluto darti tutto
quanto non ho mai avuto: un’infanzia felice
– fondamento di un futuro
saldo in sicurezza e forza;
una certa disposizione favorevole al mondo,
la salute del silenzio,
il laboratorio clandestino delle parole,
l’amicizia, l’ansia di sapere, di essere libero,
il fuoco di quel tumulto che è innamorarsi,
il fragore di vivere e un rispetto per la morte.
Ma nulla di questo ti potrò concedere,
perché non nascerai.
E anche così, mi chiedo
se avresti accolto quanto io ti offrivo
– semplicemente, la vita;
e accettarmi, perché io ti accettavo.

¿Mirar es acercarse o atraer?
El sol, frutal, tirita, estremecido
fogonazo de trinos y de aromas.
En los brazos del monte brama el viento:
¿qué dice cuándo pasa?
No conoce el nombre de los árboles.
Hay otra luz para las flores de agua.
Islas en llamas en la noche,
vamos detrás de aquello que se escapa.

(La voz de la mirada, 2000-2001)

 

Guardare è avvicinarsi o attirare?
Il sole, fruttifero, trema,vibrante
vampata di trilli e di aromi.
Tra le braccia del monte bramisce il vento:
cosa dice quando passa?
Non conosce il nome degli alberi.
Vi è un’altra luce per i fiori d’acqua.
Isole in fiamme nella notte,
andiamo dietro a quello che sfugge.

 

“Eres la lejanía, que me cerca.”

(Toda la luz del mundo, 2000-2002)

“Sei la lontananza, che mi circonda.”

Qué insaciable beber un agua que tiene sed.

(Toda la luz del mundo, 2000-2002)

Quanto è insaziabile bere dell’acqua assetata.

LAS PALABRAS

Cada palabra pesa
todo lo que la vida
ha pasado por ella.

Hay palabras que viven,
palabras que dan vida;
hay palabras que mueren
y palabras que matan:
sólo algunas traspasan.

Cada palabra pesa
su paso por la vida.

(Claro interior, 2000-2007)

LE PAROLE

Ogni parola pesa
tutto quanto la vita
ha passato per lei.

Vi sono parole che vivono,
parole che fanno vivere;
vi sono parole che muoiono
e parole che uccidono:
solo alcune rimangono.

Ogni parola pesa
il suo passare per la vita.

LA REALIDAD

A pesar de que escribo
contra ella
-sobre ella jamás-
no sé en qué consiste
la realidad,
ni siquiera si existe.
Pero persiste,
y esto sí que es misterio.

(Claro interior, 2000-2007)

LA REALTÀ

Nonostante io scriva
contro di lei
– ma su di lei mai –
non so in cosa consiste
la realtà,
neppure se esiste.
Eppur persiste,
e questo sì è un mistero.

MUNDO PROPIO

Estar fuera del mundo por llevar un mundo dentro.

Si mi mundo no es éste, mi mundo dónde está.

(Claro interior, 2000-2007)

MONDO PROPRIO

Essere fuori dal mondo per avere un mondo dentro.

Se il mio mondo non è questo, dov’è il mio mondo.

 

© de los poemas en castellano: licencia otorgada por Olifante. Ediciones de Poesía
© delle poesie in castigliano: licenza rilasciata da Olifante. Ediciones de Poesíapablo.luque.pinilla@gmail.com
gloria.bazzocchi@unibo.it

 

 

Da un intenso silenzio

Da un intenso silenzio. La scrittura di Valeria Dal Bo[1].

di Mariella De Santis

Càpita, seppure raramente, di leggere di poeti schivi, ritrosi alla condivisione pubblica, infaticabili esattori di precisione, apprezzati da un pubblico che quasi scelgono loro come comporre. Sono consegnati dalla storia alla scia luminosa di una cometa e se riusciamo a passare le dita in quella coda, qualcosa di molto sorprendente  ci rimane attaccato alle dita. È per questo motivo che desidero proporre la condivisione di alcuni testi di Valeria Del Bo. Valeria da oltre venti anni tiene a casa sua, mensilmente, quello che una volta si chiamava con naturalezza un salotto letterario ma di fatto è sempre stato un singolare laboratorio in cui ogni poeta legge un inedito e poi se ne discute con la massima franchezza. L’esperienza era nata addirittura  30 anni orsono a casa di Irene Stefanelli e alla sua morte Giampiero Neri, grande amico ed estimatore della Dal Bo le chiese di continuare. Negli anni un nucleo è rimasto inalterato e altri poeti si sono avvicendati in questa pratica di fedeltà all’incontro. Alcuni di questi sono pubblicati correntemente, praticano quelle circostanze di messa in comune del proprio lavoro ma Valeria Dal Bo, nonostante offerte di edizione di propri volumi, si è sempre sottratta aderendo solo a qualche pubblicazione collettanea. Anticipo l’ingresso nei suoi testi con queste notizie perché in qualche modo i suoi scritti trattengono un umore di ritrazione che, niente concedendo al biografismo inteso come referenza diretta ad eventi della propria vita, sigillano nella poesia una posizione di esistenza. Alcune categorie interpretative di Julia Kristeva ben si attagliano alla lettura dei testi della Dal Bo, in particolare mi viene in mente quanto la filosofa scriveva a propositi della chora intesa come luogo di rottura e riformazione, determinato da un ritmo che precede ogni evidenza narrativa generando un senso inconsueto di spazialità e temporalità. È in questa dinamica che si determinano le immagini a volte deformanti, sempre stranianti che prendono forma di significanti.

I due fantocci
 
Poiché insidiano la nostra mente
E i nostri sogni
Poiché occupano il nostro letto
E opprimono il nostro costato
Abbiamo deciso di seppellirli
Così nella notte M. mi carica sulle spalle
E cammina avanti
Mentre io rivolta all’indietro
Trascino i nostri due fantocci
Che proprio morti non sono
Poiché non appena si intravede
Oltre la siepe di robinia
Il cimitero del paese
Ci tirano all’indietro
E proprio non ne vogliono sapere
di un’onorata sepoltura

Questo è un testo che Valeria Dal Bo codifica come racconto, ma molto c’è da dire al riguardo e leggiamo immediatamente di seguito uno di quelli dall’Autrice definito di poesia, da una recente raccolta inedita, come le altre, dedicata ad Andrea Zanzotto:

Per sentieri scoscesi
là dove più indugia l'odore del muschio
e la felce e il verde placato
là dove la luce discretamente punge
le frastagliate foglie e il bosco
disvela la notte e il vento gli accordi
dove s'ostina la rosa e la carne s'incrina
conducono i passi si spegne la montagna 

 Nel primo abbiamo l’impressione di una narrazione, di un plot, ma la scelta di dargli una struttura formale in versi sta già sconfessando l’intenzione e ci riporta a quel momento primario di generazione del ritmo  all’interno del quale ogni concrezione si determina. Nel secondo, per contro, apparentemente non abbiamo una narrazione ma di fatto siamo trasportati dentro una precisa mappatura naturale dove specifiche qualità che riconduciamo all’umano o alla natura, si scambiano. La carne s’incrina come una superficie minerale e la montagna si spegne come usiamo dire di una vita. Anche i due misteriosi fantocci dovrebbero venire seppelliti ma  il loro movimento di ritrazione segna una dinamica violenta, di fuga dalla morte, gelata da un’apparente stabilità che la scrittrice costruisce con l’esattezza di misura, ritmo, lingua. È questa una poetica dell’inquietudine dalla quale, meritoriamente, scompare la referenza esplicita alla biografia e impallidisce l’IO come agente e movente del testo. Siamo lontani da una poesia di romanzizzazione e, dal mio punto di vista, anche da una poesia in prosa o dalla prosa poetica. Qui siamo di fronte all’insorgenza di una personalissima forma scritturale con un forte impatto visuale, non visivo. Intendo dire che nonostante nei microtesti narrativi ognuno di noi può figurare una dialettica relazionale tra i soggetti attivi, la lettura continuativa dei materiali si costituisce quale  costruzione di recinti fatti di lingua, simbolo, significante dentro i quali  forze dinamiche si contrappongono.

La casa è un cubo di pietra
Circondata da altissime mura
È lontana dalla città
Forse al margine del bosco
Le sue quattro porte corrispondono ai punti cardinali
La porta nord ha di fronte un sarcofago bianco
La porta est ha sulla soglia il sole del mattino
Quando la porta ovest è oscurata da uno sconosciuto
Esco dalla porta sud per sorprenderlo alle spalle 

È qui evidente il senso di pericolo imminente che attraversa tutte le composizioni di Valeria Dal Bo ed è interessante notare che questo emerge anche dalle poesie in cui l’elemento dominante è quello naturale e non umano:

Tutto l'oro ha filtrato la terra
vento e gelo a scorticare il prato
e fiori stesi a asciugare
scrutano l'occhio del mattino
e questi afoni richiami
e il fragile vischio
in un tramonto di caldarroste 

Il vento e il gelo scorticano, ancora, il prato come fosse corpo umano, i fiori sono di vedetta, i richiami nella loro afonia, impotenti. L’esistenza è fragile come il pungente vischio e la contesa è tra vincitori e vinti. Cosa è la morte in questo contesto?

Geisha
 
Il corridoio è lungo quel tanto che basta
Alla donna per distendersi
La larghezza corrispondente alle sue spalle
L’altezza è quella della donna stessa
Una luce illumina lo spazio
Senza porte né finestre
Eppure un pertugio c’è
Ch’io apro una volta due e forse tre
I suoi piedi spuntano appena da un chimono
Variopinto che avvolge su su la sua figura snella
Sino al capo dai bei capelli
È lei la geisha sorridente?
–  Che cosa stai aspettando? – mi dice
A me che sono ancora morta.

“A me che sono ancora morta” è la clausola di questo testo, non “già” morta ma “ancora” preludendo quindi ad una possibilità di risveglio della Geisha, novella bella addormentata o ad una resurrezione? Non ci sono elementi nei testi che facciano pensare ad una referenza religiosa. Piuttosto abbiamo visto anche dalle letture precedenti che la morte incombe ma non necessariamente si compie anche se si conforma quale esito di relazione tra soccombenti. È in questa relazione agonica che colgo una tensione esistenziale sovraindividuale. La vita e l’esistenza sono condizioni di conflitto tra un’aspirazione alla realizzazione di sé e ostacoli che lo impediscono. L’eliminazione violenta dell’ostacolo che nei testi è sempre personificato, potrebbe essere una soluzione ma non è possibile adottarla e qui l’Autrice si ferma. Rimane il campo di forze contrapposte dentro il quale noi possiamo giocare la nostra identificazione, disidentificazione e, fuori dal sonno della morte accedere alla consapevolezza delle cose come sono.

Di Valeria Dal Bo amo molto la potenza immaginifica, il coraggio della solitudine nella sua ricerca e l’eleganza dei testi che a volta sfiora l’estetismo senza mai caderci dentro.

Mi piacerebbe che l’Autrice ci permettesse di leggerla attraverso una raccolta completa del suo lavoro ormai più che trentennale e forse un giorno questo riserbo si trasformerà con la stessa sorpresa che ci rivela la lettura delle sue creazioni.

Inediti di Valeria Dal Bo

Corona di spine con ciliegia
 
È tardi per il giorno ma ancora presto per la notte
Il portone che si richiude alle mie spalle suona il gong
La strada è deserta ma accogliente
Manca ogni ragionevole ragione per non sentirsi in pace
Eppure qualcuno mi insegue
Porta sopra il braccio alzato una corona di spine
Una ciliegia rosseggia nel mezzo
Mi scivola ora in avanti ora all’indietro
Come se non mi appartenesse
Ma la ciliegia è mia
Ora le mie labbra sono rubini nella notte
 


Stanza
 
Il colore della stanza è quello del refettorio dei poveri
Madrefiglia vi si aggirano nella notte
A volte si spingono sino alla finestra
E protendono le mani oltre l’inferriata
Cantano con voce stonata
Ma tu non puoi ridipingere la stanza


 
Colore nero
 
Io che finalmente ho me
Io ho deciso di festeggiare
Poiché bussano alla porta vado ad aprire
Tre zingare affollano la mia soglia
Vestono abiti sontuosi
Il capo avvolto in turbanti
Entra per prima la Bluvestita
Poi la Variegata
Infine la Nera
Avanza lentamente solenne e ingombrante
- È la mia festa – dico
Lei si toglie il mantello
Sotto indossa un sobrio abito nero
Mi si avvicina
Mi abbraccia
Dice che diventeremo amiche
Io so di non poterla contraddire
Il nero è un colore indelebile
 


Boschetto di robinia
 
Mi pareva che un dio nascosto mi chiamasse per nome
Eppure il boschetto di robinia era lì
A portata di mano
Mi sono fatta largo tra rami e rovi intricatissimi
Sino a un pertugio
Così piccolo che vi passava soltanto la testa
E poi facendomi forza e ancora forza
Le spalle e infine il resto è scivolato fuori
Sono salva ho gridato
 
 
 

Gabbia
 
Non era  una gabbia dorata
il pettirosso andava e veniva
senza deporvi le uova
sul fondo della gabbia il sarago boccheggiava
-Fa' attenzione- dice mio padre comparso all' improvviso
fa' attenzione l'uccello potrebbe cavargli gli occhi


 
a ZANZOTTO
 
Piano mi disancoro
al largo spinge vento smeraldino
e già la vela s'appaga
in vertigine di luce acqua vivificatrice
e battiti scandagliano il fondale
e lontano risuona inutile crinale
 
 
Il vento ha riposto la spada
e il mantello di gelo ha ripiegato
riempie l'azzurro la piccola vela
il mare inanellato e il porto
 
 
e ancora nidi
a ritentare dal sonno
i vetri spenti
 
 
Già fiuta l'azzurro la collina
e di bisbigli l'orto è tutto pieno
della mimosa la lusinga cerco
nei passi scalpitanti oltre la siepe
di macerie e di brine
nelle ragnatele di luce oltre il cancello
di muschi e di licheni 

Nota

[1] Valeria Dal Bo è lombardo veneta. Vive a Milano. Si è occupata della famiglia, di buone letture, di amici scelti e di scrittura. La foto a corredo dell’articolo è quella fornita dall’autrice.

La boccetta di Baudelaire

di Donato Salzarulo

Questo testo nasce da un’intensa corrispondenza intrattenuta con l’amico Adelelmo Ruggieri nella primavera del 2005. Da qui alcuni passaggi colloquiali e allusioni a precedenti comunicazioni. La comprensione, però, è assolutamente possibile e non compromessa. Vista la lunghezza devo soltanto fare appello alla pazienza di chi legge. Del resto, i temi in discussione hanno a che vedere col senso della morte, della vita, della poesia, dell’arte, ecc. Insomma, questioni tutt’altro che secondarie.

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Riordinadiario sul finire del 2020. Michele Ranchetti

Nel novembre 1995 all’università di Siena  per la commemorazione di Franco Fortini, morto l’anno prima (28 novembre 1994) seguii gli interventi tenuti da suoi amici e discepoli sulla sua figura e la sua opera.  Tra tutti fui  colpito da quello di Michele Ranchetti, tanto che scrissi una poesia (Abbiamo amato un poeta “fragile”). Nel 1996, dopo averlo incontrato in alcune riunioni del Centro Franco Fortini, gli scrissi una lettera, che andò dispersa. Gliela rimandai nell’aprile del 1997, dopo una sua  amichevole telefonata e da allora iniziò tra noi un saldo legame. Leggendo i suoi “Scritti diversi”, che mi donò, e gli articoli che andava pubblicando  su “il manifesto”, mi accorsi  di quanto fosse forte la sua personalità, ben distinta e per certi versi in contrasto con quella di Fortini, che io seguivo da tempo e sentivo più vicino a me per la sua scelta marxista. E capii pure che la sua riflessione così radicale e critica sulla storia della Chiesa Cattolica e sulla psicanalisi mi aiutava a ridiscutere nodi irrisolti della mia esperienza sentimentale ed  intellettuale stretta tra due crisi: quella della formazione giovanile cattolica meridionale   e quella della militanza marxista degli anni ’70 al Nord. Il materiale che pubblico (appunti  di diario, sunti di letture + alcune lettere) è abbondante e  per alcuni sarà  di gravosa lettura.  Ciascuno scelga liberamente  se e cosa leggere.  Pubblicarlo per me è un atto di gratitudine alla sua figura non più prorogabile; e ho voluto – non so bene perché – renderlo noto entro la fine di questo terribile 2020.  Se  stimolerà  altri a Rileggere Ranchetti, come non ho smesso di fare io anche dopo la sua morte, tanto meglio. [E. A.]   Continua la lettura di Riordinadiario sul finire del 2020. Michele Ranchetti

Riordinadiario 2013. Una polemica su Tolstoj

di Ennio Abate

Nel dicembre 2013 ebbi modo di leggere questo saggio: L. Tolstoj Le memorie di un folle, nel frattempo comparso sulla Rivista di psicologia analitica  (qui). Me l’inviò, chiedendomi un parere, l’autore, un certo Baio della Porta, pseudonimo di uno studioso che preferiva non rivelare la sua identità anagrafica. La mia reazione fu  di sconcerto, tanto trovai esasperata e ipersoggettivistica la sua dissacrazione del narratore russo. E risposi con questa lettera polemica di cui non mi pento neppure oggi. Non sono in grado di riportare direttamente il saggio su Poliscritture; e, per farsi  un’idea  precisa delle critiche a Tolstoj di Baio della Porta,  il lettore dovrà  andare al link che ho indicato.  [E. A.]
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Ma la follia è vita?

di Ennio Abate

Nella nostra silenziosa, poco trattabile follia, vorremmo essere identici a noi stessi, e non riusciamo a capire che nel momento in cui lo diventassimo veramente, noi saremmo morti. Proprio finiti. Senza volerlo sapere, parliamo attraversati da questo lutto, perché siamo anticipati dall’idea che invece essere non identici a noi stessi, essere altro, avere degli spigoli che non controlliamo, in noi o nel simile, sia un male.

(Alberto Zino, Che pesti, ALTRAPAROLA)

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Il tempo in Proust

di Gianfranco La Grassa

E’ intuitivo il fatto che la linea di scorrimento temporale avviene sempre in un unico senso, è irreversibile. Come si dice, la freccia del tempo è sem­pre rivolta in avanti; gli avvenimenti si snodano sempre dal passato verso il presente, dal presente verso il futuro, e mai in direzione contraria. Come di­ceva Era­clito, non ci si bagna due volte nello stesso fiume (cioè nella stessa acqua di quel dato fiume), poiché quest’acqua, proprio come il tempo, non può mai scorrere a ritroso, dalla foce alla sorgente. Continua la lettura di Il tempo in Proust

Dove si va a finire col realismo francese

Su Michel Houellebecq, ESTENSIONE DEL DOMINIO DELLA LOTTA

di Elena Grammann

L’articolo è ripreso dal blog “Dalla mia tazza di tè” (qui). [E. A.]

Estensione del dominio della lotta (ma una traduzione più corretta sarebbe Estensione del campo della lotta), pubblicato nel 1994, è il primo romanzo di Michel Houellebecq, e se non è valso all’autore il record di vendite e i riconoscimenti del successivo Le particelle elementari (1998), ha dalla sua di essere breve (circa 150 pagine) e, pur mischiando saggio e narrativa in una struttura abbastanza composita, di non scorrere in mille rivoli come il più vasto e ambizioso romanzo che segue. Di fatto, Estensione del dominio della lotta offre in una forma compatta, stringata e efficace la quintessenza dell’analisi houellebecqiana del disagio occidentale alla fine del secolo scorso.

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Aspettando Marion

di Rita Simonitto

Mi presento subito.

Mi chiamo Aldo e mia moglie, Ada.

Gli amici ci chiamano i coniugi AA, dalle nostre iniziali. Abbiamo una figlia, Cristina, iscritta a Lingue e che adesso si trova a New York per un corso di perfezionamento.

Quanto a me, ho fatto il panificatore per dare una mano a mio padre sia prima che dopo la mia Laurea in Scienze Economiche, non riuscendo a trovare, con quel titolo, subito una occupazione che mi potesse dare una certa autonomia finanziaria.

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