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Da un intenso silenzio

Da un intenso silenzio. La scrittura di Valeria Dal Bo[1].

di Mariella De Santis

Càpita, seppure raramente, di leggere di poeti schivi, ritrosi alla condivisione pubblica, infaticabili esattori di precisione, apprezzati da un pubblico che quasi scelgono loro come comporre. Sono consegnati dalla storia alla scia luminosa di una cometa e se riusciamo a passare le dita in quella coda, qualcosa di molto sorprendente  ci rimane attaccato alle dita. È per questo motivo che desidero proporre la condivisione di alcuni testi di Valeria Del Bo. Valeria da oltre venti anni tiene a casa sua, mensilmente, quello che una volta si chiamava con naturalezza un salotto letterario ma di fatto è sempre stato un singolare laboratorio in cui ogni poeta legge un inedito e poi se ne discute con la massima franchezza. L’esperienza era nata addirittura  30 anni orsono a casa di Irene Stefanelli e alla sua morte Giampiero Neri, grande amico ed estimatore della Dal Bo le chiese di continuare. Negli anni un nucleo è rimasto inalterato e altri poeti si sono avvicendati in questa pratica di fedeltà all’incontro. Alcuni di questi sono pubblicati correntemente, praticano quelle circostanze di messa in comune del proprio lavoro ma Valeria Dal Bo, nonostante offerte di edizione di propri volumi, si è sempre sottratta aderendo solo a qualche pubblicazione collettanea. Anticipo l’ingresso nei suoi testi con queste notizie perché in qualche modo i suoi scritti trattengono un umore di ritrazione che, niente concedendo al biografismo inteso come referenza diretta ad eventi della propria vita, sigillano nella poesia una posizione di esistenza. Alcune categorie interpretative di Julia Kristeva ben si attagliano alla lettura dei testi della Dal Bo, in particolare mi viene in mente quanto la filosofa scriveva a propositi della chora intesa come luogo di rottura e riformazione, determinato da un ritmo che precede ogni evidenza narrativa generando un senso inconsueto di spazialità e temporalità. È in questa dinamica che si determinano le immagini a volte deformanti, sempre stranianti che prendono forma di significanti.

I due fantocci
 
Poiché insidiano la nostra mente
E i nostri sogni
Poiché occupano il nostro letto
E opprimono il nostro costato
Abbiamo deciso di seppellirli
Così nella notte M. mi carica sulle spalle
E cammina avanti
Mentre io rivolta all’indietro
Trascino i nostri due fantocci
Che proprio morti non sono
Poiché non appena si intravede
Oltre la siepe di robinia
Il cimitero del paese
Ci tirano all’indietro
E proprio non ne vogliono sapere
di un’onorata sepoltura

Questo è un testo che Valeria Dal Bo codifica come racconto, ma molto c’è da dire al riguardo e leggiamo immediatamente di seguito uno di quelli dall’Autrice definito di poesia, da una recente raccolta inedita, come le altre, dedicata ad Andrea Zanzotto:

Per sentieri scoscesi
là dove più indugia l'odore del muschio
e la felce e il verde placato
là dove la luce discretamente punge
le frastagliate foglie e il bosco
disvela la notte e il vento gli accordi
dove s'ostina la rosa e la carne s'incrina
conducono i passi si spegne la montagna 

 Nel primo abbiamo l’impressione di una narrazione, di un plot, ma la scelta di dargli una struttura formale in versi sta già sconfessando l’intenzione e ci riporta a quel momento primario di generazione del ritmo  all’interno del quale ogni concrezione si determina. Nel secondo, per contro, apparentemente non abbiamo una narrazione ma di fatto siamo trasportati dentro una precisa mappatura naturale dove specifiche qualità che riconduciamo all’umano o alla natura, si scambiano. La carne s’incrina come una superficie minerale e la montagna si spegne come usiamo dire di una vita. Anche i due misteriosi fantocci dovrebbero venire seppelliti ma  il loro movimento di ritrazione segna una dinamica violenta, di fuga dalla morte, gelata da un’apparente stabilità che la scrittrice costruisce con l’esattezza di misura, ritmo, lingua. È questa una poetica dell’inquietudine dalla quale, meritoriamente, scompare la referenza esplicita alla biografia e impallidisce l’IO come agente e movente del testo. Siamo lontani da una poesia di romanzizzazione e, dal mio punto di vista, anche da una poesia in prosa o dalla prosa poetica. Qui siamo di fronte all’insorgenza di una personalissima forma scritturale con un forte impatto visuale, non visivo. Intendo dire che nonostante nei microtesti narrativi ognuno di noi può figurare una dialettica relazionale tra i soggetti attivi, la lettura continuativa dei materiali si costituisce quale  costruzione di recinti fatti di lingua, simbolo, significante dentro i quali  forze dinamiche si contrappongono.

La casa è un cubo di pietra
Circondata da altissime mura
È lontana dalla città
Forse al margine del bosco
Le sue quattro porte corrispondono ai punti cardinali
La porta nord ha di fronte un sarcofago bianco
La porta est ha sulla soglia il sole del mattino
Quando la porta ovest è oscurata da uno sconosciuto
Esco dalla porta sud per sorprenderlo alle spalle 

È qui evidente il senso di pericolo imminente che attraversa tutte le composizioni di Valeria Dal Bo ed è interessante notare che questo emerge anche dalle poesie in cui l’elemento dominante è quello naturale e non umano:

Tutto l'oro ha filtrato la terra
vento e gelo a scorticare il prato
e fiori stesi a asciugare
scrutano l'occhio del mattino
e questi afoni richiami
e il fragile vischio
in un tramonto di caldarroste 

Il vento e il gelo scorticano, ancora, il prato come fosse corpo umano, i fiori sono di vedetta, i richiami nella loro afonia, impotenti. L’esistenza è fragile come il pungente vischio e la contesa è tra vincitori e vinti. Cosa è la morte in questo contesto?

Geisha
 
Il corridoio è lungo quel tanto che basta
Alla donna per distendersi
La larghezza corrispondente alle sue spalle
L’altezza è quella della donna stessa
Una luce illumina lo spazio
Senza porte né finestre
Eppure un pertugio c’è
Ch’io apro una volta due e forse tre
I suoi piedi spuntano appena da un chimono
Variopinto che avvolge su su la sua figura snella
Sino al capo dai bei capelli
È lei la geisha sorridente?
–  Che cosa stai aspettando? – mi dice
A me che sono ancora morta.

“A me che sono ancora morta” è la clausola di questo testo, non “già” morta ma “ancora” preludendo quindi ad una possibilità di risveglio della Geisha, novella bella addormentata o ad una resurrezione? Non ci sono elementi nei testi che facciano pensare ad una referenza religiosa. Piuttosto abbiamo visto anche dalle letture precedenti che la morte incombe ma non necessariamente si compie anche se si conforma quale esito di relazione tra soccombenti. È in questa relazione agonica che colgo una tensione esistenziale sovraindividuale. La vita e l’esistenza sono condizioni di conflitto tra un’aspirazione alla realizzazione di sé e ostacoli che lo impediscono. L’eliminazione violenta dell’ostacolo che nei testi è sempre personificato, potrebbe essere una soluzione ma non è possibile adottarla e qui l’Autrice si ferma. Rimane il campo di forze contrapposte dentro il quale noi possiamo giocare la nostra identificazione, disidentificazione e, fuori dal sonno della morte accedere alla consapevolezza delle cose come sono.

Di Valeria Dal Bo amo molto la potenza immaginifica, il coraggio della solitudine nella sua ricerca e l’eleganza dei testi che a volta sfiora l’estetismo senza mai caderci dentro.

Mi piacerebbe che l’Autrice ci permettesse di leggerla attraverso una raccolta completa del suo lavoro ormai più che trentennale e forse un giorno questo riserbo si trasformerà con la stessa sorpresa che ci rivela la lettura delle sue creazioni.

Inediti di Valeria Dal Bo

Corona di spine con ciliegia
 
È tardi per il giorno ma ancora presto per la notte
Il portone che si richiude alle mie spalle suona il gong
La strada è deserta ma accogliente
Manca ogni ragionevole ragione per non sentirsi in pace
Eppure qualcuno mi insegue
Porta sopra il braccio alzato una corona di spine
Una ciliegia rosseggia nel mezzo
Mi scivola ora in avanti ora all’indietro
Come se non mi appartenesse
Ma la ciliegia è mia
Ora le mie labbra sono rubini nella notte
 


Stanza
 
Il colore della stanza è quello del refettorio dei poveri
Madrefiglia vi si aggirano nella notte
A volte si spingono sino alla finestra
E protendono le mani oltre l’inferriata
Cantano con voce stonata
Ma tu non puoi ridipingere la stanza


 
Colore nero
 
Io che finalmente ho me
Io ho deciso di festeggiare
Poiché bussano alla porta vado ad aprire
Tre zingare affollano la mia soglia
Vestono abiti sontuosi
Il capo avvolto in turbanti
Entra per prima la Bluvestita
Poi la Variegata
Infine la Nera
Avanza lentamente solenne e ingombrante
- È la mia festa – dico
Lei si toglie il mantello
Sotto indossa un sobrio abito nero
Mi si avvicina
Mi abbraccia
Dice che diventeremo amiche
Io so di non poterla contraddire
Il nero è un colore indelebile
 


Boschetto di robinia
 
Mi pareva che un dio nascosto mi chiamasse per nome
Eppure il boschetto di robinia era lì
A portata di mano
Mi sono fatta largo tra rami e rovi intricatissimi
Sino a un pertugio
Così piccolo che vi passava soltanto la testa
E poi facendomi forza e ancora forza
Le spalle e infine il resto è scivolato fuori
Sono salva ho gridato
 
 
 

Gabbia
 
Non era  una gabbia dorata
il pettirosso andava e veniva
senza deporvi le uova
sul fondo della gabbia il sarago boccheggiava
-Fa' attenzione- dice mio padre comparso all' improvviso
fa' attenzione l'uccello potrebbe cavargli gli occhi


 
a ZANZOTTO
 
Piano mi disancoro
al largo spinge vento smeraldino
e già la vela s'appaga
in vertigine di luce acqua vivificatrice
e battiti scandagliano il fondale
e lontano risuona inutile crinale
 
 
Il vento ha riposto la spada
e il mantello di gelo ha ripiegato
riempie l'azzurro la piccola vela
il mare inanellato e il porto
 
 
e ancora nidi
a ritentare dal sonno
i vetri spenti
 
 
Già fiuta l'azzurro la collina
e di bisbigli l'orto è tutto pieno
della mimosa la lusinga cerco
nei passi scalpitanti oltre la siepe
di macerie e di brine
nelle ragnatele di luce oltre il cancello
di muschi e di licheni 

Nota

[1] Valeria Dal Bo è lombardo veneta. Vive a Milano. Si è occupata della famiglia, di buone letture, di amici scelti e di scrittura. La foto a corredo dell’articolo è quella fornita dall’autrice.

La boccetta di Baudelaire

di Donato Salzarulo

Questo testo nasce da un’intensa corrispondenza intrattenuta con l’amico Adelelmo Ruggieri nella primavera del 2005. Da qui alcuni passaggi colloquiali e allusioni a precedenti comunicazioni. La comprensione, però, è assolutamente possibile e non compromessa. Vista la lunghezza devo soltanto fare appello alla pazienza di chi legge. Del resto, i temi in discussione hanno a che vedere col senso della morte, della vita, della poesia, dell’arte, ecc. Insomma, questioni tutt’altro che secondarie.

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Riordinadiario sul finire del 2020. Michele Ranchetti

Nel novembre 1995 all’università di Siena  per la commemorazione di Franco Fortini, morto l’anno prima (28 novembre 1994) seguii gli interventi tenuti da suoi amici e discepoli sulla sua figura e la sua opera.  Tra tutti fui  colpito da quello di Michele Ranchetti, tanto che scrissi una poesia (Abbiamo amato un poeta “fragile”). Nel 1996, dopo averlo incontrato in alcune riunioni del Centro Franco Fortini, gli scrissi una lettera, che andò dispersa. Gliela rimandai nell’aprile del 1997, dopo una sua  amichevole telefonata e da allora iniziò tra noi un saldo legame. Leggendo i suoi “Scritti diversi”, che mi donò, e gli articoli che andava pubblicando  su “il manifesto”, mi accorsi  di quanto fosse forte la sua personalità, ben distinta e per certi versi in contrasto con quella di Fortini, che io seguivo da tempo e sentivo più vicino a me per la sua scelta marxista. E capii pure che la sua riflessione così radicale e critica sulla storia della Chiesa Cattolica e sulla psicanalisi mi aiutava a ridiscutere nodi irrisolti della mia esperienza sentimentale ed  intellettuale stretta tra due crisi: quella della formazione giovanile cattolica meridionale   e quella della militanza marxista degli anni ’70 al Nord. Il materiale che pubblico (appunti  di diario, sunti di letture + alcune lettere) è abbondante e  per alcuni sarà  di gravosa lettura.  Ciascuno scelga liberamente  se e cosa leggere.  Pubblicarlo per me è un atto di gratitudine alla sua figura non più prorogabile; e ho voluto – non so bene perché – renderlo noto entro la fine di questo terribile 2020.  Se  stimolerà  altri a Rileggere Ranchetti, come non ho smesso di fare io anche dopo la sua morte, tanto meglio. [E. A.]   Continua la lettura di Riordinadiario sul finire del 2020. Michele Ranchetti

Riordinadiario 2013. Una polemica su Tolstoj

di Ennio Abate

Nel dicembre 2013 ebbi modo di leggere questo saggio: L. Tolstoj Le memorie di un folle, nel frattempo comparso sulla Rivista di psicologia analitica  (qui). Me l’inviò, chiedendomi un parere, l’autore, un certo Baio della Porta, pseudonimo di uno studioso che preferiva non rivelare la sua identità anagrafica. La mia reazione fu  di sconcerto, tanto trovai esasperata e ipersoggettivistica la sua dissacrazione del narratore russo. E risposi con questa lettera polemica di cui non mi pento neppure oggi. Non sono in grado di riportare direttamente il saggio su Poliscritture; e, per farsi  un’idea  precisa delle critiche a Tolstoj di Baio della Porta,  il lettore dovrà  andare al link che ho indicato.  [E. A.]
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Ma la follia è vita?

di Ennio Abate

Nella nostra silenziosa, poco trattabile follia, vorremmo essere identici a noi stessi, e non riusciamo a capire che nel momento in cui lo diventassimo veramente, noi saremmo morti. Proprio finiti. Senza volerlo sapere, parliamo attraversati da questo lutto, perché siamo anticipati dall’idea che invece essere non identici a noi stessi, essere altro, avere degli spigoli che non controlliamo, in noi o nel simile, sia un male.

(Alberto Zino, Che pesti, ALTRAPAROLA)

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Il tempo in Proust

di Gianfranco La Grassa

E’ intuitivo il fatto che la linea di scorrimento temporale avviene sempre in un unico senso, è irreversibile. Come si dice, la freccia del tempo è sem­pre rivolta in avanti; gli avvenimenti si snodano sempre dal passato verso il presente, dal presente verso il futuro, e mai in direzione contraria. Come di­ceva Era­clito, non ci si bagna due volte nello stesso fiume (cioè nella stessa acqua di quel dato fiume), poiché quest’acqua, proprio come il tempo, non può mai scorrere a ritroso, dalla foce alla sorgente. Continua la lettura di Il tempo in Proust

Dove si va a finire col realismo francese

Su Michel Houellebecq, ESTENSIONE DEL DOMINIO DELLA LOTTA

di Elena Grammann

L’articolo è ripreso dal blog “Dalla mia tazza di tè” (qui). [E. A.]

Estensione del dominio della lotta (ma una traduzione più corretta sarebbe Estensione del campo della lotta), pubblicato nel 1994, è il primo romanzo di Michel Houellebecq, e se non è valso all’autore il record di vendite e i riconoscimenti del successivo Le particelle elementari (1998), ha dalla sua di essere breve (circa 150 pagine) e, pur mischiando saggio e narrativa in una struttura abbastanza composita, di non scorrere in mille rivoli come il più vasto e ambizioso romanzo che segue. Di fatto, Estensione del dominio della lotta offre in una forma compatta, stringata e efficace la quintessenza dell’analisi houellebecqiana del disagio occidentale alla fine del secolo scorso.

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Aspettando Marion

di Rita Simonitto

Mi presento subito.

Mi chiamo Aldo e mia moglie, Ada.

Gli amici ci chiamano i coniugi AA, dalle nostre iniziali. Abbiamo una figlia, Cristina, iscritta a Lingue e che adesso si trova a New York per un corso di perfezionamento.

Quanto a me, ho fatto il panificatore per dare una mano a mio padre sia prima che dopo la mia Laurea in Scienze Economiche, non riuscendo a trovare, con quel titolo, subito una occupazione che mi potesse dare una certa autonomia finanziaria.

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Qualcosa non torna

Su “Ogni vigilia è disarmata” di G. Mannacio

di Ezio Partesana

L’ultima raccolta di versi di Giorgio Mannacio ha un titolo meraviglioso: Ogni vigilia è disarmata – e non c’è nei testi, non c’è nelle rime. Qualcosa gli rassomiglia, è vero, e si dà per scontato sia quello. Eppure non c’è. Contro qualsiasi intuizione questa vigilia lascia tracce in chi la vive ma non in chi la guarda; a morire si è sempre soli e mai pronti. Hai un bel parlare – e Mannacio ha un parlare bellissimo – di ricordi, di eredità e persino delle cose comprese, dei fiumi che rendono memoria del bene fatto e cancellano gli errori, quell’ascesa è cosa che non impareremo mai a fare. E non perché ci manchi la fede o la speranza né la carità degli amici e degli amori; quelli sono lì ad aspettare che si compia il trapasso e di noi si possa finalmente piangere senza destare sospetto. Sono proprio e letteralmente le armi che mancano: andando si lasciano tutte indietro, e non ci si volta nemmeno. Ora io non so cosa si chiami a raccolta in punto di morte, non sono ancora morto e chi ho visto andare non me lo ha voluto confessare. Però una cosa è certa: dopo qualcosa manca che non torna.

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Diario d’ospedale 1977

Tabea Nineo, Occhio infranto, 1977

Riordinadiario

Con qualche esitazione per i rischi di narcisismo che potrebbero esserci in queste pagine, pubblico il pezzo del mio Riordinadiario riferito ad alcuni mesi cruciali di un anno, che – sia sul piano personale che politico ha segnato un taglio traumatico delle speranze di maturità inseguite nel decennio precedente. Il corpo che s’ammala è – che coincidenza! – il mio e quello sociale e politico della “nuova sinistra”, nella quale mi ero fino ad allora riconosciuto. Le note registrano il brancolamento di un io estratto di colpo dalla vita quotidiana, non certo facile ma in apparenza più rassicurante di quella ospedalizzata. Contro la minaccia di cecità da intendere sia sul piano fisico e materiale, sia su quello politico e sociale (in entrambi i casi i segnali sembrano non poter più arrivare come prima) ma forse anche – ahi, Saramago! – su quello simbolico, l’io riconosce la sua fragilità e tenta di reagire come può. [E. A.]

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