Archivi tag: narratorio

Liceo classico/ O licee classiche

Tabea Nineo, quadro ad olio

capitolo prova da NARRATORIO (” A Vocazzione”)

di Ennio Abate

Continuerò  a pubblicare alcuni dei capitoli che giudico  sufficientemente elaborati  di "A Vocazzione". Questo è nato in dialetto, forma che considero irrinunciabile - spiegherò in altra occasione le ragioni -  per  buona parte della prima sezione del mio Narratorio. Ma per agevolare ai non dialettofoni la lettura del mio salernitano/napoletano (di memoria), ho invertito l'ordine: prima la traduzione in italiano e poi  il capitolo in dialetto.

E quale vento soffiava al Liceo Tasso, allora? Ora ve lo dico. Quella era una scuola dove era meglio se Nunuccie non ci finiva. Era una scuola fatta per i figli dei signori. Forse che Nannine e Mineche erano signori? Possiate stare bene! La mamma del ragazzo era così timida che non andò neppure una volta a parlare con qualcuno dei professori. Figuriamoci! Anche se stava sempre dietro a questi due figli e voleva che studiassero, quando Nunuccie da solo non riusciva  a studiare, a capire le cose che stavano scritte nei libri, che poteva fare?
Non  ci capiva  niente Nannìne, perché era andata a scuola fino alla quarta elementare. Cercava aiuti da zia Adelina o dal fratello Vincenzo. O si consigliava con la signora Giarletta, che stava al piano di sotto e aveva il marito direttore delle Poste.  E così fini per mandare i due figli – quasi  subito, già alle elementari – al doposcuola a pagamento: o da qualche maestra e poi da qualche professore. Ne cambiarono tanti. Nunuccie si ricordava: prima da una signorina che abitava in cima ad una scalinata lunghissima. Poi da un’altra che stava dentro un vicolo. Poi dalla professoressa nipote di Don Matteo Quarante.
Quanto a Mìneche, siccome lavorava da Salentino che era vicino al Liceo Tasso, ogni tanto chiedeva un’ora di permesso e si andava ad informare coi professori su come andava il ragazzo. E là nel salone [dei colloqui] sembrava un’anima sperduta. Quando veniva il suo turno, facevano chiamare Nunuccie dal bidello e il professore – poteva essere Scolpini o Donadio – apriva il registro e leggeva a Mìneche i voti del figlio. E quello che poteva dire? Ringraziava, diceva al figlio di studiare di più. insomma, sia Nannìne che Mìneche a scuola c’erano andati per poco. Nannìne  – ve l’ho detto –  fino alla quarta elementare e Mìneche aveva studiato un poco di più facendo il militare.
C’era però un altro fatto. Nannìne e Mineche già stavano anche loro con un piede più a Salerno che in campagna. E come per i cugini Cosimato il destino di Nunuccie e del fratello Eggidie era quello di studiare e di cercare di stare  in mezzo a quelli che vivevano meglio di loro: figli di militari in carriera, di maestri o di professori, di impiegati di banca, di avvocati, di commercianti e di impresari, come il padre di Pastore che, ora che era finita la guerra, costruiva palazzine e palazzoni per tutta Salerno e provincia.
Il fatto è che se stai in mezzo ai figli dei signori senza essere figlio di signore, ci soffri. Quelli non ti vedono proprio. E anche i professori, specie quelli di allora, che venivano tutti dai tempi del fascismo, avevano l’occhio dolce e la mano leggera quando mettevano i voti prima di tutto e soltanto per i figli dei signori. A volte,  forse, si accorgevano che c’era  pure qualche figlio  di gente non ricca e meno istruita. E lo sopportavano e qualche volta gli davano un punto in più di incoraggiamento.
Questo liceo Tasso era comandato a bacchetta da un preside che si chiamava Incutti. Un fascistone. Come il vicepreside, un certo Pinto. Quando il bidello che  era in fondo al corridoio diceva che uno dei due stava salendo per le scale, tutta la solita eccitazione degli studenti e dei professori delle sezioni maschili dell’ultimo piano,  dove c’era anche Nunuccie, si placava di colpo. Se stavano ridendo, si facevano subito seri – seduti impettiti in cattedra i professori e nei banchi silenziosissimi gli studenti. Come se stesse arrivando  un generale o un diavolo.  Questi due capoccia passavano di classe in classe quando, a fine trimestre, portavano le pagelle. O arrivavano di colpo, se era successo qualcosa di grave. Allora venivano a fare i poliziotti per sapere chi era stato. E una volta, siccome nessuno parlò e non vennero a sapere chi quella mattina aveva spernacchiato Incutti mentre entrava dal portone principale, Nunuccie sentì pronunciare dalla bocca del vicepreside Pinto una parola che neppure conosceva: omertà. Cavolo, come parlavano difficile al liceo Tasso  per farti sentire un ignorante, un provolone!
E però stando in questo liceo classico, a poco a poco aveva cominciato a imparare cose che con la vocazione non c’entravano più. E non rientravano neppure nel fazzolettone della sua fantasia. Questi figli dei signori non erano come i ragazzi della parrocchia di San Domenico. Pensavano a tutt’altre cose, anche se andavano a messa di domenica. Era un altro mondo. Le loro cose erano estranee al mondo di Nunuccie. E lui le vedeva come se in mezzo ci fosse un vetro opaco. E di cosa era fatto questo vetro? Era fatto di paure, di pensieri e delle fantasie, che avevano riempito l’anima sua per tutti i giorni e gli anni che aveva passato a Casalbarone  o poi dentro al presepio di via Sichelgaita e nella parrocchia di San Domenico. E adesso le cose che sentiva dai professori e dai compagni di classe  o leggeva lo cambiavano. Incominciò a vedere che succedeva durante l’ora di religione. Sbeffeggiavano il prete in continuazione e non lo rispettavano per niente, come facevano invece lui e gli altri ragazzi dell’Azione Cattolica. E poi c’erano tante altre cose… Ora ditemi voi come poteva fare Nunuccie a mantenere quella vocazione, se si accorgeva che neppure la teneva più forte forte dentro la mente sua.
E poi si accorgeva che anche dentro questo liceo classico c’era finito, ancora una volta, come una foglia trascinata dal vento. Proprio com’era già successo quando era finito in seminario per una settimana, perché il vento della mamma e di zia Adelina, della signorina Dag e dei ragazzi della parrocchia che si volevano fare preti là soffiava forte
Qui, al liceo Tasso, gli altri ragazzi erano soffiati da altri venti. E poi non tutti quelli che pure stavano  nell’Azione cattolica a San Domenico si volevano far preti. C’erano quelli, figli dl militari, che entravano alla Nunziatella a Napoli. Come Renato Porta che qualche volta veniva a messa di domenica con la divisa di soldatino e con l’aria di chi sembrava dire: Guardatemi! Guardatemi! Altri studiavano per geometri, come Antonio Cosimato. O per ragionieri come Eggidie e Mario Barletta. Altri andavano al magistrale come Ugo Barletta. Per Nunuccie, suo fratello Eggidie, i cugini Cosimato, i Ferraro, i Iemma la via per la scuola media era stata ancora aperta. Il vento fin lì li portava. Era forte. Fino a lì le famiglie potevano farli studiare, potevano comprargli i libri che servivano e pagare le tasse della scuola.  Non li potevano però aiutare quando avevano da fare il tema o gli esercizi di matematica. E così arrivavano brutti voti e mortificazioni. E allora Nunuccie e Eggidie dovevano chiedere aiuto ad Ada Goglia o al fratello della signora Frezza; e alla fine andarono a fare il doposcuola.
Ma peggio ancora era per i cugini del paese, che dovettero fare la Scuola di avviamento. E altri ragazzi di via Sichelgaita,  come i figli della signora Martino  o della signora Imbimbo, che neppure fecero la scuola media. E neppure le due figlie di zio Antonio avevano potuto studiare ed  erano andate ragazze a lavorare in una fabbrica che produceva  pomodori in scatola. E Crescenzio, il figlio di zia Antonietta, la vedova di zio Vincenzo fratello di Mìneche,  il quale morì ancora giovane con un cancro e lasciò la moglie vedova e  quattro figli? Crescenzio  dovettero metterlo all’orfanotrofio Umberto I, sopra il Canalone, che la gente di Salerno lo chiamava ‘o serraglie’, un posto metà scuola e metà carcere per ragazzi poveri. Là diventò ceramista. E poi finì in Argentina, da dove avevo mandato una fotografia. Dove si vedeva questa testa tonda con i capelli tagliati cortissimi e che faceva pensare alle statue di certi santi di legno colorato che stavano dentro le cappelle di campagna. E poi con quegli occhi timidi che già sembravano che avessero paura della morte.  Che arrivò presto anche per lui, come per suo padre, che era ancora giovane.
Ma tutte queste cose per Nunuccie erano come quando si sente ronzare un moscone in una stanza e non si capisce da dove è arrivato, dove sta e dove va. Pure lui sentiva ronzare dentro la stanza dei suoi pensieri  questa vocazzione. Ma prima il ronzio pareva forte.  Ehi –  lo sapete? – che Nunuccie si vuol far prete? Pare che il figlio di zia Nannine tiene a vocazione! Poi zia Assuntina o zia Luigia a dire: ma chi gli ha messo in testa ‘sta cosa? O qualche prete o qualche monaca! E allora il ronzio diventava più debole. Poi, dopo che la frittata di entrare in seminario da piccolo non era riuscita: ma, però, forse, e dai, vediamo come si mettono le cose più avanti! E così era finito a studiare al liceo classico, perché solo lì s’insegnava il latino. E uno per diventare prete il latino doveva impararlo. Ma al liceo classico la vocazione s’era sempre più sporcata. Se poi quello era uno studio adatto per Nunuccie! Alcune volte mi sono chiesta come mai quel ragazzo si era fatto così abbindolare dalla mamma, dai parenti della mamma, dal prete della parrocchia e dai professoriche erano quasi tutti alleati dei preti. Tranne qualcuno come Donadio, che era socialista. E, perciò, nessuno se lo curava.
La ragione ve la dico subito. Perché i preti a Salerno allora stavano e comandavano dappertutto. Per le strade di Salerno ogni poco si vedevano passare preti e lunghe file di seminaristi.  E sopra via Pio XI, dove abitava la famiglia di zio Vincenzo Cosimato, c’era pure il seminario diocesano. Che era un palazzone che non finiva mai.  E un prete ne tirava un altro, come le ciliegie. Se, per le vacanze d’estate, Nunuccie, Eggidie e Nannìne andavano a casa di zia Assuntina, c’era il prete che diceva la messa nella cappella di Casalbarone. 0 quello della chiesa di Acquamela, dove andava la domenica con i cugini Vincenzo e Guglielmo per giocare a calcetto.  E se tornava a Salerno, ora incontrava per strada  don Enzo ora don Michelino e ora quello che teneva la faccia che somigliava a San Luigi Gonzaga. E poi c’era pure il monsignore del Duomo, dove si andava a confessare Mario Barletta e ci andò dopo pure Nunuccie. E questo era un prete davvero dotto, che gli parlò di  Kant. Prima ancora che il professore di filosofia, Speranza, glielo facesse studiare sul libro di La Manna.
Forse se fossero restati  in paese, in campagna, neppure finiva dentro a quella parrocchia. E non ci  passava tutti quei pomeriggi. E forse restando coi cugini, con le cugine e le zie più contadine, che dietro ai preti non ci andavano come ci andava Nannìne, la terra stessa, gli alberi, gli animali, quella vita più lenta  e pratica potevano far nascere nel ragazzo un altro tipo di vocazione.

 

O licee classiche

E che viente sciusciava ao Licee Tasse, ora? Mo vo diche. Chell’ere na scola addò Nunuccie ere meglie ca nun nge ferneve. Era na scola fatta pe figli re signuri. Ecché, Nannine e Mineche erene signuri? Puzzate sta buone! A mamme ro guaglione ere accussì ‘ntimorite ca nu ghiett’e manc’he na vote a parlà cu quacche professore. Figurammece! Pure si steve sempe appriesse a sti dui figlie e vuleve ca sturiassere, quanne Nunuccie nun ngia facevene ra sule a sturià,  a capì e cose ca stevene scritte rint’e libri, che puteve fa? Miche  ne sapeve niente Nannìne, ca ere ghiute a scole fin’a quarte elementare.  Cercave aiuti o ra zi Adeline o addò o frate Vicienze. O se cunsigliave ca signora Giarlett’e, ca steve o piane e sotto e teneve o marite ca faceve o direttore ae Poste.  E accussì fernette pe mannà tutt’e e duie e figlie – prieste prieste, già all’elementare – ao doposcuola a pagamento: addò quacche maestra e po addo quacche prufessore. Ne cagnarene tante. Nunuccie se ricurdave. Primme addò ‘na signurine, ca steve e case ncoppa a na scalinate longa longa. Pò addò n’ata ca steve rinte a nu vicule. Pò addò a prufessuresse, ca era a nipote e don Mattee Quarante.
Quann’a Mineche, siccome lavurava add’o Salentine ca ere vicine ao Licee Tasse, ogne tante chiedeve n’ora e permesse e si ieve a ‘nfurmà cu e professuri su cume ieve o guaglione. E là, rint’a a chillu salone, pareve n’anima sperdute. Quanne veneve o turne suoie facevene chiamà Nunuccie rao bidelle e o prufessore – puteve esse Scolpine o Donaddie – arapreve o registre e leggeve a Mìneche e vote ro figlie. E chille che puteve ricere? Rngraziave, riceve ao figlie e sturià e chiù. Inzomme, Nannìne e Mìneche a scole ‘ngerene iute poche. Nannine – ve l’aggia ritte – fin’a quarte elementare e Mìneche aveve sturiate nu poche e chiù sott’o militare. Epperò c’ere n’atu fatte. Nannìne e Mineche già stevene pure lore cu nu piere chiù a Salierne ca ‘ncampagne. E cumme  e cugine Cusimate, o destine  e Nunuccie e ro frate Egiddie ere chill’e e sturià e cercà e stà cu chill’e ca stevene meglie e lore: figli e militare ‘n carriere, e maestre o prufessure, e ‘mpiegati e banche, e avvucate, e cummercianti e ‘mpresarie, cumm’ao patre e Pastore ca, mo ca ere finite a guerre, faceve palazzine e palazzune pe tutte Salierne e pruvincie.
O fatte è ca, si stai miezz’e e figlie re signuri senza esse figlio e signore, nge stai male. Chille nun n’te curene proprie. E pure e prufessure, specie chille r’allore, ca venevene tutte ra e tiempe fasciste, avevene l’uocchie doce o a mane leggere, quanne mettevene e vote, primme e tutte o sulamente  pe figli re signuri. Quacche vote, forse, s’accurgevene ca nge steve  pure quacche figlie e gente ca nunn’ere ricche e  ere poche istruite. E o suppurtavene e quacche vote nge revene  nu punte e chiù r’incoraggiamente.
Stu licee Tasse ere cummannate a bacchette ra nu preside ca se chiamave Incutte. Nu fascistone. Cumme o vicepreside, nu certe Pinte. Quanne o bidelle ca steve nfunn’ao corridoie riceve ca une re duie steve saglienne pa scalinate, tutte a solite ammuina re prufessuri e re sturienti re sezione re maschi e l’urtime piane, s’ammusciave e botte. Si stevene rirenne, se mettevene subbite  ’a poste – assittate ‘n cattedre, tirate e prufessure; e dint’e banche, tutte zitte zitte, e sturienti. Cumme si arrivasse nu generale o nu riavule. Chisti duie capintesta passavene classe pe classe quann’e, a fine ro trimestre, purtavene a pagelle. O capitavene e botte, si ere succiesse quaccose e grave. Allore venevene a fà e poliziotte pe sapé chi ere state. E na vote, siccome nisciune parlaie e nun venettere a sapé chi, chella matine, aveve fatte na pernacchie a Incutte mentre traseve ra o purtone principale, Nunuccie sentette prununcià ra vocche ro vicepreside Pinte  na parole ca manche cunusceva: ‘omertà’. Azz’, e cumme parlavene difficile a stu licee classiche pe te fa sentì  n’ignorante, nu pruvulone!

E però stanne a stu licee classiche  a poche a poche aveve cumengiate a m’parà cose ca cu a vocazzione nun ‘ng’entravene. E nun ng’entravano manche chiù rint’o maccature ra fantasie soia.  Sti figli re signuri nunn’erene cumm’ae guagliuni ra parrocchia e Sante Ruminiche.  Penzavene a tutt’at’i cose, pure si ievene a messe a rumeneche.  Ere n’atu munne. E cose  lore erene ‘stranee  ao munne e Nunuccie. E isse e vereve cumme si miezze  ‘nge fosse nu vetre opache. E ecche cose ere fatte stu vetre? Ere fatte re paure, re pensiere e re fantasie ca avevevene rignute l’anima soia tutte chilli iurne e anne ca aveve passate a Casebbarone o roppe dint’ao presepie e via Sichelgaite e dint’a parrocchie e Sante Ruminiche. E mo e cose ca senteve ra e prufessure e ra e cumpagne e classe o cagnavene. ‘Ncumingiò a veré che succereve durante l’ore e religione. Sfuttevene o prevete  ‘ncontinuazione e nunn’o rispettavene proprie, cumme facevene isse e l’ati guagliune e l’Azione Cattoliche. E po n’gerene tante ati cose… Mo diciteme vuie cumme puteve fa Nunuccie a mantené chella vocazione, si s’accurgeve ca manch’e a teneve chiù  forte forte dint’a  mente soia.
E po s’accurgeve ca pure dint’a ‘stu licee classiche ngere finite, ancore na vote, cumm’a na foglie sbattute rao viente. Proprie cumm’ere già succiesse qunn’ere finite  ‘n seminarie chella settimane, pecché o viente ra mamme e e zi Adeline, ra signurine Dag e re guagliuni ra parrocchie ca se vulevene fà prievete scusciave forte.
Cà o licee Tasse l’ati guagliuni erene sciusciati ra ati viente.  E po miche tutte chille ca pure stevene rint’a l’Azione Cattoliche a Sante Ruminiche se vulevene fa prievete. C’erene chille, figlie e militare, ca trasevene a Nunziatelle a Napule. Cumm’a Renato Porta, ca po quacche vote veneve a messa a rumeneche cua divise e surdatine e cull’aria e chille ca dice: Guardateme! Guardateme! Ati sturiavene pe geometre, cumm’Antonio Cusimate. O per ragiunieri, cumm’a Eggidie o a Marie Barlette. Ate ieven’e o Magistrale, cumm’a Ughe Barlette. Pe Nunuccie, o frate Eggidie, e cugin’e Cusimate, e Ferrare, e Iemme a vie ra scola medie ere state ancore aperta. O viente fino a là e purtave. Ere forte. Fino a là e famiglie ng’arrivavene, e putevane fa sturià, putevene accattà e libre ca servevene e pagà e tasse ra scola. Ma già ae scole medie e difficoltà aumentavene.  E miche ‘n tutte e famiglie ‘ngere quacchune ca e puteve aiutà quann’avevene ra fa e teme o l’esercizie e matematiche. E accussì arrivavene brutti voti e murtificazioni. E allore Nunuccie e Eggidie avevene chiedere aiute a Ada Goglie o ao frate ra signora Frezze; e a fine iettere a fa o doposcuola. Ma peggie ancora ere pe cugine ro paese, ca avettere fa a Scole e l’Avviamente. Manche e doie figlie e zi Totonne avevene putute sturià e erene iute guaglione a faticà rint’a a na fabbriche ca faceve e buatt’e e pummarole. E accussì succerette  p’ati guagliune e via Sichelgaite, cumm’e figli ra signora Martine o ra signora Imbimbe, ca manche facettere a scola medie.
E Crescenzio, o figlie e zi Ntunetta, a vedova e zi Vicienze, fratielle e Mineche, ca murette ancore giovane cu nu cancre e lasciaie a mugliere vedove cu quatte figlie? L’avettere mette all’Orfanatrofie Umberte Prime, ncopp’o Canalone. Ca a gente e Salierne o chiamave ‘ o serraglie’, na cose miezze scole e miezze carcere pe guagliuni puverielle. Là diventaie ceramiste. E po’ fernett’e in Argentine, r’addò aveve mannate na fotografie. Addò se vereve sta cape tonne, cu e capille tagliete curte curte e ca faceve pensà ae statue e certi santi e legname culurate, ca stevene rint’e cappelle e campagne. E pò  cu chill’ uocchie timide ca già parevene ca avessere paure ra morte. Ca arrivaie pure pe isse, cumme po patre, ca ere ancora giovane.

Ma tutte sti cose pe Nunuccie erene cumme a quanne se sente runzà nu muscone rint’a stanze e nun se capisce r’addò è venute, addò stà e addò va. Pure isse senteve runzà cumme rint’a a stanze re penziere suoie  sta vocazzione. Ma primme o runzie pareve forte. Uè – o sapite? – ca Nunuccie se vo fa prevete? Pare ca o figlie  e zi Nannìne  tene a vocazzione! Po zi Assuntine o zia Luigia a dicere: Ma chi n’già misse ‘ncape sta cose? O quacche prevete o quacche cap’e pezz’e! E allora o runzie se faceve chiù debbole. Po, roppe ca a frittate e trase ‘nseminarie ra piccirille nunn’ere riuscite: ma, però,forze, e daì, verimme cumme se metten’e cose chiù annanze!
E accussì ere finite  a sturià ao licee classiche, ca sule là se faceve o latine E une pe se fa prevete addà sapè o latine. Ma ao licee classiche – e pe me  anche primme! –   a vocazzione s’ere n’cumingiatie  a spurcà. Riciteme nu poche si po chill’ere sturie pe Nunuccie! Certi vote m’aggia addummannate cumme maie chillu guaglione s’ere fatte accussì ‘nturtà. Primme ra mamme, ra’ e pariente ra mamme, ra e prievete ra parrocchie e rae prufessure, ca erene cumm’a prievete o stevene arret’ae prievete. Tranne quacchune, cumme a Donaddie, ca ere sucialiste. E, peccheste, niscune so curave.
A ragione va riche subbite. Pecché e prievete a Salierne allore stevene e cummannavene rappertutte. Pe vie  e Salierne se verevene ogne poche passà prievete e file longhe longhe e seminariste. Ca n’coppe a vie Pie XI, addo abitave a famiglie e zi Vicienze Cusimate, c’ere pure o seminarie diocesane. Ca ere nu palazzone ca nun ferneve mai. E nu prevete ne tirav’e n’atu, cumme e cirase. Si, pe vacanz’e r’estate, Nunuccie, Eggidie e Nannìne ievene a case e zi Assuntine, c’ere o prevete ca riceve a messe dint’a cappelle e Casebbarone.  O chille ra chiese r’Acquamele, addò ieve a rumeneche cu’e cuggine, Vincenze e Guglielme, pe giucà ao calcette. E si turnave a Salierne, mo ‘ncuntrave pe strade ronn’Enze, mo ron Micheline, mo chille ca teneva a faccie ca sumegliave a san Luigie Gonzaghe. E po c’ere pure o munzignore ro Duome e Salierne, addo se ieve a cunfessà pure Marie Barlette e po ce iette pure Nunuccie. E chiste ere nuo prevete veramente istruite, ca n’ge numenaie Kant. Primma  ancore ca o prufessore e filosofie, Speranze, ngio facette  sturià ncoppe o  libre e La Manna.
Forze si fossere rimast’ao paese, ncampagne cu nuie, manche feneve rint’a a chella parrocchia e nun ‘nge passave  tutt’e pomeriggie. E forze restanne cu e cuggini e  e cuggine e e zie chiù cuntadine, ca appriess’ae prievete nun ‘nge ievene cumme nge ieve Nannìne, a terra stesse, l’albere, l’animale, chella vite chiù lente e pratiche putevene fa venì ao guaglione n’atu tipe e vocazzione.

 

 

 

* Le altre prove si leggono su POLISCRITTURE  scrvendo ‘vocazzione’ in ‘cerca’.

Riordinadiario 16 novembre 1980

Tabea Nineo, Perde la testa, 1980

Narratorio

di Ennio Abate

In una notte piovosa. C’era uno omino con una testa grossa che, mentre correva, perdeva pezzi del suo corpo.
Perse dapprima un piede. Poi la mano, mentre il fascio di luce di un lampione (che subito dopo si spense) gliela illuminò, squarciandola).
Biancore tremendo. Si sentì l’inizio di una musica:  un andante disperato. Un cane latrò. La musica si arrestò.

L’ombra dell’uomo che correva – aveva perduto ormai tutto il petto, cuore compreso – schizzò davanti a lui.
Fermati, ti prego! – gli disse – Non sei più quello di una volta.
Fatti in là, maledetta – sibilò l’omino – Non mi hai voluto coprire quando avevo freddo. Adesso vattene!

Passavano alcuni giovani. Uscivano da un cinema discutendo della trama del film appena visto. Esprimevano impressioni bambinesche e se le ributtavano addosso l’un con l’altro. Ad alta voce. L’omino voleva intervenire. Aveva visto anche lui quel film.

Ormai, però, aveva perso quasi tutti i suoi pezzi. La sua testa tonda stava finendo di rotolare verso un muro in fondo alla strada. Il suo occhio, prima che la testa si fermasse dolcemente sul ciglio del marciapiedi tra mozziconi di sigarette e cartacce colorate, staccandosi saltellò oltre sull’asfalto come una biglia .

Narratorio del 1977. Titoli.

di Ennio Abate

Quello diede una lettura veloce a Repubblica. Natoli su studi sullo stalinismo di  Bettelheim. La rivoluzione culturale. Prima della P38. Azzolini in Via Carducci. Omaggio a Tiziano mostra. Un conto in sospeso con l’arte. Danae. Rimarrebbe impaperato di fronte a questi signori e compagni. Respira in Arte e Letteratura. Boccheggia negli acquitrini della Politica e nei budelli dell’Economia.  L’io era diventato fragile, troppo. Scalzone su Petra Krause. Cazzatine contro prospettiva storica. Donat Cattin e i soci dell’Enel. La scelta nucleare. Pubblicare un Quotidiano dell’io. Federico Stame: no a un nuovo partito leninista. A Torino gli studenti fanno proprio gli studenti. Quello non voleva drogarsi di ribellione. Fofi sulla piccola borghesia. Colognom non c’era più: bene, era un fantasma. Aveva smesso di pensare giovane e sui giovani. Avevano ammazzato Alasia. L’autonomo e gli spappolati con guizzi. Ricordi di Via Spontini. Ricordi della veglia per il Vietnam alla Statale. Alla Om per il picchetto. Senago. La preside gli diede da leggere i quaderni dI Corea. La Cava «I fatti di Casignana». Ricordi. Accademia scuola per corrispondenza. Appuntare, ricordare. Citano Havemann. La forza elettorale raggiunta dal PCI. Lavagetto su Saba. Raggrumare i frammenti di passato senza fretta. Per anni aveva sottolineato frasi. Immensità dei territori mentali che diceva di voler esplorare. Avviso ai naviganti.  Freud avverte: ordinare il materiale non dipende dalla volontà dell’autore. Esiste in qualche libro la certezza che a noi manca? Wittgenstein e l’attenzione al linguaggio comune. Nuova Corrente. Il passaggio da una mitologia a un’altra. Rella: non ridurre la psicanalisi a terapia. Curiosità e interruzioni degli “interessi culturali”. Difficoltà di uscire dalla “zona rischiarata delle militanza”. Faceva tanti errori lui. Deleuze e Guattari contro lo “strangolamento del desiderio”. Non c’è passato. Non c’è storia. Rifiuto di Marx e Nietzsche stravolto. Stupido come un turista. Caparbietà di Wittgenstein. Leggeva e non capiva. Antonio ed Eva. Ci fu una tempesta improvvisa. Bellow. Al primo posto il tema della psicanalisi. La figlia entrò in camera col suo libro di lettura. Il matrimonio pareva stabile. Corvisieri è entrato nel PCI. “Schematizzavano”. Se tratti così le cose e i bambini. Psicanalisi ancora. I bambini preferiscono starsene nei portoni. Ricordo dell’impiegato di Via Rovello (che nome!). Di quali donne poteva parlare. P cominciò a parlargli di Hermes. Ricordi. Scoppiò la bomba a Piazza Fontana. X era una scheggia venuta fuori da quel “movimento”. Ricordi di gente “con la corazza”. Ricordi dei libretti di meditazione dei preti. Ricordi del chierichetto. Figure meschinelle con le prime ragazze. Un periodo di smania letteraria. Ricordo di Bis. Che senso aveva scrivere “per sé”. Ma che libro poi. Ancora Bellow contro l’intellettualismo. Occuparsi di storia. Da quale famiglia veniva. Ci hanno fottuto. Sempre. Ricordi del liceo. Astratta rivendicazione del “diritto di parlare”, “di denunciare”. Discorso al Famoso [lo Scriba!]. Diventato padre a 24 anni. Ai margini [della vita metropolitana].Bilancio della vita già a 36 anni? Mentre la gente s’afflosciava dopo dieci anni di scontri. Ricordo: Montaldi. Herzog sorride del suo passato. Era piccolo borghese quando… Cosa conosceva in modo non generico del mondo. La fatica dei sottomessi. Se il movimento s’arrestava si era ricacciati nella merda del proprio passato. Certe cose si facevano meglio da soli. Soffiava il Vento dell’Ovest. E se me ne fottessi della “rivoluzione”. Somiglianze preoccupanti tra l’essere comunista di oggi e l’essere d’Azione Cattolica di una volta. Sentirsi vincolato a “compagni che sempre meno ci cagavano”. Ricordo. Assistenti alla ricreazione dell’Umanitaria. Ricordo di Paolo Spano. Non c’erano i Famosi nella sua storia. E senza R come sarebbe andata?

Stevene a Casebbarone

Cappella di S. Vincenzo a Casalbarone

da Narratorio

di Ennio Abate

Stevene a Casebbarone. Cumm’a pullicine[1] dentro un guscio d’uovo. Ievene ca mamme a piere ra[2] Casebbarone a Acquamele o a Saragnano o a Barunisse o a Antessane. Paesini, paesotti. Pochi chilometri di distanza tra loro. Tutti lì i loro spostamenti. Case ogni tanto, campi e giardini. Strade polverose, muretti bassi attorno ae terre re signuri. Altri campi ancora. Di granurine.[3] Toccavano le pannocchie gonfie col pennacchio rossiccio. Piante di pere e mele e ciliegie. Nella casa della nonna stevene. Una tana. Sempe cumm’animalucci. Ma miezz’e ae cugine: Vincenze, Guglielme, Vittorie, Antonie. E ad altri ragazzi della loro età. A Balduccie. E a Rosarie, o figlie e Rusiline. E a Mimì e Michele, e figlie ra berzagliera.[4] E chi chiù? Nisciune chiù.[5] Oh, mondo minimo! Po n’gerene – quacche cinche o sei anne chiù e lore[6] – e cuggine: Checchine, Fortunatine. E mamma loro.  E e zie, a nonna e e mamme e l’ati guagliuni. Sfondo di donne per le loro azioni. A loro ricorrevano quando si ammalavano. O se, quando, giocando, si ferivano un dito, un piede, un braccio, la testa, avevano bisogno di  soccorso. E poi, nu fridde! E na luce! Ca , malate, verève ra ret’a na feneste.[7]  E poi scendeva il buio compatto della notte. E c’era la lotta contro le paure. Per i rumori indecifrabili là fuori. Per i latrati dei cani. Per il vento che scuoteva gli alberi.

Di botto a Salierne. In Via Sichelgaita. Basta con Casebbarone e con la casa di nonna Fortuna. Basta coi cugini. Basta con le stradine che s’insinuavano silenziose nella campagna senza rumori. Lì ci passò sempre a piedi. E qualche volta più tardi – d’estate, durante le vacanze, ai tempi delle elementari e della media – sulla bicicletta dei cugini Alfano.  In auto, solo tanti anni.
Via Sichelgaita era un posto nuovo per loro due guagliuncielli, curiosi e spaesati. Il nome della via suonava strano e duro. Si-chél-gà-i-ta. Sì, un nome di principessa normanna.[8] Saputo dopo, tardi, molto tardi. Anche questo ritardo  aveva un perché.

Note

[1] Pulcini

[2] Andavano con la mamma a piedi da

[3] Granoturco

[4] I figli della bersagliera (soprannome, forse perché vedova di un bersagliere)

[5] E chi più? Nessuno più.

[6] Poi c’erano – di cinque o sei anni più di loro

[7] Che, malato, vedeva da dietro una finestra

[8] Cfr. http://www.poliscritture.it/2020/06/03/a-principesse-sichelgaite/

Appendice

San Vincenzo a Casal Barone

Originariamente fondata in onore di Sant’Onofrio, la cappella fu realizzata dagli abitanti del villaggio insieme a Carlo Barone, agli inizi del Seicento, la Chiesa ospitava una statua di sant´Onofrio, la Madonna della Stella e San Giovanni.
Oggi la piccola chiesa custodisce diversi ”tesori”, tra cui una pregevole scultura dell’Arcangelo Michele di Nicola Fumo ed una dedicata appunto a San Vincenzo, giunta da Fisciano in sostituzione della vecchia statua, sempre di Fumo, andata rubata.
La facciata, molto semplice, si caratterizza per un suggestivo timpano spezzato di stile barocco con al centro l’immagine del Santo nella classica iconografia, la tromba, le ali, la fiamma, l’abito domenicano e il libro con la scritta ”Timete Deum et date illi honorem quia venit hora judicius eius…Temete Dio e dategli gloria, poiché è giunta l’ora del suo giudizio”.
Il braccio alzato ha due significati: uno derivante dal miracolo del muratore. Avendogli il priore proibito di far miracoli, Vincenzo cominciò a “contenersi”. Un giorno passò da una via e vide un uomo che cadeva da una alta impalcatura, subito intercedette per lui e l’uomo fu fermato per aria, ma Vincenzo sapeva di non poter compiere miracoli così lo lasciò lì sospeso e con profonda umiltà andò a chiedere al Priore di poter intercedere affinché l’uomo fosse completamente salvo. Il secondo simbolo del braccio alzato indica il Cielo come la vera meta e che tutte le grazie elargite provengano da lassù e non da lui, il santo.
La fiammella, oltre ad indicare lo Spirito Santo che lo illuminava, ricorda il “dono delle lingue”. S. Vincenzo infatti fu un fervente predicatore, ma anche se parlava solo in spagnolo tutti lo comprendevano benissimo.
Le ali ci ricorda le prediche infervorate di S. Vincenzo che lo facevano sembrare l’Angelo dell’Apocalisse.

Il libro è il Vangelo con cui S. Vincenzo invita alla conversione.

(da https://www.facebook.com/baronissinellastoria/posts/2575067549376206)

In morte del liceo classico

di Ennio Abate

I

(da Salierne, Frammenti, 1981 circa)

La mattina, al liceo Torquato Tasso di Salerno, suonava la campanella e i professori sfilavano solerti per i corridoi lucidati. Avevano un pacco in una mano e il registro nell’altra. Quelli del ginnasio portavano pacchi piccoli. I grossi li portavano i professori della terza liceo.

Continua la lettura di In morte del liceo classico

Anche i fenicotteri (sporchi) emigrano

NARRATORIO/PROF SAMIZDAT (AGOSTO 1982)

di Ennio Abate

Sto lavorando al mio “narratorio” in prosa.  Ho chiare in mente le sue suddivisioni principali, che in qualche occasione ho già indicato (Salernitudine, Immigratorio, Samizdat, ecc.).  Mi è difficile, però, riordinare e sintetizzare i troppo  numerosi e spesso ripetitivi appunti che – non so se obbedendo a qualche strategia da “narratore interruptus” o in preda a  certe nevrosi  da scrittori clandestini e isolati – ho seminato, spesso dimenticandomene, qua e là in molti anni (almeno dagli Ottanta). In  quaderni, taccuini e foglietti volanti scritti a mano. In dattiloscritti  di decenni fa (fino a metà dei Novanta) mai più riletti.   E più di recente in file sul PC più facilmente consultabili. Ogni tanto trovo e rielaboro qualche testo come questo. Che appare a me stesso di non facile interpretazione e collocazione  nello schema-progetto che mi sono fatto.  [E. A.]

Continua la lettura di Anche i fenicotteri (sporchi) emigrano