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Narratorio del 1977. Titoli.

di Ennio Abate

Quello diede una lettura veloce a Repubblica. Natoli su studi sullo stalinismo di  Bettelheim. La rivoluzione culturale. Prima della P38. Azzolini in Via Carducci. Omaggio a Tiziano mostra. Un conto in sospeso con l’arte. Danae. Rimarrebbe impaperato di fronte a questi signori e compagni. Respira in Arte e Letteratura. Boccheggia negli acquitrini della Politica e nei budelli dell’Economia.  L’io era diventato fragile, troppo. Scalzone su Petra Krause. Cazzatine contro prospettiva storica. Donat Cattin e i soci dell’Enel. La scelta nucleare. Pubblicare un Quotidiano dell’io. Federico Stame: no a un nuovo partito leninista. A Torino gli studenti fanno proprio gli studenti. Quello non voleva drogarsi di ribellione. Fofi sulla piccola borghesia. Colognom non c’era più: bene, era un fantasma. Aveva smesso di pensare giovane e sui giovani. Avevano ammazzato Alasia. L’autonomo e gli spappolati con guizzi. Ricordi di Via Spontini. Ricordi della veglia per il Vietnam alla Statale. Alla Om per il picchetto. Senago. La preside gli diede da leggere i quaderni dI Corea. La Cava «I fatti di Casignana». Ricordi. Accademia scuola per corrispondenza. Appuntare, ricordare. Citano Havemann. La forza elettorale raggiunta dal PCI. Lavagetto su Saba. Raggrumare i frammenti di passato senza fretta. Per anni aveva sottolineato frasi. Immensità dei territori mentali che diceva di voler esplorare. Avviso ai naviganti.  Freud avverte: ordinare il materiale non dipende dalla volontà dell’autore. Esiste in qualche libro la certezza che a noi manca? Wittgenstein e l’attenzione al linguaggio comune. Nuova Corrente. Il passaggio da una mitologia a un’altra. Rella: non ridurre la psicanalisi a terapia. Curiosità e interruzioni degli “interessi culturali”. Difficoltà di uscire dalla “zona rischiarata delle militanza”. Faceva tanti errori lui. Deleuze e Guattari contro lo “strangolamento del desiderio”. Non c’è passato. Non c’è storia. Rifiuto di Marx e Nietzsche stravolto. Stupido come un turista. Caparbietà di Wittgenstein. Leggeva e non capiva. Antonio ed Eva. Ci fu una tempesta improvvisa. Bellow. Al primo posto il tema della psicanalisi. La figlia entrò in camera col suo libro di lettura. Il matrimonio pareva stabile. Corvisieri è entrato nel PCI. “Schematizzavano”. Se tratti così le cose e i bambini. Psicanalisi ancora. I bambini preferiscono starsene nei portoni. Ricordo dell’impiegato di Via Rovello (che nome!). Di quali donne poteva parlare. P cominciò a parlargli di Hermes. Ricordi. Scoppiò la bomba a Piazza Fontana. X era una scheggia venuta fuori da quel “movimento”. Ricordi di gente “con la corazza”. Ricordi dei libretti di meditazione dei preti. Ricordi del chierichetto. Figure meschinelle con le prime ragazze. Un periodo di smania letteraria. Ricordo di Bis. Che senso aveva scrivere “per sé”. Ma che libro poi. Ancora Bellow contro l’intellettualismo. Occuparsi di storia. Da quale famiglia veniva. Ci hanno fottuto. Sempre. Ricordi del liceo. Astratta rivendicazione del “diritto di parlare”, “di denunciare”. Discorso al Famoso [lo Scriba!]. Diventato padre a 24 anni. Ai margini [della vita metropolitana].Bilancio della vita già a 36 anni? Mentre la gente s’afflosciava dopo dieci anni di scontri. Ricordo: Montaldi. Herzog sorride del suo passato. Era piccolo borghese quando… Cosa conosceva in modo non generico del mondo. La fatica dei sottomessi. Se il movimento s’arrestava si era ricacciati nella merda del proprio passato. Certe cose si facevano meglio da soli. Soffiava il Vento dell’Ovest. E se me ne fottessi della “rivoluzione”. Somiglianze preoccupanti tra l’essere comunista di oggi e l’essere d’Azione Cattolica di una volta. Sentirsi vincolato a “compagni che sempre meno ci cagavano”. Ricordo. Assistenti alla ricreazione dell’Umanitaria. Ricordo di Paolo Spano. Non c’erano i Famosi nella sua storia. E senza R come sarebbe andata?

Stevene a Casebbarone

Cappella di S. Vincenzo a Casalbarone

da Narratorio

di Ennio Abate

Stevene a Casebbarone. Cumm’a pullicine[1] dentro un guscio d’uovo. Ievene ca mamme a piere ra[2] Casebbarone a Acquamele o a Saragnano o a Barunisse o a Antessane. Paesini, paesotti. Pochi chilometri di distanza tra loro. Tutti lì i loro spostamenti. Case ogni tanto, campi e giardini. Strade polverose, muretti bassi attorno ae terre re signuri. Altri campi ancora. Di granurine.[3] Toccavano le pannocchie gonfie col pennacchio rossiccio. Piante di pere e mele e ciliegie. Nella casa della nonna stevene. Una tana. Sempe cumm’animalucci. Ma miezz’e ae cugine: Vincenze, Guglielme, Vittorie, Antonie. E ad altri ragazzi della loro età. A Balduccie. E a Rosarie, o figlie e Rusiline. E a Mimì e Michele, e figlie ra berzagliera.[4] E chi chiù? Nisciune chiù.[5] Oh, mondo minimo! Po n’gerene – quacche cinche o sei anne chiù e lore[6] – e cuggine: Checchine, Fortunatine. E mamma loro.  E e zie, a nonna e e mamme e l’ati guagliuni. Sfondo di donne per le loro azioni. A loro ricorrevano quando si ammalavano. O se, quando, giocando, si ferivano un dito, un piede, un braccio, la testa, avevano bisogno di  soccorso. E poi, nu fridde! E na luce! Ca , malate, verève ra ret’a na feneste.[7]  E poi scendeva il buio compatto della notte. E c’era la lotta contro le paure. Per i rumori indecifrabili là fuori. Per i latrati dei cani. Per il vento che scuoteva gli alberi.

Di botto a Salierne. In Via Sichelgaita. Basta con Casebbarone e con la casa di nonna Fortuna. Basta coi cugini. Basta con le stradine che s’insinuavano silenziose nella campagna senza rumori. Lì ci passò sempre a piedi. E qualche volta più tardi – d’estate, durante le vacanze, ai tempi delle elementari e della media – sulla bicicletta dei cugini Alfano.  In auto, solo tanti anni.
Via Sichelgaita era un posto nuovo per loro due guagliuncielli, curiosi e spaesati. Il nome della via suonava strano e duro. Si-chél-gà-i-ta. Sì, un nome di principessa normanna.[8] Saputo dopo, tardi, molto tardi. Anche questo ritardo  aveva un perché.

Note

[1] Pulcini

[2] Andavano con la mamma a piedi da

[3] Granoturco

[4] I figli della bersagliera (soprannome, forse perché vedova di un bersagliere)

[5] E chi più? Nessuno più.

[6] Poi c’erano – di cinque o sei anni più di loro

[7] Che, malato, vedeva da dietro una finestra

[8] Cfr. http://www.poliscritture.it/2020/06/03/a-principesse-sichelgaite/

Appendice

San Vincenzo a Casal Barone

Originariamente fondata in onore di Sant’Onofrio, la cappella fu realizzata dagli abitanti del villaggio insieme a Carlo Barone, agli inizi del Seicento, la Chiesa ospitava una statua di sant´Onofrio, la Madonna della Stella e San Giovanni.
Oggi la piccola chiesa custodisce diversi ”tesori”, tra cui una pregevole scultura dell’Arcangelo Michele di Nicola Fumo ed una dedicata appunto a San Vincenzo, giunta da Fisciano in sostituzione della vecchia statua, sempre di Fumo, andata rubata.
La facciata, molto semplice, si caratterizza per un suggestivo timpano spezzato di stile barocco con al centro l’immagine del Santo nella classica iconografia, la tromba, le ali, la fiamma, l’abito domenicano e il libro con la scritta ”Timete Deum et date illi honorem quia venit hora judicius eius…Temete Dio e dategli gloria, poiché è giunta l’ora del suo giudizio”.
Il braccio alzato ha due significati: uno derivante dal miracolo del muratore. Avendogli il priore proibito di far miracoli, Vincenzo cominciò a “contenersi”. Un giorno passò da una via e vide un uomo che cadeva da una alta impalcatura, subito intercedette per lui e l’uomo fu fermato per aria, ma Vincenzo sapeva di non poter compiere miracoli così lo lasciò lì sospeso e con profonda umiltà andò a chiedere al Priore di poter intercedere affinché l’uomo fosse completamente salvo. Il secondo simbolo del braccio alzato indica il Cielo come la vera meta e che tutte le grazie elargite provengano da lassù e non da lui, il santo.
La fiammella, oltre ad indicare lo Spirito Santo che lo illuminava, ricorda il “dono delle lingue”. S. Vincenzo infatti fu un fervente predicatore, ma anche se parlava solo in spagnolo tutti lo comprendevano benissimo.
Le ali ci ricorda le prediche infervorate di S. Vincenzo che lo facevano sembrare l’Angelo dell’Apocalisse.

Il libro è il Vangelo con cui S. Vincenzo invita alla conversione.

(da https://www.facebook.com/baronissinellastoria/posts/2575067549376206)

In morte del liceo classico

di Ennio Abate

I

(da Salierne, Frammenti, 1981 circa)

La mattina, al liceo Torquato Tasso di Salerno, suonava la campanella e i professori sfilavano solerti per i corridoi lucidati. Avevano un pacco in una mano e il registro nell’altra. Quelli del ginnasio portavano pacchi piccoli. I grossi li portavano i professori della terza liceo.

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Anche i fenicotteri (sporchi) emigrano

NARRATORIO/PROF SAMIZDAT (AGOSTO 1982)

di Ennio Abate

Sto lavorando al mio “narratorio” in prosa.  Ho chiare in mente le sue suddivisioni principali, che in qualche occasione ho già indicato (Salernitudine, Immigratorio, Samizdat, ecc.).  Mi è difficile, però, riordinare e sintetizzare i troppo  numerosi e spesso ripetitivi appunti che – non so se obbedendo a qualche strategia da “narratore interruptus” o in preda a  certe nevrosi  da scrittori clandestini e isolati – ho seminato, spesso dimenticandomene, qua e là in molti anni (almeno dagli Ottanta). In  quaderni, taccuini e foglietti volanti scritti a mano. In dattiloscritti  di decenni fa (fino a metà dei Novanta) mai più riletti.   E più di recente in file sul PC più facilmente consultabili. Ogni tanto trovo e rielaboro qualche testo come questo. Che appare a me stesso di non facile interpretazione e collocazione  nello schema-progetto che mi sono fatto.  [E. A.]

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