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«Sconfitti» di Corrado Stajano. Dialogo con mia sorella

NOTE DI FINE ESTATE (7)

di Donato Salzarulo

«Siamo sconfitti. Siamo stati sconfitti. Siamo figli di padri sconfitti…» insisto, sconsolato, una mattina con mia sorella, tra un sorso e l’altro del caffè, che abitualmente mi offre. Caffè con un pezzetto di cioccolato fondente all’ottantacinque per cento.
Da oltre due anni è diventato un rito. Da quando il 17 febbraio del 2019 è morto Ledo, il marito. Una brutta caduta su uno scoglio. Il 26 gennaio dello stesso anno per una malattia rarissima era morto Peppino, nostro fratello. Assorbire due travi cadute in testa così, in meno di un mese, una dopo l’altra, non è facile. Così ci facciamo compagnia. Ogni mattina, verso le 11, vado a trovarla.

«Come siamo stati sconfitti?!…La nostra condizione materiale non è quella dei nostri genitori. Abbiamo case, pensioni…Certo, non siamo dei ricchi. Ma chi se ne frega dei ricchi…»
«Ma tu cosa volevi in gioventù?… Per cosa hai lottato e votato per tanti anni?… Volevi una società in cui un padrone un giorno può svegliarsi e licenziare centinaia di lavoratori con una email?… In cui un pluricondannato amico di mafiosi può diventare presidente della Repubblica?… Volevi un’Europa in cui dei poveracci trascorrono le notti all’addiaccio e dei bambini muoiono assiderati?….»
«Chiaro che no!…»
«E allora? Come dobbiamo vivere tutto ciò. Sono fatti che ci riguardano o no?…»
«Certo che ci riguardano…»
«Ma come?… Astrattamente o concretamente?…»
«Concretamente…»
«Si, però, non riusciamo a fare niente… Non facciamo niente noi e non riescono a fare niente neanche i nostri giovani, che, nel miglior dei casi, sono dei cattolici solidaristi senza andare in chiesa, nel peggiore seguono il programma renziano della “rottamazione” e ci considerano prigionieri di una gabbia novecentesca (comunista)…»
«Mica tutti i giovani!…»
«Ci mancherebbe!… Ci sono gli ambientalisti, i seguaci di Greta Thunberg e, per fortuna, c’è pure qualche gruppetto interessato alla storia del movimento operaio e della sinistra, ma la sensazione complessiva è d’impotenza…»
«È vero…C’è uno scollamento pazzesco, un’impotenza frustrante…È come se la dimensione collettiva non esistesse più…»

Parliamo e Tina fa avanti e indietro verso l’angolo cucina. Oggi c’è un profumo di minestrone. Altre volte di arrosto o di vitello tonnato. Anche se spesso a mezzogiorno pranza da sola, ha deciso che non deve arrangiarsi. Ogni giorno deve preparare qualcosa da mangiare. In verità cucina anche per Elisa, la sua unica figlia, e il marito Carlo. “I miei ragazzi”, lei dice.
«È questo l’assurdo…La NOSTRA dimensione collettiva non esiste più…Ma quella della destra sì…Ed è pure fastidiosa, onnipresente…Ad esempio, sostenere che “ogni persona deve pensare soltanto ai fatti suoi” è di destra; così come è di destra sostenere che “la politica fa schifo e i politici sono tutti disonesti”…Oppure è di destra ridurre la politica al rapporto tra il Capo – o leader, come si ama dire adesso – e la sua massa…Dal momento che questi comportamenti si diffondono e diventano “senso comune”, inevitabilmente la sinistra perde e si diffonde un clima collettivo di sfiducia reciproca, di menefreghismo, di delega al Capo… Come se una persona, fosse pure la più intelligente e virtuosa di questo mondo, potesse risolvere tutto…»
«Fratello mio, hai ragione. Da anni ci ripetiamo questi pensieri. Ma non riusciamo a prendere in mano il bandolo della matassa, lo “gliuommero”, come lo chiamavamo nel nostro dialetto e come lo chiamava pure Gadda, si è ingarbugliato e non so come se ne possa venire a capo…»
«Neanche io lo so, ma la situazione mi fa incazzare…Mi fanno incazzare soprattutto i Miei, quelli che dovrebbero essere dalla nostra parte…»
«A chi ti riferisci?…»
«Ovviamente a nessun uomo o donna del centrodestra che fanno il loro gioco politico…Neanche a Renzi… Come tu sai, non ho mai condiviso il suo pensiero e le sue proposte… Non l’avrei mai votato, probabilmente neppure sotto tortura. Non mi riferisco neanche ad Enrico Letta e ad altri cattolici democratici; così come non mi riferisco ai seguaci (non craxiani) del glorioso PSI o agli eredi di “Giustizia e Libertà”.  Mi riferisco a quella galassia di uomini e donne allevata nel PCI o cresciuta nell’area della “sinistra rivoluzionaria”. Capisco che molti sono diventati vecchietti come me, ma domando: “Non sentite i vostri padri e le vostre madri rivoltarsi nelle tombe?…Non vengono di notte a turbare i vostri sonni?”…Io, certe notti mi sveglio di soprassalto e vedo il fantasma di mio padre che mi interroga: “Chi fuor li maggior tui?”… »
«Non esagerare!…Nostro padre che ti fa la domanda che Farinata rivolge a Dante!.. Nostro padre non ha avuto la fortuna di studiare il X canto dell’Inferno… .»
«Lo so…Ma mio padre quella domanda l’avrebbe sicuramente fatta: Chi siiti? A chi appartiniiti?…Come si può pensare di riprendere in mano il bandolo della matassa senza dire chi sono i nostri padri e a quale “famiglia ideale” apparteniamo…»

Al piano di sopra squilla il telefono fisso. Mia sorella non risponde. Non ha voglia di fare su e giù per le scale per poi scoprire, nove volte su dieci, che è pubblicità tim-vodafone-enigas…Sempre qualcuno che ti propone un nuovo contratto…

«Dai, Donato, quando te ne vieni fuori con questi argomenti mi sembri un credente. Le persone oggi pensano a loro stesse, ai loro bisogni, alla loro realizzazione…»
«Sì, hai ragione…Qualche settimana fa ho comprato per curiosità il libro di Francesca Rigotti, una filosofa. Il titolo è: “L’era del singolo”. Impressionante. Era, addirittura!…»
«Hai visto!… Ho ragione io. Tu stai ancora al “Vangelo comunista” e vorresti che le persone mettessero al primo posto l’ideale…Ma oggi l’unica religione circolante è il benessere dell’individuo…Stai bbuone Rocche e stai bbuone tutta la Rocca…»

Il dialetto di mia sorella è simpaticissimo. Anche il mio. Non lo parliamo più granché. Il più delle volte ci esprimiamo in quest’italiano semi-televisivo. Ma quando un po’ di dialetto sgorga sulle nostre labbra, siamo felicissimi. Diventiamo più complici. Sentiamo la nostra infanzia che ritorna. In effetti, il proverbio citato è azzeccatissimo: “Rocco sta bene e pensa che stia bene tutta la Rocca”. Il paese, la città, la polis, insomma…

«Se è per questo, è anche peggio…Aspetta che apro Google e ti leggo cosa c’è scritto sulla copertina del libro di Rigotti…»
«Dai, apri e leggi…»
«Ecco: “Essere individui non basta più. Ognuno è singolo e dunque originale e speciale, alla ricerca della felicità su misura, personalizzata e non personale. E allora ogni singolo realizza un’opera d’arte unica e irripetibile: la propria vita.”»
«Ahahahah…»
«Perché ridi?…»
«Perché questi libri tu non dovresti leggerli. Il solo fatto che li compri, e magari li leggi, contribuisce a far credere alla filosofa Rigotti che esistono persone al mondo che si possono permettere “una felicità su misura” o che possono fare della propria vita “un’opera d’arte”…»
«Certo che ci sono…Lei pensa alla nuova classe media, quella che ha in mente la propria autorealizzazione, la qualità della vita, la cura del corpo, la palestra, il cibo bio, i viaggi, l’istruzione personalizzata, ecc…Anche noi siamo un po’ così…»
«Sì, è vero. Però noi non dimentichiamo i due milioni e mezzo di famiglie in povertà assoluta. Non dimentichiamo i disoccupati, chi va a raccogliere la frutta o i pomodori per noi, i fattorini in bicicletta o motorino che continuano a portare pizze a domicilio, gli emigrati al freddo sui confini della Polonia…Non dimentichiamo gli ultimi. È da questi che bisogna ripartire, da tutti quelli che ci hanno permesso di sopravvivere durante i lockdown…»
«Però, tu non pensi che se si diffondesse il “diritto alla singolarità” e diventasse legge, anche il povero emigrato ne potrebbe usufruire…»
«No. Non lo penso. Io non riesco a tenere più il conto di quanti siano oggi i diritti… Ma quanti di questi sono realmente “esigibili”?….»

Mia sorella è brava. Sa frenare le mie scorribande mentali. Non che lei non abbia gli occhi pieni di fantasie e di sogni. Ma è lì ogni giorno a fare i conti di quanto spende per questo e di quanto spende per quello. In tavola non deve mancare niente. Gli sprechi, però, non sono ammessi. Certe volte mi fa venire in mente mia madre coi suoi quaderni o i suoi fogli su cui scriveva cosa spendeva e come. Persone che conoscono quasi istintivamente la partita doppia.

«Hai ragione. Quindi, torniamo al discorso iniziale che siamo sconfitti…Il diritto al lavoro, all’istruzione, alla salute… si realizzano se c’è una forza organizzata che li pretende e li rende esigibili, come dici tu.»
«Certo che è così. È l’ABC. Ricordi la frase di “Lettera ad una professoressa”?…
”Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”»
«Soprattutto perché ci sono dei problemi che si possono risolvere solo collettivamente. L’esempio ce l’abbiamo sotto gli occhi in questi giorni: come si fa a combattere un’epidemia se ogni persona rivendica la libertà di fare come crede?…»
«No!…Non ne parliamo!…Qui siamo all’assurdo. L’art. 32 della Costituzione è chiarissimo:
“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.”
Non capisco perché Governo e Parlamento non si assumono la responsabilità di fare una legge sulla vaccinazione obbligatoria.»

Mia sorella ha fatto la maestra per oltre quarant’anni. È laureata, ma la scuola elementare è stato il laboratorio della sua vita. Conosce benissimo la Costituzione e con le sue colleghe ha realizzato un sacco di progetti sui diritti dell’infanzia, delle donne, del cittadino…

«Ma perché hanno paura di apparire dittatori…Perché non vogliono assumersi la responsabilità delle loro azioni…Perché preferiscono “persuadere” piuttosto che “obbligare” o preferiscono obbligare dove “l’interesse della collettività” è evidente…Perché, pur essendo un governo di quasi tutti i partiti, i ceti dirigenti non sono più capaci di perseguire obiettivi collettivi  (meno che meno “nazionali”) se non strumentalizzando i problemi…Insomma, siamo al marasma, alla débâcle…Il mio timore è che, se alle prossime elezioni vince il centrodestra, la Meloni e il Salvini possano chiedere davvero i “pieni poteri”…Un po’ come ha fatto il loro amico Orbán. E immagina se diventa Presidente della Repubblica lo “statista” di Arcore!… Sorella mia, ho gli incubi!…»
«Dai, non esagerare! Coltiva un po’ più di fiducia nel popolo italiano…»
«Ma io ho fiducia…Il problema è che ho letto “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” di Freud e “Studi sull’autorità e la famiglia” di Horkheimer e altri…»
«Troppi libri!…»
«Dai, non fare anche tu l’anti-intellettuale!… Non ti si addice. Poi anche tu leggi tanto…In questi giorni sei tutta immersa nelle cronache di Ilda Boccassini…Comunque, gli incubi non ce li ho soltanto io. Ce li ha, ad esempio, anche Corrado Stajano, uno scrittore e giornalista democratico. Non mi risulta, infatti, che volesse costruire il partito rivoluzionario come noi. Tuttavia, alla veneranda età di 91 anni, ha sentito il dovere di scrivere un libro intitolato, guarda caso, “Sconfitti”.  L’ha pubblicato a settembre con il Saggiatore. Ce l’ho qui con me. Volevo fartelo vedere. Proprio su questo punto scrive:
“Gli italiani hanno sempre bisogno di piazze e di Cesari vestiti in ogni foggia da applaudire festanti, vogliosi di essere rassicurati e possibilmente esauditi nei propri desideri. Con un duce che pensa a tutto e a tutti ed è in grado di risolvere anche i problemi di ognuno togliendogli il fastidio di pensare e di fare” (pag. 91)

Tina questo discorso lo conosce. Ha fatto anche degli esami all’Università. Sa che questa svalutazione, se non distruzione dei “corpi intermedi” (sindacati, partiti, associazioni, sezioni, circoli, ecc.) è pericolosissima per la democrazia…Sa che la democrazia non può essere ridotta soltanto a una procedura di voto…
«Sì, ma cosa c’entra questo con gli incubi?… Questo tratto della psicologia di massa degli italiani l’avevi già detto anche prima. Mi sembra che tu volessi, invece, dire che Stajano fa dei brutti sogni…»
«Sì, è vero…Il suo libro comincia proprio col sogno di una donna sconosciuta, che tira un carretto di legno vuoto…È alta, secca, con indosso una tunica nera e il viso bianco come il gesso o la calce… »
«Beh, che dice ‘sta donna?…»
«Non dice nulla. È un tragico mimo, un fantasma.»
«Ma significherà pure qualcosa!…»
«Non lo so…È materia per analisti. Io ho un quadro, una scena davanti agli occhi e penso al “materno” di Stajano, alla sua Signora Morte che trascina un carro vuoto…Come se durante la sua vita non fosse riuscito a produrre ciò che avrebbe voluto produrre. Si sente uno sconfitto. Così come dovrebbero sentirsi sconfitti tutti coloro che hanno desiderato una società più giusta, un’Italia migliore e si sono dati da fare o hanno lottato in vari modi per realizzarla…I nostri giovani dovrebbero partire da questa consapevolezza. Perché, cavolo!, la sconfitta pesa anche su di loro…»
«In che senso?…»
«Ma come in che senso?!…I giovani disoccupati in Italia sono quasi al 30 per cento contro una media europea del 17, 6 per cento…Sono circa 350.000 i giovani che negli ultimi dieci anni sono emigrati all’estero. E si tratta per lo più di laureati e di persone qualificate…Non sono vaccari come nostro padre o operai e manovali…Non ti sembra una sconfitta questa? Che Paese è il nostro?… Spendiamo soldi per istruire e laureare migliaia di persone e le “regaliamo” poi all’Inghilterra, alla Germania o alla Francia?… Che ceti dirigenti abbiamo? E non mi riferisco solo a chi ci governa o sta in Parlamento…Ti sembra che la Confindustria pensi ai nostri giovani?… La nostra élite è composta per lo più di gente corrotta. Mentalmente corrotta. Come sostiene Stajano in una dei suoi capitoletti, noi siamo “il Paese dei corrotti”… Lu pesce puzza ra la capa…»
«Vero…L’abbiamo visto anche durante l’epidemia: soldi a tutti, contributi, aiuti, sussidi senza nessuna eccezione, compresi gli evasori senza ritegno…»
«Non parliamo poi della Lombardia…»
«Mamma mia!…A cominciare dalla vicenda dei camici di Fontana e famiglia…»
«Ecco cosa scrive Stajano:
“Grandi e piccoli industriali, commercianti all’ingrosso e al minuto, albergatori, ristoratori, tassisti, antiquari, professionisti, venditori di automobili, agricoltori, artigiani, organizzatori di crociere, viaggi, vacanze, chef più noti dei premi Nobel si son sentiti tutti in credito. Dovevano essere tutti risarciti, di getto. I questuanti, anche di solida ricchezza, già dimentichi di quel che era accaduto nei primi tempi del contagio, in marzo, quando numerose fabbriche, medie e piccole erano state lasciate aperte, chiedevano, premevano, volevano” (pag. 32)»
«Un quadro sociale perfetto…»
«Sì, è davvero un bel libro, ben scritto e ben costruito.»
«In sintesi?…»

Mi fa ridere mia sorella quando vorrebbe che riducessi più di duecento pagine a un discorsetto di pochi minuti. Anch’io tante volte faccio così. Facevo così anche con mio padre o mia madre. Ma’ stringi!…Forse tutti, più o meno consapevolmente, portiamo dentro di noi i “tempi televisivi”, le dichiarazioni di trenta secondi, di un minuto o, al massimo, di due…
«Dai!… L’unica sintesi possibile è quella dell’Indice…»
«Allora, leggimi quest’Indice…»
«Nella prima parte si parla dell’oggi, dell’epidemia in corso; nella terza si ritorna a questa fossa dei serpenti con la bottiglia della speranza finale.
Nella seconda parte è ricapitolata la storia del Novecento, quella che per quasi tutta la seconda metà del secolo abbiamo vissuto anche noi.
È il corpo centrale del libro ed è organizzato in nove stazioni della nostra via crucis storica:

1.-“Pacem in terris”. Che succede dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943? Domenico Nesi, attendente del generale Stajano, siciliano di Noto e padre di Corrado, ha fortuna e riesce a tornare a casa dalla campagna di Russia; ma molti, compreso il padre dell’autore, finiscono nei lager nazisti: «Più di mezzo milione di uomini, esclusi gli ufficiali, furono messi a lavorare, operai senza pane, schiavi nell’industria pesante…» (pag. 55).
Poi c’è la “serena letizia” della Liberazione. Ma dura poco.
“Non nacque, come si sperava la nuova società ispirata ai principi di libertà e giustizia. La rovina provocata dal fascismo, il Paese ridotto in frantumi, il sangue ancora rappreso di migliaia e migliaia di uomini caduti nelle guerre del regime presto dimenticati
Sono tornati da remote caligini
i fantasmi della vergogna
scrisse anni dopo in una sua famosa epigrafe pubblicata sul Ponte Piero Calamandrei.” (pag. 58)

2.- “Nuto” (Revelli: “il grande scrittore di vite perdute, il cantore dei vinti della ritirata di Russia, il valoroso comandante partigiano”), Nella biografia di quest’uomo e nei libri che ha scritto c’è una buona parte della storia da scolpire nella propria mente. Quando i liberali nostrani sparano addosso alla Resistenza sanno cosa fu l’8 settembre in questo nostro sciagurato Paese? Eccolo, nelle parole di Nuto Revelli, sottotenente degli alpini, uscito dall’Accademia militare di Modena e partito per la campagna di Russia il 21 luglio 1942:
“La delusione più grossa della mia vita è che dopo la guerra partigiana, soprattutto, le cose non siano cambiate molto, che viviamo in una società sbagliata, che le lezioni tremende subite in quegli anni siano servite a poco e niente. Mi sconvolge di rabbia il pensiero che chi ci amministra ricordi a malapena che abbiamo avuto un 8 settembre 1943. A parlarne ti dicono che sei un disfattista e non capiscono che dovremmo commemorarla nelle scuole, la data dell’armistizio. Io ce li ho sempre negli occhi, quei giorni, lo Stato che va a ramengo, i fili del telefono rotti, le caserme abbandonate, gli ordini da mentecatti, tutto che si disfaceva, mentre pochi tedeschi conquistavano intere città. Ero ufficiale di carriera, allora: ho visto un’armata sfasciarsi, colonnelli e generali che si mettevano in borghese, scappavano, ho visto tutti quelli che avevano un posto di responsabilità nascondersi, finire nelle tane, gente che fino al giorno prima era inavvicinabile, mostri sacri. Ho visto un colonnello requisire un camion, il 10 settembre, per salvare novanta vasetti dei suoi fiori. Ho visto crollare un mondo, insomma. In fondo al pozzo, in fondo al pozzo eravamo finiti. E chi ne ha tenuto conto in questi trent’anni?” (pag. 66-67)
Chi si riempie la bocca di “patria”, dovrebbe avere l’onestà di riconoscere che la Resistenza ha salvato l’onore degli italiani…»

«Fratello, calmati!…Cosa hai? Ti sei acceso?…»
«Ma no!…È che ha ragione Revelli. Se, invece, di celebrare il 25 aprile, avessimo commemorato nelle scuole l’8 settembre, avremmo fatto meglio. Avremmo ricordato annualmente ai nostri giovani in che mani erano finiti i nostri padri. Gentaglia incuranti di ogni morale politica e professionale. Trasformisti incalliti…»
«Erano finiti?… O siamo finiti?…»
«Siamo finiti…Hai ragione…Il trasformismo e il cinismo sono una costante delle “classi superiori d’Italia”, come le chiamava Leopardi. Stajano cita il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani…»
«È una tara?…»
«Non so se sia una tara. So che a tanti non appare spregevole il detto “O Franza o Spagna purché se magna”…»
«Riprendiamo Stajano…Come va avanti?…»
«Con la stazione tre: “La chitarra della memoria”. Si tratta di un pezzo di storia patria attraverso le canzoni politiche che tante volte abbiamo cantato: “Per i morti di Reggio Emilia”, e quella famosa di Paolo Pietrangeli scomparso in questi giorni…»
«Contessa?..»
«Sì, esattamente Contessa»
«Compaaagni dai caaampi e daallee officiiine…»
«Andiamo avanti…La quarta stazione è “l’Italia dei preti”, con gli “arditi della fede” e le nostre “tonache nere”…
”Sono differenti le piazze del dopoguerra. Più casalinghe, più vereconde. Come una messa cantata. Sono differenti anche i Maharajah, i capibastone, i centurioni. Nel vestire soprattutto. Indossavano la camicia nera, ora indossano la tonaca nera lunga fino ai piedi. L’Italia dei preti, l’Italia di Pio XII, dei comitati civici, dei Cristi sanguinanti, delle Madonne pellegrine piangenti, del “Mondo migliore”, di padre Lombardi – il “microfono di Dio”- , dei baschi verdi, i ragazzi dell’Azione Cattolica, le truppe. I fascisti impugnavano i pugnali, i nuovi leader – ma non si chiamavano ancora così – il crocifisso, il breviario.”  (pag. 92).

La quinta stazione è dedicata al “boom che, dal 1958 al 1963, “ringalluzzì l’Italia marcando la rottura con un tragico passato”.  Simboli: il mosquito (“Una bicicletta con un minuscolo motorino dietro la sella, sopra la ruota posteriore”) che fu il piccolo padre della Vespa (“la regina panciuta”) e poi la Lambretta (“dal nome del fiumiciattolo milanese”), ma fu la Seicento a esaudire i sogni degli italiani, poi il jukebox, la lavatrice, il frigorifero, la tv…la Mina, l’addio all’Albero degli zoccoli (“Gli occupati in agricoltura sono più di 8 milioni, ancora nel 1954, meno di 5 milioni dieci anni dopo”), i padroncini…Ma “il boom ha una vita breve, non esplode come può far pensare il suo nome. Evapora”. Il miracolo va in frantumi.»
«Questa è l’Italia della nostra infanzia e fanciullezza. Al massimo della nostra adolescenza…Ma in casa nostra la tv e gli elettrodomestici arrivano anni dopo, quando emigriamo…»
«Certo, le ultime stazioni, però, le abbiamo vissute da giovani, partecipi coscienti e politicamente alfabetizzati. Sono in ordine:” Piazza Fontana”,  la “Morte di un generale” (Carlo Alberto dalla Chiesa), “Falcone”, e, infine, “Lo statista”, il signore che vuole diventare il nostro Presidente della Repubblica…»
«Ma sei ossessionato da questa possibilità…»
«Per me è scandaloso il solo fatto di averlo pensato…Leggi le pagine 184 e 185 di questo libro e dimmi se una persona condannata a quattro anni di reclusione per falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita; una condanna passata in giudicato e scontata mediante l’affidamento ai servizi sociali in un ricovero per anziani di Cesano Boscone; dimmi se una persona che è protagonista di una lunga catena di processi conclusasi con la prescrizione che, come dovrebbero sapere tutti, estingue il reato, ma non assolve; dimmi se può diventare Presidente della Repubblica…»
«Hai ragione, ma…»
«Ho ragione un fico secco. Non vorrei aver ragione. Vorrei aver torto. Ma è possibile che uno scrittore e giornalista come Stajano debba arrivare alla sua ragguardevole età e scrivere un libro amaro come questo? È possibile che, fatta un po’ eccezione per Il fatto quotidiano e Il Manifesto, non vi siano più giornali in Italia capaci di dire vero al vero?…»
«Purtroppo anche su questo hai ragione. I mass-media oggi vivono soltanto di pubblicità e marketing…Sono diventati strumenti del commercio sottoculturale…»
«Questa verità o qualcosa di simile l’ho sentita dire anche a Papa Francesco…»
«Capisci perché molti alla fine si affidano a Sua Santità?…»
«Certo! Meglio Sua Eminenza che Sua Emittenza…»

Sulla parete di fronte è attaccato al muro l’orologio costruito da Ledo con le punte delle forchette piegate o slargate. Ricavò l’idea da Munari. Ma quasi tutti gli arredi di questa cucina sono stati costruiti da lui: dal tavolo al divanetto, dalla mensola al mobiletto porta-televisore. Non era un falegname. Era un meccanico con l’hobby del fai da te…
“È una casa piena di ricordi” dice mia sorella. E la capisco.
Anche la Storia, quella con la maiuscola, è un po’ così. Stajano lo sa. E vorrebbe che i ricordi del sanguinante Novecento diventino vivi; si trasformino in sangue, sguardo, gesto; aiutino ad approfondire fatti e sentimenti, a confrontare passato e presente…
Ci riesce? Io penso di sì. Ma io non faccio testo. Farebbero testo migliaia di giovani e meno giovani se lo leggessero, se lo regalassero o lo ricevessero in regalo per Natale, se inviassero all’illustre scrittore e giornalista questo semplice messaggio: «Grazie, ho ricevuto la sua bottiglia della speranza.»

 

 

 

Contro l’invenzione

Prontuario tascabile di letteratura francese (3)

di Elena Grammann

LETTERA B

Breton, André

Recentemente, a proposito del romanzo di Maylis de Kerangal Riparare i viventi (qui), dicevo che in esso “l’ambito dell’emotività, con relativi personaggi, è ambito di invenzione”. Ora, l’attributo “di invenzione”, se si applica a romanzi scritti negli ultimi centoventi, centotrent’anni e, come questo, più o meno ingenuamente realistici, fatica a liberarsi da una connotazione negativa o quantomeno dubbia. Da una parte, all’invenzione – alla favola – aderisce da sempre qualcosa dell’infanzia, del gioco, del divertimento. Non è una cosa seria. Malvista dalla religione, è permessa solo quando sia edificante. La si direbbe una cosa per spiriti oziosi o per donne; al limite, per queste ultime, da consumare di nascosto[1]. Ma soprattutto inventare, la grande prerogativa dei poeti (poi nella categoria si comprenderà anche la prosa), diventa fra Otto e Novecento una faccenda delle più spinose. Il presunto “inventore” si trova nella necessità di rinunciare all’invenzione di un mondo esterno e di ritirarsi nell’unico ambito che gli offra qualche sicurezza, un minimo di cognizione di causa: l’osservazione del proprio sé e dell’esterno attraverso il sé. Se infatti l’arte, e dunque la letteratura, ha a che fare con la verità, con che coscienza lo scrittore “inventerà” dei personaggi distinti da sé, li provvederà di determinate qualità fisiche e psichiche, li farà muovere in questa o in quella direzione? Se lo facesse abbandonerebbe il dominio della verità e della necessità e finirebbe in quello del falso e dell’arbitrario.

André Breton (1896-1966), il caposcuola del surrealismo, è particolarmente sensibile all’indifferenza, alla falsità e all’arbitrio, che sono le caratteristiche generali della realtà apparente, cioè la realtà come siamo stati addestrati a percepirla dai nostri educatori: genitori, preti, insegnanti. Tutto deve essere invece ricolmo di senso e la realtà autentica – la surrealtà –, a saperla indagare, è precisamente dispensatrice di senso: a ciascuno il suo, speciale e particolare[2]. Tanto speciale e particolare da non poter essere legato a nulla di generico, di sovraindividuale, di astratto; a nulla che non abbia la sua scaturigine nel qui ed ora[3]; tanto speciale e particolare che il “senso”, così compreso, è tutt’uno con l’identità vera e unica di ciascuno.

Naturalmente, dispensatrice di senso la surrealtà può esserlo perché è l’ultimo avatar della “ténébreuse et profonde unité, / vaste comme la nuit et comme la clarté”, che ci guarda “avec des regards familiers” e si prende cura di noi; l’ultimo avatar dell’Uno mistico dei neoplatonici e dei romantici. Il merito di Breton è aver legato l’Uno non a una specie – la specie umana – , e nemmeno a una classe, ma a ogni singolo individuo in quanto singolo, con la sua speciale epifania e la sua speciale salvezza, qui ed ora. Il surrealismo di Breton infatti non si concepisce tanto come movimento letterario o artistico, quanto come una vera e propria rivoluzione che riguarda in primo luogo l’esistenza. Purtroppo, dal momento che questa rivoluzione deve incominciare dalle abitudini percettive e di pensiero del singolo, e solo in seguito – e non si sa bene come – riguardare le strutture della società, si capisce che, come rivoluzione, abbia le gambe corte. E tuttavia ha esercitato un’influenza duratura e profonda sulla letteratura e sull’arte di tutto il secolo e oltre. Ha contribuito in modo decisivo a togliere la terra sotto i piedi al realismo, a relegarlo in un ambito di dubbio – cosa stiamo facendo? facciamo sul serio o stiamo giocando a fare finta che? –, a spruzzare un po’ di sano scetticismo intorno a certe manovre percepite sempre più come vuote e arbitrarie: inventare una trama, uno scenario, delineare dei personaggi – il camper des personnages di zoliana memoria! –, insomma a mettere in crisi, soprattutto, la narrazione realista.

Il carattere circostanziale, inutilmente particolare, di ognuna delle loro [dei romanzieri realisti] notazioni, mi fa pensare che si divertano alle mie spalle. Non mi fanno grazia della minima esitazione del personaggio: sarà biondo, come si chiamerà, l’incontreremo per la prima volta d’estate? Tutte questioni risolte una volta per tutte, a casaccio.(Manifesto del surrealismo, 1924)

Dei romanzieri ottocenteschi, Breton salva Huysmans – non però lo Huysmans “a tesi” di À rebours, bensì quello, intimista, di En rade e Là-bas:

Quanto gli sono grato di informarmi, senza preoccuparsi di produrre un effetto, di tutto ciò che lo riguarda, di ciò che lo occupa, nelle sue ore di più nero sconforto, di esterno al suo sconforto, di non fare come troppi poeti, che “cantano” assurdamente la loro disperazione, ma di elencarmi pazientemente, nell’ombra, le minime ragioni del tutto involontarie che si trova ancora per essere, e  non sa nemmeno bene per chi, colui che parla! Anch’egli è investito da una di quelle continue sollecitazioni che sembrano venire dall’esterno, e ci immobilizzano qualche secondo davanti a una disposizione fortuita delle cose, di carattere più o meno nuovo, di cui ci sembra che, a esaminarci bene, troveremmo in noi il segreto. Come lo separo, nemmeno bisogno di dirlo, da tutti i praticoni del romanzo che hanno la pretesa di mettere in scena dei personaggi distinti da loro stessi e li delineano fisicamente, moralmente, a modo loro, per i bisogni di quale causa preferiamo non sapere. Di un personaggio reale, del quale credono di avere una qualche idea, fanno due personaggi della loro storia; di due, senza maggior imbarazzo, ne fanno uno. E stiamo qui a discutere! Qualcuno suggeriva a un autore di mia conoscenza, a proposito di una sua opera che stava per uscire e la cui protagonista poteva facilmente essere riconosciuta, di cambiarle almeno il colore dei capelli. L’avesse fatta bionda, sarebbe stato meno probabile, pareva, che smascherasse una donna bruna. Ebbene, io questo non lo trovo infantile, lo trovo scandaloso. (Nadja, 1928)

‘Scandaloso’ non fa riferimento all’ambito estetico bensì a quello morale. Scandalosa, quindi immorale, è per Breton l’invenzione romanzesca nella misura in cui ripete, elevandolo al quadrato, il gesto dispotico e arbitrario con cui la tradizione (genitori, preti, insegnanti – e relative istituzioni) istituisce, appunto, la realtà apparente: falsa e bugiarda[4]. E questo non nel senso che la narrazione realista necessariamente ne riproponga i valori, ma proprio come gesto di base che oggettivizza, scompone, soppesa, valuta, misura, falsifica; che dell’Uno mistico fa il molteplice asservito all’uso e all’utile – mercantile, commerciale; il gesto, dicevamo, che dispone, mentre l’atteggiamento corretto è l’essere disposti: l’apertura, la diponibilità a recuperare un modo percettivo originario – storpiato e forse annientato a cura dei dresseurs. E poiché è copia di un falso, la narrazione realista sarà doppiamente falsa.

Naturalmente, lo slancio con cui Breton butta a mare il romanzo realista dell’Ottocento è lo slancio radicale e eccessivo dell’avanguardia; tuttavia, se dopo aver letto qualcosa di suo, ad esempio il Manifesto del surrealismo o Nadja, si legge o soltanto si ripensa a uno di quei romanzi contemporanei come ce ne sono tanti, che partono da un’ovvietà anche solo fisica del mondo, un romanzo i cui personaggi si muovono e si comportano come siamo abituati a muoverci e a comportarci, e poi c’è una storia, magari rispettabilissima – se li si legge o ci si ripensa dopo aver letto Breton, li si vede diversamente.

Per tutto il Novecento – e non fu solo effetto del surrealismo, tutto concorreva a quel risultato – la narrazione prese strade opposte al realismo: in direzione del fantastico, che mette fra parentesi la realtà e le sue condizioni di producibilità; ma anche di una ridefinizione dei processi percettivi, delle narrazioni di narrazioni, dei trascendentali della narrabilità o, unico racconto “in presa diretta”, del racconto di se stessi: l’autofiction. Anche al livello minimo, c’era comunque un effetto di rifrazione che indicava l’incertezza, la problematicità dell’operazione che si stava effettuando. Erano opere spesso bellissime ma anche difficili, insolite, richiedevano concentrazione. Verso la fine del secolo il pubblico si stancò. Chiese di nuovo delle storie “semplici”: storie di primo grado; i lettori volevano essere implicati in una finzione, volevano di nuovo la favola – preferibilmente impegnata, termine che sostituì il vecchio ‘edificante’ – così da mettersi a posto la coscienza. Della solidità del palcoscenico non gliene fregava niente; non ci badavano neanche, guardavano le figure. Di conseguenza gli editor delle case editrici sollecitarono i giovani scrittori e le giovani scrittrici a produrre storie impegnate che raccontassero “questo nostro tempo”[5] e contribuissero a migliorarlo secondo valori prestabiliti e condivisi. E i giovani scrittori e le giovani scrittrici si misero d’impegno a inventarle.

Ma non vorrei passare per una nostalgica, non sono certo qua a chiedere un’eternizzazione del Novecento. Né vorrei dare l’impressione di criticare. Se il pubblico vuole questo, il pubblico vuole questo. Se la moda è questa, la moda è questa. Da un certo punto di vista, il pubblico e la moda sono come il cliente: hanno sempre ragione. Può ben darsi che il romanzo come ricerca e rappresentazione disinteressata[6] di una verità non abbia più ragione di esistere: non sarà certo una tragedia. Come dice qualcuno, le storie ci saranno sempre. E fra un po’ nessuno si accorgerà più di niente.

 

_________________________

[1] La Prefazione di Rousseau alla Nuova Eloisa (1761) contiene sia l’idea che il romanzo è adatto alle donne, che l’avvertimento circa il pericolo di corruzione: “Questa raccolta [scil. di lettere: la Nuova Eloisa è un romanzo epistolare], col suo tono gotico, è più adatta alle donne dei libri di filosofia. Può perfino essere utile a quelle che, in una vita sregolata, hanno conservato un po’ d’amore per l’onestà. Quanto alle fanciulle, è un altro paio di maniche. Mai fanciulla casta lesse romanzi; e ho messo a questo un titolo abbastanza chiaro perché, aprendolo, si sapesse cosa aspettarsi. Colei che, malgrado il titolo, oserà leggerne una sola pagina è una fanciulla perduta: ma che non imputi la sua rovina a questo libro; il male era già fatto prima. Dal momento che ha cominciato, finisca pure di leggere: non ha più niente da perdere.” (Con l’ultima osservazione si intende che, poiché l’ipotetica fanciulla era già così corrotta da cominciare a leggere malgrado il titolo, il prosieguo della lettura non aggiungerà nulla alla corruzione preesistente). Gli fa eco, nel 1777, Pietro Verri, che nei Ricordi a mia figlia Teresa approva per la figlia la lettura di “tutte le Commedie e tutte le Tragedie possibili”, ma sui romanzi fa un distinguo: “Anche i Romanzi scritti con decenza e con grazia gli approvo, escludo soltanto i troppo libertini i quali se avete l’anima delicata vi stomacano e se disgraziatamente l’aveste poco ferma vi prostituiscono alla dissolutezza.” Fra i quali romanzi “troppo libertini” il fratello Alessandro annovera precisamente La Nuova Eloisa. (Cfr. Salvatore Silvano Nigro, La tabacchiera di don Lisander, Einaudi 1996, p.13s, da cui è presa anche la citazione). Ancora un secolo più tardi, sia Balzac (Le Curé de village, 1841) che Flaubert in Madame Bovary legano, più o meno esplicitamente, il destino tragico delle eroine a certe letture romanzesche fatte durante l’adolescenza. (E, si parva licet, nel 1972 o ’73, un prete a cui avevo esposto alcune perplessità subodorò la deriva estetica e mi disse che leggevo troppi romanzi).

[2] Si pensi, per brevità, al sogno.

[3] Ė l’illuminazione dell’istante: l’istante epifanico che caratterizza la prima metà del secolo e si ritrova in autori e movimenti apparentemente lontani fra loro come il surrealismo, Proust, Joyce, Woolf, Musil.

[4] La mia esperienza scolastica dell’obbligo è stata un po’ diversa da quella di Donato Salzarulo. Tuttavia, scrivendo queste cose di Breton, non posso fare a meno di pensare al suo racconto, e anche, comunque, ai miei anni di scuola.

[5] Che è precisamente quello che deve fare la letteratura. Ma non come pensano loro.

[6] “disinteressata” andrebbe precisato. Non possiamo farlo qui.

Sartre fuori moda

di Marco Gaetani

Continuo il lavoro di recupero di articoli usciti sui precedenti siti di Poliscritture (2005-2010; 2010-2013) non più accessibili on line. Oggi ripubblico questo bel saggio di Marco Gaetani. Comparve sul numero prova di Poliscritture (aprile 2005). Sartre era fuori moda allora e lo è ancor più oggi nel 2021.  Eppure resta per  me e per tanti un modello vivo e attuale: «l’ultimo dei maîtres à penser occidentali, testimonianza individuale della perdurante possibilità di esercitare la funzione critica pur entro gli scenari storicamente più asfittici – incarnazione della libertà umana così come ebbe egli stesso a teorizzarla, prova vivente di quella ineludibile apertura per cui l’individuo può sempre proiettarsi oltre la situazione che lo stringe e condiziona» (Gaetani). Un  pizzico d’orgoglio ho provato nel rileggere la prosa di Marco. Sì,  in tanti anni di poliscritture un po’ di buone teste pensanti e capaci di robusta scrittura  le abbiamo intercettate. [E. A.]

Il 2005 è anno sartriano: l’uomo che scelse di essere Jean-Paul Sartre nacque infatti a Parigi il 21 giugno del 1905. Il sistema delle ineluttabili recursività su cui si fonda ormai l’industria mediatico-istituzionale dell’”evento culturale”, quel meccanismo combinatorio brillantemente descritto qualche anno fa da Maurizio Bettini, può forse offrire – la ricorrenza scattando “oggettivamente” – se non altro un’occasione per tornare a riflettere in maniera non solitaria (ed evitando, nell’unanimismo dominante, ogni accusa di estemporanea gratuità) sulla figura del “celebrando secondo il turno calendariale” (Contini). Certo non è facile in questi casi sottrarsi alla chiacchiera, sfuggire al turbinio effimero di cui s’ingrossano le pagine degli inserti culturali. Si tratta tuttavia, per quanto possibile, di volgere a profitto l’incremento di pubblicazioni a stampa, la temporaneamente benevola disposizione dell’udienza, ed ogni altra circostanza virtualmente favorevole; di cogliere infine il pretesto dell’anniversario per qualche considerazione meno genericamente apologetica, oziosa, vacua o scandalistica. Al clima delle celebrazioni sartriane deve probabilmente qualcosa anche un recente volume, uscito negli ultimi mesi dell’anno scorso (e dunque in tempestivo anticipo sulla scadenza centenaria) per le cure di un valente studioso italiano di Sartre, Giovanni Invitto.[1]

Il libro costituisce la “trasposizione integrale della colonna sonora” di un film biografico realizzato nei primi anni settanta e uscito in Francia nel 1976; la struttura dialogata conferisce al testo un andamento fluido e divagante, da conversazione: la “voce” di Sartre si alterna con quelle dei suoi interlocutori (Simone De Beauvoir, Michel Contat, Alexandre Astruc, André Gorz, Jacques-Laurent Bost, Jacques Pouillon) e con quella “recitante” che inframmezza al dibattito passi tratti dalle opere del filosofo; l’interazione dialogica riportata mantiene così qualcosa della oralità originaria, attrae il lettore riuscendo varia eppure sostenuta, nel toccare tanto problematiche di carattere schiettamente filosofico quanto argomenti tratti dall’attualità politica dell’epoca (Cuba, la tensione tra U. S. A. e U. R. S. S., l’Algeria, il Vietnam), con le note del curatore italiano che soccorrono puntualmente a precisare, informare, fornire dettagli su quei personaggi e quelle situazioni al lettore odierno non più trasparenti; didascalie a margine del testo riferiscono infine delle immagini e dei suoni che nella pellicola costituiscono o integrano la testura audiovisiva. Non mancano, nel corso della conversazione, la rievocazione autobiografica (con alcuni aneddoti sapidi ma ad una lettura non superficiale provvisti di una loro più significativa valenza: si veda per tutti il ricordo dell’incontro con Lukács) e alcune estemporanee boutades del protagonista, degne di essere ricordate a testimonianza della vitalità di un esprit che a dispetto delle interpretazioni virate al nero dell’Esistenzialismo non si sottrae al buonumore ed alla franca risata (così càpita di raccogliere una perla di misoginia dalle labbra del niente affatto misogino Sartre: “amo molto essere con una donna perché non amo la conversazione di idee”). Il testo – collocandosi all’incrocio tra narrativa, saggio, dialogato teatrale – offre insomma un esempio di assai alta divulgazione, con l’opportunità di ripercorrere l’esperienza umana e intellettuale del pensatore parigino senza immergersi in testi dall’argomentazione teoricamente più impegnativa.

Anche sulla scorta di questo salutare pro memoria è così possibile procedere ad una rapida ricognizione dell’attualità del pensiero sartriano. Cercando di evitare i due opposti rischi: non si tratta di stabilire – tribunale dei posteri – ciò che vivo e ciò che è morto della filosofia di Sartre, e neppure di aderire ad una prospettiva invece frettolosamente totalizzante, del genere “tutto o niente”. Sartre è del resto, sicuramente, pensatore problematico e controverso per definizione, propenso ai continui rimaneggiamenti delle proprie posizioni (espressioni del tipo “oggi ritengo che…”, a lui consuete, sono molto più che una divisa di prudente saggezza, e nient’affatto riconducibili a qualsivoglia forma di scetticismo relativistico); resta tuttavia vero ciò che anche la critica a lui maggiormente avversa non manca di riconoscergli, vale a dire che alcuni nuclei di fondo della sua concezione sostanzialmente non mutarono mai (prima tra tutte le costanti, quella verità – davvero “incondizionata” – per cui vale sempre il “contatto della coscienza con se stessa”[2]). Ragione per la quale non risulta possibile isolare nel pensiero di Sartre singoli aspetti ancora vitali e fecondi e prescindere da altri invece ritenuti “invecchiati”, trascegliendo indiscriminatamente e a piacimento entro le coordinate di una teorizzazione che ha una sua forma di sistematicità.[3]

Non è meno vero, d’altra parte, che l’oggetto-Sartre non si può probabilmente assumere all’ordine del giorno nella sua interezza senza un complessivo ripensamento critico che valga se non altro a riacclimatarlo rispetto ad una situazione storica, quella contemporanea, tanto differente da quella in cui esso venne a originarsi e maturò. Egualmente, non va taciuto che la cultura occidentale – non si pensa qui soltanto alle aristocrazie intellettuali della più diversa estrazione ideologica – sembra aver risolto il dilemma volentieri rimuovendo in blocco un pensatore oggi sovente considerato inattuale, e comunque ingombrante. Sartre è davvero più che mai fuori moda, e come per l’Adorno di Fortini[4] ci si può però chiedere se almeno in Italia la voga sartriana sia stata mai davvero tale, al di là delle pose di alcuni e dell’impegno ermeneutico di un ristrettissimo numero di frequentatori in servizio effettivo e permanente. E comunque oggi, inequivocabilmente, il continente-Sartre non stimola viaggi d’esplorazione che non siano solitari; lo stesso Sartre-personaggio risulta facilmente antipatico, le sue scelte private, pubbliche, intellettuali sovente respingono; il pensiero sartriano (indubbiamente, malinconicamente “forte”) appare per sovrappiù inutilmente ostico, non concede all’interprete facili gratificazioni. Il volume curato da Invitto (del quale si raccomanda anche la bella “Nota in premessa”, che assume come titolo un lapsus “cartesiano” – “Sono dunque penso” – proferito in conversazione dal filosofo, e giustamente considerato dal curatore come altamente significativo della personalità e della concezione filosofica sartriane) permette di ricapitolare i tanti Sartre che si sono succeduti dagli anni trenta ai settanta: dal punto di vista filosofico, ecco allora il passaggio dal fenomenologo dell’immaginario e dall’indagatore della trascendenza dell’Ego all’autore del libro capitale non solo del sartrismo ma di tutto l’orientamento esistenzialistico novecentesco: con L’Etre et le Néant, in effetti, l’Esistenzialismo dimostra di potersi sottrarre nettamente ad ogni tentazione di carattere mistico-religioso, che si tratti di una prospettiva à la Jaspers o di soluzioni di matrice heideggeriana. E poi la tappa successiva al lavoro sulla ontologia fenomenologica, quella Critique de la raison dialectique che ci consegna un Sartre definitivamente affrancato dal solipsismo, e un individuo “in situazione”; senza che l’itinerario si esaurisca: il lavoro speculativo successivo alla Critique presenta un autore ancora capace di imprimere al proprio pensiero correzioni originali e sostanziali.[5]

Il mutamento ideologico di Sartre viaggia ovviamente di conserva rispetto alla sua evoluzione filosofica: basterebbe la menzione dei suoi rapporti con il marxismo, proverbialmente problematici e controversi, a restituirci l’immagine di un intellettuale che “non ha mai accettato niente senza contestare” e che “ha sempre voluto ricercare le cose per conto suo”.[6] E molto lunghi discorsi meriterebbe certo anche la produzione romanzesca e teatrale, dal celeberrimo La Nausée fino all’adattamento di Le Troiane euripidee: una produzione vasta, sicuramente diseguale ma per molti aspetti anch’essa coerente, e sulla quale il tempo (i gusti del pubblico non meno che le valutazioni dei critici) sembra avere in effetti depositato una patina difficilmente rimovibile; produzione tuttavia cui non si potrà negare il potere, oggimai raro, di restituire in profondità il clima di un’intera epoca, di rappresentarne le questioni vitali, di dare espressione ai problemi nevralgici (materiali e spirituali) per essa fronteggiati dalle coscienze individuali e politiche. Dire in breve dell’attualità di Sartre, senza aver modo di problematizzare, non è impresa possibile. Si cercherà qui di focalizzare soltanto tre aspetti rispetto ai quali il lascito sartriano può essere considerato ancor oggi prezioso. Va da sé che si tratta di tre questioni fortemente interrelate. Tornare all’esperienza, alla parola, al pensiero di Sartre tentando di farli reagire col tempo presente significa per prima cosa e soprattutto imbattersi in una figura di intellettuale che fa il suo mestiere con una estrema lucidità e coerenza. Sartre è senz’altro, lo si usa dire, una delle ultime incarnazioni dell’intellettuale classico. Ma egli dimostra di essere continuamente ben consapevole della circostanza, e delle sue conseguenze. L’intellettuale, nella interpretazione sartriana, è per definizione nodo di contraddizioni che si riconosce come tale, (auto)coscienza infelice perpetuamente in guerra con se stessa. Comunque la si pensi in proposito, fa ancora impressione constatare come il borghese Sartre resti a tutt’oggi l’unico scrittore ad essersi rifiutato di indossare la marsina per ricevere dalle mani di un re scandinavo il riconoscimento borghese per eccellenza.[7] Giova rammentare che almeno un paio di sedicenti comunisti, nell’ultimo decennio, si son guardati bene dal compiere un gesto analogo: gesto forse inutile, ma sicuramente paradigmatico di un modo tradizionale nel senso alto di interpretare la funzione storica dell’intellettuale. Gesto esemplare. Sartre ci si presenta così – con il carico delle sue contraddizioni ma soprattutto per il buon uso che seppe farne – come probabilmente l’ultimo dei maîtres à penser occidentali, testimonianza individuale della perdurante possibilità di esercitare la funzione critica pur entro gli scenari storicamente più asfittici – incarnazione della libertà umana così come ebbe egli stesso a teorizzarla, prova vivente di quella ineludibile apertura per cui l’individuo può sempre proiettarsi oltre la situazione che lo stringe e condiziona frustrando ne lo slancio teleologico. Se Sartre vivente lo si vede soprattutto, com’è fatale, in un atteggiamento militante che non ha paura, negli anni, di fiancheggiare tutte le esperienze radicali ponendosi sempre al fianco delle istanze storiche più avanzate, nel filosofo che ormai celebre non depone la convinzione per cui “ribellarsi è giusto” (e che trova pertanto “notevole”, ad esempio, una rivoluzione, quella cubana, che è anche una festa); se ciò è certamente vero, non meno vero è che la passione civile e l’engagement sartriani si compongono coerentemente rispetto alla valenza di un ben preciso dettato speculativo. Perché avere paura di entrare nel merito di un pensiero che ha suscitato – indizio importante – le ire dei comunisti come dei reazionari? Il gusto per la verità è infatti alla base di entrambe, militanza e speculazione. Proprio nella peculiarità del suo pensiero – o forse meglio di uno stile di pensiero – risiede dunque il secondo dei lasciti di Sartre di cui riaffermare l’attualità, pur anche soltanto virtuale, “seminale”. Perché, ci si può chiedere, questo idealista che seppe riconoscere l’importanza determinante dei condizionamenti storico-materiali batte in breccia i più rigorosi adepti dello scientismo marxista, e si dimostra alla lunga migliore dei tanti dogmatici che si condannano, prima o poi, a una crucciata esistenza fuori dal presente – quando non si votano inconsapevoli, fin dal principio, al destino di transfughi? Perché accade che l’“incoerenza” del borghese Sartre finisca per essere la forma più costante di fedeltà alla causa degli oppressi di tutto il mondo?

Si può rispondere: perché, soprattutto, il suo pensiero respinge ogni forma di coscienza che sia astratta dalle forme di esistenza individuali. Esso riafferma, in un’epoca in cui i diversi orientamenti di pensiero sembrarono accordarsi soltanto sulla avvenuta eclissi del soggetto, la costitutiva irriducibilità della esperienza della singola coscienza, la centralità dell’esistenza in quanto ineliminabile fondamento della conoscenza come della prassi. La verità, in Sartre, è sempre in rima profonda con la più concreta realtà: “non si comprende che quando si mette la cosa in rapporto al mondo”.[8] Riaffermare l’importanza del vissuto e del soggetto, la intransitività paradossale di un Ego che pure fonda il proprio orizzonte esperienziale aprendosi al mondo, rapportandosi storicamente agli oggetti ed agli altri, costituisce di per sé – nell’epoca della mediazione universale, dei simulacri, dello spettacolare dilagante – una specie di scandalosa provocazione. Il pensiero di Sartre invita oggi più di ieri a far propria questa prospettiva “fuori moda”, e ritrovare negli interstizi di una realtà integralmente alienata i residui margini per un pensiero e per una prassi liberi di autodeterminarsi, di scegliere senza timore il senso del mondo. L’ultima considerazione riguarda il ruolo centrale che nella concezione del pensatore francese riveste la letteratura, letteratura cui Sartre dedica notoriamente una serie di riflessioni che certo resteranno, per profondità e finezza: da Qu’est-ce que la littérature?, al Saint-Genet, al monumentale studio su Flaubert (senza trascurare il prodigioso Baudelaire), Sartre dimostra in una innumerevole sequenza di scritti una capacità di comprendere la parola letteraria che prescinde dalla pur importante teorizzazione del metodo regressivo progressivo (e che chiama forse maggiormente in causa l’altra dicotomia egualmente celebre, quella tra intellezione e comprensione).[9] Una capacità che gli deriva forse dalla infantile “nevrosi di letteratura”, da quell’equivoco tra le parole e le cose che per il fatto di essere stato dissipato con l’adolescenza (“quando ho conosciuto la contingenza, la violenza, le cose come sono”[10] non pare tuttavia immune dall’essere molto fecondamente attivato a volontà, per essere nuovamente distanziato.

La parola letteraria ha una specificità che oggi si tende facilmente a perdere di vista – quando anche i suoi più lucidi assertori tendono ad appiattirne i tratti peculiari su quelli della parola scritta/letta tout court, su questioni di mero alfabetismo percettivo-cognitivo: attestandosi su di un fronte, quello della contrapposizione tra civiltà tipografica e civiltà audiovisiva, che non è probabilmente il fronte storico principale. La parola letteraria ha infatti una valenza storico-antropologica non surrogabile, è probabilmente invenzione senza ritorno; concerne la sempre più precisa coscienza della capacità umana di conferire senso alla realtà, e di assumersi pienamente la responsabilità di tale senso: è “appello alla libertà”. Per questo “la funzione dello scrittore è di far sì che nessuno possa ignorare il mondo o possa dirsene innocente”. Lungi da ogni istanza di risarcimento, senza nostalgie per la perduta aureola, si tratta, per lo scrittore, di assumere il ruolo di portavoce di un “pubblico” di cui occorre interpretare ed esprimere pensieri ed istanze che in esso sono già presenti.[11] E del resto: “Noi consideriamo da lungo tempo che la letteratura è un fenomeno doppio, duale come si dice, cioè autore (che ora si chiama scrittore) e poi lettore. I due, messi insieme, fanno l’opera, ma occorre che il lettore faccia la sua parte”.[12] Luogo privilegiato del senso, dell’universale singolare, dell’”universale concreto”, la letterarietà assume così una rilevanza cruciale per un autore che “pensa che non ci sia nulla che non possa essere detto”[13] e che il silenzio (pare lecito aggiungere: anche quello derivante dall’eccesso di rumorosità) sia di per sé “reazionario”, in quanto degradazione e reificazione del “per sé”.[14] Ci sono autori la cui opera si lega tanto fortemente alla realtà profonda della propria epoca da correre il rischio che essa vada fuori corso non appena i caratteri di quell’epoca paiano tramontare o sbiadire: è il rischio di chi non esita a compromettersi con un presente che ha per definizione il destino della transitorietà. Sartre paga oggi con l’impopolarità anche la scelta di “prendere sulle spalle” la situazione propria e dei suoi contemporanei, nel momento in cui essa probabilmente giungeva ad un grado di incandescenza preludio di uno sprofondamento. E in effetti sono molti gli aspetti della esperienza e del pensiero di Sartre che sembrano rimandare ad una temperie paradigmaticamente moderna: il suo lavoro si incunea nel pieno del Novecento, ne recepisce le tendenze più tipiche, si rispecchia in (ed alimenta di) un tempo in cui la Modernità ci si presenta nelle sue forme già mature per il tramonto. C’è però un ulteriore aspetto, oltre ai tre già ricordati, che autorizza a far valere la lezione sartriana al di fuori della cappa plumbea della tarda modernità, e a farla reagire dentro l’attuale caleidoscopica epoca postmoderna. Si tratta precisamente della classicità di questo pensatore, di quella dimensione per cui Sartre si affianca ad autori “eterni” la cui riflessione non teme il tempo che la sopravanza, ma sempre vi s’attaglia. La tradizione francese ritrova in lui l’intellettuale di battaglia, dalla vocazione voltairiana; ma nella sua riflessione riaffiora anche quell’attitudine analitico-introspettiva che ne fa un erede nobile dei Montaigne e dei Pascal, dei Proust. Senza che i due tratti – l’engagement e l’introversione – vadano peraltro a detrimento di un rigore filosofico che pone il non accademico Sartre (il quale raccoglie così pure l’eredità di Descartes) nella tradizione più alta del pensiero speculativo europeo: suoi eterni interlocutori restano Hegel, Marx, Husserl, Bergson, Kierkegaard… Non si tratta, tuttavia, di sostenere in tal modo il valore metastorico del contributo di Sartre, magari all’insegna di un equivoco umanesimo di recupero (c’è effettivamente, come noto, anche un umanesimo sartriano, esistenzialistico: che quando non sia malinteso è forse l’unica forma ancora percorribile di umanesimo, nell’epoca del nichilismo); Sartre è un “classico” allo stesso modo in cui può esserlo un Brecht: egli attraversa il tempo viaggiando sulla cresta d’onda del (proprio) tempo. E ci raggiunge.

Note

[1] J.-P. Sartre, La mia autobiografia in un film. Una confessione, Christian Marinotti edizioni, Milano 2004. Si tratta della prima traduzione italiana del volume edito da Gallimard nel 1977 e intitolato semplicemente Sartre.

[2] Ivi, pp. 104-5.

[3] Sull’”unità” del pensiero sartriano cfr. ivi, p. 94.

[4] Il riferimento è ovviamente all’articolo pubblicato su “il manifesto” del 24 settembre 1989, ora nel secondo volume di Disobbedienze (Gli anni della sconfitta, scritti sul Manifesto 1985-1994), Roma 1996 pp. 51-5.

[5] Se ne cerchi la testimonianza nei saggi raccolti in L’universale singolare. Saggi filosofici e politici dopo la “Critique”, a c. di F. Fergnani e P. A. Rovatti, Il Saggiatore, Milano 1980.

[6] La mia autobiografia…, cit., pp. 60 e 104. Non andrebbe neppure dimenticato il rapporto – anch’esso abbastanza problematico – del sartrismo con le scienze umane, e con lo Strutturalismo in particolare (memorabile a questo proposito – e nel secondo Novecento forse accostabile soltanto, per la qualità degli ingegni contrapposti e la valenza nevralgica delle problematiche affrontate, alla ben nota controversia tra Popper e Adorno – la polemica con Lévi-Strauss su pensiero analitico e dialettico).

[7] Sull’episodio, ivi p. 135.

[8] Ivi, p. 120.

[9] Sulla riflessione sartriana intorno alla letteratura e alle arti figurative cfr. S. Briosi, Sartre critico, Zanichelli, Bologna 1981. Il volume di Briosi si segnala, oltre che per l’acutezza dell’analisi e dell’interpretazione, per la presenza di una perspicua scelta di brani d’autore.

[10] La mia autobiografia…, cit., p. 46.

[11] Ivi, p. 99.

[12] Ivi, p. 79.

[13] Lo scrittore e la sua lingua, in L’universale singolare, cit., pp. 102 e 108.

[14] La mia autobiografia…, cit., p. 78

Un ragazzo del secolo scorso


di Ennio Abate

Stamattina appena letto questa perla saccente del giovane critico Matteo Marchesini:”Come correttivo all’inserto del “manifesto” su Mario Tronti, consiglio il ritratto veridico e spietato che ne ha fatto Alfonso Berardinelli in “Stili dell’estremismo”” ho lasciato su POLISCRITTURE 3  FB  questa nota: Continua la lettura di Un ragazzo del secolo scorso

Il viaggio di un cetomedista

di Ennio Abate

O Dio, se si potesse leggere nel libro del destino
e vedere come il volgere del tempo
appiana le montagne, e i continenti,
stanchi di restar solidi, si stemperino
nel mare; e veder altre volte
che la cintura costiera dell’oceano
 è troppo larga per i fianchi di Nettuno; come i giochi
 del caso e il mutamento colmino la coppa
 dell’instabilità con liquori diversi!
Oh, se questo si vedesse, anche il più spensierato
dei giovani, guardando il suo cammino futuro,
 i pericoli passati e le prove a venire,
chiuderebbe quel libro e vorrebbe morire»

(Shakespeare, Enrico IV  citato in Viaggio nella   presenza del tempo, p. 294)
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Su “Destini capitali” di Cristina Corradi

The People (detail; 1922), Käthe Kollwitz. Photo: © 2019 Artists Rights Society (ARS), New York

di Ennio Abate

1.

Parto da un sunto dei molteplici temi delle sei sezioni di «Destini capitali», che è la prima raccolta poetica di Cristina Corradi, filosofa di formazione e già nota per una notevole «Storia del marxismi in Italia» (Manifestolibri 2005):  

In Storia narrativa un noi brechtiano[1] polemizza con postmoderno e ipermoderno,[2] sbeffeggia la bugia della fine dell’ideologia[3] ed evoca contro l’attuale «demenza digtale»[4] antenati comunisti come Bordiga[5] o frammenti di storia del Novecento (la Russia del ’17, l’alleanza antifascista).  

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Coscienza (di Zeno) e malafede



Su Sandro Briosi, “Commento a La coscienza di Zeno. A cura di Marco Gaetani”, Carocci 2020)

di Elena Grammann

“ – Resterò con lui! – risposi con aspetto rassegnato. Ada dovette credere che quel mio aspetto di rassegnazione significasse il sacrificio ch’io consentivo di farle. Invece io stavo rassegnandomi a ritornare ad una vita molto ma molto comune, visto ch’essa non ci pensava di seguirmi in quella d’eccezione ch’io avevo sognata.”

Siamo verso la fine del romanzo; nel dedalo di biforcazioni che non portano da nessuna parte e men che meno a uno sviluppo, è la prima volta che Zeno parla di una “vita d’eccezione”. Chissà come la immagina, nei brevi istanti che separano il contatto con la mano di Ada, che gli pare intimo e apre la prospettiva della “vita d’eccezione”, dalla richiesta di aiuto della stessa per Guido, che quella prospettiva chiude inequivocabilmente.

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In morte di Alfredo De Palchi. Memento per i vivi

di Ennio Abate

Della morte di questo poeta da tempo vivente negli USA ha dato notizia il 10 agosto scorso il blog L’OMBRA DELLA PAROLA (qui), che molto si è speso da anni per far conoscere la sua produzione. Sulla sua qualità e originalità per ora non mi pronuncio. Voglio invece sottolineare il mio dissenso, anche in questo momento di lutto, per la rimozione non innocente dei nodi politici e storici più ardui non solo dalla riflessione su De Palchi ma da quasi tutte le attuali discussioni sui poeti e la poesia. E lo faccio – ancora una volta polemicamente, purtroppo – pubblicando alcune mail del 2015 tra me e un amico, che lascio anonimo; e ripubblicando un commento, ovviamente ignorato, che lasciai nel 2016 su L’OMBRA DELLA PAROLA a proposito dei rapporti tra Alfredo De Palchi e Franco Fortini, che a quei nodi politici (del secondo dopoguerra) rimandava. [E. A.]

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Su “Per ordine di verso” di Rita Simonitto

di Ennio Abate

1.

Ho letto questo libro partendo dalla Nota dell’autore posta alla fine, dove Rita espone la genesi della sua poesia. Che – scrive – è ricomposizione di “frammenti di storie” o di “esperienze private” in “una storia unica” secondo un “ordine” (o forma) che è quello imposto dai versi. Da qui il titolo, che – precisa – non corrisponde, di per sé, ad un “ordine di senso”. Eppure la bella foto di copertina riempita di foglie macerate sì ma di colori intensi su uno sfondo nero cupo – un riferimento alla canzone “Les feuilles mortes “ del 1946? – è più di un suggerimento. Con una metafora, che è anche un omaggio al mondo contadino della sua infanzia, Rita paragona le quattro sezioni del suo libro a “fasci di mannelle” e il lettore è invitato a scegliere singole spighe-poesie avendo riguardo per l’”insieme”.

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Contratto di piperno

di Stefano Taccone

Da “Morfeologie” un nuovo racconto di Stefano Taccone, già qui portatore di una necessaria e intelligente ironia. [E. A.]

Sto attraversando Piazzale Loreto ed è il 25 aprile. Ma che ci faccio oggi e quest’anno a Piazzale Loreto? Lo scorso anno in una traversa di Piazzale Loreto c’era l’istituto nel quale insegnavo e quindi stavo sempre qui… Non so quante volte mi sono perso nei meandri di Piazzale Loreto, perché tutte le traverse mi pareva si assomigliassero… Passavo minuti e minuti prima di trovare la via dell’edificio scolastico e ogni mezzo secondo era un battito accelerato, ché a Milano sono più “fascisti” degli svizzeri con gli orari. Se arrivi tardi a un collegio dei docenti, a un consiglio di classe, a un consiglio di dipartimento o a un altro rompicapo simile che il preside tira fuori a raffica, quasi come dovesse organizzarci l’intrattenimento pomeridiano, ti mettono assente ingiustificato e parte la sanzione disciplinare. E arrivare tardi qui non significa un quarto d’ora, venti minuti… Ne bastano cinque per comminarti una pena di morte appendendoti a testa in giù…

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