Archivi tag: Roberto Bugliani

Schegge di memoria. Ecuador

di Roberto Bugliani

[Anche i confini culturali talvolta hanno l’aspetto di muri, e sono respingenti come le frontiere geografiche. Con queste schegge ho provato ad aprire dei piccoli varchi che danno su un paese “lontano dagli uomini e dagli dèi”, come mi scrisse la editor d’una nota casa editrice rifiutando la mia proposta di tradurre un romanzo ecuadoregno].

 Oswaldo Guayasamín

“Un popolo senza memoria è un popolo senza libertà”, mi disse don Oswaldo durante l’intervista realizzata nel suo studio a Quito. Era l’agosto del 1993 e questo indio “anfitrione di radici”, così lo definì Neruda, aveva appena terminato la sua terza serie (o “sinfonia”) pittorica, il ciclo di quadri Mientras vivo siempre te recuerdo (“Finché vivo, ti ricorderò sempre”), omaggio alla propria madre e a tutte le donne che non hanno mai smesso di lottare come le Madri di Plaza de Mayo, nei quali a campeggiare sono la tenerezza e, appunto, la memoria. Continua la lettura di Schegge di memoria. Ecuador

Appunti politici (2): Improvviso poco musicale

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di Ennio Abate

« Allora cerchiamo di capire, nei limiti del possibile, quali sono le dinamiche in gioco e il posto che noi, come nazione nello scacchiere, occupiamo». (Simonitto)

1.
«Cerchiamo di capire» mi sta bene. Chi sono quelli che devono cercare di capire è, mi pare, alquanto incerto, perché – per me – è incerto chi sia questo “noi” che deve capire e cosa deve capire. È un «noi, come nazione»? Mi pare che rispondano sì Bugliani, Fischer, Paraboschi e Simonitto (e ovviamente, in altre sedi e per ora non in questo post, Buffagni e La Grassa). Continua la lettura di Appunti politici (2): Improvviso poco musicale

Omaggio a Fidel Castro

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  di Roberto Bugliani

 La morte di Fidel lascia un vuoto dentro e chiude un capitolo di storia mondiale che ci ha visti coinvolti e partecipi, con le nostre speranze e le nostre critiche. La unidimensionalità del “nostro” presente (il vecchio Marcuse rispunta parafrasato) non consente alcun progetto collettivo, ma solo attestati di resistenza individuale, o poco più. E l’orizzonte è indecifrabile, almeno ai miei occhi. Per il settantesimo compleanno di Fidel Castro, sollecitato da amici ecuadoregni, scrissi direttamente in spagnolo questa poesia che allego, destinata a un volumetto di omaggio per il Comandante edito dalla Fondazione Oswaldo Guayasamín, Quito, Ecuador, 1996, che ho cercato tra i miei libri sparsi in librerie qui e là per le stanze senza finora trovarlo. Poesia che verrà ripubblicata, con lo stesso titolo, in un libro collettivo di testi omaggianti il novantesimo compleanno di Fidel l’agosto scorso, stampato dalla Editorial José Martí di Cuba in uscita a novembre, come mi ha detto per e-mail il curatore cubano promettendomi di inviarmi una copia del libro, che ancora non ho ricevuto. [R. B.] Continua la lettura di Omaggio a Fidel Castro

“Domani” di Velio Abati: noterelle di lettura

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di Roberto Bugliani

Se non il quadro in sé, un acquerello dipinto da Paul Klee nel 1920 e titolato Angelus Novus, è nota la lettura allegorica fatta da Walter Benjamin di questo “angelo che sembra in atto d’allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa tempesta” (Sul concetto di storia, tesi IX, nella traduzione di Renato Solmi, Angelus Novus, Einaudi 1962, pp. 76-77). Continua la lettura di “Domani” di Velio Abati: noterelle di lettura

La vita non ha paracadute

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di Roberto Bugliani

Se si fosse messo a rincorrere tutti coloro che gli passavano avanti nel gran circuito della vita malgrado avessero minori qualità di lui, ma incomparabilmente più di lui lo sprint grintoso e la capacità di farsi largo a gomitate, Settimo sarebbe diventato un redivivo Mennea e avrebbe finito i suoi giorni col petto della giacca ricoperto di medaglie come un eroe nazionale. Invece non degnava d’uno sguardo coloro che lo superavano con piglio agonistico e seguitava ad andare verso il suo tramonto a passo modesto, nella misurata compostezza di giorni sempre-uguali, allineati sul tavolo della vita come tante fotocopie. Forse perché era troppo schivo per accettare le loro sfide, o forse perché d’andature non ne conosceva altre. Continua la lettura di La vita non ha paracadute

Nota sulla psicoanalisi lacaniana

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di Roberto Bugliani

Questo impegnativo articolo di Roberto Bugliani  – una versione ridotta di un suo vecchio saggio, “Psicoanalisi e idealismo”, pubblicato decenni fa in Le parole di Mefisto, Contraddizione edizioni, Roma 1990 – riprende e sviluppa un suo commento (qui) seguito alla citazione che avevo fatto nell’articolo sui rapporti tra Zanzotto e Fortini di due passi di un saggio di Roberto Finelli (qui).  Le questioni teoriche erano affrontate da Lacan in uno stile caratterizzato sicuramente da una  notevole “oscurità” e complessità di linguaggio, perché egli si rivolgeva innanzitutto agli “addetti ai lavori” (agli psicanalisti accusati di essere diventati «manager delle anime»). Ebbero tuttavia una risonanza notevole nei movimenti seguiti al ’68. Oggi possono parere ancora più ostiche, ma vale la pena di tornarci su e di spenderci un po’ di studio.
Il punto centrale dello scritto di Bugliani è quello allora molto controverso della scientificità della psicanalisi. La sua tesi, vicina almeno nella conclusione a quella di Finelli,   è che Lacan radicalizzi «la negazione d’un qualsiasi nesso tra la ricerca scientifica e la scoperta freudiana». E spezza perciò l’impostazione dialettica del rapporto Io-Es stabilito da Freud: «il discorso lacaniano non solo non intende rafforzare l’Io, ma lo fa addirittura svanire nel “luogo d’essere” (Heidegger amava dire che il linguaggio è la casa dell’essere)». (E.A.) Continua la lettura di Nota sulla psicoanalisi lacaniana

La Santa e la Dea

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di Roberto Bugliani

– Ero giovane allora e quel giorno là mi trovavo a Siena ospite di mio cugino, un artigiano affermatosi nel settore della ceramica artistica, che aveva la bottega nella Contrada dell’Onda. La notte fui svegliato da una serie di rumori provenienti dalla cucina. Erano suoni secchi e brevi, con risonanze sorde, emessi a intervalli ravvicinati ma irregolari. Mi misi in ascolto per cercare di capire la ragione di quei rumori, ma non riuscii a darmene una spiegazione convincente. Allora voltai la testa verso mio cugino che dormiva accanto a me e gli sussurrai: “Ascolta. C’è qualcuno che sta trambustando in cucina”.
– Non ti preoccupare – mi fece lui, la bocca impastata dal sonno -, è Santa Caterina che lava i piatti. Viene una volta la settimana. Continua la lettura di La Santa e la Dea

La Gigia

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di Roberto Bugliani

La Gigia era l’automobile che ogni mercoledì sera trasportava Fanny da una città all’altra, trasferendola dal bilocale al piano terra nei pressi della stazione con le imposte sempre chiuse e la luce elettrica accesa in continuazione a un altro bilocale d’un altro pianterreno nelle vicinanze d’un’altra stazione con le imposte perennemente chiuse, la luce elettrica regolarmente accesa e il canonico rituale di segreteria telefonica, citofono, cellulare, poster di modella nuda alla parete e porta a soffietto che nascondeva la minuscola cucina sempre in disordine. Continua la lettura di La Gigia

I due compari

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di Roberto Bugliani

[Qui si parla del ’68 e di due suoi leader alle prime prove in una città italiana facilmente identificabile per la sua prestigiosa università. Lo si fa attraverso il filtro di due archetipi dell’immaginario letterario nazionale ( e non solo). Con sottile ironia. E la memoria ben solida in Italia della fiaba collodiana agevola l’operazione. Che sotto sotto resta amarognola per l’autore e per noi. Perché a fare le spese degli intrighi dei due loschi personaggi qui messi alla berlina è il Pinocchio-Movimento. Che fu fin troppo fiducioso – lo sappiamo col senno di poi – nella potenza delle operaie «mani callose» e ignaro di quanti forti e diffusi (ovunque) erano ( anzi sono) i comportamenti servili, omertosi e complici coi potenti, su cui la politica “alla Volpe” sa far leva. Specie quando manca il “Lione”. Ma questa sarebbe un’altra storia e si uscirebbe dalla fiaba. (E.A.)]

La Volpe era in realtà un lupo. Aveva il muso, le zampe, il pelo, la coda da lupo. Ma lo sguardo, che è l’avamposto dell’animo, era quello d’una Volpe, una Volpe un po’ particolare, che suppliva alla carenza d’astuzia con una furberia sempre alla ricerca d’espedienti e scappatoie, divenuta proverbiale tra gli iscritti al Partito in cui militava. Continua la lettura di I due compari