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Dediche. Ai due Giacomi (Leopardi e Joyce)

di Antonio Sagredo

 L’Apollo di Lissa io degusto con Stephen.
 Dedalus d’aromi e linguistici suoni, 
 quanti misteri d’Irlanda io compresi
 sotto i portali di scoperta e la famosa torre che non vidi mai?
  
 Ma la statua dell’anima nell’unica città
 dov’io mescendo sangue vivrei in contumacia
 e con lei nel bordello, lì, con pensili pensieri
 e lingue a due passi tra oscure selve e cosce di linguaggi.
  
 Sotto il pontecanale  forse c’è un’anima seconda, 
 la penna e la stampa che Gutenberg sbalestra
 a ogni bivio trivio e quadrivio tra archi di trionfo -       
 e dei due Giacomi mangiagelati quale l’ottimista
 dell’infinito che è dato, e che  non possiamo eliminare?
 
 
 
                                    Roma, 11 aprile 2012
 
 
  

Dediche. A Leopardi

di Antonio Sagredo

 
 

Io devo dire a Silvia il tuo rancore 

Ho barato con l’ignoto e la veggenza, 
l’urna e la clessidra si sono rivoltate
per un vomito di versi e di visioni -
il gallo ha beccato la rugginosa banderuola
  
L’Apocalisse se n’è venuta come una troia
turrita di merletti, anatemi e nastri funebri.
Non ha gradito la tragedia come una finzione
ché nello specchio la sventura non ha valore di rovina.
  
Io so che i sogni di quel borgo ti hanno tradito,
sapevi che la luce bovina non aveva spazi per te,
che erano meno finti del tuo infinito come gli zibaldoni,
che l’immensità era una vana e spietata farsa libertina.
  
E quando una marionetta abiurò i fili dinoccolati
per una stecca della Storia ma non del tuo pensiero
ferrigno io devo dire a Silvia il tuo rancore, la grazia 
di quel Nulla che mutò la tua ragione in fatale canto.
  
  
  
 Maruggio-Campomarino, 22-23 agosto 2016
  
  
  
  
   

Dediche. A Gesualdo da Venosa

di Antonio Sagredo  
languisce al fin chi da la vita parte     
mercé grido piangendo
o tenebroso giorno
moro, lasso, al mio duolo

 
                              Gesualdo da Venosa
 
 madrigale  ve (le) noso
 
Il capezzale di una donna non  amai  fittizia alcova o reale
solo l’insana malattia di una melancholia carnale mi sedusse.
Liberai commosso i carnefici esiliati dai rastrelli della mente.
Il castello dei merli fu più di una malattia ascetica: una quinta!
 
 
La fuga generò una kermesse di cinque voci e semitoni,
una carezza della nemesi celebra ossessa atti indicibili,
il procardio vomitò esausto il cromo di  straziate note:  
vola -su –seno-doge … vola-su-seno-doge… vola-su…
 
 
Con gli occhi dei liuti ho cantato i carmi  di un Orazio esterrefatto, 
le mie labbra normanne  gonfie come nere vele dal favonio,
 pentagrammi di artigli e ombre assolate sul  leggio infame.
La mia vita fu santa, sublimata dall’inchiostro, e dai delitti!
 
   
A.S.
Vermicino, 3 ottobre 2008
 
 

Quale primavera?

di Antonio Sagredo

 
Io riprendo a camminare sul viottolo spinto
dalle novità dei bocci guardinghi come cuccioli,
come bambini che dalla soglia paterna
spiano le giostre battagliere dei gattini.
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Viaggio eleusino

di Antonio Sagredo

I cembali dei presentimenti a te, Eleusina, incantata
che muori nella neve imminente e risorgi al primo fiore
e il mito ti è fedele ancora, e le tue labbra ora
sono spente da cingolati che radono l’Oriente – svegliati! Continua la lettura di Viaggio eleusino

Il novello dittatore (dottor Cessantibus)

di Antonio Sagredo

 

Debuttò con una giovane morte, e prese il volo,
come un novello dittatore.

Il morto sfilò un anello dal vivente,
l’oriente si ribellò, voltò la schiena e andò via,
perché sovrane regnassero sui tarocchi
le infelicità nerastre della Nemesi. Continua la lettura di Il novello dittatore (dottor Cessantibus)

Tholosae combustum

di Antonio Sagredo

 

E così
non immaginavo…
così d’essere una maschera finale
e lo specchio di un principio
dall’anima… offuscati! Continua la lettura di Tholosae combustum

“Il Demone” di Michail Lermontov

lermontov

Strofa XV del poema (prima parte) nella traduzione di Paolo Statuti
con la prefazione di Antonio Sagredo

Pubblico la quindicesima strofa della prima parte de «Il Demone» di Lermontov nella nuova traduzione di Paolo Statuti e la prefazione di Antonio Sagredo che l’accompagna, e ringrazio pubblicamente entrambi. Noi di Poliscritture sappiamo poco di Lermontov, ma la prefazione di Sagredo dà interessanti notizie sull’autore, sul poema stesso, al quale lavorò ossessivamente per quasi un’intera e purtroppo breve vita, e sul rapporto tra Lermontov e il pittore simbolista russo Michail Aleksandrovič Vrubel’ (1856-1910), che dipinse tre quadri per «Il Demone» e molti altri abbozzi. Il mito dell’amore tra il Demone, angelo decaduto bellissimo, e Tamara, una principessa georgiana, è assolutamente romantico per l’accento posto sulla sconfinata e alla fine insuperabile solitudine del protagonista, condannato alla condizione del «ribelle distrutto». Quasi a indicare l’inesauribilità di tale mito, Sagredo sottolinea che lo ritroviamo, oltre che in Lermontov, in vari autori e per tutto l’Ottocento e fino agli inizi del Novecento in alcuni poeti futuristi, specie in Majakovskij. Eppure, a mio parere, la storia non passa invano anche per i miti; e, per approfondire il rapporto complesso tra mito e storia mi piacerebbe confrontare le costanti del primo ma anche le differenze che i vari autori, calati comunque nel loro periodo storico, vi hanno apportato. Sul valore della traduzione di Paolo Statuti e sulla sua capacità di rendere la musicalità del verso di Lermontov per mia incompetenza non sono in grado di pronunciarmi, ma accolgo volentieri l’opinione di Sagredo, che, quasi in risposta ai dubbi dello slavista E. Bazzarelli, il quale – vedi nota 5 – ha scritto: «Tutta la strofa XV è un mirabile esempio di poesia musicale. La traduzione non può rendere la magnifica orchestrazione dei versi», considera pregio maggiore di questa traduzione di Paolo Statuti proprio la musicalità, così presente e ben dosata. [E. A.]

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