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Intervista ad Antonio Sagredo

Chiesa di S. Matteo a Lecce

a cura di Ennio Abate

Questa lunga intervista risale al 2015.  La considero un’intervista-duello. Da una parte ci sono le 9 domande preparate da uno come me, convinto che la poesia sia lavoro: da distinguere (non separare) da tutte le  forme (storiche) del lavoro umano. Esse mirano, perciò, a chiarire per quanto possibile le radici materiali (biografiche, storiche, geografiche,  culturali) del «fare versi». Dall’altra ci sono le risposte di Sagredo, che a volte eludono o contestano apertamente le domande; e teatralizzano una visione della Poesia come inattesa Visitatrice, che quasi sottopone a stalking il poeta («ho pregato più volte, l’anno scorso, la Poesia di non disturbarmi più… invano! L’ho pregata da quando iniziai due decenni fa»).
Il risultato mi pare, comunque, interessante: Sagredo  espone qui numerosi ricordi del suo «periodo infantile» o della sua «esperienza adolescenziale leccese-salentina»; rende note alcune fonti ispiratrici o guide della sua ricerca (Vanini, Ripellino, «il santo Federico» [Nietzsche], Tommaso Riccardo, Stirner, i formalisti russi, Andrzej Nowicki, Francesco P. Raimondi ,ecc.); esalta il cosmopolitismo culturale (novecentesco) contrapponendolo – a mio parere sin troppo – alla «mancanza d’aria» della poesia italiana; e rivendica una assoluta libertà («I miei versi sono nati nella massima e totale libertà e verità interiori, una sorta di creazione arbitraria senza zavorre culturali»).  Il lettore valuterà le ragioni delle due posizioni .

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Putin e la Russia Eterna

di Antonio Sagredo

ir\riflessione (NON COMPARATA CON ALTRE CULTURE) sulla singolarità russa odierna (o passata – i “tempi torbidi”, insomma non è cambiato nulla tra le mura del Cremlino)… se ne era accorto per primo ìl poeta Alexander Blok scrivendo nei suoi taccuini che non gli sembrava affatto una rivoluzione, ma l’ascesa di un gruppo (o casta se volete) per conquistare il potere che divenne più assoluto del potere degli zar. Il poeta Majakovskij alla vigilia della sua morte (anno 1930) si dichiara convinto e dà ragione al Blok. So che è stato ucciso dagli uomini di Stalin anche se non ho le prove, ma prima o dopo usciranno, stessa cosa per il poeta Esenini.- Continua la lettura di Putin e la Russia Eterna

Ogni mattino, di grazia, una nemesi…

Nemesi di Ramnunte
copia romana dell’originale statua di culto di Nemesi a Rhamnous, in Attica
Napoli, Museo Archeologico

di Antonio Sagredo

 Amami almeno una volta e soltanto nel ricordo
quando verrai da sola a vedere il mio tramonto in ginocchio,
ma sul trono hai il volto fuso con  un tragico diadema
che per una solitudine regale
vomita nel calice  una gorgiera di detriti e di rubini.

 Dietro una palizzata di macerie le coronarie danzano con la Morte
e già sanguinano in un quadro ancora non finito…
l’ultimo artista del potere ha negli occhi mistici ferro e fuoco
e secolari cecità – e nella sua fogna mistica  menzogne e inganni.

 Le urla dei poeti contro il muro segreto non minacciano il perdono,
né chiedono soltanto mutilati ovunque e impietosi
di restare invano nei sottosuoli
per onorare muti le proprie parole… ma vivi!

 (19 marzo 2022)

4 di cuori (+ 1)

di Antonio Sagredo

Al Cine Teatro IMPERO di Maruggio(TA) la Compagnia Teatrale CALANDRA ha messo in scena sabato 5 marzo 2022 un testo teatrale dal titolo “4 di cuori (+1)” di Giuseppe Miggiano. E’ una delle tantissime opere messe in scena da questa Compagnia che ha un curriculum di tutto rispetto e degnissimo di nota a livello interregionale. Continua la lettura di 4 di cuori (+ 1)

a Jan Palach

di Antonio Sagredo

Ci sarebbe da salvare
il cuore
per offrire un messaggio
lieve
agli ottusi
e perdonare le fiamme
dopo tanto scempio.
 
Ma la sua mente è salva
col pensiero che ci consegna
un ideale
a prova d'immortalità:
così il suo esempio
ancora ci sorprende!

Maccarese,  16 gennaio 2022


Mandel’štam e il treno

                            e  “la extraterritorialità” delle sua Poesia

 

 di Antonio Sagredo

    A differenza di Majakovskij e Pasternàk, il treno per il poeta Mandel’štam significa esilio, miseria, indigenza ecc. In una sola e unica parola si sintetizza il significato di treno per Mandel’štam: sofferenza! Estrema, senza rimedio, senza soluzione alcuna.

   Come comincia la sofferenza del poeta, oramai oggetto-fantoccio alla mercé del potere, in qualche maniera ce lo comunica la poetessa Achmatova, sua vecchia e fedelissima amica. (ma altre testimonianze dirette confermano quanto segue).
A.M. Ripellino cita a proposito  la Achmatova (Corso su Mandel’stam del 1974-75, p. 53) che racconta l’inizio del calvario del martirio:

  “Una mattina telefonarono a Nadežda (moglie del poeta) e le proposero se voleva andare col marito; e, in questo caso, di essere dopo due ore alla stazione di Kazan’. Nina Ol’ševskaja-Ardova ed io (l’Ol’ševskaja era un’amica della Achmatova) andammo a raccogliere un po’ di soldi per il viaggio, e ci diedero molto. La moglie dello scrittore Bulgakov cominciò a piangere e mi ficcò nella mano tutto quello che conteneva il suo borsellino. Andammo in due alla stazione con Nadežda, ma prima passammo alla Lubjanka, per prendere i documenti. Il giorno era chiaro e luminoso, da ogni finestra ci guardavano i baffacci di scarafaggio. E alla stazione fecero incontrare Nadežda e il marito e partirono insieme sorvegliati da due gendarmi della NKVD per il confino”. 

(da mia nota 144, p.53)

In Anna Achmatova, Memorie… – /// Questo è detto anche in E. Feinstein, Anna di tutte le Russie, op.cit., p.186. Desta sorpresa che la moglie di Bulgakov  il 29 novembre 1934 con “Stalin e Sergej Kirov, amico del dittatore e suo principale luogotenente a Leningrado andarono insieme al Teatro delle Arti di Mosca”, in E. Feinstein, op. cit., pp. 186-187. Sulla moglie dello scrittore Michail Bulgakov, l’autore de Il maestro e la margherita, non è mai emerso un minimo sospetto di collaborazionismo col potere sovietico, ma…

  Nadežda scriverà su questo viaggio minutamente, come su tutte le altre  tristi peregrinazioni: questa è del 1934.  Erano diretti entrambi verso :

 “una specie di residenza coatta, questo confino, nel quale la Nadežda seguendo il marito …descrive tutti i cambi di treno. A Sverdlovsk sotto scorta; poi sul treno Sverdlovsk-Solikamsk nella regione degli Urali. Lui già malato e con una specie di delirio. Da Solikamsk poi sul battello all’ospedale di Čerdyn’ dove Mandel’štam tentò di uccidersi saltando dalla finestra, ma cadde su uno strato d’argilla dissodata; gli rimase l’omero fratturato e a lungo non poté muovere il braccio destro, che poi gli fu curato nel soggiorno a Voronež . Čerdyn’, dove furono assegnati, era una cittaduzza sul fiume Kama, che entrava nel sistema dei lager del NKVD (c’era tutto un sistema che Solženicyn ha descritto nell’ Arcipelago Gulag).

   Era una cittaduzza di quelle scelte dalla polizia politica per i condannati, una delle tante della rete dei lager. Mandel’štam infermo, soffre di allucinazioni auricolari in seguito alla prigionia alla Lubjanka, allucinazioni in conseguenza degli interrogatori notturni (Mandel’štam, come ha detto Il’jà Erenburg, era un uomo che aveva paura del dentista). Sente voci minacciose che gli comminano tutte le pene possibili, sente soprattutto una voce lontana di donna; ha angoscia che vengono a prenderlo, ha parossismi di terrore, e insieme accessi di asma.”. (AMR, p.53- Corso…)

   Quando più tardi nel ’36 si incontreranno a Voronež, l’Achmatova scriverà:

 “ Egli (il poeta) mi ha raccontato che in un accesso di pazzia si mise a correre per tutta Čerdyn’ e che cercava il mio corpo fucilato e ne parlava a voce alta a chiunque incontrasse; e aveva scambiato i festoni, posti in onore dei marinai della Čeljuškin (cioè quelli della spedizione al Polo Nord della nave Čeljuškin che tornarono come eroi), che li considerava  in onore del mio arrivo. (AMR, p. 53- Corso)

da mia nota 147, p. 53)

L’ Achmatova in occasione di questo incontro scrisse il 4 marzo 1936 una poesia dal titolo Voronež; dicono gli ultimi versi: “E nella stanza del poeta al bando/vegliano a turno il terrore e la musa/e  va la notte/che non conosce alba”.(…e scorre la notte….).

     Ed ecco a Čerdyn’, dopo tre mesi, lo raggiunge la commutazione della pena voluta da Stalin (in seguito all’intervento di Bucharin). Stalin gli permetteva di scegliere, tranne dodici escluse, una qualsiasi località, ma c’era un elenco di altre nelle quali poteva stare in soggiorno obbligato, e Mandel’štam sceglie Voronež. (Voronež allora era un luogo di confino).

  Il ’35 e il ’36 è un’epoca di estrema povertà per loro. Egli fa piccoli lavori a Voronež; all’inizio fa il direttore letterario del teatro locale, e lavorò anche per la radio locale, facendo delle brevi introduzioni per trasmissioni musicali, in particolare per Orfeo e Euridice di Gluck; tradusse persino canzonette napoletane per una cantante e fece piccole trasmissioni per i bambini; soprattutto lo aiutavano gli artisti locali in gran parte esiliati che avevano dato vita a questo teatro.”

(AMR, p. 54- Corso)

 Curioso è questo interessamento di Mandel’štam per le canzonette napoletane e proprio in questo luogo di confino tristissimo! Si può pensare che queste canzonette gli abbiano reso più “confortevole” questo luogo?

(da mia nota 148, p. 54 – Corso)

Perché Mandel’štam  si interessa di canzonette napoletane?. Già nel cabaret Il cane randagio che Mandel’štam frequentò si cantavano queste canzonette; lavorava infatti come cantante Grigorij Fabianovič Gnesin di origine ebrea (i cui fratelli fondarono l’Accademia Russa di Musica). Ritornato in patria dall’Italia “pubblica alcune canzoni napoletane con delle traduzioni dei testi in russo: è il primo divulgatore della canzone partenopea in Russia ”[°] Entra in contatto col critico K. Čukovskij, con Repin e con Mejerchol’d; viene arrestato nel 1937 e fucilato poco dopo. Suo fratello Michaíl Gnesin lavorò con nuove musiche [°°] al Revisore di Mejerchol’d  del 9 dicembre 1926. Ma le prime collaborazioni col regista risalgono al periodo “1913-1916 negli Studi teatrali di via Povarskaja e via Borodinskaja a San Pietroburgo”[*]. È assai probabile che Mandel’štam e Grigorij Gnesin si siano incontrati al cabaret Il cane randagio; o che ne abbia solo sentito parlare di Gnesin;  Mandel’štam ne fu attratto, e forse  così si spiega il suo interesse per le canzonette napoletane. – A. Gullotta, La memoria, il terrore, il terrore della memoria”, in: eSamizdat, 2010]; [°° A.M.Ripellino, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, op.cit. p. 139]. – Riferisce Nadežda Mandel’štam in  L’epoca e i lupi, op. cit. 1971, p. 221, che Mandel’štam ”…aveva  ascoltato alla radio Marian Anderson [ soprano americana (1897-1993)]  e il giorno precedente era stato a visitare un’altra cantante, espulsa da Leningrado. Per lei Mandel’štam aveva fatto una traduzione libera di certe canzonette napoletane, da cantare poi  alla radio, dove in quel periodo tutti e due riuscivano a guadagnare qualche soldo”. Di certo la poesia di Mandel’štam del 12 febbraio 1937 “Sono affondato nella  fossa dei leoni” ,che è l’ultima del Secondo quaderno di Voronež, è stata creata dopo quell’ascolto. /////  [*] in:– Lezione del 24/03/2010 – di Dmitry Trubochkin.  ////// Si deve sottolineare che, a proposito di canzoni napoletane, la celeberrima  O sole mio fu composta in Russia, ad Odessa nel 1898, da Eduardo Di Capua (1865-1917) su parole di Giovanni Capurro. Il  Di Capua si era imbarcato su una nave da crociera come pianista; durante un soggiorno a Odesssa  si narra che, guardando dalla finestra dell’albergo il sole ucraino nascente  riflettere sul Mar Nero, sentisse nostalgia del sole di Napoli, e allora cominciarono a sorgere in lui le prime note di quella canzone, che poi sarà universalmente conosciuta in tutto il mondo.

   Mandel’štam compirà altri “viaggi”; si può dire che ad ogni nuovo arresto un nuovo viaggio in treno; il più terribile è l’ultimo viaggio del 1938. E i più terribili anni del terrore vanno dal 1936 al 1938.

 All’inizio del ’38  i Mandel’štam sempre in cerca di casa, sbalestrati da un luogo all’altro, vanno in un sanatorio con i mezzi del fondo letterario che anticipa sulla vendita dei libri, nel nord della Russia presso Muromsk, a Samaticha. Ma questo sanatorio si trasforma in una sorta di trappola, perché nella notte dal 1° al 2 maggio 1938 Mandel’štam è di nuovo arrestato e viene condannato a 5 anni di lager per attività contro-rivoluzionaria. È prima nel carcere Butyrki, a Mosca, dove si formavano i consigli per l’estremo Oriente, e poi non si sa più nulla di lui. Cioè ci sono delle testimonianze varie di ex-deportati, ma nessuna è sicura.

   Sembra che egli sia stato a Vladivostok, in un campo, in attesa che si aprisse la navigazione per il trasporto nel lager di Magadan o a Kolyma, famosi luoghi di repressione e di deportazione. Aveva lasciato Mosca il 7 o il 9 settembre ed era arrivato il 12 a Vladivostok.

(AMR, P. 65- Corso)

   Il lager di transito si chiamava Vtoraja Rečka ed era mostruosamente gremito, non c’era posto e i nuovi venuti si sistemavano all’aperto tra due file di baracche. Testimonianze dicono che accanto alla latrina uomini seminudi in quel freddo schiacciavano i pidocchi. I convogli continuavano ad affluire con centinaia di esseri inselvatichiti e sporchi. Penetrare in una baracca per un posto significava lottare accanitamente per farsi strada.

    Mandel’štam era ammalato d’asma e durante il tragitto in treno stava sempre sdraiato con la coperta fin sulla testa (testimonianze di suoi ex-compagni di lager), ma la cosa più grave era che non voleva più mangiare perché era ossessionato dalla idea dell’avvelenamento. 

   I soldati della scorta gli compravano un panino, ma a fatica si riusciva a farglielo mangiare, aveva continua paura del veleno e perciò giungeva sino alla inedia. All’inizio del periodo in cui Mandel’štam sta in questo campo di concentramento scoppia il tifo e i deportati vengono chiusi nelle baracche, mentre gli ammalati vengono rinchiusi in orrende apposite baracche. Qualcuno dice di aver visto Mandel’štam in una baracca di ammalati di tifo, ma non è sicuro. 

   Sugli ultimi mesi e sulla fine di Mandel’štam esistono numerose varianti e leggende, contraddittorie notizie di deportati che gli furono vicini, ma che confondono località, toponimi, nomi e avvenimenti. Dicono tutti che gelava nel suo cappottino di pelle gialla a brandelli, temeva sempre che lo volessero avvelenare e perciò non toccava cibo; il cibo era costituito da pane, aringhe, cavoli e legumi disseccati. Perdeva regolarmente la razione di pane e la gavetta; era ormai molto svitato, era convinto che anche la moglie fosse stata arrestata; insieme a questi intellettuali deportati c’erano i delinquenti comuni, i quali lo trattavano brutalmente. Una volta fu sorpreso a rubare una razione di pane e fu bastonato ferocemente. 

   Parecchie testimonianze parlano della sua pazzia accentuatasi a Vladivostok.  Continuamente riceveva minacce e percosse perché rubava le razioni altrui, che era convinto non fossero avvelenate. Lo buttarono più volte fuori della baracca, viveva accanto alle fosse dei rifiuti, sudicio, barbuto, con lunghi capelli, in cenci; uno dei testimoni dice:”…si era mutato in uno spauracchio da campo di concentramento”.

(AMR , p. 66 – Corso)

 (da mia nota 179, p. 66 – Corso)

Osip Mandel’štam, Lettera da Voronež. E a proposito di spedire prodotti e alimenti. All’epoca del Secondo quaderno di Voronež (6 dicembre 1936-fine febbraio 1937), quando Nadežda era insieme ad Osip, sappiamo che “il fratello di Nadežda Jakovlevna spediva loro ogni mese i duecento rubli che V. Višnevskij e V. Šklovskij gli consegnavano”. Cambia drasticamente lo stato del poeta, in peggio, all’epoca del Terzo quaderno di Voronež (marzo-maggio 1937). Il poeta scriverà a Kornej Čukovskij agli inizi del ’37  “Mio fratello Evgenyj Emilevič non mi dà un centesimo!” e in una lettera precedente allo stesso: “Sono malato. Non posso restare solo neanche per un momento. Adesso si prende cura di me la madre di mia moglie, una vecchietta. Se restassi solo mi sbatterebbero in un manicomio”(vedi Nadežda Mandel’štam, Le mie memorie, op.cit. 396; e  cap. Lettere di Mandel’štam, pp. 389-400). Di certo Nadežda è sostituita da sua madre, poi che è partita per Mosca, dove cercherà aiuto non solo materiale, p.e. dai poeti Pasternàk e Achmatova; cerca anche un lavoro per non chiedere soldi agli amici; tenterà poi di parlare con qualche autorità per rendere più vivibili le condizioni del poeta. In questo stato terribile il poeta non si perde d’animo: ha fede nella sua poesia tanto che a Jurij Tynjanov [il celeberrimo critico formalista] scrive: “È atroce. È già un quarto di secolo che, mischiando le cose serie alle sciocchezze, sputo sulla poesia russa; ma presto i miei versi entreranno in lei mutando qualcosa nella sua struttura e nel suo corpo”.(lettera da Voronež del 21 gennaio 1937). A questa fede si alterna il momento della disperazione: ”Ormai non posso fare niente altro che chiedere aiuto a chi non vuole che io soccomba fisicamente”.(dalla lettera K. Čukovskij dell’inizio 1937); da Nadežda Mandel’štam, Le mie memorie, op.cit. pp. 396-397.

 La sorte di Mandel’stam non fu diversa di quella di milioni di persone in quei “campi di lavoro” (che  non cessarono di esistere anche al tempo di Gorbaciov; giusto furono attenuati i tormenti).
E ora così finì la sua esistenza il poeta, e ancora una volta riferisco dal Corso di Ripellino:

 “Aveva anche paura di misteriose iniezioni che privano della volontà (e questa gli era rimasta dal periodo del primo arresto quando gli iniettavano la scopolamina per farlo parlare).

   Ora, nei campi di transito non era necessario lavorare, come nei campi dove si era assegnati definitivamente, ma pur di sfuggire all’ebetudine dell’inerzia, tutti cercavano di far qualcosa, e Mandel’štam portava pietre su una carriola. I medici gli avevano dato un giaccone di pelliccia che egli aveva ceduto per un po’ di zucchero, ma lo zucchero gli era stato rubato. Qualcuno dice che Mandel’štam recitava versi agli internati e segnatamente sonetti di Petrarca, davanti a un falò.

   Nadežda Mandel’štam riuscì a spedire un unico pacco al marito, pacco che le fu respinto dopo qualche tempo con la dicitura: “morte del destinatario” Nel giugno 1940 il fratello di Mandel’štam, Aleksandr Emilevič, ricevette la comunicazione che il poeta era morto il 27 dicembre del 1938, a 47 anni, per paralisi cardiaca. Ora, ci sono diversissime leggende: c’è chi dice che fu ucciso da delinquenti comuni che stavano con lui; un’altra dice che morì su una nave diretta verso la Kolyma, che fu gettato nell’oceano.

    Semplicemente morì nel campo di smistamento: una mattina non si era alzato più dal letto, lo avevano portato in ospedale dove morì. Seppellivano allora senza vestiti, senza bara, in una fossa comune comunque dice la moglie, che la sua morte non fu peggiore di quella del compagno di acmeismo, Narbut, il quale fu addetto come vuotacessi, a pulire i pozzi neri e fu fatto saltare in aria con altri malati, quando si ammalò, in un barcone.”

(AMR, p. 67 – Corso)

(da mia nota 180, p. 67 del Corso)

La fossa comune  fa ovviamente pensare a Mozart; e si dice che pure la Cvetaeva finì in una fossa comune; comunque non furono mai individuati precisamente i luoghi dove furono sepolti. — A proposito del suicidio della  Cvetaeva, scrive E. Feinstein (parlando con Lidija Čukovskaja): “L’ultimo biglietto che la Cvetaeva scrisse a Mur [nomigmolo di suo figlio, che sarebbe morto il 18 giugno 1944] è di una tristezza quasi insostenibile: “Perdonami. Andare avanti sarebbe stato peggio… Sono terribilmente malata, non sono più me stessa. Ti amo pazzamente. Di’ al babbo [Sergej Efron] e a Alja [sua figlia], se li vedrai, che li ho amati fino all’ultimo minuto, e spiega loro che ero arrivata a un punto morto”.(p. 241); ancora  Feinstein: “ La figlia Alja accusò lo scrittore Aseev di aver provocato la morte della madre e disse: “È un assassino, e il suo delitto è più grave di quello commesso da d’Anthes”, [il barone alsaziano che aveva ucciso Puškin in duello].   Lidija Čukovskaja  racconta [alla Feinstein]  che la Cvetaeva le disse:” Non troverò nulla [a Čistopol, vicino a Elaguba, luogo dove si impiccò *]. Anche se trovassi una stanza non mi darebbero un lavoro… Dimmi, per favore, perché pensi che valga ancora la pena di vivere?”, e che  quando [Lidija] sentì la notizia della morte della Cvetaeva, l’Achmatova  ne fu desolata. (pp. 240-241). A Mosca, all’inizio del 1941, le due poetesse si erano incontrate due volte; forse questo incontrò fu organizzato da Pasternàk nella casa degli Ardov [amici intimi della Achmatova; la Cvetaeva a Mosca non aveva dimora], con i quali stabilì l’incontro dopo una serie di telefonate. (p. 227). Continua ancora la Feinstein : “ Viktor Ardov ricorda che le aprì la porta [alla Cvetaeva] e poi guardò le due donne che si stringevano la mano e andavano nella stanzetta in cui stava la Achmatova. Rimasero lì sole per quasi tutto il giorno, e l’Achmatova non parlò mai di quel che si erano dette; osservò solamente che  la Cvetaeva sembrava semplicemente una persona normale, molto preoccupata per il destino della propria famiglia. S’incontrarono di nuovo il giorno dopo, questa volta nell’appartamento di  Nikolaj Chardžiev, e lì chiacchierarono  e bevvero vino”. (p. 228) .. Le pagine citate sono tratte dal libro di  Elaine Feinstein, Anna di tutte le Russie, op. cit

Ma la rivincita di  Mandel’štam sulla natura di tutti i possibili poteri che si sono succeduti nella storia umana, è dovuta alla sua poesia, in particolare alla sua singolarità che si manifesta attraverso la extraterritorialità della stessa; singolarità già appartenuta (come a pochi altri poeti),  a Dante, poeta tantissimo amato dal poeta russo. Forse è improprio dire  rivincita, come anche vendetta o similari termini, della sua poesia; semplicemente il potere della Poesia non ha confini affatto e né limiti che mai si sono potuti definire, perciò è sconfinato e illimitato e ha raggiunto tutte le genti di qualsiasi popolo della storia umana.

E’ un potere il suo, quello di un poeta, contro il quale il potere di un dittatore terribile  e crudele nulla può,  qualunque esso sia; e senza alcuna uccisione se non quella morale ed etica del dittatore stesso e di tutti quelli che a questo sono asserviti.
Mi si conceda a proposito di intervenire con una mia nota.

(da mia nota 126 , p. 42- Corso)

 L’extraterritorialità della letteratura del nostro pianeta (2001\02) di Donald E. Pease (1945-), che analizza un saggio di Wai Chee Dimock, dove si afferma nelle pagine dedicate a Mandel’štam, che la letteratura è uno degli agenti della denazionalizzazione, la quale permette di violare la sovranità dei territori dello Stato (esempio di globalizzazione); e a proposito è esemplare l’atto realizzato da Mandel’štam che affronta il potere dello Stato autoritario sovietico di Stalin; e che lo supera nel tempo e nello spazio, portandosi con sé, mentre va incontro all’esilio verso  il lager, la Divina Commedia di Dante; e che questa opera diviene il simbolo di superamento di tutti i poteri autoritari che si sono succeduti nella storia umana.

  Quindi la Commedia è manifestazione della potenza di una letteratura planetaria, che non conosce barriere cronologiche e che è un continuum  metastorico contro tutte le barriere autoritarie spaziali e temporali. Con Dante, Mandel’štam rafforza il suo potere di dissenso contro lo Stato stalinista, e sono inutili gli sforzi compiuti da questo Stato per sopprimere la scrittura del poeta. Due esili che si comprendono a distanza di secoli! – comunque sintetizzando: “È stata la extraterritorialità della scrittura di Mandel’štam la condizione-chiave che gli ha permesso di sopravvivere e il suo essere radicato fisicamenteparadossonel territorio ha fornito al poeta il pretesto di deterritorializzare con la letteratura lo Stato autoritario che opprimeva lui e chi all’interno del suo spazio riusciva a sopravvivere”.

  Conclude il critico l’analisi al saggio del Dimock, dichiarando la “poesia come forma più duratura della corporeità e – che – mentre era in esilio Mandel’štam ha inventato una forma di scrittura che ha preso il posto della Russia da cui era stato bandito, fornendogli una forma di sopravvivenza biologica”. Donald E. Pease non manca di rilevare che: “Dimock  tende a perdere di vista il modo in cui Mandel’štam torna a scrivere… dopo il primo arrestocome la materializzazione di una forma alternativa di territorialità… che i suoi scritti sulle letture di Dante sono prima del suo (ultimo) – esilio…”, e che se ha portato con sé Dante è non per strumentalizzarlo, ma per affermare un’altra scrittura sotto esilio e dice: ”vorrei proporre che era lo status extraterritoriale della scrittura che Mandel’štam là ha prodotto che costituisce il tratto fondante della letteratura planetaria”.

E, infine, chiude affermando che è stata questa extraterritorialità scritturale che ha permesso al poeta di appartenere ancor più e di occupare più fisicamente il territorio e di resistere e di sopravvivere ai terribili atti che là si compivano. Furono inutili dunque gli sforzi del potere sovietico di “dislocare il corpo” di questo grande poeta!, che scrisse, sembra, la sua ultima poesia il 4 maggio del 1937, secondo la sua, ultima, musa: Nataša Štempel.

  In una poesia del 1915, Mandel’štam tratteggia il futuro suo e della umanità, e specie nella seconda quartina, si domanda: ma dove navigate?”, denunciando, con tanto anticipo temporale lo smarrimento di una umanità che non era più in grado di ri-conoscere un traguardo di pacificazione universale. E quel “navigate” allude di certo alla barca di Dante che avendo perduto il timone era in balia di qualsiasi tragedia. Le cui avvisaglie si erano già presentate oscure, pesanti, prossimo a un capezzale luttuoso.

Insonnia. Omero. Le vele tese.

Io ho letto sino a metà l’elenco delle navi:
questa lunga nidiata, questo treno gruesco
che sopra l’Ellade un tempo si è levato.

Come un cuneo di gru in confini stranieri -
sulle teste dei re c’è la schiuma divina -
ma dove navigate? Se non ci fosse Elena,
a che servirebbe Troia da sola, uomini achei?

E il mare, e Omero - tutto questo è mosso dall’amore.
Chi devo ascoltare? Ed ecco, Omero tace,
e il mare nero, perorando, risuona
e con un pesante tonfo si avvicina al capezzale.

agosto 1915

(trad. di AMR)

 

Karel Jaromír Erben

E’ uscita la prima traduzione italiana delle 13 ballate, note in origine come “Kytice”, di Karel Jaromír Erben, importante poeta e folclorista ceco del XIX secolo. L’edizione è bilingue. Qui pubblico, ringraziando gli autori, la prefazione di Antonio Sagredo e tre delle ballate di Erben tradotte e curate da Paolo Statuti. [E. A.]

prefazione di Antonio Sagredo

  Karel Jaromír Erben nacque a Miletín il 7 novembre 1811 e morì a Praga il 21 novembre 1870 di tubercolosi. Fu etnografo, storico, poeta, scrittore e studioso del folclore ceco e slavo. Raccolse i canti e i detti nazionali ed elaborò tutte le leggende in modo artistico, preservando la loro freschezza originale.

È generalmente considerato il secondo più importante poeta del Romanticismo ceco, insieme con Karel Hynek Mácha (1810-1836), autore del famoso poemetto Maggio. In contrasto con l’enfasi posta da quest’ultimo sull’unicità e individualità della vita umana, Erben mette a fuoco la validità di una legge universale, interpretata di solito come Fato. Studiò in collegio a Hradec Králové. Nel 1831 si trasferì a Praga, dove si iscrisse alla facoltà di filosofia e in seguito a quella di diritto. Nel 1843 iniziò a lavorare nel Museo Nazionale, insieme con František Palacký (1798-1876), storico e politico, uno dei principali fautori della rinascita ceca. Nel 1848 diventò redattore della rivista Notizie praghesi, e due anni dopo fu nominato archivista del Museo Nazionale. Svolse questo impiego per lunghi anni e ciò gli permise di esaminare molti antichi documenti e di farsi una solida preparazione sulla storia ceca.

Tra le sue opere principali ricordiamo: una bella raccolta di sue poesie, i Canti popolari di Boemia, con 500 testi; i Canti popolari cechi e rime per bambini; Cento racconti e leggende slave nei dialetti originali, opera nota anche col sottotitolo Libro di lettura slava, influenzata dalle favole dei fratelli Grimm. In tutte le sue opere, sature di poetica popolare, egli affronta i temi dell’amore, della morte, della colpa e del castigo.

Nel 1853 Erben pubblicò Kytice z povĕstí národních, in italiano Un mazzetto di leggende popolari, una raccolta di 13 ballate diventata un classico della letteratura ceca, uno dei più conosciuti e amati dal popolo ceco. Alcune di esse sono affini a quelle di altri Paesi europei: ad esempio, L’arcolaio d’oro, colma di scene raccapriccianti,è simile a una vecchia ballata del confine anglo-scozzese e nelle Camicie nuziali, intrisa di vampirismo,si ritrova un motivo delle ballate tedesche.

La sostanza materiale delle varie ballate è data essenzialmente da un folclore ricchissimo di temi, di suggestioni, di storie che attingono a un mondo antico pagano, talvolta cristiano, il tutto pervaso da uno spirito slavo atavico che ha ben piantato le sue radici nelle varie aree geografiche, ciascuna con le proprie specificità.

Forse la matrice più evidente e importante di questo folclore ceco (boemo) lo si trova in quel vastissimo sentimento che fu la “fratellanza slava”, cioè delle genti di chiare origini slave, accomunate appunto da un sentire comune ma anche troppo idealistico. I primi assertori di questa fratellanza furono F. Palacký e P.J. Šafárik (1795-1861), che studiarono a Bratislava e che con il loro piccolo volume Inizi della poesia ceca, in particolare della prosodia suscitarono un gran clamore, anche perché vi era un non celato sentimento nazionalistico. Entrambi filologi e profondissimi conoscitori delle lingue e letterature slave, dettero un apporto notevolissimo, ciascuno nel proprio campo di ricerca, alla conoscenza di una cultura slava davvero originariamente antica: Šafárik con Antichità slave e, nello specifico, Palacký con la sua Storia della nazione ceca in Boemia e in Moravia.

Queste tematiche furono poi riprese con gran vigore sia da Jan Kollar (1793-1852) che da F.L. Čelakovský (1799-1852), ambedue imbevuti del sentimento della fratellanza fra popoli slavi e, come i primi due, di sentimenti antigermanici. Essi pubblicarono raccolte di canti popolari slavi, in specie slovacchi e cechi, ed entrambi attinsero anche ai canti popolari e folcloristici russi.

Ma fu di F.L. Čelakovský la prima formulazione balladica, con Toman e la vergine del bosco che, come dire, fu il nucleo da cui si sviluppò tutta una serie di temi e motivazioni balladici. Alcuni di questi temi furono in parte ripresi con grande maestria e originalità da Karel Jaromír Erben.

Erben, che collaborò con Palacký, fu insuperabile nella conoscenza del mondo folclorico e la filologia che lo sosteneva gli fu di utilissimo aiuto, poiché il materiale folclorico fu da lui elaborato e riadattato con espedienti letterariamente originali, di cui ancora adesso si possono cogliere la vivacità e la scioltezza.

La creazione di Kytice attinge al mondo popolare ceco e moravo in tutti i suoi aspetti più nascosti e più singolari: ogni minuzia è controllata affinché il mito ne risulti più chiaro ed evidente, e la parola (sceneggiatura) che lo esprime è sottoposta a un rigido schema espressionistico, tant’è che davvero alcune scene (scenografia), che escon fuori dai dialoghi fra gli attori, sono da cinema espressionista tedesco: come quello dell’orrore e del terrore persistenti, che attanagliano i gesti e i pensieri dei personaggi della ballata. Vi sono scene dagli squarci acuti e affilati, fitte di luci, di ombre e penombre che si succedono senza requie in un bianco e nero (da preferire ai colori!), tanto che lo stesso lettore deve fare una pausa per riprendersi, come dalla scena dello squartamento del corpo nella ballata L’arcolaio d’oro.

Scrive Ripellino: «La tematica di Erben, tipo schizoide-romantico, è il mondo della immaginazione satanica, surreale, morbosamente fantastica. La tonalità della ballata si riveste di un senso religioso dove l’uomo è tragicamente passivo, soggetto a un essere superiore che lo domina sempre. L’aldilà è sempre un presente metafisico e religioso e impegna l’uomo in una eterna, ma vana, lotta per sopravvivere ad ogni costo a forze più grandi di lui, malgrado la passività».

A sua volta Meriggi mette in evidenza nelle ballate di Erben «l’analisi meticolosa e ossessiva dei sentimenti dei vari personaggi, specialmente di quello materno… Ovunque risplende la maestria dell’autore, il quale si dimostra un acuto osservatore della psicologia dei protagonisti e un estasiato ammiratore degli spettacoli naturali che si presentano al suo sguardo».

Le ballate hanno come tema principe la lotta tra il bene e il male. Si ripete lo schema: tesi, antitesi ed epilogo finale positivo e vincente; come dire: e vissero felici e contenti. Restano come un ritornello le atmosfere cupe, terrifiche, con personaggi che incutono paura, e che appaiono improvvisi per suscitare sgomento, spavento. La foresta domina incontrastata la scena, perché in essa avvengono fatti indicibili e inspiegabili: essa è fitta e impenetrabile…

Spesso il sangue irrompe nella scena, come nella ballata Le camicie nuziali:

Sopra le rose canine,
sugli arbusti e sulle spine,
i suoi bianchi piedi posava
e tracce di sangue lasciava.

Oppure  nella ballata  Vodnik:

Due cose a terra nel sangue –
una vista orribile e funesta:
la testa senza corpicino
e il corpicino senza testa!

Insomma queste ballate di Erben fanno spesso pensare a una continua morgue ma poi, come una sorpresa, in alcune prevale l’aspetto moralistico, come un monito, ad esempio nel Tesoro; in altre invece l’atmosfera domestica esalta gli affetti familiari, e la quotidianità diviene il personaggio principale da celebrare in tutti i possibili atteggiamenti e comportamenti scanditi dalla tradizione; regole fisse e rigide ci aiutano anche a comprendere la psicologia degli attori… Il sangue qui è scomparso, finalmente, pur facendo capolino in qualche verso qualcosa di incomprensibile che si aggira tra le mura domestiche, come nella Vigilia di Natale.

Le ballate di Erben si somigliano fra loro per molti aspetti, siano essi compositivi che riferiti alle varie tematiche. Per ogni tema ripetuto vi è una variante dello stesso tema che la distingue dalle altre varianti, e ciò testimonia quanto furono essenziali le differenti elaborazioni cui Erben sottopose le sue ballate, e spesso la stessa ballata. Fu proprio questa strategia a decretare il successo di Kytice: le varianti di una ballata diventano altre ballate e tutte diverse fra di loro. Questo fu dovuto alla conoscenza capillare e profonda delle dinamiche filologiche e folcloriche di cui Erben era provvisto, per promuovere a più alti livelli la cultura popolare. E facendo appunto di ogni ballata una sorta di racconto, la elevò al grado di una letteratura alla portata di tutti. Questo raccontare in rima gli eventi e le azioni dà alla sua ballata una dinamica chiara ed espressivamente sciolta quando la si legge o la si recita.

La traduzione delle ballate di Erben di Paolo Statuti dà un apporto notevole al modo in cui si devono leggere o recitare i versi che sono quasi rigidamente rimati, e tradotti con tecnica stilistica rara, per non cadere in facili cantilene, per cui la loro musicalità compositiva risulta sempre controllata ed equilibrata. E ciò è degno di gran lode e di riconoscimento.

Per concludere vorrei ricordare che le ballate di Erben ispirarono diversi compositori cechi, in primo luogo Antonín Dvořák con la cantata Le camicie nuziali e i poemi sinfonici Le camicie nuziali, Il Vodnik, La strega di mezzodì, L’arcolaio d’oro, Il piccolo colombo. Inoltre ricordiamo Zdeněk Fibich, con i melodrammi La vigilia di Natale e Il Vodnik, e Bohuslav Martinů con la cantata Le camicie nuziali. Anche Robert Schumann ha composto una romanza per voci femminili, Der Wassermann, Op. 91/9.


tre ballate

Un mazzetto di leggende

Morì la madre e fu seppellita,
orfani i figli restarono;
ogni mattina essi venivano
e la mammina cercavano.
 
Dei bambini la madre ebbe pietà,
e allora il suo cuore ritornò
e, trasformatosi in un fiorellino,
con esso la tomba adornò.
 
Sentirono la madre dal profumo
i figli e presero a ballare;
e il fiore – loro consolazione,
cuordimamma vollero chiamare.
  
Cuordimamma! caro alla nostra patria,
voi semplici nostre leggende!
Sopra una vecchia tomba ti ho colto
e ti porterò tra la gente.
  
Io farò di te un mazzetto,
ti metterò un nastro e infine,
ti mostrerò la strada per la terra
dove hai una famiglia affine.
 
Si troverà una figlia di mamma
che il tuo profumo sentirà?
E si troverà un giorno un figlio
che al suo petto ti stringerà?
 

La strega di mezzodì

Vicino al banco il bambino
urlava a squarciagola.
“Smettila una buona volta,
almeno un’ora sola!
 
Tra poco è mezzogiorno,
papà ritorna ed io
non riesco a cucinare,
sei un castigo di Dio!
 
Zitto! hai i soldatini –
Gioca! – qui hai il galletto!”
ma ciò che ha sottomano,                        
getta via con dispetto.
 
La madre allora esclama:
”Che strazio, basta così!
Adesso ti porterà via
la strega di mezzodì!
 
Vieni a prenderlo, o strega,
portalo via lontano!”
Ed ecco che nella stanza
la porta s’apre pian piano.
 
Un fazzoletto in testa,
bassa e di pelle scura,
Le gambe storte e la gruccia –
entra questa figura!
 
“Dammi il bambino!” – “O Cristo!
Grazia una peccatrice!”
La morte è già nell’aria
e la strega è felice.
 
La strega come un’ombra
è sempre più vicino;
la madre, terrorizzata,
afferra il suo bambino.
 
Lo stringe a sé, indietreggia –
oh, guai al bambino, guai!
La strega è vicina al bimbo,
quasi lo tocca ormai.
 
Già allunga la sua mano,
stringe le braccia la madre:
“Per la passione di Cristo!” –
grida ma sviene e cade.
 
Ora suona la campana
la dodicesima volta,                                            
la maniglia ha cigolato,
il padre varca la porta.
 
La madre giace svenuta,
il bimbo al petto è serrato:
la madre riprende i sensi,
ma il bimbo – è soffocato.

La maledizione della figlia

“Perché sei così rattristata, figlia mia?
Perché sei così rattristata?
Eri così spensierata,
ora hai cessato di ridere!”
 
“Ho ucciso un colombo appena nato, madre mia!
Ho ucciso un colombo appena nato –
era solo e abbandonato –
era bianco come la neve!”
 
“Un colombo non era, figlia mia!
Un colombo non era –
il tuo viso non è quello di ieri
e il tuo aspetto è trasandato!”
 
“Oh, ho ucciso il bambino, madre mia!
Oh, ho ucciso il bambino,
il mio povero piccino –
voglio andarmene anch’io adesso!”
 
“E ora che conti di fare,
che conti di fare, figlia mia?
La tua colpa come riscattare
e lenire l’ira di Dio?”
  
“Andrò a cercare quel fiore, madre mia!
Andrò a cercare quel fiore
che perdona anche il più grave errore
e raffredda il sangue mio.”
  
“E dove lo troverai, figlia mia?
E dove lo troverai,
dove nel vasto mondo cercherai?
In quale giardino cresce?”
 
“Sul poggio c’è un palo, madre mia!
Sul poggio c’è un palo con un chiodo,
e sul chiodo c’è un nodo –
un cappio di canapa, madre mia!”
 
“E che lascerai a quel giovinetto, figlia mia?
e che lascerai a quel giovinetto
che frequentava il nostro tetto
e con te si rallegrava?”
 
“Lasciagli la benedizione, madre mia!
Lasciagli la benedizione –
l’inferno sia la sua dannazione,
per avermi falsamente parlato!”
 
“E a me che ti ho amata, figlia mia?
E a me che ti ho amata,
che ti ho dolcemente cullata,
che tanto amore ti ho dato?”
 
“La maledizione ti lascerò, madre mia!
La maledizione, che tu soccomba
e ti sia negata la pace di una tomba.
per avermi lasciato fare di testa mia!”