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Duccio Demetrio: «Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione»

NOTE DI FINE ESTATE (8)

di Donato Salzarulo

[Questa recensione fu pubblicata per la prima volta nella rubrica “Viva la Scuola” del sito “La poesia e lo Spirito”. Il libro di Duccio Demetrio rimane un’ottima lettura anche in vista delle prossime vacanze natalizie.]

A scuola scrivere è quasi sempre un dovere. Temi, esercizi, riassunti, relazioni, mappe, questionari…Tutto è finalizzato alla verifica degli apprendimenti e alla valutazione. Probabilmente non può essere che così. Una vasta quantità di scrittura ordinaria è funzionale allo studio o al lavoro. Anche qui, però, di tanto in tanto brilla la scrittura personale, quella intima, urgente, che accoglie tracce del Sé, del piacere o diletto con cui si è cercato le parole da depositare sulla pagina bianca. L’insegnante sa riconoscere il tema scritto oltre l’obbligo, l’utilità immediata, la ritualità scolastica e sociale. Facile immaginare il giudizio: «Ottimo! La traccia è stata elaborata in modo molto personale ed originale…»

Cosa fa debordare la scrittura? Cosa la fa uscire dai confini? Cosa la rende viva, interessante?… È la passione, l’amore, il desiderio di cercarsi per conoscersi meglio; la voglia di tessere il filo della propria vita e, se necessario, di darsene una nuova; di recuperare ricordi, immaginare futuri e non farsi adoratori dell’istante; è il bisogno di educare la propria sensibilità, di avere di fronte uno specchio, una confidente che può farsi amante docile, ma anche molto crudele. «Scrivere non è una professione, ma una vocazione all’infelicità» confessa Georges Simenon.

Tanti anni fa, inciampai per caso in un articolo di Roland Barthes (molte buone letture avvengono così). Elencava dieci ragioni per le quali lui immaginava di scrivere. Diventarono subito anche le mie. Spesso, da giovane, capita di mettersi totalmente nei pensieri di un altro. O, almeno, di averne l’illusione. Scrivo per un bisogno di piacere collegato al rapimento erotico, diceva Barthes. Come potevo negarlo? Non ero forse contento, soddisfatto quando pensavo di aver prodotto una bella poesia o un grande articolo? Scrivo per decentrare me stesso, la mia parola, la mia persona. Altro che narcisismo. Narciso c’entra, ma la scrittura decentra. E, infatti, sulla pagina ero io e non ero io. Medesimità e alterità. Scrivo

«per mettere in opera un “dono”, soddisfare un’attività distintiva, operare una differenza; per essere riconosciuto, gratificato, amato, contestato, contrastato; per assolvere impegni ideologici o contro-ideologici…» E così via fino al desiderio di «contribuire ad incrinare il sistema simbolico della nostra società» e a quello di produrre «sensi nuovi, ossia forze nuove, per impadronirsi delle cose in modo nuovo, per scuotere e cambiare l’asservimento dei sensi.»

Certo, tutto questo non era facile. Ma avere queste motivazioni nella pratica della propria scrittura, allora, era più che comprensibile e condivisibile. Probabilmente lo è ancora adesso. Togliersi di dosso la cappa del “sistema simbolico” cresciuto sul mercato unico e globale, la nuvola di piombo della lingua post-moderna e post-fordista non è auspicabile?… L’ultima delle dieci ragioni era questa. Scrivo, diceva il grande saggista francese:

«per eludere l’idea, l’idolo, il feticcio della Determinazione Unica, della Causa (causalità e “buona causa”) e accreditare così il valore superiore di un’attività pluralista, senza causalità, finalità né generalità, com’è appunto il testo.»

Abbastanza chiaro. Le ragioni per scrivere sono molteplici e, spesso, contraddittorie tra di loro. Non c’è una causa unica. Il testo può tradire le buone o cattive intenzioni dell’autore.

Con questo elenco in testa, ricopiato sulla prima pagina di un mio quaderno e imparato quasi a memoria, comincio a sfogliare l’ultimo libro di Duccio Demetrio: Perché amiamo scrivere. Filosofia e miti di una passione. È una delle tante occasioni per confrontare ragioni e verificarle. Metterle alla prova.

Innanzitutto, perché l’ho comprato? Perché ho letto altri libri dell’autore e apprezzo il suo lavoro. Indimenticabile la sua Autoanalisi per non pazienti. Inquietudine e scrittura di sé (Raffaello Cortina, 2003). Letto e riletto, l’ho consigliato e regalato ad amiche ed amici.

Duccio Demetrio è professore di filosofia dell’educazione all’Università degli Studi di Milano Bicocca. Ha lavorato per anni nel campo della formazione degli adulti (e non solo); partendo dall’ipotesi bruneriana della “mente narrativa”, utilizza gli strumenti narrativi, il raccontarsi e l’autobiografia come cura di sé, crescita educativa, potenziamento delle proprie facoltà. Insieme ad altri ha fondato la Libera Università di Autobiografia di Anghiari, di cui è direttore scientifico, proprio riconoscendo la grande importanza delle scritture “senza lettori”: diari, racconti o romanzi autobiografici, epistolari, agende, appunti; scritture prodotte da «chiunque in condizioni difficili o per nulla tali abbia trovato nello scrivere un sollievo, un’ancora di salvezza per rispondere alla disumanizzazione, all’affievolirsi della coscienza» (pag. 26-27).

Comincio, come al solito, dalla bibliografia. Ogni libro è anello di una catena di libri. É raccolta ed eco. Isola di un vasto arcipelago temporale e spaziale. Qui il più antico è Omero, citato per la sua Odissea da cui si evoca Circe. I suoi sortilegi, stratagemmi e inganni sembrano avere qualcosa a che vedere con la scrittura, in certi momenti, arte magica. E poi c’è Ovidio, quello delle Metamorfosi. I suoi racconti servono all’autore per introdurre molti capitoli: ecco all’inizio la triste storia di Eco, ninfa boschiva e delle sorgenti, costretta a ripetere all’infinito soltanto le ultime sillabe delle parole pronunciate da una persona. «Da allora, ogniqualvolta le parole ci manchino, ricorrere alla penna ne dischiude il compiuto senso.» (pag. 35); e poi la storia di Eros e Psiche, di Ermes, di Pandora, di Flora e Persefone, di Apollo, di Poro e Penia, di Arianna, di Orfeo e Euridice, di Piramo e Tisbe, di Filemone e Bauci, di Narciso, Sisifo, Atteone, Asclepio, Chirone, Ila…

I miti greci e i loro personaggi ci sono quasi tutti. Demetrio attinge ad una lunga tradizione bibliografica. Il suo intento è di ascoltare il mito, di metterlo in rapporto con la pratica della scrittura. Tanto per esemplificare: scrivere è memoria e oblio, suggeriscono Mnemosine e Lete; per Apollo è luce e ombra; ricchezza e povertà per i genitori di Eros; impazienza e lentezza per Orfeo e Euridice; ingratitudine e riconoscenza per Filemone e Bauci.

Oltre che occasione per un sintetico ripasso, gli amanti dei miti greci, potranno reinterrogarsi sulla loro natura e funzione. Citando Agamben, per Demetrio i miti occupano il

«vuoto che si spalanca fra la sensazione e il pensiero, fra la molteplicità degli individui e l’unicità dell’intelletto […] Circoscrive uno spazio in cui non pensiamo ancora, in cui il pensiero diventa possibile.» (pag. 76).

L’Agamben chiamato in causa è quello di Ninfe e lo spazio che si delinea per i miti è quello dell’immaginario. Frutto prevalentemente della tradizione orale, quando comparve la scrittura, la decima Musa, non provvide soltanto ad inventariarli e classificarli, ma aggiunse immaginario ad immaginario. Così oggi per noi non è «il linguaggio orale a risvegliare la presenza mitica, bensì la scrittura che più dell’oralità si spinge nei recessi del nostro essere, ci mette in contatto con l’inconscio.» (pag. 79).

Andando avanti, la qualità della scrittura di Demetrio appare sempre più chiara: è saggistica, ma si abbandona volentieri all’anafora, all’analogia, alla sentenza evocatrice, spiazzante, alla pronuncia aforistica. Avendo a che fare con un prisma sociale dalle molte facce (le ragioni di Barthes riappaiono tutte), la linea concettuale, argomentativa si addensa su tre costellazioni: il perché si scrive, la filosofia dello scrivere, i miti che possono entrare in relazione con questa pratica. Molte sono le perle che si possono ricavare da queste pagine.

Scrivere è un balsamo sospetto, una ferita inguaribile, un commiato. «Inutile affanno è una vita senza scrittura.» I non-scrittori, pochi o tanti che siano, sono avvertiti.

dicembre 2011

Antiberardinelliana

COMMENTO VELOCE
“Secondo gli ultimi dati Istat, il numero dei lettori in Italia diminuisce. Nel 2016 solo il 40,5 per cento degli italiani ha letto un libro, mentre il mercato digitale è in crescita […] Che dai quattordici ai diciannove anni si legga pochissimo è uno dei sintomi più inquietanti e scoraggianti” ( Berardinelli)

Da “Giornalismo culturale. Un’introduzione al millennio breve” di Alfonso Berardinelli (qui) ripreso dalla pagina FB di Annamaria Pagliusano

Parte dei fenomeni denunciati esistevano già prima della digitalizzazione dei saperi. Non sono imputabili ad essa, ma alle strutture classiste della società. Che magari la digitalizzazione sta rafforzando e meglio occultando (per assenza di lotta di classe organizzata, di politica non populistica,  etc.).
Berardinelli non dice cose false, ma troppo di buon senso (snobistico). E’ uno che, rispetto ai chiacchieroni, parla sulla base di una buona documentazione. Ma la sua interpretazione dei fenomeni in corso non va in profondità. Per cui insiste pure lui su molti luoghi comuni. E soprattutto cede alla nostalgia idealizzante: ah, il lettore-studioso di una volta! (quello forse della sua giovinezza).
Terra terra. È troppo chiedersi se – per caso, eh! – i giovani (e i vecchi, meno gli adulti che lavorano) non leggano comunque? Certo, non o meno libri cartacei e non i classici della letteratura delle ex patrie lettere, ma altri testi. Magari di solito brevi (come sui social). E ancora: in tutto quello che leggono (non dai libri) non possono mai  trovare spunti – anche casuali, anche minimi – per far scattare nelle loro menti e nei loro discorsi un pensiero insolito o un’idea non conformista, se non proprio originale? Quanti (di ogni età) navigando in rete, incuriositi o interessati, leggono anche testi lunghi, magari dopo esserseli scaricati? E i tanti scriventi, su cui Berardinelli ironizza, davvero non leggono mai? E, ammesso in teoria che non leggano, non pensano? Mai?  E’ reale poi una divaricazione così estrema tra scrittura e lettura? Per cui o tutti a scrivere o tutti a leggere? Boh!

“La goccia che scava” di Francesco Luti

di Angelo Australi

La goccia che scava, di Francesco Luti, è un romanzo scritto con un’attenzione particolare allo stile che evolve consapevolmente in una trama, passando al setaccio il ruolo dell’intellettuale testimone degli eventi della guerra civile spagnola e le conseguenze della dittatura franchista.  Rientra in quel filone della letteratura italiana dove la storia fa da orizzonte all’analisi esistenziale della vita dei personaggi, e anche il lessico si cala coerentemente nel clima di un epoca dove, per trovare una forma di coerenza utopica, diventa indispensabile circoscrivere uno spazio d’azione nel quale incontrare la realtà.

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Su “Poemetti e Racconti in versi” di A. Éderle

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di Cristiana Fischer

A una prima lettura “Poemetti e Racconti diversi” coinvolge nell’incalzare degli argomenti, per la viva colorazione affettiva, per gli incanti descrittivi e naturalistici. Oltre questa luminosa superficie il libro mostra la sua unità di fondo: la scrittura fluida e continua, il periodare ampio, il frequente interrogarsi e catturare l’attenzione di chi legge, perché l’autore gli parla, gli descrive quello che sta vedendo (“Tre e mezzo, la discesa scende fino/a mezza costa, case nude senza uomini”), gli espone riflessioni, ricordi (“Ecco, ritorna il suono, ecco/torna il colore lo splendore”), si mostra con la sua esperienza di vita e la maturità raggiunta, la sua psicologia e filosofia. Continua la lettura di Su “Poemetti e Racconti in versi” di A. Éderle