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Lotta a morte

La Grassa  lotta a morte 1

di Franco Nova

Camminava davanti a lui, goffa. Era piuttosto obesa o comunque grassoccia, il sedere dondolava a destra e a sinistra; ed essendo grosso e pesante, squilibrava l’andatura, la rendeva quasi zoppicante. Anche da dietro si vedeva che non era certo una bella donna, a parte la lunga chioma fluente, nera corvina, che copriva una schiena lasciata nuda dal leggero vestito estivo, assai probabilmente altrettanto ampiamente scollato sul davanti. Colui che la seguiva pensò che le carni dovevano essere ben flaccide, sarebbe stato assai meglio coprirle. Tuttavia, un impulso che non aveva nulla di irresistibile lo obbligava a seguirla. Sarà forse stato perché era di strada per l’ufficio dove si stava recando a svolgere il suo lavoro, che a quel punto gli parve però più noioso del solito; tutto sommato, rallentare l’andatura, per non superare quel grassoccio bambolotto che procedeva nel suo stesso senso, gli parve preferibile, una sorta di rilassamento prima di sedersi al tavolo e affannarsi a pensare a ciò che lo affaticava e lo rendeva torpido ogni giorno di più. Continua la lettura di Lotta a morte

Esercizi di poesia

Locatelli luna

di Annamaria Locatelli

Per  tornare  ad approfondire il fenomeno  dei tanti che ricorrono al linguaggio poetico per uno dei motivi elencati da Marcella Corsi in un suo commento (qui) o altri ancora e tener conto anche delle obiezioni mosse da Luca Chiarei (qui) pubblico con il titolo di “Esercizi poetici” due testi di Annamaria Locatelli e una sua Nota “di poetica”. E contro ogni rigidità classificatoria che taglia in modi netti e spesso arrogantemente elitari il confine tra poesia e non poesia, ribadisco la convinzione che esso è mobile, che il fluire degli scambi nei vari sensi (dai “centri” alle “periferie”, dall'”alto” al “basso” e viceversa) è segno di vitalità e vantaggioso per ogni tipo di ricerca. Rafforzano  autorevolmente questa prospettiva sia il giudizio  anch’esso “fluido” di Fortini su cosa sia poesia (qui) sia un recente invito di Giorgio Agamben (qui) a chiedersi  «se ciò che chiamiamo poesia non sia in verità qualcosa che incessantemente abita, lavora e sottende la lingua scritta per restituirla a quell’illeggibile da cui proviene e verso cui si mantiene in viaggio». [E.A.]
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