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Giuseppe Muraca - Intervista a Velio Abati

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Velio Abati è nato a Roccalbegna, in provincia di Grosseto, nel 1953. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Siena si è dedicato all’insegnamento e a un’intensa attività culturale. Ha pubblicato diversi volumi di saggistica, di poesia, di narrativa e di teatro e ha collaborato e collabora a diversi giornali e riviste. Ha pubblicato di recente il romanzo Domani, Lecce, Manni Editori, 2013.  Per notizie e approfondimenti su Abati e sul suo romanzo rimandiamo al suo sito: DOMANI E ALTRI FUTURI (http://velioabati.com/)

1. In quale periodo hai iniziato a scrivere di critica letteraria? E quali amicizie hanno contato per te?

Laureatomi nel 1977, nella neonata facoltà di Lettere e Filosofia di Siena, dopo la prima pubblicazione sulla tesi di laurea e le prime esercitazioni tenute nella Facoltà senese, per interessamento e stimolo di Antonio Prete, sono rimasto per alcuni anni nel poderetto grossetano dei miei, dove ero tornato, per necessità economiche, già a metà del mio percorso universitario. Qui, nel tempo libero dai lavori nei campi e nella trattoria, ho accanitamente costruito e studiato la metà della mia attuale biblioteca, insieme con la coda dell’impegno politico nell’allora sinistra extraparlamentare, terminato con il 1978. Ho continuato a scrivere diari, poesie, racconti. In quel periodo m’imbattei nella lettura di Andrea Zanzotto, con cui entrai in contatto epistolare. Forse il primo scritto pubblico di critica letteraria è proprio sul grande di Pieve di Soligo, comparso su una rivistina siciliana che s’intitolava “Tabella di Marcia”, diretta da Angela Giannitrapani. Credo di ricordare che per questa pubblicazione mi fece da tramite il poeta e amico spezzino Roberto Bugliani.

 

La mia stagione più continuativa di scrittura di critica letteraria in atto e di teoria è avvenuta nella rivista leccese di Romano Luperini, l’“Ombra d’Argo”. Nei miei due anni di frequentazione universitaria ero un giovane militante del Manifesto, poi Pdup, mentre Luperini era dirigente della Lega dei Comunisti. Gli avevo chiesto una tesi sulla narrativa rusticale del Risorgimento, che mi concesse. Per questo si ricordò di me quando, cinque anni dopo, fondò la rivista di “teoria e critica materialistica della letteratura”, nel 1983. Sull’onda di quell’esperienza e per un progetto luperiniano di collana che abortì avanti che il mio volume vedesse le prime bozze, mi fu commissionata la monografia su Andrea Zanzotto. L’opera, orfana prima della nascita, riuscì incredibilmente a raggiungere la pubblicazione: L’impossibilità della parola, Roma, Il Bagatto, 1991.

Con il passare del tempo, si è fatta sempre più importante la lezione di Franco Fortini, di cui ebbi la fortuna (ero totalmente digiuno del mondo culturale contemporaneo) di seguire il corso sui poeti italiani dei primi quindici anni del Novecento. Da quelle lezioni, meglio, dalle recitazioni che Fortini compiva in quelle lezioni compresi che cosa è la poesia, tanto che presi a scriverla. In questo secondo (o primo?) filone della mia attività intellettuale, molto hanno contato le amicizie con Donatello Santarone – conosciuto nel 1978 nel comune destino della leva aeronautica, con cui da allora coltivo un fertile sodalizio - e il gruppo dei poeti che a metà degli anni Ottanta prese a riunirsi in casa di Tommaso Di Francesco, allora in viale Oceano Atlantico, a Roma, dalla cui via prese nome la rivista di poesia. Per mio conto avevo pubblicato il primo volumetto di poesia nel 1978: Desinenze, Grosseto, Il Paese Reale.

Siccome mi chiedi delle amicizie che hanno contato, non posso tacere dell’incontro avvenuto in quei tardi Ottanta - ma fertile a partire dal mio secondo lavoro zanzottiano, la bibliografia degli scritti uscita da Giunti nel 1995 e poi parzialmente nel Meridiano mondadoriano - con il poeta valtellinese Giorgio Luzzi. Né posso tacere della lezione grafica e morale di un grande designer torinese che ho incontrato negli anni Ottanta, Francesco Teodoro, dalla cui mano è stata disegnata gran parte della grafica del mio lavoro intellettuale e scientifico, oltre che il mio tavolo di lavoro, il mio stesso spazio domestico. Né tanto meno posso tacere della lezione artistica, pittorica e persino poetica di uno straordinario artista romano, Toti Scialoja, anch’esso conosciuto negli anni Ottanta, all’inizio della grande sconfitta.

Su di un altro fronte ancora, dopo la formazione con Alberto Maria Cirese, importante è stata la collaborazione con l’allora assai giovane docente Pietro Clemente, alla cui finezza d’ascolto e generosità organizzativa ho periodicamente fatto ricorso. Più avanti nel tempo, nella mia opera di promotore culturale con la Fondazione Luciano Bianciardi, fondamentale è stato il sodalizio con Walter Lorenzoni, direttore, tra l’altro, del periodico di essa, “Il Gabellino”.

2. Agli inizi degli anni novanta sei stato tra i promotori della Fondazione “L. Bianciardi” di Grosseto e hai svolto per quasi un quindicennio l’incarico di direttore scientifico. Quale bilancio ti senti di trarre da quella fondamentale esperienza?

Guardando con il distacco del tempo, devo dire che è stata, da un punto di vista politico, un’esperienza assai particolare, anzi, eccezionale. Promossa da un gruppo intellettuale per niente inquadrato negli assetti istituzionali (la provenienza di ognuno era dalla vecchia sinistra extraparlamentare), senza alcun finanziamento, senza alcun patrimonio materiale, tale gruppo si buttò anima e corpo a dar vita a una nuova istituzione che, partendo da uno scrittore locale di rilievo nazionale, dotasse un territorio, debole per strutture culturali proprie come il grossetano, di una sua capacità ideativa e di proposta. Intanto raccoglievamo pezzo dopo pezzo il patrimonio documentale, assai cospicuo per Bianciardi e interessante per riviste e poeti dell’ultimo Novecento. Il gruppo approfittò – quasi a propria insaputa – della perdita di controllo subita dalle vecchie strutture di partito, di sindacato e amministrative della sinistra social-comunista – era avvenuta la svolta di Occhetto - per far passare la sua proposta, fatta propria infatti sia dalle amministrazioni locali che dalla Cgil. Quando però quel vuoto fu progressivamente riempito dalla politica personalistica e dalle forme di sottogoverno di tipo nuovo, che si usano chiamare privatizzazione, il gruppo originario, congenitamente estraneo a tale logica, fu spazzato via con la facilità con cui si beve un bicchier d’acqua. E poco è importato, agli amministratori locali e ai nuovi dirigenti sindacali, se – fatto salvo il patrimonio documentale accumulato – tutto è stato azzerato.

Ma tu mi chiedi che cosa ho imparato. Abbiamo sperimentato come la grande trasformazione prodotta dal capitale finanziario abbia colonizzato la comunicazione sociale e l’industria culturale, inaridendo la terra sotto i piedi di quel ceto culturale formatosi con la scolarizzazione di massa dei “trenta gloriosi”, e ciò in concomitanza con la distruzione dei partiti di massa e del sindacato non corporativo, sospingendo i lavoratori verso la condizione di plebe e i ceti medi nella povertà.

3. Nel corso della tua lunga attività intellettuale hai dedicato la tua attenzione a poeti e a scrittori come Zanzotto, Fortini, Bianciardi, Cassola, per citarne solo alcuni… Qual è l’autore che ha maggiormente inciso sulla tua formazione e sulla tua personalità?

Io ho avuto la fortuna di avere molti maestri e amici, come in parte ho accennato prima. Tra i contemporanei, dovrei almeno aggiungere dal versante politico Rossanda Rossanda, per non parlare poi di quelli davvero importanti, quelli non nominabili se non per allegoria, come ho fatto nel mio Domani. Ma certo tra gli intellettuali un posto del tutto particolare ha avuto, anzi ha preso, come dicevo agl’inizi, Franco Fortini. L’insegnamento di questi è divenuto rilevante nella mia vita assai lentamente. Pensandoci, lo è diventato in progressione inversa allo sfaldarsi delle prospettive culturali, politiche e sociali, che in modo sintetico potremmo chiamare “novecentesche”. Se nel vigore della speranza (per me giovanile, ma non solo giovanile) di un cambiamento politico-sociale autentico la parola e l’azione di Fortini mi apparivano stimolanti e necessarie ma irripetibili nella loro postazione elitaria, quando le speranze sono stata prima travolte e poi sommerse, quello sguardo critico ma non rinunciatario, quelle parole per figure, ma non nichiliste, quel gesto di guardare in faccia la sconfitta senza cedere alla disperazione, li ho sentiti sempre più miei, sempre più fraterni, penetranti e ricchi di futuro.

4. E ora veniamo al tuo romanzo Domani, pubblicato qualche mese fa dalla Manni editori di Lecce… Innanzitutto, perché questo titolo?

È costitutivo di ogni narrazione parlare del passato. Anche nelle più ardite utopie, nelle più spericolate proiezioni fantascientifiche, la voce che si mette a parlarne si istituisce come “colei che sa”. Ora, non c’è bisogno di giurare sulla massima hegeliana “la nottola di Minerva vola sempre al tramonto”, per vedere che “colui che sa” viene sempre dopo l’atto della conoscenza: io questa storia la so, ora ve la racconto. Quindi, il titolo è prima di tutto un omaggio al ricorso del Novecento ai titoli antifrastici: dalla Coscienza sveviana all’Allegria di Ungaretti, tanto per dire di due geodeti assai distanti. Un’antifrasi niente affatto frivola, perché sgorga da scaturigini profonde della modernità, allorché lo scrittore, opportunamente scaraventato dall’altare al bordello, ha misurato “come sa di sale” il pane, comprendendo che cosa sia l’impotenza, costretto a riconoscere la verità di se stesso e del proprio interlocutore: “hypocrite lecteur, - mon semblable – mon frère”. Al contempo però (illusoriamente?) il titolo Domani vuole sfuggire alla stretta cinica cui lo stato di cose presenti vorrebbe costringerlo, per cui, come il cristo sulla croce, si affida a un futuro possibile, certo sperato, non celeste, ma totalmente in mano al lettore futuro.

5. Come è nato il progetto del romanzo, e quanto tempo hai impiegato per la stesura?

Carlo Cassola in un’intervista a un giovane laureando osservava che per lui la scrittura nasceva dall’esigenza di rappresentare la nuda vita (per questo vedo i vertici della sua scrittura nei racconti inaugurali Alla Periferia, o in romanzi brevi come Il taglio del bosco e Ferrovia locale), Luciano Bianciardi si metteva a scrivere da un’esigenza polemica. Per me la scrittura nasce da un’impotenza: è lo scatto di reni dopo che tutto il resto – l’azione civile, il mestiere che mi dà da vivere, le relazioni umane, la scrittura critica – ha ceduto il passo. La mia opera letteraria da sempre, cioè dall’infanzia, nasce da quel deserto, è un grido oltre l’oceano. Non serve a niente, dice Fortini, ma scrivi.

Nel caso specifico, Domani prende vita sotto la spinta della presa d’atto della fine di un’epoca. Ho cominciato a progettare il romanzo nell’estate del 2007. Sebbene i profani come me non avessero chiaro d’essere sul crinale della più profonda e vasta crisi vissuta dal sistema economico-sociale del capitalismo, era comprensibile anche ai più duri d’orecchio che le spinta mondiale dei “trenta gloriosi” (cioè dai Cinquanta ai Settanta), da cui era sortita la più importante opera di civilizzazione, era rifluita in modo rovinoso e definitivo. Senza riparo è stata la responsabilità della mia generazione. Con una mescolanza venefica di insipienza, presunzione, cinismo e grettezza si è prima accodata al diluvio neoliberista, poi ha assecondato la rivincita dell’Italietta patetica e ributtante di sempre, che ci eravamo illusi d’aver seppellito: dei franza o spagna, dei pochetti e rivali, dei berluschi, dei renzi, dei u tratturu, dei qualunque berciatori da trivio, dei chiudi e scappa nei paradisi…

Ho cominciato a lavorare effettivamente alla preparazione dei materiali per il romanzo nel gennaio del 2008. Erano lavori di scavo storiografico. La prima ipotesi – un Proposito che rivolgeva a pochissimi amici questioni preliminari di carattere linguistico – vedo dai miei archivi informatici essere datata 12 dicembre 2009. Non ricordo più se la coincidenza fosse stata voluta, ma la ricorrenza con la strage di piazza Fontana è certamente appropriata. La stesura è stata completata il 31 dicembre 2011. Dopo oltre un anno speso a trovare l’editore, esce nell’ottobre del 2013.

6. Domani può essere considerato un romanzo storico corale, in cui i destini individuali dei vari personaggi s’intrecciano con le vicende collettive di quattro generazioni di uomini e di donne…

Effettivamente, quello che mi ha sollecitato nella stesura del romanzo sono state, su di un piano prettamente formale, due caratteristiche fondamentali del genere: la polifonia e la disponibilità alla sperimentazione della temporalità. Credo che si capisca, da quanto ti ho detto fin ora, che le due potenzialità non sono sentite da me come puri esercizi, ma attivano due istanze profonde della mia visione del mondo e in specifico di quello portato alla luce nel romanzo. Una è la condizione ‘di senza nome’ delle classi subalterne, per chi guardi dai gradini che contano. Ma in questo mondo di anonimi la vita rampolla inesausta, contro ogni strage, ogni miseria e può farlo perché essi sanno meglio e prima di Paolo di Tarso che nessuno vive solo per se stesso, nessuno muore solo per se stesso. La seconda istanza, la temporalità, è strettamente connessa alla prima. Proprio perché la vita di ognuno è una nota della in-finita polifonia, il tempo dell’esistenza di ciascuno non è mai solo un procedere in avanti, ma un continuo diffrangersi, ora laterale, ora obliquo, ora orizzontale, ora verticale, più spesso – soprattutto dove agisce l’impazienza del conoscere – un anelito di futuro che ti sospinge a ritroso.

“Classi subalterne”, ho detto poco fa. Non c’è bisogno che aggiunga, a chi parlo e forse a chi ci legge, che quell’espressione troppo sintetica includeva anche “la parte che in ciascuno di noi è classi subalterne”.

7. L’impressione generale è che si tratta di un’opera molto complessa. Qual è a tale riguardo l’opinione dell’autore?

I lettori - quelli dei quali ho fin ora avuto la fortuna di sentire le impressioni - effettivamente mi confermano la difficoltà del testo. Una lettrice, Claudia Angeletti, mi aiuta con sintesi efficace: “è bello perché è complesso ed è complesso perché è bello”. Le sono grato debitore, perché in una fase, come oramai da decenni la nostra, quando ogni forma di comunicazione assume la dominante dell’intrattenimento per cui l’estetico, così divenuto preminente, obbedisce alla regola ferrea dell’industria della comunicazione, che fa del semplice, del facile l’altra faccia del triviale, credo che la ginnastica mentale, emotiva possa costituire un esercizio utile. Se non fraintendo, in questa direzione si muovono le parole scritte da un critico per il mio sito, Walter Lorenzoni, L’orizzonte della totalità.

8. Per interagire con i tuoi lettori hai costruito un sito…

Ti dirò, l’idea era nata da tempo, ma non avevo mai avuto il coraggio di metterla in pratica. Con la pubblicazione del romanzo, il disegno ha trovato una sua necessità pratica. Mi riferisco alla difficoltà enorme che azioni marginali nell’industria della comunicazione e dell’intrattenimento, quindi anche dell’editoria, incontrano prima nella loro nascita, poi nella loro circolazione. Manni allega al contratto con l’autore una pagina onesta e assai chiara a questo riguardo: “Vengono pubblicati ogni giorno in Italia alcune centinaia di libri; solo una parte arriva in libreria, ed anche di questi alcuni non vendono nemmeno una copia. Il libraio prenota i libri dei quali suppone una vendita cospicua (di giornalisti, politici, uomini dello spettacolo; alcuni scrittori noti; su temi di attualità), ed evita di prenotare libri dei quali venderà una sola copia (preferisce vendere cento copie di un solo libro che cento copie di cento libri diversi, per ovvie ragioni amministrative o organizzative)”. Il meccanismo dell’espropriazione capitalistica è ovviamente universale. Se il dieci per cento della popolazione italiana più ricca possiede il 48 per cento della ricchezza nazionale, non vuol dire che essi sono fortunati, bensì che ciò che possiedono lo hanno sottratto al rimanente 90 per cento. Nello stesso modo, se il barzellettiere di turno mette in commercio l’ennesimo libro, non vuol dire che è fortunato o che sono affari suoi: impedisce fisicamente ad altri di pubblicare.

Quindi una delle ragioni precise, per le quali il sito è nato, è la necessità di dotarmi di un mio modestissimo strumento per tentare di aumentare il numero di coloro che hanno notizia dell’esistenza in vita del romanzo. Mi rendo conto che si tratta di un gesto quasi patetico, ma è comunque meglio di niente. Un’altra ragione è di natura più generale. Nelle copie del romanzo che mi capita di consegnare personalmente – amici, conoscenti, presentazioni – inserisco un segnalibro, da me profilato con righello e taglierino, in cui accenno all’idea dialogica che ho della scrittura. Ne parlo proprio nel breve testo pubblicato nel mio sito, alla pagina “Mattinale” e intitolato Ai miei sei lettori, anzi lettrici. Il titolo del sito, Domani e altri futuri, è naturalmente suggerito dal romanzo e di questo il visitatore può trovare raccolte le maggiori informazioni possibili. Esso, d’altra parte, è pensato come strumento per far conoscere ‘chi parla’, per cui varie pagine raccolgono una panoramica dei miei vari campi d’intervento, ma è il dialogo la sua anima profonda. Una pagina s’intitola appunto Testi in dialogo. Lì, di volta in volta un mio testo poetico dialoga con uno o più di altri autori: Franco Fortini, Camillo Pennati, Tommaso Di Francesco, Roberto Bongini. Solo uno di essi, B. Brecht, è soggetto di un dialogo impossibile, ovvero unilaterale.

Come credo sia chiaro, mi piacerebbe che il sito diventasse sempre più un luogo di discussione: su Domani, certo, e a partire da esso, ma anche no, ma anche su argomenti distanti, estranei a esso, come io stesso faccio nella pagina intitolata Mattinale. L’invito caloroso a te e a chi ci legge è dunque d’intervenire con riflessioni, suggerimenti e critiche. Penso – di nuovo in contrasto con il pensiero dominante - alla pacatezza della passione e dell’intelligenza: l’immagine scelta come insegna è una bicicletta (mio mezzo abituale e gradito di spostamento, non da diporto) vecchiotta, appoggiata a un albero, in un bosco, con un cartello riposante: free parking.

9. Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Attualmente, oltre a accompagnare con il massimo delle mie poche energie la vita di Domani, ho la soddisfazione di seguire l’allestimento di un mio testo teatrale, Una sera di primavera, pubblicato su “Poliscritture”. Il lavoro è guidato dalla regista Daniela Marretti, con gli alunni di una mia classe, la V B del liceo “Rosmini” di Grosseto, istituto dove insegno da anni. Io seguo i lavori con grande curiosità e trepidazione. Voglio anzi approfittare per ringraziare qui i ragazzi della loro straordinaria generosità, perché impegnati in un compito che immagino per essi delicato.

Inoltre seguo un progetto (ho già scritto qualche pagina di appunti e qualche altra di prova, sto inoltre conducendo degli studi) che prosegue la sperimentazione sulla voce narrante. Il romanzo ha esperito in profondità e con ampiezza un certo modo; il testo teatrale ora in allestimento ha provato una strada molto diversa; il testo a cui sto lavorando, nelle intenzioni, proverà un’altra direzione ancora. Non voglio parlarne più diffusamente, perché è prematuro, ma c’è un titolo che mi ronza in testa e che mi tenta, anche se non posso sapere se rimarrà in vita e che ti offro come xenion: Veglia.

Ultimo aggiornamento ( Sabato 01 Marzo 2014 09:25 )