Archivi annuali: 2012
Ripensando al convegno «Dieci inverni senza Fortini» (1994-2004)
di Ennio Abate
Per un inconveniente tecnico gli articoli pubblicati sul vecchio sito di POLISCRITTURE (2010 – 2013) non sono raggiungibili (spero temporaneamente). Pubblico qui provvisoriamente questa riflessione del 4 settembre 2012. [E. A.]
1. Rileggendo Lisiàt
Riapro Lisiàt, uno scritto di Fortini del 1975,i leggo: Uno sfoglia queste carte [la biografia del partigiano Lisiàt (Athos Iovi) fucilato il 1° settembre 1944] e subito pensa che quella era una vita, così ridotta dal tempo trascorso; e traggo la prima domanda che può valere per gli Atti del convegno senese del 2004.
Continua la lettura di Ripensando al convegno «Dieci inverni senza Fortini» (1994-2004)Quanto bianca la nostra solitudine, 1963.
Volto femminile, 1966
Volto maschile, 1966.
Figura con cesta di frutta, 1983 circa
Questo disegno lo feci mentre ero commissario d’italiano e storia agli esami di maturità. Mi pare a Legnano quando conobbi la Franca Ricci. Gli anni dovrebbero essere gli Ottanta. Tiro a indovinare 83-84. Devo averlo buttato giù su un foglietto di appunti e poi ritagliato. La figura è come sospesa sul piede destro. La mano sinistra giganteggia e fa tutt’uno con l’avambraccio. Fa capolino il volto che non si capisce bene se maschile o femminile e piccolo, sproporzionato, dunque, rispetto al corpo. La parte centrale ( gonna o schermo decorato) stacca nettamente il bianco della gamba e quello del petto e della mano. Lo stesso fa il nero tratteggiato della “cesta”, che potrebbe anche essere una sorta di cappellone messicano. Sopra ci sono forme tondeggianti, che fanno pensare a della “frutta”, ma potrebbero anche raffigurare dei “pani”. C’è qualcosa della grafica un po’ primitiva sudamericana. Importante e il gioco della linea che costruisce mano e avambraccio. Il senso è quello di un equilibrio instabile.
[10 luglio 2012]
Continua la lettura di Figura con cesta di frutta, 1983 circa
TAV. Quando gli intellettuali si fanno Stato

Riordiadiario Poliscritture 2012
di Ennio Abate
E’ uno dei tanti commenti che ho lasciato su LE PAROLE E LE COSE. Questo si riferisce alla discussione sul post di Mauro Piras su del 5 marzo 2012 (qui)
Questo Paese (più precisamente lo Stato che dice di governarlo), invecchiato e in declino, divora sul nascere i movimenti. Come – si dice – facesse Crono con i suoi figli. E gli intellettuali, anche quelli che su LPLC si sono interrogati pensosi su «Il destino dell’intellettuale» o su «Lo spazio della critica sociale» assecondano. È la prova (richiesta?) che hanno portato a termine «l’elaborazione del lutto utopico».
Che delusione vedere quanto sfoggio di sottile dialettica giustifica, alla fine della fiera, le scelte imposte dai più forti. O vedere fare le pulci con massicce dosi di buon senso “democratico” agli argomenti elementari (ma rozzi, localistici, antimoderni) di questi “nuovi albigesi” della Val di Susa contro cui presto si muoverà la crociata benedetta dal presidente della repubblica (in supplenza dei papi). O ascoltare la lezioncina agli studenti contro i rischi della violenza, ovviamente – a differenza di quelle dei baroni del ’68 – più paterna, tremebonda, persino sofferta.
Vorrei notare che c’è un punto (la valutazione economica e politica degli effetti della TAV) tuttora controverso. E’ grosso più della montagna che sarà scavata dopo che questa lotta verrà repressa e dimenticata dal lotofago “popolo italiano”. Ma viene dato con disinvoltura per risolto da Piras. E (con mio stupore) da Seligneri, che profetizza «i benefici reali e futuri della tav» per un’Italia finalmente “europeizzata” (ma s’è informato sulla fine del “sogno europeo”? ha visto la fine della Grecia?); e pure da Massino, che ancora – beato lui! – riesce a distinguere destra e sinistra (Repubblica è di destra o di sinistra?) e ripone fiducia nelle Istituzioni e non invece nel Popolo becero, che tali Istituzioni hanno plasmato a loro immagine e somiglianza. (Egli paventa pure l’arrivo del nazionalsocialismo o del «fascio» che, come la storia insegna, le Istituzioni del primo Novecento coraggiosamente arginarono e tennero a bada). E ancora che delusione i tremolanti dubbi che, per salvarsi l’anima di intellettuali critici, spingono alcuni a tentare in extremis la solita “terza via”: il referendum, che poteva esserci in teoria («su questo ha ragione Chiamparino: il referendum andava fatto sei anni fa, quando si è riaperta la partita»), ma non c’è stato e meno che mai ci potrà essere ora; o la “moratoria”, che non ci sarà, perché le squadre d’assalto sono già state benedette e pronte per le strafexpedition necessarie.
Se una ideale discussione habermasiana sui pro e i contro della TAV da concludere con un verdetto equanime e salvando capra e cavoli (democrazia e affari) non c’è stata, è perché tale discussione è possibile solo nella testa dei filosofi. Nella testa degli uomini reali le discussioni sono inquinate da interessi, passioni, pregiudizi particolari e generali. E la decisione è venuta. Imposta dai più forti e furbi e corruttori, adusi al comando capitalistico. Quelli, sì. che sono capaci sempre di mascherare la loro violenza gridando alla violenza (purtroppo sempre rudimentale) di quelli che devono resistere alle prepotenze dei don Rodrigo di turno. Hanno pagato e pagheranno ancora ancora di più giornali, sindaci renitenti o incerti e scienziati e opinionisti “di valore”, per averli tutti dalla loro parte. A preparare il terreno “psicologico”, proprio come si è fatto di recente con la Libia di Gheddafi. Il tutto dietro la mascherata della democrazia, che nessuno più sa strappare dal loro volto.
Che dire? Siamo ridotti a sperare che i “nuovi albigesi” della Val di Susa trovino qualche potenza “umanitaria” (A proposito Obama che ne pensa della TAV?) disposta ad appoggiare la loro lotta, com’è accaduto per le “primavere arabe” o i “rivoltosi di Bengasi”? No, questa è amara fantapolitica. La crociata è quasi compatta. Se la dovranno cavare come possono, resistendo un minuto in più o arrendendosi (come i No Dal Molin). E con l’amarezza di passare per “luddisti”, per “violenti” o tolleranti verso i “violenti”, per gente, pronta «a rinchiudersi nella logica del riot, a cercare lo scontro per lo scontro». Che schifo. Ricordatevi della favola di Esopo.
Ma insisto: e gli intellettuali critici? Tutta qua la loro capacità critica? Tutti allarmati solo e soprattutto dalla violenza degli “estremisti”, degli “antagonisti”? Tutti a raccontare i loro patemi d’animo per evitare che i “giovani” – le pecorelle innocenti – non si lascino traviare dai lupi “estremisti” (e non una parola sui lupi che van dietro e su per i Monti)? Tutti a discettare della «radicale, vertiginosa crisi della rappresentanza politica», “arcana imperii”» , a dire persino (finalmente!) che i politici «hanno perso totalmente di credibilità, dopo avere portato il paese in questo disastro», ma solo per concludere poi – (con «quale lucidità», caro Zinato? Confrontala con quella dei Marx, dei Lenin, dei Gramsci, dei Fortini, di cui vi siete disfatti carriera facendo) – che sia questa stessa classe dirigente «a farsi carico della cosa». Ma quale cosa? Della repressione! Questa è la medicina che una classe dirigente malata e confusa sa usare e userà e che non ha usato finora solo per apparire ancora sana e “democratica”.




