
di Gianfranco La Grassa (Franco Nova)
Continua la lettura di Se possibile amiamo sempredi Ennio Abate
Non ho letto il libro di Luperini e Corlito ma avevo letto (e mi sono riletto ora) l’introduzione apparsa su LA LETTERATURA E NOI (qui) e solo su questa intervengo per esporre alcune perplessità:
1. Va bene la testimonianza, la voglia di lasciare ”una sorta di testamento rivolto al futuro”. Ma parlare del ‘68 come di “uno spartiacque per cui nulla di quanto esisteva prima è potuto essere uguale, dopo” mi pare un’affermazione smentita dalla storia che, appunto, è venuta dopo e che ci ha lasciato con le ossa rotte. Spartiacque sarà stato su molte cose, ma come negare il persistere e anzi il prevalere poi di elementi di continuità (o di restaurazione) con la situazione pre ’68, se gli stessi autori della testimonianza temono ora di “dover morire fascisti o postfascisti”?
2. “Nessuno può dimenticare la propria gioventù”. e “questo anno ha lasciato un’impronta indelebile” in chi ha fatto o preparato il ‘68 – una minoranza preziosa ma, va detto, presto messa fuori gioco. Ma qual è il giudizio storico? Perché di questo c’è bisogno, specie a tanti decenni di distanza e se ci si lamenta che ben pochi sono gli studi degli storici sul ‘68. Se no, si rischia di dare troppa importanza alle proprie impressioni (“Ci sembrò allora che tutto il mondo fosse giovane“).
3. Nei tentativi di organizzare i desideri e i bisogni emersi nel ‘68-’69 si confrontarono posizioni vagamente luxemburghiane e posizioni leniniste o a volte “miste”; e abbiamo visto il fallimento di entrambe. Non capisco, allora, come mai e perché l’ipotesi della «lunga marcia attraverso le istituzioni» di Rudi Dutschke, (di taglio luxemburghiano) possa essere indicata come “l’unica ipotesi di rivoluzione possibile nelle società capitalistiche complesse”. Ma anche la stessa “progressiva conquista delle “casematte borghesi” teorizzata da Gramsci e strettamente connessa al suo concetto di egemonia”, qui evocata, è ipotesi praticata (dal PCI) e ha avuto risultati – negativi, credo io.
4. In mancanza di una analisi del capitalismo o dei capitalismi odierni e di un progetto politico capace di contrastarlo/li, che serve ribadire che “ il nostro obiettivo era e rimane una società di uguali”, mentre vediamo le diseguaglianze crescere a dismisura e non esistono forze capaci quantomeno di arginarle?
5. Anche rimandare la palla al futuro e ad altri (“La riflessione sul Sessantotto si potrà riaprire solo quando qualche movimento politico ne riprenderà la lezione e l’eredità, ne criticherà e supererà i limiti”), mi pare atteggiamento vago. Il futuro qui da noi in Occidente è compromesso o cancellato. La repressione è anch’essa senza argini. Colpisce lavoratori, studenti, giovani, immigrati ed ha in altre parti del mondo le dimensioni del massacro se non di peggio.
Può darsi – ripeto – che nel libro ci siano analisi e ragionamenti più convincenti e per ora sospendo il giudizio, ma non volevo tacere i miei dubbi.

di Ennio Abate
“Raimondi tende, forse da sempre, a spostare la propria attenzione dall’antagonismo etico-politico alla conciliazione etico-morale, cioè al piano dell’esistenza in cui è ancora possibile o almeno sperabile costruire una forma di armoniosa condivisione. ” (Pusterla)
E già, I poeti in tempi di guerra dell’antagonismo etico-politico se ne sbarazzano volentieri, senza rimorsi. E, come preti – ah, la “sporca religione dei poeti”! – mirano alla conciliazione etico-morale. Si perdonano, ma saranno perdonati? Temo e spero di no. Anche perché fingono di non sapere che è impossibile costruire questa benedetta “forma di armoniosa condivisione” esclusivamente sul “piano dell’esistenza”. A meno di non contentarsi di coltivare il proprio giardino poetico-esistenziale-quotidiano (se lo hai) disinteressandosi a fatti come questi: ” I cadaveri attirano branchi di cani che vengono a mangiarli. A Gaza la gente sa che dovunque veda dei cani è meglio non andare”.
*Mio commento a Su “L’Atalante” di Stefano Raimondi: https://www.leparoleelecose.it/?p=50648
di Angela Villa Continua la lettura di Musica a Villa Mirabello
Oppressori e sfruttatori (in Occidente, quasi tutti; differenziati solo dal grado di potere che ne deriviamo) con la non-libertà di altri uomini si pagano l’illusione di poter scegliere e regolare la propria individuale esistenza.[…]. Oppressi e sfruttati (e tutti, in qualche misura, lo siamo; differenziati solo dal grado di impotenza che ne deriviamo) vivono inguaribilità e miseria di una vita incontrollabile, dissolta ora nella precarietà e nella paura della morte ora nella insensatezza e non-libertà della produzione e dei consumi.
(Franco Fortini, Comunismo, 1989)
di Angelo Australi
Quel pomeriggio Rutilio aveva faticato come un matto a strascicare fuori dal sottoscala un rotolo di carta enorme, spesso, carico di piegature incartapecorite nascoste da uno strato di polvere. Lo fece cadere dal piano più alto di uno scaffale ma alla fine, visto che non ci stava riuscendo, per poterlo trasportare fu costretto a chiedere l’aiuto di Spartaco. Continua la lettura di Non è solo un modo come un altro per ricordarsi del Natale