
Il comunismo nel buio (9)
a cura di Ennio Abate
STRALCI:
1.
Riprendo da un post di POLISCRITTURE SU FB :
AL VOLO
«Finché vivo, spero!».
Sono le prime parole che ci siano arrivate di Trockij. Le scrive nel 1901, a ventidue anni (sono quelle che riproduco qui sotto e che riprendo dal suo La vita è bella, Chiarelettere). Credo sia importante rileggerle oggi: per ricordarlo nel giorno della sua morte violenta, ma anche, e forse soprattutto, perché anche per coloro che non hanno niente in comune con la sua scelta politica, quelle parole dicono qualcosa.
Il rivoluzionario, più che dell’intransigenza, è la raffigurazione proprio della perseveranza, ove perseveranza significa non dimenticare il proprio impegno e tuttavia non pensare a se stessi «in missione».
Il rivoluzionario non è un «uomo in grigio», vive di passioni, di desideri. Non è una macchina per la rivoluzione, è una figura piena di volontà, che mentre riflette sulla propria sconfitta, prende le misure per iniziare un nuovo percorso. Con passione, ma anche con ragione.
Tentando di governare le sue contraddizioni e scegliendo, tra essere oppressore o eretico, di rimanere fedele a se stesso, rifiutando il fatalismo e rivendicando la scelta di esserci.
Non è il giuramento a un catechismo. E’ la convinzione che per quanto sconfitti si può ricominciare e per ciò rivendicare il diritto e la dignità di perseverare.
Da «FINCHÉ VIVO, SPERO!». PERSEVERANZA CONTRO FATALISMO
di David Bidussa
…uno scambio di opinioni, in particolare tra me e Luca Ferrieri, sulla violenza nella lotta politica. L’occasione è venuta dalla segnalazione di un ricordo di Trockij da parte dello storico David Bidussa sulla rivista on line STATI GENERALI nell’anniversario della sua uccisione. I brani tratti dal capitolo “Kronštadt, il “punto 7″ e la Nep. Democrazia e rivoluzione” della “Storia del comunismo” di Luigi Cortesi (2010), a cui sono risalito, dovrebbero aiutare ad approfondire la questione. [E. A.]
2.
LUCA FERRIERI
Trockij è finito vittima dei metodi di lotta politica violenta (anche all’interno del proprio schieramento) che in precedenza aveva ampiamente utilizzato. Ma non credo che questo autorizzi a dire che ha raccolto ciò che ha seminato, anche perché non ha certo seminato solo questo. Ricordiamo che se anarchici e bolscevichi si sono scontrati sanguinosamente a Kronštadt , trozkisti ed anarchici sono stati stretti alleati durante la guerra civile spagnola e i suoi conflitti interni. Per quanto sia convinto che la repressione violenta della rivolta di Kronštadt sia stato un errore gravissimo, che in qualche modo ha condizionato e anticipato il destino autoritario della rivoluzione russa, non credo si possa mettere storicamente sullo stesso piano un’azione militare sbagliata in un periodo di guerra civile e un omicidio a freddo, perpetrato contro una persona in esilio, utilizzando gli strumenti dello spionaggio, del tradimento e dell’agguato.
Ma nemmeno posso condividere l’affermazione di Ennio : “Anche senza ideologia avvengono molti assassinii. E altri sono stati compiuti e verranno compiuti sia dai seminatori di Pace che di Guerra”. Mi sembra intrisa di quel fatalismo che Trockij e Bidussa volevano contestare. Certo ci sono stati (ma forse non ci saranno più) uomini di pace costretti ad accettare l’omicidio politico come minore dei mali, o che lo hanno comprensibilmente considerato meno grave dello sterminio diretto o indiretto di migliaia e milioni di persone, di civili, di “innocenti”. Ma combattenti pacifisti come Gandhi, Mandela, King, Capitini, ecc., hanno rifiutato, finché possibile, di utilizzare gli stessi mezzi di lotta dei loro nemici, e hanno sempre denunciato la mancanza di coerenza tra mezzi e fini come qualcosa di capace di snaturare anche la più giusta delle battaglie. Forse l’unico omicidio che può avere una giustificazione etica (e politica) è il tirannicidio. Figuriamoci se il massacro dei marinai di Kronštadt o l’assassinio di un compagno di lotta possono ambire a questo titolo
3.
ENNIO ABATE
Luca, io pure vorrei non condividere la mia affermazione, staccarla dai miei pensieri, ma nulla lo permette. La realtà violenta della storia – «Far torto o patirlo» (Manzoni) – non fa che ripetersi. Tu stesso non puoi negare che gli assassinii ci sono stati, ci sono. Ma aggiungi: in futuro «forse non ci saranno più». Io invece – con il Fortini della voce «Comunismo»: «è la possibilità (quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante» (che non significa senza violenza!) – dico che ci saranno ancora. Non per «fatalismo» ma perché permangono (e anzi tornano a crescere) le condizioni che spingono alla violenza e a soluzioni violente dei conflitti umani. E questo pregiudica il futuro. Ma ancora. Tu stesso sei costretto a dire che grandi capi politici pacifisti « hanno rifiutato, finché possibile, di utilizzare gli stessi mezzi di lotta dei loro nemici». Quel «finché possibile», che io pure sottoscrivo senza esitazioni, dice che il confine tra pace e guerra è sempre labile (e che la pace contiene in sé spinte di guerra e viceversa). Non c’è nessuna rassegnazione da parte mia. Spero solo che, ora che si prospetta anche da noi uno stato di conflittualità più alta (spero non di guerra ) quel « finché possibile» non diventi un cedimento di fatto alla violenza che *unilateralmente* viene già esercitata dall’attuale governo nei confronti dei migranti ( e dal precedente: Minniti docuit).
4.
LUCA FERRIERI
Mi domando […] perché proprio su questo punto dovremmo deporre il punto di vista storico-materialista, e trascurare le cause che determinano questo stato di cose, che non sono eterne, “naturali”, e possono essere modificate e rimosse. E poi non capisco perché non facciamo mai un bilancio dei risultati delle azioni violente: è servito a qualcosa, per la rivoluzione russa, massacrare i marinai di Kronštadt, ammesso e non concesso che fossero “oggettivamente” alleati delle truppe bianche? A breve termine, forse, la repressione ha consolidato il gruppo dirigente bolscevico, ma lo ha snaturato e separato dal proprio popolo. Non dice niente che il primo atto dei bolscevichi fosse sostituire il soviet di Kronštadt con una “troika” di emissari del governo centrale? L’onda lunga della repressione dii Kronštadt sono la Nep, lo stalinismo, la dittatura “sul” proletariato. Come “storici” non possiamo ripetere l’errore che fecero Lenin e Trotzky come “politici”.
5.
ENNIO ABATE
I bilanci della storia vanno bene se li cnsideriamo sempre *provvisori*, *rivedibili* e *aperti* (al meglio e al peggio, purtroppo).Non ho fatto letture particolari sulla vicenda di Kronštadt, ma ho letto almeno la «Storia del comunismo» di Luigi Cortesi (2010) e condivido in pieno la sua chiave di lettura. Che è proprio questa: «Chi abbia rappresentato allora la totalità della causa e il senso della storia in atto, è questione da lasciare aperta». Ricopio, titolandoli io, alcuni stralci del suo libroche potrebbero aiutare ad approfondire la questione della violenza politica nella storia
6.
LUCA FERRIERI
Posso concordare senz’altro sull’invito a “tenere aperta” la questione di “chi abbia rappresentato la totalità della causa e il senso della storia” durante lo scontro di Kronštadt, come suggerisce Luigi Cortesi, che è stato non solo uno storico di grandissimo valore, ma anche uno dei primi, e dei pochi, a coniugare la militanza comunista e quella ecologista e pacifista (si veda il suo libro Le armi della critica. Guerra e rivoluzione pacifista, che è del 1991!).
[…]
Non credo che, nel 2018, possiamo limitarci a ripetere il ritornello liquidatorio (e stalinista), per cui chi – interno allo schieramento rivoluzionario, rappresentante dello stesso blocco sociale, soggettivamente animato dalle stesse volontà – dissenta da alcune scelte strategiche del gruppo dirigente maggioritario, diventi automaticamente un “controrivoluzionario”. Se mai è fautore di un’altra idea di rivoluzione. Nel caso specifico nemmeno questo, perché gli obiettivi conclamati della ribellione erano gli stessi della rivoluzione del ’17, erano quelli condivisi fino a qualche mese prima, con Lenin e Trotsky. Lo dice benissimo Cortesi e aggiunge: il fatto che fossero presenti a Kronštadt alcuni elementi appartenenti all’esercito bianco, con l’evidente e non raggiunto obbiettivo di cavalcare la protesta, non significa affatto che questa fosse “controrivoluzionaria”.
Da questo discende che, per quanto aspro fosse lo scontro in atto, per quanto difficile la situazione economica, per quanto la fame stesse letteralmente decimando le forze e le energie rivoluzionarie, non era né politicamente né eticamente giusto rispondere alle richieste dei marinai di Kronštadt con la repressione violenta (se mai, la difficoltà della situazione avrebbe suggerito la ricerca dell’unità)
E qui c’è il punto della continuità tra Lenin e Stalin. E’ una questione che anch’io considero aperta, il che non significa da “lasciare” aperta, che mi sembra un po’ pilatesco. Con il senno di poi, infatti, non si può negare la presenza di alcune concatenazioni che è difficile ritenere casuali. Lenin, con Trotsky, autorizza la repressione di Kronštadt, e, sotto il martello del comunismo di guerra, “è costretto” a limitare le libertà interne alla alleanza di forze che ha fatto la rivoluzione del 17. Non è un caso che proprio da questo momento Lenin abbandoni progressivamente la prospettiva di Stato e rivoluzione. Nello stesso periodo il X congresso, di cui parla Cortesi, approva il “punto 7” contro il “frazionismo” (altra parola da dimenticare: chissà perché tutti gli avversari sono “frazionisti”; Trotsky, in realtà discreto centralista, fu perseguitato con quell’epiteto fino alla fine dei suoi giorni). Forse Lenin non era d’accordo, ma lo accettò. Come noto Lenin inizia a diffidare dell’enorme potere che si sta accumulando nelle mani di Stalin e lo dice ai compagni più vicini, ma non fa alcuna battaglia politica. Lo scrive nel “testamento”: atto con valore politico pari a zero. Stalin poté ergersi almeno inizialmente a suo continuatore senza che nessuno lo smentisse. C’è dunque un filo che collega questi episodi e che culminerà con i gulag e la sostanziale sconfitta di tutti i punti programmatici dell’ottobre. Lenin poteva anche in un primo momento non rendersene conto: temeva lo strapotere di Stalin ma poteva, fino a un certo punto, illudersi che qualcuno lo potesse fermare, che nella rivoluzione ci fossero ancora gli anticorpi sufficienti. Ma noi oggi secondo me non possiamo ripetere questo errore.
Riguarda la violenza interna e quella esterna allo schieramento “rivoluzionario”. E il rapporto tra guerra e rivoluzione. Non è un caso che Lenin abbia vinto (nel ’17) anche perché aveva chiuso una guerra, e abbia perso, di fatto, nel ’21, anche perché ne aveva iniziata un’altra. La scelta di Kronštadt si è replicata in innumerevoli occasioni, in particolare in Spagna durante la guerra civile, ove i comunisti stalinisti hanno condotto una guerra parallela contro anarchici e trotskisti, e, in piccolo, anche negli anni settanta in Italia. A sottrarsi a questo destino non riuscirono né la rivoluzione culturale cinese, né quella cubana, né molte altre: le rivoluzioni del novecento hanno quasi sempre divorato se stesse e i propri figli. A salvarsi forse sono solo quelle il cui gruppo dirigente aveva fatto una scelta consapevolmente nonviolenta (Mandela) o seguiva un marxismo eretico e rivisitato (zapatisti). All’origine, secondo me, c’è infatti un’insufficienza teorica interna allo stesso marxismo: l’idea della violenza come levatrice (e lavatrice) della storia. Se si ritiene la violenza “necessaria” per prendere il potere, se si ritiene la presa del potere l’obbiettivo anche provvisorio della rivoluzione (e non un mezzo totalmente imperfetto da guardare a vista con la creazione di un’infinità di “contropoteri”), allora fatalmente la si estenderà dal nemico “esterno” a quello “interno”. Si perde ogni consapevolezza della graduazione e della diversità degli strumenti da utilizzare, a seconda delle situazioni storiche, della natura degli avversari, della priorità ultima dell’azione rivoluzionaria che è quella di costruire, o di porre le premesse per una nuova umanità. E mentre si aumenta smisuratamente il ruolo del “partito”, si annulla via via la sua “differenza” (politica, etica, ontologica) rispetto alla società che si vuole combattere. Da “coscienza esterna” torna ad essere il comitato di affari della classe, o della élite, o della setta dominante.
7.
ENNIO ABATE
«Lenin poteva anche in un primo momento non rendersene conto». Ecco qui c’è almeno il riconoscimento della imprevedibilità e di cosa gli eventi, che ci passano sotto il naso, stanno facendo maturare e che non è detto sappiamo cogliere immediatamente. «Temeva lo strapotere di Stalin ma poteva, fino a un certo punto, illudersi che qualcuno lo potesse fermare, che nella rivoluzione ci fossero ancora gli anticorpi sufficienti. Ma noi oggi secondo me non possiamo ripetere questo errore». In disaccordo parziale. Noi con tutto il senno di poi che abbiamo non possiamo toranre indietro nel tempo e suggerire a Lenin di passare immediatamente al contrattacco di Stalin. Di più. Non è detto che, in altre forme, non ripeteremmo l’errore di Lenin o quello dei rivoltosi di Kronštadt, Perché, se vogliamo tenere davvero aperta la questione (Cortesi: «“Chi abbia rappresentato allora la totalità della causa e il senso della storia in atto, è questione da lasciare aperta”»), dobbiamo dire che – un attimo prima delle decisioni finali – poteva essere un errore quello di sparare addosso ai marinai di Kronštadt, ma poteva esserlo anche il ribellarsi in quel frangente, delegittimando il partito che guidava il tentativo di rivoluzione. ( E torna in ballo il problema, tremendo e irrisolto, della dialettica tra spontaneismo ed organizzazione e della possibilità o o meno di trovare in una situazione concreta il punto di equilibrio positivo tra le due spinte contrastanti).
[…]
«A sottrarsi a questo destino non riuscirono né la rivoluzione culturale cinese, né quella cubana, né molte altre: le rivoluzioni del novecento hanno quasi sempre divorato se stesse e i propri figli» Perché le rivoluzione ( ma anche le non rivoluzioni, secondo me) divorano i loro figli? Io una spiegazione non la so dare.Tu, invece, sembri credere che dilazionare la violenza o addolcirla equivalga ad eliminare la violenza dalla storia? E sembri qu«asi avere la soluzione: la non violenza, se scrivi: « A salvarsi forse sono solo quelle il cui gruppo dirigente aveva fatto una scelta consapevolmente nonviolenta (Mandela) o seguiva un marxismo eretico e rivisitato (zapatisti)»..
[…]
secondo me, non tieni conto a sufficienza che parli da un tempo della storia, in cui sembra abbastanza chiaro e “popolare” (perché – aggiungo – parliamo dopo disastrose sconfitte) che«la violenza “necessaria” per prendere il potere» sia insensata e che sia più valida la prospettiva alla Foucault della «creazione di un’infinità di “contropoteri”). Parli, cioè, da un punto di vista politico che si è affermato e che vede come unica strada questa. E chi ci dice che questa strada sia più valida dell’altra tentata nel ’17? Io non me la sento di dirlo, pur valutando i limiti evidenti della rivoluzione del ’17. L’ipotesi della «creazione di un’infinità di “contropoteri», che per decenni e decenni lavorerebbero come talpe e che alla fine la spunteranno sui poteri forti, è affascinante ma anche un po’ consolatoria. Quelle «differenze» possono crescere da sole, in continuità, in autonomia, senza bisogno dello stimolo paterno/autoritario di un partito? Non lo so. Ma credo che “noi” abbiamo fallito non perché abbiamo creduto nella violenza levatrice della storia, distogliendoci dalla retta via della non violenza (cristiana, gandhiana, etc) o abbiamo investito energie in un partito ( meglio degli aspiranti partiti!), ma perché non si è riusciti a trovare la quadra tra ta spontaneità e l’organizzazione, tra violenza e non violenza, tra mentalità diffusa e acquisizioni teoriche di minoranze.
* Per intero l’articolo si legge QUI
Penso che il discorso sulla violenza in sostanza punti il dito sui limiti della elaborazione marxiana; e cosa analoga fa il riferimento dei Quaderni Rossi al ‘frammemto sulle macchine’; in un seminario del ’70 del Circolo Lenin (‘Teoria e prassi nel movimento operaio’, Sapere ’70) scrivevamo che l’attività politica di Marx, e la sua elaborazione, avvengono in una fase ‘speciale’ del movimento operaio, in quei pochi decenni quando condizioni materiali e coscienza politica coincidevano, e la direzione non era corpo separato dal movimento (ne fanno fede gli atti della Prima Internazionale di cui altrove dò il riferimento -nel commento alla 6a puntata). Lo iato che poi si crea è testimoniato anche geograficamente da una rivoluzione che avviene in Russia con una Prima Internazionale che s’era spostata in America.
Quindi affrontare il problema solo in termini storici significa incappare negli stessi limiti, laddove quello che manca è un approfondimento originale, che vada oltre i limiti dello stesso Marx -e tanto più di Lenin, i cui scritti teorici mirano sempre a risolvere un problema politico, con tutti i pregi e i limiti del caso.
Ma tenendo conto anche di quello che è maturato dentro, sotto e a lato dei grandi partiti revisionisti e sostanzialmente secondinternazionalisti del dopoguerra; non perchè ci abbiano lasciato direttamente qualcosa di utile – la vergogna dei D’Alema prima e del PD oggi parla da sola- ma perchè, riprendendo al ritroso il 18 Brumaio, la farsa è anch’essa una risposta a problemi reali che altrimenti non vedremmo.
Perchè alla fin fine parlare di violenza ha senso solo in riferimento alla rivoluzione e alle sue condizioni, o, come direbbe Braudel se avesse parlato di Kronstadt, parlare di un fiume che scorre senza vedere le valli che lo dirigono, scambiare vortici con emissari. In altri termini mancano troppi parametri di conoscenza, e tendiamo a sostituirli attribuendo pesi esagerati alle scelte individuali.