Dentro di noi

di Tullio Bugari

Sono sospeso nel mio dormiveglia in chissà quale mondo che un indiavolato trambusto sconquassa la casa, un gatto è apparso in corridoio sbalzato dal nulla come nessuno potrebbe fare mai.
Mi lancio verso la porta. Il gatto è seduto sulla soglia col corpo rivolto fuori e la testa alta indietro verso di me. Ostenta la calma del bullo. Io scomposto urlo, spalanco le braccia simulo goffo di saltargli addosso a piedi pari, ma non so se ho davvero l’intenzione di schiacciarlo, magari spero che s’impaurisca e davvero scappi. O reciti almeno la sua parte. Mi guarda e salta via, disordinato come soltanto i gatti sanno fare. Schizza sulle pareti. Lo inseguo gridando io davvero incontrollato, come se non sapessi fare altro, lui la bestia arriva alle scale e si precipita giù colpendo ovunque, cadono cose.
Gli grido dietro forsennato, non lo vedo più, forse l’ho cacciato davvero, non so se mi sto placando o sto solo cercando di aprirmi una pausa di ansia. Non so se al piano di sotto il portone sul giardino sia aperto, e il gatto scappato là fuori tra qualche cespuglio. Oppure si sia nascosto in un angolo a me ignoto della stanza e mi attenda sommerso tra i cuscini e le scatole vuote, qua e là sparpagliate.
Scendo con cautela. Non avverto la sua presenza. M’accorgo piuttosto di ben altra presenza, un’indefinita sostanza di niente s’addensa e mi invischia. Mi strattona sento la presa ha intenzione di stringermi ma non è soltanto questo, è l’intera scena in cui mi trovo, adesso, assai agitata. Mi divincolo ho il respiro in affanno col terrore addosso risalgo le scale correndo. Sono agitato: dovrò pur tentare qualcosa non posso tenermi quella Presenza giù nel fondo della mia casa.
Dalle stanze di sopra gli altri di casa hanno osservato tutto. Dai loro cenni mi sembra che approvino quello che ho fatto, e persino ciò che farò, ma io non capisco quanti siano davvero qui a casa insieme a me, perché non li vedo, è da dietro le porte che sbirciano quanto accade.
A questo punto non riesco a capire se torno subito in camera oppure vado in cucina. È come se mi trovassi in due luoghi contemporaneamente, sovrapponendomi all’uno o all’altro di me stesso che mi aggiro.
Eppure la cucina qualcosa c’entra, e comunque adesso è già in camera che mi trovo, è qui che di solito io dormiveglio ma ora no. E non è a questo che penso. E non so nemmeno se sto pensando qualcosa. Non afferro con esattezza ciò che mi sta accadendo, di chi sia questa esperienza. Tutto accade così veloce che già di nuovo cammino, sto stringendo nella mano un coniglio appena cucinato, tutto intero un solo pezzo, è ancora unto di olio.
Non capisco come sia finito nella mia mano. È grande quanto il gatto di prima ma ha le zampe troncate. La testa fa impressione senza gli occhi e le orecchie. Con una mano lo stringo al centro del corpo, ho il braccio disteso lo tengo lontano da me. Mi terrorizza il suo osceno divincolarsi ma non posso lasciarlo, potrebbe colpirmi, o correrebbe a nascondersi in un luogo qualunque e ne perderei il controllo.
Mi sorprendo di non sorprendermi dell’anormalità di questa scena, in apparenza sembro calmo ma soltanto perché attorno ora è tutto rallentato, anche i suoni e il mio sguardo, i miei gesti, soltanto l’essere nella mia mano s’agita scomposto e io di nuovo corro giù per le scale ma in un modo sempre più lento, avvinghiato, le gambe mi pesano e non so se sia questa la mia via di fuga. Come se ci fosse davvero una via d’uscita. Mi ritrovo tra i cuscini e le scatole vuote della stanza di sotto.
Il portone sul giardino sicuramente è chiuso ma io non faccio nemmeno in tempo a pensare di aprirlo che la Presenza mi viene addosso, di nuovo, con un impeto e una stizza peggiori di prima. Annaspo. Perdo il controllo, agito alla Presenza l’unica cosa che ho, il coniglio che si divincola, e non mi rendo conto se questo peggiori ancora di più la situazione.
Scalcio alla Presenza che mi si riversa addosso, ora sono io che mi divincolo, non ho idea di cosa può accadermi. Le voci degli altri di casa mi chiamano dal piano di sopra, così lontane che io non le comprendo. Come potrei? Non le ascolto. Urlo scomposto. Tento isterico di togliermi la Presenza di dosso ma qualcosa mi ammalia, disorienta le mie reazioni. Scalcio, do attorno manate, mi sveglio.
Esiste un attimo nel passaggio al risveglio, di pochi secondi ma non si tratta di un tempo normale, nel quale il sogno è ancora sovrapposto alla realtà. Io che scalcio atterrito alla presenza, e io che scalcio nel mio letto. O in realtà non c’è nulla da sovrapporre o afferrare: vorremmo solo scappare? Troppe cose ho dentro, come quelle scatole vuote sparpagliate a caso. Troppo chiaro in questo istante è il nesso col mondo reale che ha innescato il sogno.
C’è di mezzo persino il cibo ma non è un cibo normale, questo è stregato, somiglia a una trappola si divincola è un’esca. Anche lui alla fine è innocente. E magari lo è anche il gatto che si finge bullo, e si trova lì soltanto come controfigura, finge di scappare ma preferisce restare, guardando nascosto. E poi c’è quella presenza indescrivibile, consapevolezza di un orrore muto che avvertiamo dentro, ma non vogliamo saperne.
Ieri sera ho visto in una foto scattata a Gaza un cane randagio che rovistava tra le macerie di un bombardamento stringendo in bocca il corpo di un bimbo.

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