Gaza ancora…(3)

a cura di Ennio Abate

CONTRO LE POSIZIONI DI LUCIANO AGUZZI SUL “CONFLITTO ISRAELOPALESTINESE”


Replico qui su tre punti al commento lasciato da Luciano Aguzzi sotto un mio precedente articolo del 5 agosto 2025 di POLISCRITTURE su Facebook:
https://www.facebook.com/groups/1632439070340925/posts/4239611762956963

1.
«La guerra ha le sue regole che spesso travolgono chi la combatte e porta a risultati imprevisti da chi l’ha iniziata. Oltre alla verità andrebbe anche rispettato il realismo»
Ma spesso il realismo invocato (o realpolitik) è proprio la negazione della verità. E allora si deve scegliere: o verità o realismo (imposto dal più prepotente), quello che in fondo tu accetti quando dici: «La guerra fra Israele e Palestinesi […] è diventata una guerra di sopravvivenza, la peggiore tipologia di guerra di cui la storia ci mostra esempi. Può finire solo con la totale sconfitta di una delle due parti e l’acquisizione di tutto il territorio da parte del vincente. O tutta Palestina, senza più Israele, o tutto Israele, senza più Palestina».
2.
«Solo un esercito estraneo alle due parti, con funzioni di polizia, potrebbe cambiare la situazione. Lo Statuto dell’ONU lo prevede, ma l’ONU non funziona più. Dovrebbero mettersi d’accordo gli Usa, la Lega Araba e qualche Stato europeo, mettere in campo almeno centomila militari armati ed equipaggiati di tutto punto e occupare Gaza e Cisgiordania per forzare la mano a Israele e curare la formazione di uno Stato palestinese su basi non più terroristiche, che diventi un vicino amico di Israele.»
Pensare ad una soluzione esclusivamente o soprattutto militare mi pare una proposta irrealistica (e forse un alibi: sapendo che tale esercito non c’è e che con tutta probabilità non si potrà mai realizzarlo, perché gli Usa mai lo permetterebbero). Così finisci per scartare interventi più limitati ma di possibile efficacia (sanzioni economiche, boicottaggio dei prodotti di Israele, altre misure) da parte di Stati più disponibili a contrastare la politica genocida e razzista dell’attuale governo di Netanyahu e dei suoi alleati. (Si potrebbe ipotizzare, semmai, a una coalizione di “paesi emergenti” ma non sono in grado di valutarne le possibilità).
3
«In questa situazione, verità o no, colpevolezze o no, io sto dalla parte di Israele (Stato a democrazia imperfetta ma tuttavia di gran lunga migliore del regime di Iran e simili) e non dei criminali di Hamas i quali promettono, in un loro futuro di riconquista islamica di tutti i territori che nel passato erano stati consacrati all’Islam, di eliminare tutti gli infedeli.»

Qui, metti da parte qualsiasi analisi storica e ogni ricerca della verità, su cui potrebbe essere fondata una futura ( e non si sa più quando…) politica di convivenza. E’ vero che, allo stato attuale, è impossibile persino pensarla, perché è stata spazzata via dai recenti eventi: fatti terroristici del 23 ottobre contro civili israeliani guidati da Hamas; successiva scelta di sterminio indiscriminata di civili palestinesi da parte del governo Netanyahu. Ma tu che fai? Ti schieri spudoratamente col più forte. E lo fai – sembra di capire – in base a convinzioni, paure e pregiudizi tuoi e di molti. Scegli, cioè, di stare con una delle due “canee” (quella filoisraeliana) di cui abbiamo parlato. E senza neppure chiederti quanto – soprattutto con le ultime decisioni del governo di Netanyahu, sempre più mirate allo sterminio dei palestinesi e alla sottomissione in lager degli eventuali superstiti – si possa ancora definire democratico lo Stato di Israele; o si possa ancora sostenere che sia o sarà in futuro «di gran lunga migliore del regime di Iran e simili».
Questo – lasciando perdere le affermazioni bassamente propagandistiche e a me pare a tratti deliranti con cui definisci i tuoi nemici («Gli italiani pro-Pal sono antitaliani, antieuropei, antidemocratici, anti diritti di libertà ecc.»; «La sinistra, da Marx in poi, ha sempre coltivato una forma di antisemitismo») – basta e avanza per dissentire completamente dalla tua posizione.
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APPENDICE 1
Commento lasciato da Luciano Aguzzi

Luciano Aguzzi
La guerra ha le sue regole che spesso travolgono chi la combatte e porta a risultati imprevisti da chi l’ha iniziata. Oltre alla verità andrebbe anche rispettato il realismo, che troppo spesso è sacrificato all’ideologia e alla propaganda. La guerra fra Israele e Palestinesi (non solo Hamas, ma la Palestina nel suo insieme che ha alimentato già 80 anni di guerra, di terrorismo anche in altri Stati, fra cui l’Italia) è diventata una guerra di sopravvivenza, la peggiore tipologia di guerra di cui la storia ci mostra esempi. Può finire solo con la totale sconfitta di una delle due parti e l’acquisizione di tutto il territorio da parte del vincente. O tutta Palestina, senza più Israele, o tutto Israele, senza più Palestina. Questa è la situazione attuale.
Solo un esercito estraneo alle due parti, con funzioni di polizia, potrebbe cambiare la situazione. Lo Statuto dell’ONU lo prevede, ma l’ONU non funziona più. Dovrebbero mettersi d’accordo gli Usa, la Lega Araba e qualche Stato europeo, mettere in campo almeno centomila militari armati ed equipaggiati di tutto punto e occupare Gaza e Cisgiordania per forzare la mano a Israele e curare la formazione di uno Stato palestinese su basi non più terroristiche, che diventi un vicino amico di Israele.
Alla fine della Seconda guerra mondiale è avvenuto qualcosa di simile: Italia, Germania e Giappone hanno cambiato profondamente il loro regime e sono diventati Paesi amici e alleati dei loro ex nemici.
Senza un intervento di terza parte e senza una conclusione analoga non ci sarà pace fra Israele e Palestina sinché i due esisteranno condannati a convivere in un territorio che entrambi rivendicano in esclusiva.
In questa situazione, verità o no, colpevolezze o no, io sto dalla parte di Israele (Stato a democrazia imperfetta ma tuttavia di gran lunga migliore del regime di Iran e simili) e non dei criminali di Hamas i quali promettono, in un loro futuro di riconquista islamica di tutti i territori che nel passato erano stati consacrati all’Islam, di eliminare tutti gli infedeli. Nessuno ci ha fatto caso, ma nell’elenco dei territori da riconquistare c’è anche la Sicilia, che nel passato è stata arabizzata per qualche tempo.
In una visione geopolitica di lungo raggio Israele non è nemico dell’Europa e tanto meno dell’Italia, mentre l’islamismo radicale di quasi tutti i movimenti e partiti palestinesi sì, lo sono. Gli italiani pro-Pal sono antitaliani, antieuropei, antidemocratici, anti diritti di libertà ecc. Per chi pretende d’essere «progressista» è assurdo essere pro-Pal.
Le chiacchiere sulla resistenza palestinese, lotta contro l’occupazione, contro l’imperialismo ecc. ecc. sono chiacchiere prive di ogni fondamento storico. Fondate invece sull’odio.
La sinistra, da Marx in poi, ha sempre coltivato una forma di antisemitismo: quella che identifica gli ebrei con la crema dei capitalisti, usurai, banchieri ecc. ecc., con una delle colonne della società capitalistica ecc. Storicamente è falso. Ma l’odio irrazionale, non la ragione e il realismo, ha sempre alimentato l’antisemitismo in tutte le sue forme. Gli anti-ebrei per presunti motivi politici non sono migliori degli anti-ebrei per motivi religiosi o culturali o razziali.
Fra l’altro, gli ebrei si sono sempre integrati benissimo negli Stati di cui sono cittadini e hanno dato contributi importanti alla politica, alla cultura, alla scienza, all’industria ecc., senza fare proselitismo né manifestare ostilità particolari verso gli altri cittadini, mentre l’islamismo radicale fa esattamente il contrario: proselitismo aggressivo, chiusura in comunità proprie, rivendicazioni di riconoscimento della sharia e delle loro particolarità di costume e culturali, ostilità verso gli infedeli, dichiarazioni allarmanti su un futuro in cui tutta l’Europa sarà islamica e sottoposta alla sharia, ecc.
Ho avuto per anni colleghi ebrei praticanti, e non me ne ero nemmeno accorto, perché in tutto e per tutto italiani al cento per cento. Ma quando ho frequentato degli islamici (nel 1972/1973 ho condiviso la camera alla casa dello studente di Belgrado per un intero anno accademico con un palestinese; in Italia ho avuto rapporti di lavoro e collaborazione con islamici per anni) non ho potuto ignorare la profonda differenza di mentalità e di costumi. Accettabile e senza problemi particolari con islamici moderati, ma inaccettabile con quelli radicalizzati, che poi sono quasi tutti quelli il cui sentimento religioso è profondo, perché uno dei problemi sta in una religione ancora lontana dal processo di secolarizzazione che ha moderato il cattolicesimo e resi inoperanti i suoi spiriti di intolleranza che nel passato hanno prodotto guerre e altro.
L’Islam secolarizzato è oggi, ancora, una minoranza. Il resto sviluppa un rapporto di ostilità con tutti gli aspetti dell’attuale vita politica e culturale europea.
Dire religione non è solo dire religione. Ma, come sappiamo, vuol dire l’intero sistema di vita, materiale e culturale e spirituale.
I marxisti, a suo tempo (1979), hanno sostenuto Khomeini nella rivoluzione iraniana contro lo scià Mohammad Reza Pahlavi, e hanno ottenuto un regime politico di gran lunga peggiore del precedente, che certo non era encomiabile. Ricordo che fra le poche voci di dissenso ci fu quella del sociologo marxista Umberto Melotti e a rileggere oggi i suoi scritti non si può che dire che aveva ragione al cento per cento. L’eterogenesi dei fini ha spesso ingannato i marxisti molto attenti all’ideologia e poco alle reali dinamiche della storia.
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APPENDICE 2

Scambio tra me e Giorgio Mascitelli

le teste battevano nelle vecchie bufere/ [Palestina]

La disputa sulla parola genocidio non è una disputa nominalistica, da sesso degli angeli, ma è politicamente molto concreta. Chi usa questo termine sta dicendo che a Gaza va fatta cessare la violenza in maniera incondizionata e così facendo mette in crisi l’apparato di sostegno all’operazione israeliana; chi lo contesta sta dicendo che, pur essendo magari dispiaciuto per le vittime civili, afferma che Israele sta compiendo un’operazione militare come tante altre e quindi appoggia l’apparato di sostegno.

Ennio Abate
“La disputa sulla parola genocidio non è una disputa nominalistica, da sesso degli angeli, ma è politicamente molto concreta. ” (Mascitelli)

Con amarezza penso che, pur non essendo nominalistica, è una disputa politicamente inerte.
Non basta il nostro dire, perché è disorganizzato e rischia la chiacchiera a vuoto (o al massimo la testimonianza da esterni al conflitto).
Il partito di chi è “dispiaciuto per le vittime civili,[e] afferma che Israele sta compiendo un’operazione militare come tante altre” c’è. Ed è potente.
Il partito di chi ” sta dicendo che a Gaza va fatta cessare la violenza in maniera incondizionata” non c’è e forse non riuscirà mai a nascere.

15 pensieri su “Gaza ancora…(3)

  1. DA POLISCRITTURE su Facebook

    Luciano Aguzzi

    Caro Ennio, siamo, sì, in totale dissenso, anche perché tu prendi a bersaglio – come fai di solito – non quello che io ho detto, ma quello che tu credi che io abbia detto. Faccio un solo esempio.
    Tu scrivi: «il realismo invocato (o realpolitik) è proprio la negazione della verità». Ma chi ha parlato di realpolitik? Io mi riferivo e riferisco agli studi sulla guerra, come fenomeno complesso e collettivo. Ci sono una marea di studi da ogni punto di vista: storico, politologico, sociologico, biosociologico, etologico, psicologico, psicoanalitico ecc. ecc. che ci permettono di conoscere la guerra nella sua realtà, che spesso non coincide con le narrazioni che se ne fanno. Ciò non ha nulla a che fare con quel particolare indirizzo politico detto «realpolitik». Lo studio della realtà della guerra ci dice che è un fenomeno in parte, grande o minore secondo i casi, irrazionale e non riducibile né spiegabile razionalmente. Ci sono in essa meccanismi vari non controllabili, anche perché ignorati e negati dai combattenti. I motivi per cui le guerre iniziano e proseguono vengono razionalizzati in narrazioni che non rappresentano la spiegazione ma solo la strumentalizzazione e spesso falsificazione dei veri motivi. Le conseguenze delle guerre quasi sempre sono diverse da ciò a cui i promotori di esse volevano arrivare. Le guerre creano ferite che la storia, in periodi a volte anche lunghi, ha il compito di cicatrizzare. L’etica c’entra qualcosa, ma non molto. I trattati che concludono le guerre non sono ispirati da questioni etiche ma da da motivi e interessi totalmente diversi. Del resto non c’è nessun accordo su un’etica comune e di solito i combattenti applicano standard etici diversi.
    E potrei continuare ancora a lungo.
    Quali i rimedi per evitare le guerre? Duemila anni di studi hanno elaborato due tipi di rimedi: 1) riorientare culturalmente gli individui e le comunità, con l’educazione, la condivisione di valori comuni come l’arte, la scienza ecc. ecc., in modo che le pulsioni aggressive si trasferiscano e si realizzino in forme diverse dalla guerra. 2) Ciò però, a giudizio quasi unanime, non è sufficiente, ma occorre la repressione delle forme nocive di aggressività, cioè occorre realizzare un ordinamento giuridico penale internazionale analogo a quello interno agli Stati, che ora garantisce abbastanza la «pace interna», per garantire la «pace esterna». Quindi, una federazione di Stati, possibilmente mondiale, con un proprio codice penale valido per tutti gli Stati, e organi, fra cui un sufficiente esercito, per obbligare tutti al rispetto del codice penale internazionale. Questa idea non è di Kant, sebbene spesso a lui riferita, ma attraversa tutta la storia della cultura occidentale, da Tucidide in poi, ed è già chiara e compiutamente elaborata in Platone. Si tratta di sostituire alla legge del più forte, una legge comune internazionale e renderla più forte delle più forti potenze. Questa dottrina la si trova in centinaia di filosofi diversi e solo nel Novecento abbiamo oltre cinquanta progetti per la «pace perpetua». Ne trattano Russell, Einstein, Freud ecc. ecc. La elaborazione più vicina alla realizzazione, sino a oggi, è lo Statuto dell’ONU, però fallimentare proprio perché manca della forza di imporre una legge positiva e di obbligare al suo rispetto con un esercito in funzione di polizia internazionale. In mancanza di una legge positiva e di forza per farla rispettare, tutto il cosiddetto diritto internazionale, per quel che riguarda il «diritto alla guerra» [jus ad bellum] e il «diritto nella guerra / regole di conduzione della guerra» [jus in bello], in realtà è un insieme di consigli e raccomandazioni senza effettivo valore cogente.
    Le guerre di oggi, inoltre, a partire dalla Seconda guerra mondiale, hanno perso ogni forma di «ritualizzazione» e di comportamenti dettati dal «senso dell’onore», che in qualcosa limitavano, inibivano ciò che oggi si chiama «guerra totale», in cui l’obiettivo da distruggere comprende anche i civili, le abitazioni e ogni bersaglio non strettamente militare. Ogni inibizione, del resto, è caduta anche a causa delle armi moderne che permettono di uccidere a distanza e con più efficacia. Pertanto, la guerra ha assunto sempre più le caratteristiche di una «macchina» di cui nessuna persona, presa singolarmente, si sente responsabile, ma è un’impresa collettiva che coinvolge anche civili, donne e bambini, animati da un «entusiasmo» irrazionale ben studiato dalla psicoanalisi. Hitler e Mussolini, a suo tempo, godettero di un ampio consenso e i popoli tedesco e italiano festeggiarono l’entrata in guerra. I palestinesi hanno festeggiato l’impresa di Hamas del 7 ottobre 2023 senza mostrare nessuna empatia per i bambini e le donne uccise in modo atroce. Oggi c’è un bla bla bla pseudoumanitaristico contro Israele ma in realtà Israele è pressoché lasciato solo, non c’è un intervento internazionale per fermare la guerra e cicatrizzare le ferite, dando sicurezza a Israele e un territorio e uno Stato ai palestinesi. In questa situazione, piaccia o non piaccia, la guerra non ha soluzioni e non avrà fine se non con la completa sconfitta di Israele o Palestina. Serve a poco chiacchierarci sopra.
    È in questo contesto, che io dico che, comunque, qualunque siano le ragioni e i torti, preferisco la vittoria di Israele. Nella prospettiva futura geopolitica mi dà più garanzie e sicurezza. Non è, o non è solo, una questione etica. È una questione di sopravvivenza, intesa non solo in senso individuale (a 81 anni potrei anche fregarmene), ma soprattutto in senso collettivo, e, diciamolo pure, di civiltà.
    *
    I marxisti hanno sempre trascurato, anzi si sono opposti, a considerare i comportamenti umani, individuali e collettivi, di gruppi e di Stati, in questo modo. E hanno sempre regolarmente fallito. Fallito in tre sensi e modi:
    1) Quando hanno vinto e hanno conquistato il potere, hanno realizzato regimi dittatoriali che non hanno niente a che fare con le motivazioni di partenza (uguaglianza, fraternità, libertà e valori simili). Sempre così, senza mai una sola eccezione.
    2) Quando hanno adottato una linea socialdemocratica hanno finito per perdere di vista il loro programma riducendolo a una comune base liberaldemocratica con qualche assistenza sociale in più. Ma niente di autenticamente socialista e/o comunista.
    3) Quando hanno perso sono stati schiacciati o rimasti minoranza, spesso piccolissima minoranza, di opposizione.
    *
    Mi piacerebbe che la storiografia marxista mi spiegasse perché in Italia il fascismo e in Germania il Nazismo hanno vinto con tanta facilità e in che modo la sinistra socialista e comunista ha facilitato la vittoria con i propri errori. Ho letto tanti libri ma nessuno risponde in modo soddisfacente a una domanda così semplice. Permane una reticenza di fondo, una incapacità di fondo di smuoversi da un immaginario e da una narrazione fuori dalla realtà storica. «Realtà» come effettivo comportamento, come «fisica» e «chimica» dei fatti sociali complessi, non come «realpolitik».

    Ennio Abate

    Grazie della nuova replica. Appena posso, aggiungerò altre mie obiezioni. Per il momento preciso soltanto che giustamente realpolitik non è equivalente (esatto o quasi) di realismo, come quell’ o può far intendere.

  2. Suggerisco a Luciano Aguzzi e all’amico Ennio Abate un tentativo di verifica attraverso il concetto – egualmente complesso ma meno empirico di “realtà” – di “disincanto”, che contiene in sé l’abbandono della narrazione e il riconoscimento della violenza.
    Un saluto a tutti.

    1. E chi – dei due – non riconoscerebbe la “violenza”?
      Non afferro bene l’obiezione.
      In altri termini, un “riconoscimento della violenza”: 1. come si manifesterebbe; 2. cosa correggerebbe nella mia posizione o in quella di Aguzzi; 3. chi nel conflitto in corso dimostra di averlo compiuto.

        1. “E dall’interno dell’antro rispose il forte Polifemo:
          «Amici, Nessuno mi uccide con l’inganno, e non con la forza».

          (Odissea, IX )

          1. Concordo, è l’inganno – prima dello spirito e poi delle parole – che uccide per conto di istanze molto meno astratte.

  3. Non vedo che senso abbia prendere in considerazione le parole di Aguzzi, piene di ideologismi e propaganda da strapazzo che farebbe invidia al Berlusconi dei bei tempi, dalle affermazioni sui proPal a quelle sull’antisemnitismo è un regurgitare sciocchezze (al tempi di B si urlavano nelle sue TV, adesso purtroppo per lui non scritturano più) travestite da arguzie storiche. Il tutto per difendere dei genocidi.
    Vogliamo mettere dei limiti alla svergognatezza e ignorare questi relitti?

    1. Cancelliamo, coraggio, lo scritto di Benjamin sulla violenza e la Dialettica dell’Illuminismo, che ci importa delle Nevrosi di guerra e del Todestrieb! Che muoia Carl Shmidt e che muoia Peter Handke! Affrettiamoci a colmare i piccoli canali puzzolenti! A noi solo interessa il Genocidio e chi non si schiera è complice.

      1. @ Ezio

        Invece di accusare innominati cancellatori dello scritto di Benjamin sulla violenza o della Dialettica dell’Illuminismo o indifferenti a Carl Shmidt ( o è Schmitt?) o a Handke non sarebbe il caso di dire cosa aiuterebbero a capire di più delle guerre e dei crimini(se non genocidi) in corso?

        1. Cosa dovrei fare secondo te, condensare un secolo di riflessioni sulla violenza in un testo di trenta righe? Chi può, e ha voglia, studierà. Se c’è bisogno di aiuto, come un vecchio zio, non mi tirerò certo indietro. Rifiutare tutto però, in nome di una “bella anima” non serve a niente.
          (Sì, “Shmidt” è un refuso; del resto tu sai quanti io riesca a farne. Sorry).

          1. @ Ezio

            “Cosa dovrei fare secondo te, condensare un secolo di riflessioni sulla violenza in un testo di trenta righe? ”

            Anche, Perché no. (Oppure in una serie di testi di trenta righe o capitoletti numerati o post). Certo, con la doverosa raccomandazione (o auspicio): “Chi può, e ha voglia, studierà. ”
            Ma non possiamo ignorare che le condizioni di vita odierne e i nuovi media rendono quasi impossibile ai molti la lettura persino delle auspicabili “trenta righe”. (Cosa che, comunque, accadeva anche ai vecchi tempi della militanza politica: non è che gli operai e gli studenti avessero chissà che conoscenza approfondita dei testi di Marx etc).
            A che servono i “tesori” della Cultura se restano accessibili ai soli specialisti e e ai “cultori della materia”?

  4. DA POLISCRITTURE su Facebook

    @ Luciano Aguzzi

    Sì, il dissenso tra noi è totale e per la ragione che ho già indicato: «Ti schieri spudoratamente col più forte. E lo fai – sembra di capire – in base a convinzioni, paure e pregiudizi tuoi e di molti. Scegli, cioè, di stare con un delle due “canee” (quella filoisraeliana)».
    Il confronto è, dunque, impossibile. Mi limito, perciò, a farti notare che nella tua replica salti completamente il discorso sulla verità appigliandoti a un punto secondario: la distinzione tra realismo e realpolitik. E, per il resto, richiami in modo indeterminato la «marea di studi» sulla guerra. Ma a che scopo? I punti che li riassumono (« è un fenomeno in parte, grande o minore secondo i casi, irrazionale e non riducibile né spiegabile razionalmente…Ci sono in essa meccanismi vari non controllabili..Le guerre creano ferite …Le guerre creano ferite .. i combattenti applicano standard etici diversi».), non paiono suggerirti più cautela di fronte alla complessità dei fenomeni o volontà di approfondimento. Hai scelto e demonizzi a senso unico Hamas, i palestinesi, i marxisti. E temo che nel «bla bla bla pseudoumanitaristico contro Israele» fai rientrare anche posizioni per me coraggiose e meditate come quelle di Stefano Levi della Torre, Anna Foa, Grossmann, Bartov e altri.

  5. penso che il pretesto della ‘Complessità’ non potrà mai negare l’elementarità’ dei principi della coscienza universale umana: rispetto per la vita, la giustizia…La complessità spesso si riassume nell’avere, qui e ora, le armi distruttive più potenti

  6. Perché, caro Ennio, cerco di spiegare quel che ho imparato (e come) a chi domanda. Dovessi raccontare – un esempio solo – del gioco del nipote di Freud e della genesi di “Al di là del principio di piacere”, avrei bisogno di mesi solo per stendere una bozza. E così scelgo, come tutti noi, tra un lavoro possibile e un altro.
    Sulla mia scrivania in questi giorni ci sono i due volumi dei “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica” perché penso, o spero, che nella categoria marxiana di “equivalente universale” ci sia qualcosa che abbia a che fare con il Linguaggio, e io sto scrivendo sul linguaggio.
    Spiegare a Paolo Gustavo che le infernali maledizioni di Dante nella Commedia non esisterebbero senza la traduzione dell’Aquinate delle etiche aristoteliche, non è mio dovere, non come comunista e neanche come intellettuale.
    “Non ho niente da dirvi, però posso provare a rispondere a delle domande, se ne avete”, credo che la citazione ti sia nota.

    (Chiedo scusa ma, per qualche misterioso motivo, l’opzione “rispondi” sotto il tuo testo non era attiva, e dunque ti rispondo qui. Sposta pure tutto, se vuoi).

    Un abbraccio.

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