Riordinadiario agosto 2025 (1)

Stralci di letture da Facebook e dal Web

a cura di Ennio Abate

1 agosto 2025

Nicola Lagioia
https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=pfbid02efhznd7Es72ZLhcyfoZ23JohEJvRPqNcqGszPxTcozLVWXKncAPSA3yczR4v9McBl&id=1057334081

“Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: “genocidio”. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì. Ma vede, questa parola serve principalmente per dare una definizione o per fini giuridici: io invece voglio parlare come un essere umano che è nato dentro questo conflitto e ha avuto l’intera esistenza devastata dall’Occupazione e dalla guerra. Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. Genocidio”.

David Grossman – il più noto scrittore israeliano contemporaneo – intervistato oggi da Francesca Cafieri su Repubblica.

Lavinia Marchetti
https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=pfbid0F73Xhipc3nkGhG5N7hVXGK1Hg3jy5WY4PgQsngEoynr3BqJSY9Brr1MrBr8xePMpl&id=61554708501839

“DORMONO INSIEME PER VIVERE O MORIRE INSIEME”. GAZA VISTA DAGLI OCCHI DEI MEDICI STRANIERI

In un articolo pubblicato su El País il 31 luglio 2025 leggiamo le dichiarazioni di vari medici che hanno operato a Gaza. Dichiarazioni che non necessitano commenti sensazionalistici, ma solo di essere ascoltate, una per una, nella loro nuda verità. Le riporto qui, con cura, seguite da una riflessione.

“Dormono insieme per vivere o morire insieme” — Graeme Groom

Non è una frase simbolica. È un ordine pratico, quotidiano. A Gaza, si dorme nello stesso angolo perché il missile arrivi a tutti, oppure a nessuno. Non c’è scelta. Non c’è stanza per separarsi. La famiglia non protegge, trattiene. I corpi si uniscono perché la morte non debba sceglierne uno soltanto.

“Tutto cambia appena 30 secondi dopo essere usciti dal complesso militare” — James Smith

Trenta secondi. Il tempo di attraversare un cancello. Di là: case divelte, sangue rappreso sull’asfalto, fame. Di qua: serre ordinate, cartelli stradali puliti, distributori automatici. Non è uno iato tra due mondi, è il prolungamento di uno stesso disegno. L’opulenza come schiaffo. L’ordine come testimonianza del disprezzo.

“Mi sembra che gli animali abbiano più diritti nel Regno Unito che i palestinesi nella loro terra” — James Smith

Non è un paragone. È una constatazione. Nel Regno Unito, un cane ha diritto a cure veterinarie gratuite in casi d’urgenza. A Gaza, un neonato muore perché il latte non passa. Questo è il rapporto di forze: tra chi può morire e chi ha almeno una ciotola.

“Aveva bisogno di un catetere endovenoso mentre operava, perché non mangiava da due giorni” — Ana Jeelani

Un chirurgo affamato che tiene il braccio fermo con l’ago dentro. E taglia, cuce, pulisce ferite aperte. A stomaco vuoto, con la testa che gira. Ogni operazione è una forma estrema di resistenza. E una vergogna per chi lo ha costretto a farlo.

“Durante tre o quattro giorni alla settimana non mangiano nulla. Leccano il sale e bevono acqua per addormentarsi” — Groom, parlando del dottor Nissa Abu Dhaka

Una famiglia intera che succhia il sale come i cavalli nelle stalle. L’acqua come unico sollievo per ingannare lo stomaco. È questo il livello della fame. Non come parola, ma come gesto. Il gesto di un padre che dice ai figli: fate così, così vi passa.

Edoardo Morello
https://www.facebook.com/100005517257891/videos/669126372815885

“Hai un proiettile in canna?”

Una voce lo chiede in ebraico, come se stessero preparando un gioco. Poi uno schianto secco, un tonfo che non lascia dubbi. L’uomo cade. Non stava minacciando nessuno, non correva, non imbracciava armi. Era solo un civile. Disarmato. Inerme.

“Wow, che video. Sì! Figlio di puttana!”

Esultano. Sì, esultano. Come fosse un videogioco. Come fosse una sfida tra adolescenti ubriachi di violenza.

2 agosto 25

Sergio Bologna
https://www.officinaprimomaggio.eu/milano-al-nocciolo-della-questione/?utm_source=substack&utm_medium=email


Ho parlato, a proposito del “Foglio” di Giuliano F., di baccanale dell’osceno. Ma si legge anche di peggio, come quando si scrive che la decisione di non aumentare gli asili nido in proporzione ai nuovi immobili, è stata una scelta razionale, anzi, scientifica, perché tiene conto dell’”inverno demografico”. Perché buttar via soldi a costruire asili nido se le donne non fanno più figli?

E anche questo, in ultima istanza, ci riporta al problema del lavoro. Quante giovani donne al colloquio d’assunzione si sono sentite chiedere se hanno intenzione di far figli? E se rispondevano, “Sì” le rimandavano indietro.

Dietro all’ignobile appropriazione dello spazio urbano c’è sempre il degrado della condizione lavorativa. O si riparte da lì, dalla ribellione alle condizioni lavorative umilianti, oppure le inchieste giudiziarie, pur benvenute, non cambieranno le cose.

Roberto Fineschi
https://www.facebook.com/roberto.fineschi/posts/pfbid026vRcheH2Yz7Kf6b18RS7F4ttKHCLUpWm82sGiAcrkvFZcCv8kdq7qVQM71e1Bgcwl

L’ormai avanzato processo di deindustrializzazione rischia un’accelerazione vertiginosa con i dazi trumpiani. Se diciamo di sì a patti così svantaggiosi evidentemente ci sono delle pressioni “non convenzionali” sotto il tavolo alle quali non si può dire di no…
Da potenza manifatturiera diventeremo villaggio vacanze: tenutari di alberghi da una parte, camerieri dall’altra…
Ma non scordiamoci la risorsa decisiva alla quale già molti in verità stanno ricorrendo: la prostituzione! Per ora molti pionieri, presto verrà il tempo delle masse!

Eros Barone su Piergiorgio Bellocchio
https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/30418-eros-barone-l-italia-di-bellocchio-e-di-camus.html

nella rivista si espressero le ragioni di una cultura di sinistra che, nutrita ad un tempo dalla Scuola di Francoforte e dalla lezione dell’azionismo e di Gobetti, si inseriva nel tronco della tradizione marxista e rivoluzionaria del socialismo. Una sintesi che trovava la sua espressione paradigmatica nella prosa nitida ed elegante di Piergiorgio Bellocchio.

l gruppo dei Quaderni Piacentini sembrava scaturire dai figli inquieti del più inquieto Fortini, che riconoscevano negli scontri di piazza i segnali della ribellione al sistema, ma rifiutavano di scendere nella mischia restando alla finestra a guardare, curiosi e distanti, critici anche nei confronti degli stessi “compagni di strada” e protesi sempre alla ricerca di radicate certezze, di valori non effimeri, di un’educazione capace di durare perché capace di formare.
Nella lotta politica e sociale si impegnarono invece i Rieser e i Viale, mentre Bellocchio e Grazia Cherchi si misero a disposizione per pubblicare gli interventi degli altri, rimanendo incerti fino all’ultimo: proprio loro che con sicurezza avevano sempre distinto e indicato i “libri da leggere” e quelli “da non leggere”. La lotta armata, l’autonomia e tutto il resto ridussero lo spazio per quel genere di postura e allora tornare a casa divenne urgente, l’unico modo per non sparire nel “gorgo” e continuare in solitudine ad elaborare quel che era stato e ancora avveniva.

Pavlovic Dijana
https://www.facebook.com/pavlovic.dijana.3/posts/pfbid026m2snDNQiLiRvCgKdvRLiPaK3QystCdEYWxNibZP1thckW5G3bUhD5woBt24D8eXl

Oggi, 2 agosto, ricordiamo il Porrajmos, il genocidio del nostro popolo: oltre 500.000 rom e sinti sterminati dal nazismo e dai suoi alleati in tutta Europa. Ricordiamo i nostri bambini uccisi, le donne sterilizzate, i corpi bruciati ad Auschwitz-Birkenau nello Zigeunerlager. Ricordiamo, come ogni anno, in un silenzio che ancora oggi accompagna la nostra memoria dimenticata dalle istituzioni e dai libri di storia.
Ma non possiamo commemorare il nostro genocidio restando in silenzio davanti al genocidio in corso a Gaza.
Il Porrajmos ci obbliga a guardare Gaza – senza ipocrisie.

3 agosto 25

Mario Gangarossa
https://www.facebook.com/mario.gangarossa.1/posts/pfbid02vS891ZWC6yegF8qb7eF5NxpsDbQu7r4NwZy4xhPMnwjJ5PJrEccnLddBYtZaB7w2l

Non posso farci nulla ma questa pubblicità di un vino prodotto da una cooperativa che gestisce le terre sequestrate alla mafia la trovo oscena.
Usare il nome di una storica vittima della mafia per vendere qualche bottiglia di vino in più a me da fastidio.

Stefano G. Azzarà

https://www.facebook.com/stefano.azzara/posts/pfbid02PZxA5RtWGVpedEJBP4gRr71NV66m8YXAaakSafbB8zXxPEdxt1Se78Gu7wh1CQz7l

La parola gen**idio
Nemmeno lontanamente il problema di fronte al quale siamo è la definizione giuridica di genocidio. Chi pensa questo è incapace di vedere la contraddizione principale sul piano politico ma anche filosofico-politico. Chi si impelaga in queste discussioni pretestuose da talk show di LA7, o vi si fa trascinare da quanti hanno interesse a fare confusione, può forse superare l’esame di diritto penale internazionale ma è negato per la realtà e per la lotta di classe nel dibattito culturale.
Il problema di questa battaglia per le parole è il riconoscimento della dignità umana dei pal**tinesi.
Nella situazione data, battersi per l’uso di questa parola che è esclusiva per qualcuno ma tabù se riferita ad altri, indipendentemente dalla sua adeguatezza sul piano formale secondo questa o quella definizione, è battersi per il riconoscimento; negarla è negare questo riconoscimento. Negarla è dire che i pal**tinesi sono un po’ meno uomini di altri e non meritano certe parole.


Jacopo Tondelli

https://www.glistatigenerali.com/esteri/medio-oriente/la-parola-genocidio/?fbclid=IwY2xjawL8unFleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFJSzJnaG9pbzlpSHpCdE9yAR7Ky4J6ZWrKn7wmLvu6usWu8VWtCQcRyQxEwsyA0FTS5-X5OdJKzkjMAZZvGA_aem_Oru–vImU6Q6j6QQ_Oi1bw

In Israele, di recente, due importanti ONG israeliane hanno adottato, sulla base di ricerche documentate, la definizione di genocidio per quanto è successo, sta succedendo, e probabilmente, drammaticamente continuerà a succedere a Gaza. Una delle due, Btselem, è una delle realtà pacifiste più importanti, solide e autorevoli dello stato ebraico, e probabilmente la sua presa di posizione ha avuto un ruolo importante nel portare uno dei più noti scrittori del mondo, David Grossman, a parlare così a Francesca Caferri di Repubblica: 

queste prese di posizione sono germi di speranza e resistenza che vanno ovviamente coltivati, apprezzati, difesi. Il coraggio di chiamare quanto fa il proprio paese a Gaza col nome più disonorevole tra i vari nomi disonorevoli che hanno i crimini contro l’umanità, certo non convincerà chi è convinto che sia falso, e che sia comunque la cosa giusta: ma forse aiuterà a spostare qualche coscienza, decine o centinaia di giusti, che magari troveranno il coraggio di parlare, di convincere altri. E magari così si salverà qualche vita, almeno questo. Non è molto, ma è quel che si può.

4 agosto 25

Federico Ferrari su Antinomie
https://antinomie.it/index.php/2025/07/31/il-fondo-dellaria/

Un mondo in cui l’inversione e la separazione tra reale e virtuale è compiuta. La realtà spettacolare è divenuta talmente totalizzante da creare, come dicevo, una sorta di allucinazione collettiva in cui ogni affermazione è completamente scollegata da quel che designa e non fa altro che sospingere verso una dimensione post-veritativa e, ancor più grave, di post-realtà. Si mette in scena la diseguaglianza, la si guarda come uno spettacolo esotico ed esteticamente appagante, il tutto all’interno di uno spazio protetto (in genere il museo), per poi mettere in pratica forme di esclusione reale per chi, appena fuori dello spazio protetto, è vittima di processi di ingiustizia sociale.
[…]
Ma il reale, la solida base materiale che è all’origine di ogni lotta in quanto lotta per un’esistenza altra, può davvero scomparire? Possiamo veramente pensare che se la lotta di classe non esiste praticamente più sia perché non esistono più le classi? Se il proletariato diffuso, oggi, diserta i referendum sui diritti dei lavoratori, e si batte invece per avere delle scarpe Nike, è perché tutti gli altri problemi (la sua riduzione a carne da macello, lo sfruttamento, l’immobilità sociale, la proletarizzazione culturale, l’assenza di orizzonti di radicale cambiamento) sono scomparsi e sono, ormai, ridotti a rovine di un passato anacronistico?
Sinceramente, non credo. Non lo credo, perché la realtà è indistruttibile. Si può celarla, depistarla tramite prompt algoritmici, bias (pregiudizi) e semplificazioni, ridurla a elemento estetico manipolabile, si può arrivare a rimuoverla, persino a forcluderla, ma non si può sopprimerla. Il reale ritorna. E quanto più lo si è negato e lo si continua a negare, tanto più esso si prepara a ritornare con forza.


Recensioni letterarie
https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=pfbid02ud3fByhWrxSQYwv2Biq66hJADiTScita3d5vGPy2m3aPASQdr1f6Q2JPewuRXAJ1l&id=61559972062314

“Dialettica dell’illuminismo” si presenta come una delle opere più penetranti e inquietanti della filosofia del Novecento, capace di smascherare le contraddizioni profonde che attraversano la modernità occidentale. Horkheimer e Adorno compiono un’operazione intellettuale di straordinaria audacia: ribaltare completamente la narrazione tradizionale del progresso, mostrando come il progetto emancipatorio dell’Illuminismo si sia trasformato nel suo esatto contrario.
[…]
i due filosofi tedeschi si discostano dal marxismo ortodosso. Mentre quest’ultimo individua nella proprietà privata la radice dell’oppressione, Horkheimer e Adorno spostano il focus su qualcosa di più profondo e insidioso: la volontà di potenza inscritta nel DNA stesso della razionalità occidentale. Questa intuizione li porta a una conclusione sconvolgente per l’epoca: anche l’abolizione della proprietà privata, come dimostrato dall’esperienza sovietica, non garantisce affatto la liberazione dell’uomo.
L’opera si muove su più registri, alternando analisi filosofica rigorosa a incursioni nella mitologia e nella letteratura. L’excursus su Odisseo è esemplare in questo senso: trasformando l’eroe omerico in una metafora dell’uomo moderno, gli autori riescono a condensare in poche pagine secoli di storia della civiltà occidentale. L’immagine di Ulisse legato all’albero maestro per resistere al canto delle sirene diventa il simbolo perfetto di una condizione umana segnata dalla rinuncia e dall’autorepressione.
La forza dirompente del libro sta anche nella sua capacità di anticipare molte delle questioni che caratterizzeranno il dibattito successivo: dalla critica dell’industria culturale all’analisi dei meccanismi dell’antisemitismo, fino alla riflessione sui paradossi della tecnologia.
“Dialettica dell’illuminismo” è un’opera profondamente tragica, che costringe il lettore a confrontarsi con le aporie irrisolte della modernità senza la consolazione di prospettive redentive immediate.

(continua)

9 pensieri su “Riordinadiario agosto 2025 (1)

  1. Metto quello che ha un minimo di decenza. Non scelgo per gli specialisti o per mandare messaggi trasversali. Se ti ha fatto arrabbiare, hai l’occasione per scriverne tu una migliore.

    1. Non sei corretto Ennio; non puoi pubblicare interventi “discutibili” e poi se qualcuno te lo fa notare replicare sempre con “Scrivi tu di meglio, se ritieni”.
      Tutti abbiamo da fare; io scrivo su quel che sto studiando, non su qualunque cosa sia stata pubblicata su Adorno solo perché ne parlo da un trentennio.
      E tu dovresti saperlo bene.

  2. A me l’intervento sulla Dialettica dell’illuminismo che ho trovato su quella pagina FB mi pareva da selezionare: come memento elementare e divulgativo di una grande opera, stop. Non lo è per te. Amen. Ho esagerato a chiederti di riscriverne uno migliore? D’accordo. Puoi almeno indicare cosa ti ha fatto arrabbiare?

    1. Caro Ennio,
      perché la recensione confonde “ragione strumentale” (Horkheimer) con “Illuminismo”; perché dimentica il “dialettica” del titolo e non ricorda che “il mito è già illuminismo”; perché fa scomparire Freud da Adorno… e via dicendo.

  3. E però il lettore, che neppure sapeva che esistesse un libro intitolato “Dialettica dell’illuminismo”, potrebbe essere attirato e incuriosito da punti come questi:
    – un’operazione intellettuale di straordinaria audacia: ribaltare completamente la narrazione tradizionale del progresso, mostrando come il progetto emancipatorio dell’Illuminismo si sia trasformato nel suo esatto contrario;
    – diagnosi spietata di una ragione che, nata per liberare l’uomo dalla paura e dall’ignoranza, ha finito per creare nuove e più sottili forme di dominio;
    – Questa intuizione li porta a una conclusione sconvolgente per l’epoca: anche l’abolizione della proprietà privata, come dimostrato dall’esperienza sovietica, non garantisce affatto la liberazione dell’uomo:
    – L’immagine di Ulisse legato all’albero maestro per resistere al canto delle sirene diventa il simbolo perfetto di una condizione umana segnata dalla rinuncia e dall’autorepressione;
    – La forza dirompente del libro sta anche nella sua capacità di anticipare molte delle questioni che caratterizzeranno il dibattito successivo: dalla critica dell’industria culturale all’analisi dei meccanismi dell’antisemitismo, fino alla riflessione sui paradossi della tecnologia.

    1. Beh, certo: è meglio leggere la Dialettica dell’Illuminismo che ignorarne l’esistenza anche se, come potrebbe accadere per, chessò, la grammatica trasformazionale di Chomsky, la lettura non è semplice e presuppone, ahimè, conoscenze “tecniche” (diciamo così) di filosofia che la maggior parte dei compagni non ha.
      Una parte del problema, credo, sta nella quasi completa separazione tra cultura “alta” e cultura “bassa” (puoi rifarti al nostro solito Fortini, se vuoi), con relativa ironia risentita sugli “intellettuali” e miti vari del “buon selvaggio”.
      Di nuovo, credo che la tua insistenza sopra un sentimento poetico (Spinoza?) comune e diffuso, fosse, o sia, una risposta a un problema molto serio. A partire – ci ricorderebbero insegnanti e medici – dal reddito della famiglia di origine.

  4. «A Edoarda Masi, invece, non parve sbagliato sostenere che noi e la maggior parte della gente fossimo davvero in una condizione periferica. Per lei, il sapere umanistico, quello che Fortini giudicava sufficiente per conoscere ed agire nella realtà, era in effetti diventato «periferico» rispetto a quello scientifico.Ma Fortini ribadì la sua convinzione nell’autosufficienza dei propri saperi. Bisogna scaldarsi – disse – con quello che si ha. Io su molte cose preferisco essere un arretrato, un tonto, perché non posso, non ho tempo, non ho testa. È giusto che sia così. Non servono le ultime novità. Un buon manuale liceale spesso è sufficiente. In filosofia o punti sullo specialismo o punti sull’ignoranza. I due – il filosofo e il tonto –
    s’incontrano e vanno a passeggio conversando.»

    (E. A. NEI DINTORNI DI FRANCO FORTINI, Letture e interventi (1978-2024), Punto Rosso 2025, pagg. 25- 26)

    Ma ora pare proprio che filosofi e tonti non s’incontrino più né abbiano più voglia (o possibilità?) di passeggiare conversando. Alcuni giorni fa su una pagina FB citavano Ceronetti: “Non abbiamo letto che dei libri”. Speriamo che le future generazioni non diranno di noi con irrisione: “Quelli leggevano ancora i libri”.

  5. sono d’accordo con Fortini…se pretendessimo da tutti la specialità dei saperi o, come una volta, essere maschi di un certo censo, oggi ritorneremmo ad un numero ben ristretto di aventi diritto al voto..poi non c’è comunque nessuna garanzia di verità maggiore oggi, la società si è sbriciolata nell individualismo ..,serve una riflessione sulle dinamiche perverse

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