
di Rita Simonitto
Alba. Nonostante il nome di buon augurio e che lei sinceramente apprezzava, la sua indole virava spesso verso il crepuscolare. Il movimento di nubi che contrassegnava le sue esperienze non le rendevano la vita facile.
Negli ultimi tempi aveva attraversato momenti burrascosi che avevano toccato in varia misura e con varia intensità tutti i campi: affettivo, lavorativo e di relazioni in genere; al punto che le capitava di chiedersi quanto e se valesse la pena continuare a spendersi a fronte di situazioni che, lo sapeva perfettamente, non avrebbero portato a dei cambiamenti ma soltanto a delle pezze che servivano a tenere assieme un tessuto ormai slabbrato. Ma non si trattava soltanto del suo tessuto: anche quello politico sociale mostrava delle scollature che mai si sarebbe aspettata. Dopo le sue esperienze tragiche, per fortuna vissute di striscio, dell’ultimo conflitto mondiale e le magnetizzazioni legate ad un desiderio di riscatto e di cambiamento radicale, eccoci qui. Un mondo impazzito, senza valori, appiattito sul pensiero unico…
Sentiva di aver bisogno di riposare in un ambiente accogliente ma senza grandi pretese. Ora, però, non solo il momento delle vacanze estive era ancora lontano, ma anche le sue risorse economiche stavano mostrando consistenti gocciolii. E così non ci pensò più. C’era da stringere i denti, come era sempre stata abituata a fare e allora… avanti.
Come a volte accade attraverso misteriosi percorsi del pensiero che si infiltrano e martellano nomi di persone, di luoghi, quasi fungessero da richiamo… o chissà che cos’altro.
Ecco Courmayeur.
Quando alle elementari studiando la geografia d’Italia si imbatté nella Valle d’Aosta e le balzò l’occhio su Courmayeur ebbe un sussulto: allora esisteva davvero. Anche se sua madre ne storpiava il nome (curmagiur), eccolo lì il luogo, dove la ancor giovane madre raccontava del suo piccolo fratello, oramai diventato Maggiore degli alpini: era di stanza in quel luogo dal nome magicamente suggestivo. E quando le aveva fatto vedere la foto, che lui le aveva inviato e che lo ritraeva in mezzo alle nevi del Monte Bianco in posa sugli sci, assieme ai suoi commilitoni, balzava in evidenza sulla sua divisa militare la grande Leika, la macchina fotografica piú prestigiosa dell’epoca che lui, in quanto appassionato di fotografia, si era comprato a suon di sacrifici.
Chissá perché quello strumento, che con il suo obiettivo era in grado di catturare la realtá e fermarla in un tempo quasi eterno, la aveva colpita molto.
Inoltre, accanto a queste affermazioni dello zio Ferdinando – (Nene per gli amici e parenti) -, lui aggiungeva anche quanto fosse importante osservare e fotografare la vita attraverso un occhio interno, non soltanto quello dello obiettivo macchinico, perché solo cosí si potevano mettere assieme due campi diversi, ovvero quello della realtá esterna e quello della realtá interna; e che la realtá interna era molto piú flessibile e ricca di sfumature.
Tutto ció le era rimasti impresso al punto tale che, come regalo per la sua Maturitá Classica, aveva chiesto in dono una piú modesta Lince 3 Ferrania. E con quella partiva in bicicletta per le sue scorribande estive, cercando quasi di fermare quel tempo magico attraverso ogni oggetto fotografabile.
Certo, nella situazione di disagio in cui si trovava oggi, sarebbe stato bello potersi permettere una vacanza a Courmayeur…ma chi se lo poteva permettere.
Nel contempo, Alba sentiva il bisogno di riconnettersi con il passato per poter cercare di dare un nuovo senso ad un presente che ormai sembrava aver perso il senso di sé. Cosí, quando si avvicinarono le ferie estive, fece come faceva da bambina quando metteva il dito sull’Atlante e diceva: vorrei andare qui. Ma ormai il suo spazio geografico disponibile si era ridotto alle montagne impervie del luogo.
Cosí optó per una rustica pensione in alta vallata, ancora senza acqua corrente e lampade a petrolio e lí decise di trascorrere alcuni giorni.
Durante quella notte era caduta una pioggerellina leggera, non tale da pregiudicare eventuali passeggiate per il giorno dopo. Si alzó di buona ora e si diresse verso un sentiero che aveva visto rappresentato nella cartina messa in bella vista su una parete della Pensione.
Voci le giungevano a flussi, ora più vicine e ora più distanti, ma non riusciva ad aprire gli occhi per capire a chi appartenessero. Poi si fecero più distinte, parlavano di lei ma non ne capiva il contesto.
“Ma la direzione della Pensione l’aveva avvertita che quel sentiero era soggetto a continui smottamenti”. Ciò stava avvenendo a causa dei lavori di sterramento, che erano stati fatti per allargare la provinciale sottostante, che in quel punto, in quella curva, era particolarmente stretta a causa della propaggine montagnosa che si estendeva sulla strada.
“Ma certo! C’erano cartelli e avvisi di pericolo sparsi un po’ dappertutto”.
“Se non fossero stati gli operai che lavoravano lì sotto e, guardando in su videro una donna che pencolava nel vuoto, tenuta a freno da un arbusto, a cui era agganciata la tracolla di una macchina fotografica, e non fossero rapidamente intervenuti, credo che in quella posizione pericolante avrebbe resistito per poco!”.
“Eh, già!”.
No, non stavano certo parlando di lei, perché non aveva con sé nessuna macchina fotografica.
Poi le voci si dissolsero nel silenzio.
Quando aprì gli occhi, non solo percepiva uno strano senso di pesantezza e di spaesamento. Nel guardarsi attorno aveva l’impressione che quella non fosse la sua stanza, alcuni mobili li riconosceva e altri no: uno scrittoio, una sedia dalla cui spalliera pendeva una macchina fotografica. Sobbalzò dallo stupore, ma era un sobbalzo più interno che corrispondente a movimenti corporei. Era la sua Lince 3. Che cosa ci faceva lí?
Forse era meglio alzarsi e verificare questo arcano. I primi passi furono faticosi, ma poi Alba riacquistò la sicurezza abituale. La macchina fotografica era una vecchia Lince 3 Ferrania, ma non poteva essere quella che le avevano regalato i suoi genitori al raggiungimento della Maturità. E poi, dopo tutti i suoi traslochi l’aveva persa di vista, anche perché soppiantata da macchine moderne più agili. No, non poteva essere la sua. Con cautela la prese in mano, la custodia era ancora rigida al tatto anche se qualche rugosità appariva qua e là. Che fare?
Decise di scendere in paese. C’era forse un qualche negozio dove sviluppavano fotografie. E, dopo che il gestore, come di prassi, riemerse dalla sua camera oscura, ecco lí il suo rollino. Non ebbe uno shock quando le vide, ma una specie di strano sturbamento. Dalla sua Lince 3 emergeva un mondo confuso dove le figure dello zio Nene, abbracciato a sua madre, emergevano chiare fra gli arredi di quella pensione. Il suo cappello di alpino, appoggiato davanti alla specchiera della camera, non celava la figura di lei, piccola nel suo grembiulone a piccoli quadri bianchi e rossi, che si chiedeva, felice e sgomenta, come mai suo padre, alpino anche lui, fosse tornato e sua madre non le avesse detto niente.
Poi, in una altra diapositiva – ma come poteva aver fotografato lei tutto questo? – la sua giovane madre, che teneva la mano stretta ad un uomo, che si vedeva di spalle, dallo abbigliamento strano: un cosacco forse; e l’altra mano alzata di fronte a dei mitra puntati.
Orrore e terrore tracimavano, impalpabili alla vista, peró entravano dentro lo sguardo di chi vedeva. Alba non riusciva a sciogliersi da quelle immagini color seppia, che il gestore tranquillamente le sciorinava davanti agli occhi con leggerezza; e l’angoscia cresceva ancora di piú. Ma come, lui non vedeva. Quali certezze erano possibili.
Una cosa era certa e si stava sempre piú materializzando. Si vedeva morire. Si vedeva morire con quello stesso orrore, con cui si guarda la rana dibattersi tra le fauci del serpente: nessuna via di fuga. Era orrore. Orrore puro.
Alba non si era resa conto che quell’orrore era il frutto della perdita di speranza che qualche cosa di nuovo potesse arrivare, anche se ciò non sarebbe dipeso da lei, così, direttamente, comunque avesse operato.
Inoltre si era trovata imbrigliata nei lacciuoli di un passato, che ormai non aveva piú parole danzanti eppure dense di suggestioni, di stupore, bensì irrigidite dentro se stesse.
E paralizzata a sua volta da un futuro intriso da bisogni infantili di certezze, di garanzie. Non versatile, non duttile e dove l’esperienza non significava tastare la realtà, anche osando, quando possibile ma sapendo che ci sarebbero state delle conseguenze. Bensì un salto adrenalinico nel vuoto, sfidando la sorte.
Speranze, addio.
Conegliano, 30.08.25
“L’orrore puro” riguarda un presente irrigidito tra due versanti: un passato quasi irreale – e un futuro vuoto (di speranze infantili). Oh, sì: un presente senza proiezioni, che vive nel durante non è contemplato.
il racconto di Rita Simonitto mi pare molto suggestivo. Narra l’inquietudine di un’anziana signora, malata e delusa da esperienze personali come dalla attuale realtà politica, senza più un vero slancio vitale nella monotonia ripetitiva e solitaria del presente. Si fa coraggio e decide di trascorrere qualche tempo, é estate, in una piccola pensione di montagna, alla ricerca di un movimento qualsiasi verso la vita…Ma in quel luogo, forse frequentato quando era bambina con i genitori, é assalita da un passato che sperava di ben recuperare e invece le appare come ‘orrore puro’, attraverso le diapositive di una sua vecchia macchina fotografica, smarrita nel corso degli anni e magicamente comparsa tra gli arredi della vecchia pensione..Sono immagini di familiari dove la tragedia della guerra sugli ultimi è ben evidente: il padre davanti a un plotone di esecuzione, la madre e lei bambina inermi…Sono immagini affiorate alla coscienza attraverso la macchina fotografica del suo occhio interiore, a cui non si può sfuggire…Disperata, la donna, tenta l’ultimo gesto, ma sarà la macchina fotografica, quella reale, a salvarla…C’è, credo, una nota di speranza..