Appunti da Cairano


di Donato Salzarulo

La rosa che m’innamora è la stessa
Che mi divora, la poesia che inseguo
È la stessa che mi strega, che manda
In aria e dilegua le pieghe
Dei miei respiri, le spirali
Dei miei fermenti.
Evito esclamazioni.

1.- Un luogo nuovo della mente. Arrivo a Cairano verso le otto di sera. Vi arrivo per la prima volta. In tanti anni non avevo mai trovato il motivo o l’occasione per andarci. Ai miei occhi, Franco Arminio ha un primo grande merito: inventandosi quella non scienza chiamata “paesologia”, costringe me e tanti altri a visitare, ma vorrei dire a vivere, paesi che si rintracciano a fatica sulla carta geografica.
Arrivo a Cairano proveniente da Bisaccia e a Bisaccia proveniente dall’aeroporto di Napoli e a Napoli da Milano Linate. Ho fatto il chek-in verso mezzogiorno e mi sono imbarcato verso le dodici e mezza. Alle nove del mattino ero a Cinisello, in una scuola del quartiere Crocetta per la seduta finale della Commissione d’esami di licenza media. Questa possibilità di trovarsi in poche ore da una parte all’altra del mondo non finisce di stupirmi. Pranzare a Lisbona e dormire a Cologno Monzese, ecco cosa significa, tra l’altro, globalizzazione e pianeta Terra diventato villaggio.
Arrivo a Cairano in compagnia di Michele Panno e di Agostino Pelullo, il cugino che mi ospita per questo fine settimana. Guida Michele e prende da Bisaccia la strada per Andretta per lasciarla in direzione della diga di Conza. Ma ecco il bivio per Cairano e, per una manciata di minuti, ecco la macchina scendere verso la vallata. Poi risale e, a mano a mano che s’inerpica, vedo aprirsi alla mia destra il paesaggio dell’Ofantina, del Vulture e del lago artificiale formato dalla diga. La cornice del finestrino offre quadri panoramici luminosi, vivi e stimolanti. Il verde è stemperato e così pure il silenzio e la desolazione. Passare dalla mattina alla sera da palazzoni addossati l’uno all’altro, dall’afa di spazi chiusi e soffocanti, all’apertura di questi paesaggi appenninici è esperienza bella e vertiginosa.
Dal basso si scopre Cairano, appollaiato su un’altura con strade ripide. Nel paese, in certi punti, Michele procede in prima e con la mano pronta a tirare il freno di servizio. Il motore potrebbe spegnersi sotto i piedi. Sotto i piedi di un autista come me, ovviamente. Non di Michele che guida da centinaia di lune e sa districarsi bene sia per le tortuose vie irpine che per intasati viali cittadini. Il mio amico è già stato altre volte a Cairano e alla fine degli anni Settanta parlava di “cairanizzazione” del Mezzogiorno d’Italia per indicare un processo di continuo spopolamento dei luoghi.
Molte sono le macchine parcheggiate lungo la via d’accesso al paese. L’iniziativa “Cairano 7x” evidentemente ha attirato persone da vari luoghi. Michele trova un posto prossimo ad un belvedere che dà sulla valle dell’Ofanto, una specie di terrazza, adibita in parte a parcheggio; accosta a sinistra la macchina e spegne il motore.
C’è un via vai. Seguiamo un gruppetto e poco dopo siamo sulla piazzetta della chiesa di San Leone. E’ qui che alle otto, con un nutrito gruppo di poeti e scrittori della “Terra dell’Osso” dovrei parlare a ruota libera o leggere non so se versi o brani di prosa.
Franco, direttore artistico di questa sette giorni cairanese, ha incasellato per ben due volte il mio nome nel programma delle iniziative e io sono qui, insieme ad altri, per presentare i miei pensieri e i miei scritti. Ora gironzoliamo sulla piazzetta. Qualcosa accadrà.

2.- Vecchie e nuove conoscenze. Non ho, in verità, la borsa a tracolla piena di scritti. Ho portato con me poche paginette. So che in un luogo in cui tutti aspirano al loro momento di gloria, quando hai letto quattro o cinque poesie o due tre capitoletti di prosa, hai soddisfatto abbastanza il tuo narcisismo e l’eventuale curiosità del pubblico. Aggiungo: non ho deciso di prendere l’aereo per questo. Se mi fossi dato assente, forse nessuno si sarebbe rammaricato. E, in certi casi, per eventi simili, basta la presenza del tuo nome. Ho preso l’aereo per stare un po’ con alcuni amici e conoscenti: Franco, Adelelmo, Livio, Angelo, Pasquale… E un po’ per conoscerne di nuovi. Qualche estate fa, in uno dei nostri giri in bicicletta, Franco mi rimproverò di essere, tutto sommato, un orso. “Vedi, mi disse, in tutti questi anni io ho tessuto centinaia di relazioni; mentre tu continui a girare sempre intorno alle stesse persone”. Aveva ragione. Lui è un affamato di relazioni ed ha amici in molti paesi e città. Io, invece, sono più abitudinario e stanziale. Amo il faccia a faccia e ho una certa diffidenza per le comunità virtuali dei blog o delle mailing list. Ho torto, si capisce.
In piazza, Franco mi presenta: piacere con Domenico Cipriano, Viola Amarelli, Salvatore D’Angelo, Angelo Verderosa, Andrea Gobetti, Mauro Minervino, Mario Dondero, eccetera eccetera. Con chi riuscirò ad andare oltre la stretta di mano? Chi mi incuriosirà? Chi accenderà qualche lampadina nel mio corpo?…
Sono le otto. La Chiesa sconsacrata continua ad essere occupata dagli architetti che stanno chiacchierando sul rapporto architettura e decrescita. Noi scrittori “dalla Terra dell’Osso” siamo in attesa, seduti sulle panchine o guardiamo dal parapetto le pale eoliche del Formicoso o giriamo attorno ai cinque tigli profumatissimi che adornano la piazzetta.
Poi Franco annuncia che la lettura è rimandata a dopo cena e ci avviamo verso il refettorio della scuola elementare. “Sbrighiamoci!…” fa qualcuno, “Sbrighiamoci, mentre gli architetti continuano a discutere…Ieri sera ci hanno lasciato poco o nulla…” Scendiamo scalini di vie e viuzze più o meno parallele e, infine, entriamo nell’ampio salone. Agli angoli e in centro ci sono tavole con pietanze preparate da Tonino Pisaniello, chef della “Locanda di Bu” di Nusco. La sette giorni cairanese prevede, infatti, che il “banchetto” meridiano e il pasto (in piedi) serale vengano preparati, di volta in volta, da cuochi di osterie, locande e ristoranti dei paesi limitrofi. Domani c’è ancora Pisaniello. Domenica prepara Michele dell’Osteria “Tre rose” di Calitri…
Comunque, ora per i nostri palati sono pronti pezzi di pizza, peperoni fritti, insalata di pomodori o di fagiolini, gnocchetti, vitel tonné ai funghi, fette di soppressata, pesche inzuppate di vino e…vino. Bisogna dirselo: non ci trattiamo male!

3.- Scrittori dalla Terra dell’Osso. A prendere la parola, avremmo dovuto essere, compreso il sottoscritto, diciotto. Per fortuna gli assenti sono tanti e la lettura dura un’oretta o poco più. Franco si sforza di tenere a bada Gaetano Calabrese, uno scrittore in dialetto di Lioni che reclama spazio per le sue produzioni. “L’ultima volta, mi fa Adelelmo che mi siede accanto, lesse per un’ora e poi disse che non l’avevamo ascoltato.” Io ascolto, ma i testi in dialetto non sono il mio forte. Poi Calabrese fa girare tra le nostre mani il suo quaderno. E’ ben scritto e decorato. Sembra il prodotto di un innamorato ossessivo. Mi viene in mente l’arte irregolare. Il pezzo sul maiale da crescere suscita risate piene in sala.
Io mi sbrigo in cinque minuti o poco più. Leggo un brano sulla mia infanzia nella masseria pugliese a Tavoletta, alcune sequenze tratte da “Sulla porta di vetro” e, infine, “Il tuo nome”. Poi leggono Cipriano, Amarelli e Borriello. Tutto si consuma velocemente. Franco, allora, invita a leggere anche Salvatore D’Angelo. Non proviene dalla “Terra dell’Osso”. Ma che fa?…Salvatore legge un pezzo scritto in memoria di Fabrizia Ramondino. Poi, altro fuori-programma e momento effervescente della serata, Franco invita Michele Panno a leggere brani di “Scaglie di memoria”, il suo ultimo libro. Il mio amico si trascina lentamente verso il microfono, imbaccuccato in un giubbotto e con un copricapo piuttosto comico. Apre il libro e cerca gli occhiali per leggere. Ma la montatura è rotta a metà. Così prima mette un pezzo sull’occhio destro, poi avvicina l’altro pezzo al sinistro. Legge come soltanto lui sa leggere, deformando a volte i suffissi delle parole, e dandosi un ritmo incespicante. Michele è un personaggio. Mario Dondero si alza, avvicina la sua macchina fotografica agli occhi e scatta. Altri fotografi si alzano in piedi e lo puntano con i loro obiettivi. Ma la foto del Maestro, come lo chiama Franco, è la foto del Maestro. Il mio amico l’ha meritata.

4.- Dialogo al bar. Non molto lontano dal refettorio c’è il bar di zio Angiulino.
Io ho sete e Adelelmo ha voglia di un caffè. Lasciamo la chiesa a Pasquale Innarella e al suo quartetto o quintetto. Devono preparare gli strumenti per il concerto notturno. Noi andiamo al bar, dove Agostino sta già sorseggiando un bicchierone di birra. Mi ingolosisco e ne ordino uno anch’io. Intanto ci sediamo a un tavolino. A servirci dietro il bancone, c’è zio Angiulino, un signore molto più avanti negli anni di me. (Così inizialmente credo). Procede con lentezza quasi esasperante e con un’espressione del viso disincantata e quasi irridente: “Dove pensate di andare?!” sembra dire. Io lo guardo e mi incuriosisco. Sono passate le undici e gli chiedo:
• Tieni aperto sempre il bar fino a quest’ora? –
• No. Lo faccio in questa settimana perché ci siete voi.-
• A che ora chiudi di solito? –
• Alle nove…-
• A Cairano c’è solo questo bar? –
• No. Ce n’è un altro…-
• E riuscite a guadagnare abbastanza? –
• Insomma, si tira…-
• Che significa si tira? Guadagni quanto ti basta per vivere?…
• Insomma…-
• Per vivere a Cairano quanti soldi sono necessari? –
• Se si ha una casa, bastano 500 euro…-
• Ci sono persone che risiedono in casa d’affitto? –
• Sì –
• E quanto pagano?…-
• Anche cento, centocinquanta euro al mese –
• Quanti abitanti ci sono a Cairano? –
• Trecento o poco più –
• E i giovani quanti sono? –
• Pochi…-
• Quando fu girato il film La donnaccia, tu c’eri –
• Sicuro… – il suo volto un po’ s’illumina – avevo 13 anni –
• E ricordi Dominique Boschero?…Doveva essere una meraviglia, poi con l’età che avevi!…-
• La ricordo, ma…-
• Come ma?…-
• A letto le donne, una volta che hai spento la luce, sono tutte uguali …-
• Ma cosa stai dicendo?! –
• Vuoi mettere Dominique Boschero con tante altre!…Ogni donna, così come ogni uomo, è un caso a sé… –
• E cosa ha di diverso? Solo perché dice oui oui, al posto di sì, sì –
Forse dice così per tenere a freno la sua invidia. Penso tra me e me. Non avendola potuta portare a letto, meglio svalutare il desiderio e l’oggetto del desiderio.
Ma zio Angiulino non molla. “Illusioni!…Illusioni!…Tutte illusioni!”
Fatalismo, misoginia, nichilismo. Quando torniamo verso la chiesa di San Leone per ascoltare il concerto di Pasquale, commentiamo le affermazioni del rassegnato barista. “Forse è il luogo, dice Adelelmo, è il luogo che carica le persone, oltre che d’aria salubre, di un desolante pessimismo.”

5.- Pasquale Innarella Jazz quintet. Pasquale è uno dei primi artisti che ho salutato. Lo conosco da molti anni. Proviene da Lacedonia, il paese dell’Istituto magistrale “Francesco De Sanctis”, frequentato dal sottoscritto e tanti altri miei amici. L’Istituto, ormai, è ridotto a poche sezioni e la “fabbrica dei maestri” è in cassa integrazione o gira a vuoto. Trovare un maschio nelle scuole elementari italiane è come cercare un ago in un pagliaio. Eppure io, per più di quindici anni, mi sono trovato così bene a fare il maestro!…E’ affascinante inseguire i bambini nei loro percorsi conoscitivi.
Pasquale è un sassofonista virtuosissimo e pieno di talento. La prima volta sentii le sue variazioni jazzistiche nel salone del Castello di Bisaccia. Un po’ facevo fatica a seguirlo. Non avevo l’orecchio per certe frasi musicali improvvise.
Stasera, invece, non suona da solo. E’ accompagnato dal contrabbasso, dalla batteria e da altri strumenti. Il concerto parte. Pasquale è alto ed ha un petto robusto. Soffia aria nel sassofono e ne cava armonie vigorose, serpentine, a zig-zag.
Lo ascolto, lo ascolto. Agostino, che suona a orecchio la chitarra, è più concentrato di me e va quasi in visibilio. Michele è stanco. Vuole tornare a casa. Forse pensa a Lina che, passata la mezzanotte, non vedendolo tornare, si preoccupa.
“Ah, Miché, adesso, devi star zitto!…Adesso dobbiamo aspettare la fine del concerto…” ingiunge con tono deciso Agostino.
Io stamattina, mi sono alzato alle cinque. Ho le palpebre che, di tanto in tanto, crollano come saracinesche. Le riporto su, e piantando degli assi invisibili, cerco di tenerle aperte. Quando suona l’ultimo pezzo, è l’una di un altro mattino, è un altro giorno che si prepara ad accogliere la straordinaria avventura cairanese.


(2) Mattino di Sabato 27 giugno 2009



Nei miei occhi è scritto il tuo nome.




1. – L’apparizione. Sabato mattina torno a Cairano verso le undici e mezza. Sono in compagnia di Agostino. Michele ha altro da fare. Sarei andato volentieri prima, ma mio cugino è membro interno della Commissione d’esame per la maturità e alle otto e mezza deve partecipare ad una riunione nell’Istituto. Devono preparare i test. “Meglio domande con risposte multiple a tre o a quattro alternative” mi chiede. “La seconda che hai detto”, gli rispondo scherzando, “quelle a quattro. Sono più efficaci. Gli studenti hanno meno probabilità di centrare a caso la risposta corretta.”
Mentre in sala professori, si applicano a scegliere quesiti da varie materie, io passeggio per il mercato con Peppino, un altro cugino. A Bisaccia ho una tribù famigliare vasta e variegata. Questo cugino è un po’ più grande di me e lo chiamiamo scherzosamente “il portoghese”. Vive, infatti, otto o nove mesi all’anno, al di là del Tago, a Costa de Caparica, vicino Lisbona.
Vaghiamo avanti e indietro fra bancarelle, ora curiosando sui prodotti in vendita, ora raccontandoci la rava e la fava, ora scherzando su questo o su quello. Ogni tanto Peppino mi lascia solo tra la folla e saluta il tale o il tal’altro. Ogni tanto anch’io mi lascio sfuggire un buongiorno o una stretta di mani. Sembriamo, insomma, due vecchi compari affaccendati. Ed ecco che, improvvisamente, tirando su gli occhi, all’orizzonte vedo apparire Lei. Lei, cioè, il primo amore. Lei in compagnia del marito. Lei che mi regalò un diario con una copertina di un lucido verde scuro da chiudere con la chiavetta di un lucchetto. Un diario che, se fossi stato Leopardi, avrei riempito con la registrazione di tutti i miei pensieri, emozioni, sussulti del cuore. E che, invece, adolescente affamato di baci e carezze, lasciai quasi del tutto intonso. Ricevendone pochissimi da Lei cosa mai avevo da scrivere?…Abitava in una città, a settanta chilometri di distanza. Potevo al massimo scrivere lettere. Cosa che feci, più o meno quotidianamente, per due o tre anni.
“Oh, ciao!…Come va?” Stringo rispettosamente la mano sua e del marito. Come va? So che non sta bene. So che ha il seno insidiato. E il fatto mi procura un dispiacere intenso e profondo. “Sto bene, mi dice, sto bene”.

2. Sotto l’albero della vita. Quando arriviamo a Cairano per “Parlamenti del mezzogiorno” è previsto l’incontro con Anne Demijtteneaere e Ute Subbrich. La prima dovrebbe proiettare il video “Opera Bosco”, la seconda non so. La prima è un artista che non conosco di persona, ma di cui mi ha parlato Pietrantonio. Meglio, il mio amico scultore, due o tre anni fa, mi parlò di “Opera Bosco”, una specie di museo d’arte contemporanea nella Natura, allestito con opere scultoree ricavate da angoli di bosco o da materiali grezzi raccolti in loco. Anche lui aveva realizzato, se non ricordo male, delle opere ispirate a questo concetto ecologico di arte che vive in simbiosi con l’ambiente. La seconda, invece, Ute è persona che conosco. E’ stata a Bisaccia qualche anno fa ed abbiamo avuto modo di dialogare un po’. Eccola, infatti, nella piazzetta coi suoi capelli lisci mentre spinge un passeggino. Ci salutiamo affettuosamente. Nel frattempo, osservo, ha messo al mondo un figlio coi capelli lisci come lei e biondi, da nordico. E’ un bel bambino che corre di qua o di là e che disturberà non poco la madre quando prenderà la parola.
Ute racconta come ha preso contatto con questi paesi nel periodo della sua tesi di laurea in antropologia, racconta come se ne innamorò e come decise di stabilirsi un po’ a Bisaccia. Racconta con noi che l’ascoltiamo seduti in circolo sotto uno dei cinque profumatissimi tigli. Ogni tanto un fiorellino secco cade sulle mie gambe o sulle mie spalle. Ute ha scritto pagine sul funerale di un prete esorcista di Cairano, se non ho capito male, ha scritto pagine per raccontare non per cercare spiegazioni antropologiche. Ma non può leggerle. Il figlio le sta addosso e la strattona verso di sé continuamente. Allora, passa le pagine a Salvatore D’Angelo e lui legge per lei. Lui legge, mentre Franco chiamato spesso al cellulare s’alza per rispondere. Deve farlo. E’ il direttore artistico ed è costretto a tenere continui contatti. Devo dire che anche in questa veste il mio amico è bravissimo. Sta sostenendo uno sforzo non indifferente con grande energia e capacità organizzativa.
“Ora la parola a Giacomo De Stefano”, dice Franco e un bell’uomo simpatico e slanciato prende a raccontare la sua esperienza: vive a Venezia su una barca; ha risalito il Po, che non è quella cloaca sbandierata sui giornali, ma – ecco la notizia – un fiume affascinante e in buona salute; non lavora se non quel tanto che basta per campare; fa scambi in natura, ecc. ecc. Giacomo è un ecologista serio. Con lui c’è poco da scherzare. Mario Dondero ogni tanto ci prova, ma riceve risposte sempre secche e precise. Inutile dire che una vita alla De Stefano non fa onestamente per me. Io amo le comodità, vado in macchina, volo in aereo, inquino. Sono un peccatore incallito.
Dopo Di Stefano, parla Minervino. E’ un professore universitario, un antropologo “prestato alla letteratura” come dice il risvolto di copertina del suo ultimo libro, introdotto proprio da Franco (“La Calabria brucia”, Ediesse, 2008). Viene da Paola, dal mare – precisa – e Cairano gli appare come un’isola circondata dalla terra, invece che dall’acqua. Un’isola raggiungibile in cui si consuma una vita quotidiana non migliore né peggiore di altre. Forse c’è più squallore, disperazione e desolazione in certi quartieri periferici delle metropoli che tra le strade, nelle case e nelle piazzette di questo paese. C’è poco da lamentarsi, insomma. Stiamo vivendo una settimana bella, intensa, ricca di incontri e di persone meravigliose. Mi sembra che Mauro Minervino voglia combattere lo stereotipo di un Mezzogiorno arretrato e in affanno rispetto al Nord. Non so. E’ un discorso interessante, una questione da approfondire. Magari leggendo, con la necessaria attenzione, il suo libro.
La parola, a questo punto, ad Andrea Gobetti. Altra bella persona. E’ uno speleologo, dice, e lui frequenta il mondo tutt’altro che buio e privo di vita e di tempo delle grotte e dei cunicoli sotterranei. Una specie di Freud della Terra. Questo penso, forse malamente, io.
Per finire, Franco invita Calabrese a leggere di nuovo il pezzo in dialetto sul maiale. Cosa che lo scrittore lionese fa ben volentieri, depositando nel mio orecchio un piacevole flusso di onomatopee all’insegna del “chirri-chirri”.

3. – Notti d’amore. Come in ogni comunità, stabile o provvisoria che sia, a Cairano circola Eros, il demone con la passione dei legami, il figlio di Penia, dea della povertà, e di Poros, dio che ne conosce una più del diavolo pur di raggiungere la meta e conquistare ciò che, più di tutto, desidera: l’origine del mondo così ben rappresentata da Gustave Courbet nel quadro che si può ammirare al Museo d’Orseay. Certo, Eros spesso va a braccetto con Thanatos, come il Freud prima evocato insegna, ma “Cairano 7x” non prevede, se non sbaglio, sedute psicanalitiche. Così sabato, appena metto piedi sulla piazzetta della chiesa, mentre mi sporgo sul parapetto per succhiare le linee del paesaggio e l’enigma del cielo che appare solido, raccolgo pettegolezzi terra-terra sulle caldi notti d’amore di alcuni amici. Qualcuno ne porta ancora i segni nelle cavità bluastre degli occhi insonni o nelle macchie violacee sul collo a malapena nascoste dal bavero della camicia. “Succhiotti” li chiamavamo ai miei tempi e forse si chiamano ancora così questi risucchi della pelle prodotti da baci intensi e vampireschi. Beati loro!, pensavo, loro che hanno trascorso la notte con compagne belle e generose. Io, invece, ho dormito solo soletto in un lettino accostato al muro di una parete divisoria. Meglio così!, mi dicevo con malcelata invidia, meglio così! Con la stanchezza accumulata in tutti questi giorni, avrei fatto cilecca al primo approccio, rendendo felice il cugino portoghese che aspetta con ansia la mia confessione di defaillance. Meglio così, un corno! Cairano poteva essere anche una bella notte d’amore! Perché negarlo? Perché negarsi l’imprevisto, la magia di un incontro inatteso. Invece, mi tocca vivere di ricordi. E chissà, anno dopo anno, per me diventerà sempre più l’attività principale…
La mia prima notte d’amore non fu, come si potrebbe immaginare, quella del matrimonio. Sono un peccatore, l’ho detto, non uno stinco di santo!… Del tutto imprevista, la prima notte mi venne incontro alla fine degli anni Sessanta, quando era tutto un tubare e mormorare e ciarlare e chiacchierare e almanaccare e filosofare di “rivoluzione sessuale” e “amore libero”. Mi venne incontro nel Trentino, in una colonia estiva della Val di Non. L’accolsi con l’energia e la voracità dei vent’anni. Bizzarrie di Eros. Il nome della fanciulla scritto nei miei occhi è lo stesso di una famosa giornalista ceca con cui Kafka entrò in corrispondenza nei primi anni del 1920. Bresciana, faceva come me l’educatrice. Dal primo giorno di agosto al penultimo, nulla. Nulla che facesse presagire il fuoco d’artificio finale. La fanciulla, bella presenza ed occhi azzurri, si accompagnava ad un giovane, anche lui educatore (“monitore”, si diceva) più grande di me. Era palesemente la sua amica del cuore. Io, quindi, macinavo vento e sguardi a vuoto. L’ultima sera, qualcuno organizzò la festa d’addio, con banchetto e balli finali. Ad un certo punto, l’omonima della corrispondente di Kafka mi si appiccicò addosso con un tango e mi strusciò, mi strusciò cosi bene da slanciare, vigoroso e quasi lacrimante, il corpo verso il cielo. Uscimmo nel parco e, come nelle pagine di un famoso romanzo di David Herbert Lawrence, romanzo letto negli anni adolescenziali e che un po’ serviva, a torto o a ragione, da vademecum di educazione sessuale, ci accoppiamo nel prato in un una fusione di corpi e di liquidi, famelica e vitale. Altro che le scene della Donnaccia. Fotogrammi del Sessantaquattro, roba di un altro tempo. La mia notte, invece, era figlia del Sessantotto.
Dopo l’accoppiamento, la pausa durò poco. Abbracciati e avvinti come rampicanti, ci portammo dal prato al letto della sua camera. E lì continuammo la reciproca esplorazione e il nostro viaggio notturno, col pantografo del treno che prendeva energia non so da quali fili invisibili. “Nelle cose del sesso lo spirito è attardato”, mi pare sostenesse lo scrittore inglese prima citato. E col sesso non ci si può ingannare. Se non va, non va. Altro che, spenta la luce, tutte le donne sono uguali!…
Nei miei occhi è scritto il tuo nome.
La frase si forma come ruscello
che sgorga dai fianchi grandi
del corpo, limpida e urgente
calda di respiri. Tu origini
l’acrobazia del mio mondo
e lo fecondi. Non hai parole di plastica.
Sai quanto mi piacerebbe
spingere lo sguardo sotto
il vulcano della gonna.
Il buio delle labbra sprigionerebbe
una luce di carezze, un’onda
lunga di bellezza.

4.- Il banchetto. Al tavolo siamo in sei. Adelelmo, col suo bel nome da cavaliere medievale, è poeta-ingegnere che conosco dall’estate del 2004. Sono stato a casa sua e lui a casa mia. In certi periodi ci siamo scritti quasi quotidianamente. Ci telefoniamo. Ci informiamo sullo stato di salute, sul lavoro, sulle famiglie dell’uno e dell’altro. Ci scambiamo poesie, libri, doni. Abbiamo stima reciproca, ci vogliamo bene. Siamo, in una parola, amici. Sono venuto a Cairano anche per rivederlo, anche perché sapevo che c’era lui. Stasera leggerà qualcuna delle sue belle poesie. Ha all’attivo due raccolte e si prepara ad editarne una terza.
“La città lontana” (perQuod, 2003), suo primo libro, è scritto “In ricordo di Gaetano”, il fratello morto giovane, anni prima. Quando lo lessi, girata la pagina della dedica, il primo personaggio a venirmi incontro era la madre: «Per lunghi anni mia madre / ebbe la vista acutissima e la mano ferma. // Seduta sul tavolo con una punta di carta / toglieva le schegge dagli occhi dei fabbri.» Insieme a Giuseppina, la mia compagna, fu un vero piacere conoscere la signora Maria. Capelli ordinati e più bella di qualsiasi dipinto. Dopo aver appreso nella seconda poesia che il mio amico aveva letto, fra centinaia di altri libri, “L’immortale” di Borges – cosa che io non avevo fatto e, ahimé, ancora non ho fatto, – scoprii nella terza, quella in cui passeggia col figlio, che l’Io poetante con “le luci della festa”, nascondeva la sua pena. Ricordo questi versi perché da un lato mi incuriosii, dall’altro li associai ad un mio verso giovanile: “Gioire è cercare il dolore”. Tanti sono i modi, mi dissi, in cui agisce la ferita dell’esistenza. Ora, però, non so dire se sia davvero così. E poi chissà se ricordo bene. La memoria, si sa, gioca brutti scherzi e la scrittura costruisce i suoi fantasmi.
Adelelmo siede alla mia destra. Ha fame, come noi tutti. E il primo, a base di pasta e zucchine, è ottimo.
Alla mia sinistra siede Mauro Minervino. E’ persona conosciuta in queste ore. Ha forse l’età di Franco. Di lui so poco. Ho letto qualche suo articolo su L’Unità. Ma non ricordo nulla. Qualcuno scherza sulla sua “robustezza”, ma lui giustamente rivendica di avere un bel portamento. E, infatti, a me sembra, un bell’uomo, oltre che ottima persona riservata, sensibile e intelligente. Un po’ cerchiamo di familiarizzare. “Mi è piaciuta la poesia che hai letto ieri sera, quella del vulcano sotto la gonna”. Ah, sì!…Guardare sotto la gonna è desiderio e gesto infantile per eccellenza.
Alla sinistra di Mauro, siede Angelo Ferracuti. L’ho incontrato a fine aprile del 2007, quando andai a Fermo per conoscere Luigi Di Ruscio. Angelo venne uno o due volte a casa di Adelelmo. Poi ci vedemmo in piazza, bevemmo qualcosa al bar. Avevo letto “Le risorse umane”, il libro uscito da Feltrinelli e mi era piaciuto. C’era un capitolo anche su Bisaccia. Parlammo, parlammo.
Angelo è persona estremamente riflessiva e buona. Durante il banchetto, però, appare agitato. Finisce di mangiare e si alza. Vaga per la sala, telefona. Deve finire di scrivere un articolo per il Manifesto ed è giustamente preoccupato. L’articolo sarà pubblicato domani e parlerà di ciò che stiamo vivendo, di “Cairano 7x”.
All’altro capo del tavolo, di fronte, c’è Salvatore D’Angelo. L’ho conosciuto di persona in questa occasione, ma per posta elettronica e sul blog della Comunità provvisoria abbiamo interloquito. Apprezzò il pezzo che scrissi sul “mio maestro” e gli regalai il libretto autoedito. Ieri sera, lui mi ha regalato i testi scritti per Fabrizia Ramondino. Salvatore è dentro la Comunità, aiuta Franco, la vive con passione e fervore. Pensa che possa trasformarsi in un progetto politico. E indica la possibilità di formare per le prossime elezioni regionali una lista civica dei Paesi.
Alla destra di Adelelmo, c’è Agostino, attento e silenzioso. Dopo pranzo deve andare a Vietri. Carlo, il figlio, l’aspetta.
Il secondo piatto è un pezzo sanguinolento di carne di manzo. Ci diamo da fare con coltello e forchetta, mentre Pietrantonio, in piedi in mezzo alla sala, invita tutti al silenzio e all’assunzione di gesti più sobri e monacali. L’anno venturo, se ci sarà, come ci sarà, una Cairano 2, dobbiamo preoccuparci di trovare altre soluzioni al consumo del pasto in questi piatti di plastica. Non possiamo produrre tanti rifiuti. Qualcuno dice che potremmo utilizzare delle foglie di fico.



(3) Primo pomeriggio di Sabato 27 giugno 2009




Quando ti ho riconosciuto,
eri già passato, già consegnato
alle falde acquifere della morte.
Nel sottosuolo poroso della memoria,
non c’è volo di rondine che possa
salvarti, né grido di gabbiano
che possa riportarti alla lieve
carezza del mare.
Non posso nulla contro
questo continuo mancare.



1. –Premio alla carriera per Mario Dondero. Uscendo dal refettorio, sulla porta dove si sono sistemati, compro una maglietta XL di cotone bianco. Sul petto c’è il rettangolino con la scritta “Comunità Provvisoria”. Costa dieci euro, ma pago con un biglietto da venti. Non ha resto. “Fa niente, gli dico, tienili”. Non mi piace mangiare a sbafo e con l’offerta ho l’impressione di mettere a posto la mia coscienza. Niente da fare. Il giovane organizzatore non capisce e di magliette me ne dà due, invece di una. In più vi aggiunge anche uno di quei cappellini neri da basket, con la visiera lunga e la scritta sulla fronte “Cairano 7x”.
Il cappellino mi serve più di tutto. E’ una giornata col sole che picchia e l’aria, come si dice dalle mie parti, un po’ malata. Sccattata, per la precisione. Ho la piazza della fronte avvampata e la faccia arrossata, come quella di mia madre quando tornava da certe giornate di favonio trascorse a zappare nei terreni di Vallefiumata. Metto il berretto e con gli amici mi catapulto fuori, arrampicandoci verso il bar di zio Angiulino per bere un caffè. Prima vado a svuotare la vescica nel bagno che, avendo forse lo sciacquone rotto, continua a versare rivoli nella tazza.
Per sorseggiare il caffè, bisogna attendere parecchio. Siamo in tanti e il barista è tutt’altro che propenso a fare miracoli. Del resto, non abbiamo cartellini da timbrare e la cerimonia di premiazione non ha un’ora precisa da rispettare. Franco ha detto: ci vediamo dopo pranzo, verso le tre…
Mario Dondero è un simpaticissimo signor in abito di lino, un ottimo affabulatore, un grandissimo fotografo, un eccellente viaggiatore, un uomo saggio e ricco di esperienze…”Ho cominciato facendo il cronista”, ripete spesso.
Ha sulla spalla sinistra la sua compagna, la macchina fotografica cui deve la sua fama. Ogni tanto punta l’obiettivo e scatta. Anche a noi è capitato, mentre salivamo i gradini della strada, di essere inquadrati nel suo mirino. “Fermi!…” Ma nessuno si illude. Nessuno si aspetta di vedersi recapitare a casa la foto che gli è stata scattata dal Maestro. Niente. Chi lo conosce bene, sostiene che è fortuna rarissima ricevere in dono una sua foto,
Franco oggi è stato baciato da questa fortuna. Dondero gli ha regalato un primo piano in bianco e nero che più bello non si può. Il mio amico è felice e mostra la foto.
Ora siamo in piazza, in quella più larga, in quella, non ho capito bene se del Municipio o del Duomo. Siamo assiepati nello spazio in cui Franco tiene i fili della cerimonia. Alla mia sinistra, seduti per terra, sui gradini della strada un nutrito gruppo di giovani maschi e femmine con la maglietta arancione. Non so cosa fanno. Mi pare di aver capito che lavorino alla costruzione della cupola. Persone in mezzo alla piazza e persone alla mia destra, in un angolo d’ombra. Alcuni hanno la maglia blu, altri bianca come le due che il giovane organizzatore mi ha dato (io ne ho una in borsa, un’altra addosso), altri senza etichetta di ordinanza. Seduta su uno scalino, una donna allegra in jeans accarezza con dolcezza un cane randagio, spaesato.
“La parola al Sindaco!…” dice Franco. E un giovane un po’ impacciato cerca di argomentare il perché della premiazione. Ma sbaglia il nome del premiato. Si corregge. Sbaglia ancora. Si corregge. Alla fine risulta chiaro che per mille e mille ragioni la direzione di “Cairano 7x” intende dare un premio alla lunga e brillante carriera di Mario Dondero. La direzione e tutta l’organizzazione: la municipalità, la Pro-Loco, ecc. ecc.
Il Maestro è emozionato. Dal portone alle sue spalle escono due giovani con una grande pagnotta di pane. In mezzo, alto e rotondo, un pezzo intero di formaggio. Foto!…Foto!…Intanto zi Carminuccio attacca col suo organetto e in piazza si salta, si balla, si applaude. E’ festa grande, grande festa.
Il Maestro prende la parola per ringraziare. E’ felicissimo per l’omaggio tributatogli ed è contento per il pane ed il formaggio. Grazie Cairano!…Grazie a tutti!

2. – Sulla Rupe con Adriana. Chi fosse Adriana Rocco l’ho capito dopo, quando Franco l’ha presentata alla piccola folla assiepata sull’erba della Rupe. Prima in piazza e per le viuzze del paese avevo notato una signora vestita in arancione, con una veletta in testa e mi ero incuriosito. Chi sarà mai?…Quando dal luogo della cerimonia a Dondero, ci siamo arrampicati sul rostro di Cairano, sul suo becco d’aquila, oltre alla visione di uno spettacolo di rara bellezza (l’azzurro del lago artificiale, la valle, i monti, lo strapiombo sotto gli occhi), ho soddisfatto la mia curiosità: Adriana Rocco avrebbe condotto la “Meditazione nella luce, nell’aria, nella bellezza”, una meditazione che sarebbe stata poi anche una camminata dalla via delle grotte, zona cimitero, alla Rupe. Sinceramente quest’ultimo punto non l’ho capito subito. L’ho capito qualche oretta dopo, tornando a sfogliare il Programma di “Cairano 7x” e leggendo brani del libretto, distribuito – immagino – da Adriana, prima o durante il corteo. Mi riferisco al libricino di Thich Nhat Hanh, monaco zen, scrittore e poeta, nato in Vietnam nel 1926. Grande personalità, apprendo che “ha sempre vissuto la sua pratica spirituale come profondo impegno sociale e politico per la pace”. Ecco perché il titolo del libricino è “Passi di pace” e il sottotitolo “Meditazione camminata”.
Sulla Rupe, mi sono seduto per terra insieme agli altri. Poi, un po’ perché un esercito di formiche stava dando l’assalto alla mia gamba sinistra, un po’ perché stavo squagliando sotto il sole, un po’ perché le parole di Adriana non risuonavano granché nella mia preistorica caverna interiore, mi sono alzato e me ne sono andato sotto un gazebo di legno. Panchina comoda e ottimo tavolo. Ho cercato nella borsa rossa il bloc-notes, l’ho tirato fuori e mi sono messo a meditare, cioè, a “coltivare la mente” come giustamente sostiene il libricino.
Che ci faccio qui? Cosa chiedo a queste persone e a questo paesaggio? Che stiano ad ascoltare le mie poesie? Che leggano le mie parole e i miei pensieri? E chi sono io per pretendere tanto? Io che ieri mattina, a Cinisello, non sono riuscito a bloccare le pulsioni aggressive di un professore di matematica intenzionato a bocciare a tutti i costi un ragazzino? Io che ho il privilegio di lasciare, nell’arco di poche ore, uno squallido quartiere di periferia metropolitana e venire qui a nutrirmi d’aria, contemplazioni, paesaggi, meditazioni, belle persone? Chi sono io?…
Domande tutt’altro che fredde e rese forse più vertiginose dalla luce ardente del sole e dall’abisso aperto sotto la Rupe. E’ qui quello che cerco oppure questo verde e quest’azzurro mi ingannano? Ma cosa cerco? Cosa effettivamente voglio?…
Mentre sprofondavo filosoficamente nelle mie faglie e fessure mentali, è arrivato Calabrese. Anche lui si è seduto sotto il gazebo e si è messo a scrivere di getto una poesia sul tavolo (inteso come supporto, sostituto della carta, non come argomento). Oh, meraviglia di un uomo!…Quante falde impregnano le nostre teste?!…
E con questa congettura, interrogativa e allo stesso tempo esclamativa, ho pensato che fosse giunto il momento di porre fine alla mia meditazione e lentamente, passo dopo passo, mi sono riportato nella piazzetta profumatissima dei tigli. Qui ho incontrato Andrea Gobetti. Stava avvolgendo una manciatina di tabacco in un piccolo rettangolo di carta velina. Gesto che ho visto fare milioni di volte a mio padre. Lo faceva con l’indice e il pollice, aiutandosi col medio. E devo dire – mi perdoni Andrea – con più perizia e velocità. Senza metterci il filtro.
Trascorsi una decina di minuti, siamo andati al bar. Abbiamo bevuto una birra e ci siamo messi a parlare con Adelelmo che se ne stava seduto su uno scalino.

3. – Visita alla cupola e alle grotte. A Cairano un po’ si sta insieme, un po’ ci si lascia. Ora si incontra un ospite o un comunitario, ora se ne incontra un altro. Se hai familiarizzato con qualcuno per qualcosa di più che la briciola di tempo in cui, magari, sei rimasto seduto al fianco, ti saluti. Altrimenti incroci sguardi, osservi abbigliamenti, corpi.
Può succedere che t’avvii in compagnia di un amico, che so?, Franco o Adelelmo, ad esempio, e per strada lo perdi o li perdi. Quindi, non ricordo più in compagnia di chi mi sono inerpicato verso la cupola. Di una bella fanciulla certamente no. Curiosità: ma perché continuano a chiamare cupola una costruzione in mattoni che è più simile ad una botte che ad un limone tagliato a metà? Mistero.
Comunque, la cupola è lì. Guarda verso il Formicoso e l’ho raggiunta dalla piazzetta della chiesa di San Leone, lungo la via che si dipana in alto, sempre più in alto, di fronte alla facciata.
Le grotte, invece, bisogna cercarle giù, imboccando la strada laterale alla piazza e incamminandosi verso la vallata. Giù ferve il laboratorio dei giardini. Ecco, un’altra caratteristica di questa “Cairano 7X”. Oltre agli incontri con autori, ai “parlamenti”, ai concerti, agli spettacoli teatrali e alle proiezioni di documentari e di film, da martedì 23 giugno sono stati attivati sette laboratori in sette “luoghi topici” del paese: l’ingresso-biblioteca, le grotte del Calvario, la rupe del Castello, ecc.
Andiamo allora verso le grotte. Prima di avviarci, Franco saluta due donne. Una mi appare più giovane dell’altra. Quasi madre e figlia. Franco abbraccia, quest’ultima. Una bella figliola devo dire. Alta, col viso aperto e luminoso, con gli occhi che parlano e respirano in modo profondo e generoso. Come vorrei sapere da quali lembi di cielo e da quali moti nascosti attingono la loro forza, mi dico tra me e me. Intanto, Franco saluta e andiamo via.
Per strada, parliamo d’altro: del lavoro che sta facendo, dei sampietrini e dell’asfalto che anche a Cairano hanno sostituito in alcuni tratti il ciottolato antico, quello fatto coi sassi e con lastre di pietra al centro…Mentre così chiacchieriamo, ci vengono incontro persone singole o a gruppi che salutano il direttore artistico o chiedono informazioni. Dopo un po’ lui si ferma ed io procedo da solo.
Scendo giù, sempre più giù, oltre le balle rettangolari di paglia, oltre “i giardini in movimento”, oltre le grotte del Calvario. Giù, finché la strada si fa di campagna e sento la febbre delle robinie bruciare sulla mia fronte, la musica del sole orchestrare il silenzio delle penombre…Laggiù, penso, in fondo alla valle, al centro o intorno al centro, scorre l’Ofanto, il fiume della mia infanzia. Più importante per me del Lambro, quello che lambisce la città in cui attualmente vivo e di cui pure racconto le gesta alluvionali. L’Ofanto, che si chiamava così, secondo mio padre, perché, durante una delle tante guerre, nel suo letto sarebbero morti annegati tanti fanti e il generale, al cospetto di tanta sciagura, si sarebbe portato una mano sulla fronte e avrebbe esclamato “Oh, fante!”. Da qui, per una di quelle imprevedibili derive lessicali e aggiustamenti fonematici, il nome attuale.
Non so se mio padre se la fosse inventata questa leggenda o l’avesse ricevuta in dono dal passaparola oppure l’avesse raccolta in uno di quei momenti di affabulazione spontanea: in piazza, al mercato, andando in campagna o seduto vicino alla legna da bruciare nel camino. Mio padre, finito sotto padrone a nove anni e a lungo in giro per casoni e masserie pugliesi. Mio padre che ogni tanto penso di non aver riconosciuto come dovevo.
Ieri sera ho provato a raccontarla questa mia infanzia con l’Ofanto. E quando ho finito, ho avuto la sensazione che il pubblico si aspettasse altro, desiderasse che andassi avanti, che aggiungessi frasi al rivolo cieco delle parole, ai loro riflessi azzurri…Invece, non avevo nulla da aggiungere:
Ho trascorso l’infanzia in una masseria pugliese
dove mio padre, per quattro anni, dal Cinquantadue al Cinquantasei
del secolo morto, ha servito da massaro un padrone di nome don Attilio.
Oltre che mungerle le vacche, le portava a pascolare.
Nelle belle giornate gli facevo compagnia.
La masseria di Tavoletta, così si chiamava il luogo,
non aveva luce e acqua, né servizi igienici.
Non molto lontano scorreva l’Ofanto
e per bere c’era un pozzo con due secchi e la carrucola.
Il lume a petrolio era appeso alla parete.
A volte, la legna accesa nel grande camino, illuminava di più.
Il bagno lo facevo d’estate nell’Ofanto. D’inverno
mia madre riscaldava un po’ d’acqua in una conca
.





(4) Verso la sera di Sabato 27 giugno 2009



«Tu cerchi l’Infinito» mi hai detto,
con voce appena di luna.
«Sì» ho risposto, indicandoti
col dito.

1.- Rimarrà sempre un segno. Sono stanco quando torno su, nella piazzetta della chiesa di San Leone, diventata, insieme al bar, il centro della mia mappa mentale cairanese.
E’ qui che trovo quasi tutti gli elementi che fanno di me quel che sono: l’abbraccio caloroso coi tigli e col loro profumo penetrante e invisibile; l’immobilità prodigiosa delle panchine in ascolto sulla soglia della chiesa; il chiarore dolce del parapetto che apre orizzonti di avvallamenti e alture, oscillazioni improvvise degli umori, con alti e bassi che fanno pensare a cuori con elettrocardiogrammi allarmanti; la sorgente di una parola celeste e triste raccolta in un luogo un tempo sacro ed ora sconsacrato; una piazza da cui scrutare le luci notturne di paesi a tratti impigriti e indolenziti, a tratti vivaci e scoppiettanti…Tiglio, panchine, parapetto, piazza, chiesa sono gli stessi elementi che un bisaccese ritrova in piazza Convento. Qui, a Cairano, è tutto più raccolto, più in miniatura. Forse per questo, per un attimo penso, Franco ha stabilito in questo paese una specie di sua seconda residenza. Non solo perché ha trovato amici generosi capaci di manifestargli il riconoscimento che merita e di dare ali al suo grande talento e alla sua viva intelligenza. Forse anche per questa struttura di elementi che si ripetono, per queste invarianti su cui tessere le variazioni e le trame delle storie. Può darsi che sia questa “struttura elementare” la molla segreta dei nostri a volte lenti, a volte compulsi movimenti. Penso all’emigrato bisaccese finito a Vancouver che pianta sulla soglia di casa arbusti di ginestra o alla maestra di Scampitella che li pianta nel giardino della scuola di Cologno. Chi va via, per scelta o per necessità; non porta con sé soltanto dialetti, costumi, abitudini alimentari, proverbi, detti e canti folcloristici. Quasi certamente ha nei suoi occhi anche il paesaggio appenninico, la piazza del paese con le sue panchine e i suoi tigli. Io che vivo da oltre quarant’anni nella città di Mediaset, quando ho verseggiato su di lei e ho pensato a cosa, più di tutto, mi manca, ho risposto che a Cologno mi manca il vento.
Eolo, il regista delle scene variabili del cielo, il dio che può regalarmi a Bisaccia, in un sol giorno neve, pioggia e sole.
Se queste annotazioni hanno qualche fondamento, la paesologia, questo genere letterario che il mio amico ha inventato, avrebbe bisogno di matrimoni non solo col teatro, la musica, la scultura, la pittura, l’architettura, la fotografia e la cinematografia (tutte arti quanto mai presenti in questa sette giorni cairanese), ma anche di accoppiamenti con le scienze naturali e non, di relazioni con ciò che arte non è e che non è soltanto il “discorso politico” (ambientalismo, decrescita, ecc.) affiorante ora qui, ora lì. Certo, qui si incontrano anche antropologi, speleologi, ecc., ma sembrerebbe che ci siano non perché abbiano un loro discorso da fare, ma perché “prestati alla letteratura”. E’ probabile che questa osservazione nasca nel mio cervello perché faccio parte di una redazione che anima un sito e pubblica una rivista col programmatico nome di “Poliscritture”…
Seduto sulla panchina a destra della facciata e immerso in questo giro di pensieri, inizialmente sento appena la signora che mi rivolge educatamente la domanda: “Ha visto quelli della meditazione-camminata?..”
Tornato presente a me stesso, riconosco le due donne salutate un’ora prima da Franco. “No, rispondo, non ho visto nessuno”. Poi, ricordandomi che sulla Rupe una meditazione o qualcosa di simile c’era stata, aggiungo: “L’evento si è già svolto verso le quattro”.
A questo punto, mi tocca essere sincero: la meditazione sulla Rupe non mi era granché piaciuta. Non per responsabilità di Adriana, che ha svolto benissimo l’attività in cui crede. Per esclusiva insensibilità mia. Per un mio inveterato pregiudizio nei confronti di queste manifestazioni orientaleggianti o new-age.
Allora faccio agire il mio pregiudizio. Perché mai, mi domando, due belle donne dovrebbero inseguire un’altra donna in meditazione zen e non possono fermarsi in piazza a chiacchierare cinque minuti con me? Insomma, sono o non sono un uomo interessante? Voglio dire, al di là dei miei capelli, del mio viso, delle mie spalle, sono una persona che passa ore ed ore a scrivere versi, frasi, pensieri; a raccontare sguardi, emozioni, visioni, esperienze…Qualcosa da dire, forse anche importante, ce l’avrei. Possibile che non riesca ad attrarre la loro attenzione e curiosità?
“Ma no!, mi fa una delle due donne insistendo, ci deve essere la meditazione-camminata. E’ prevista dal programma…”
“Ma quale programma!…A Cairano i programma, come dicono gli stessi organizzatori, sono previsti in linea di massima e con la nostra tipica approssimazione meridionale…La meditazione, vi ripeto, c’è già stata sulla Rupe. Adriana ha già parlato. Comunque lì, affisso sulla porta della chiesa, c’è il programma…Che io sappia, più tardi è prevista la serata marchigiana…Leggeranno Adelelmo Ruggeri ed Angelo Ferracuti.”
Le due donne ascoltano. Non sono molto convinte, ma rimangono dove sono. Allora aggiungo: “Poi, non vedete il cielo? E’ pieno di nuvole minacciose. Fra pochi minuti verrà a piovere. Dubito che sotto la pioggia si cammini e si mediti…”
Gli occhi della più giovane si illuminano e tutto il viso le sorride. Quella che immagino sia la madre rimane perplessa. E, tuttavia, cominciando a cadere le prime gocce, il mio argomento si sostanzia di un’evidenza palmare.
Intanto arriva anche Pietrantonio con Teresa. E con lei le figlie e la sorella. Ci ripariamo tutti in chiesa e, sedendoci, formiamo qualcosa che somiglia vagamente a un circolo. Ci presentiamo. Le due donne si chiamano Michela e Ornella. La prima, la più giovane, si chiama proprio Michela come mia madre e come la mia prima figlia. Capisco perché avvertivo nella felice bellezza del suo sorriso qualcosa di familiare.
Io e Pietrantonio diamo inizio allora ad uno di quei nostri spettacoli tra il paradossale e il comico, tra l’assurdo e il grottesco. Teresa è la moglie di Pietrantonio, ma il suo primo marito sarei io, perché l’avrei sposata per procura, come succedeva agli emigrati italiani in America. Lo diciamo tra lo stupore dei presenti e, mentre andiamo avanti nella nostra recita funambolica, arriva un’altra donna. Si chiama Cinzia. Non fa in tempo a presentarsi che si trova ben presto coinvolta in una discussione da capogiro sulla differenza tra l’Interno (inteso come “vita interiore”) e l’Esterno (inteso come “vita esteriore”, mondo tangibile del di fuori).
“Io, sostiene Cinzia, ormai credo che l’Esterno sia il mio Interno”. Classica posizione soggettivistica, penso, e vado all’attacco. “Ma l’Esterno esiste, dico io, e ci resiste anche”. Controbattevo pensando alla “resistenza” di Michela e Ornella. Non riuscivo a convincerle di ciò che semplicemente stava accadendo: “Sì, ripetevo, siete venute a Cairano per meditare. Ma il fatto che abbiate continuato a vagare per il paese senza riuscire a trovare la maestra zen, il fatto che stia venendo giù la pioggia e voi siate costrette a ripararvi qui, sono tutti segni da leggere in positivo. Voi dovete stare qui a coltivare la vostra mente, dovete stare con noi. Conoscete Baudelaire? Conoscete la poesia intitolata Corrispondenze?…La Natura è un tempio dove colonne viventi lasciano a volte uscire confuse parole. Esattamente ciò che vi sta succedendo… Ci sono le parole confuse da decifrare, decifratele.” Un po’ facevo sul serio, un po’ mi divertivo. Volevo, ecco il primo obiettivo, convincerle che l’Infinito è per strada, nella vita quotidiana, nell’aria che respiriamo, nel paesaggio che amiamo. L’Infinito siamo noi e le persone che incontriamo. E’ il presente, il qui ed ora. Inoltre, ecco il secondo obiettivo, intendevo distoglierle dalla loro meta – qui agiva il mio pregiudizio nei confronti delle meditazioni orientaleggianti – per far loro riconoscere un’altra meta, quella che stavano vivendo al presente.
Ed ecco che, mentre mi arrabattavo con argomenti spinoziani e baudeleriani a scompaginare difese e resistenze, ecco le bambine sul palco leggere brani da “Passi di pace”, il libricino del monaco buddista Thich Nhat Hanh, distribuito forse dalla stessa Adriana o da qualcuna del gruppo delle meditanti.
Alle nostre orecchie arriva una frase: “Ogni passo è la meta”. E dio santo!, esclamo tra me e me, allora è vero che tutte le Sapienze del mondo hanno punti in comune. “Ogni passo è la meta” è come dire, all’incirca, che l’Infinito è presente. Rivolto, perciò, a Pietrantonio chiedo ad alta voce: “Cosa vuol dire che ogni passo è la meta?” Le due donne ascoltano, Pietrantonio rimastica le parole, come quando un professore interroga a tradimento uno studente mal capitato che non sa dove trovare la risposta. Ma Pietrantonio è bravissimo e mi fa rimbalzare la domanda, mi serve, per così dire, la palla per la schiacciata. Sono già pronto e m’appresto alla volata finale, quando ecco le voci di un corteo penetrare nella comunità provvisoriamente costituitasi. “Sono i meditativi”, dice Cinzia. Al che, Ornella scatta e dopo di lei Michela. “Andate!…Andate!…” ripeto. E lo dico col sorriso amaro dello sconfitto, col sorriso di chi fa buon viso a cattivo gioco.
Rimarrà sempre un segno”, mi dico. consolandomi e rinunciando a qualsiasi ulteriore tentativo di trattenerle. “Rimarrà sempre un segno” è un verso di Fortini ed è tratto da una poesia che più di dieci anni fa lessi e commentai rigo per rigo, se ricordo bene, al Centro “Guido Dorso” di Avellino. La poesia è tratta da «Paesaggio con serpente» e s’intitola “Del tuo timido gatto”.
Se non fossi convinto che rimarrà sempre un segno, non sarei qui neanche a scriverne. Non farei l’uomo di scuola, il mestiere che faccio da una vita. Sempre studente e, al tempo stesso, insegnante; sempre allievo e, nel medesimo tempo, educatore di me stesso e degli altri.

2. – Serata marchigiana. Stavamo insieme a scambiarci impressioni sull’onestà e serietà dello scrivere e lavorare, quando Adelelmo mi fa: “Devo andare su, devo andare in camera a prepararmi”. Lo capisco. Anche a me succede la stessa cosa. In simili occasioni sembro uno scolaretto che deve ripassare la lezione. Adelelmo è ingegnere. Dopo gli studi, ha avuto a che fare con muratori, proprietari di case, costruttori. Ma la scuola gli è rimasta dentro. Io, poi, non me sono mai uscito!… Nulla di male. E’ giusto prepararsi. Più si è preparati, più si riesce ad avere consapevolezza di quanto esattamente si cercherà di dire. Forse si riesce ad improvvisare anche con efficacia. I cambiamenti di programma, gli imprevisti in corso d’opera si fronteggiano meglio se sono attesi e se si possiede la necessaria attrezzatura mentale e culturale. Penso alla parola “avventura”. Quante persone la usano associandola soltanto alle imprese eroiche di questo o quel personaggio? Quante persone riflettono sul suo significato più semplice? Ad-venio. Qualcosa che sta venendo verso di noi, un infinito futuro che si sta facendo, ci sta venendo incontro. Un accadimento che, magari, avrà dentro ripetizioni (riti, ritmi…) e circostanze inattese, impreviste singolarità, straordinarietà. Ogni giorno ha le sue avventure. Starei per dire, ogni ora, ogni momento. Oggi mi sembra di averne vissute a sufficienza. Ma la serata marchigiana non posso perdermela…
Col solito, abbondante ritardo, ad un certo punto, ha inizio. Franco presenta ufficialmente Angelo Ferracuti e Adelelmo Ruggieri. Vengono dette parole non di circostanza. Fra i tre c’è una buona intesa, un legame che dura nel tempo. E’ grazie a queste relazioni che un po’ d’Irpinia ha viaggiato nelle Marche e un po’ di Marche in Irpinia.
Dopo l’introduzione di Franco, attacca Angelo. Legge brani tratti dal suo libro più recente: «Viaggi da Fermo» (Laterza, 2009). Quello, mi pare, in cui racconta di non essere stato un buono studente e quell’altro in cui la madre Elvira guardava rapita un attore-mito del cinema italiano, il tenebroso Massimo Girotti. «Quando se ne andava da casa nostra, mamma toccava le stoffe di quelle camicie neanche fossero la sacra sindone, inalava gli odori con un feticismo di ritorno che metteva paura, e a noi bambini raccontava di questo incontro magnifico, che altro non era stato se non prendergli con il centimetro la circonferenza vita, la lunghezza delle braccia e la misura del collo, prima di vederlo eclissarsi come in certi sogni.» (pag. 62)
Poi la parola passa ad Adelelmo. Legge poesie tratte dal suo secondo libro «Vieni presto, domani» (peQuod, 2006). Ma non ci giurerei. La lettura è continuamente disturbata e interrotta dal viavai vicino alla porta della chiesa e dalle voci concitate e allegre provenienti da di fuori. Mi distraggo e mi dispiace. Già il mio amico legge in modo smorzato, abbassato e con un suo respiro singolare, se poi in sala i rumori soverchiano tutto è difficile capire di che si tratta. Adelelmo, un po’ contrariato, è costretto, addirittura, a ricominciare daccapo la lettura di una poesia. Questa mi sembra inedita.
La parola torna ad Angelo. Legge un brano su Diego Della Valle, uno strano imprenditore, amante delle cravatte e rappresentante autorevole del nuovo capitalismo italiano, che è peggio del vecchio.
Angelo è scrittore che si riconosce in un’altra Italia, quella del lavoro, quella civile, democratica e solidale così aspramente combattuta dall’attuale regime mass-mediatico. Quando lessi «Le risorse umane» (Feltrinelli, 2006), scoprii che per quindici anni aveva fatto il portalettere, mestiere che umanamente, così sosteneva, l’aveva nutrito di più.
Scoprii anche che per lui, d’accordo con Robert Walser, il compito più nobile di un solerte e coscienzioso scrittore è quello di ficcare il naso dappertutto. E, infatti, Angelo l’aveva ficcato nei cantieri navali di Monfalcone, incontrando e parlando con le vedove di chi era morto di cancro ai polmoni per essere stato esposto, durante il lavoro, all’amianto; parlando coi minatori reduci da Marcinelle, coi camionisti, con gli emigrati pachistani e cinesi, col trombettista sottoposto a mobbyng, col manager cristiano e ammalato che si rende conto che l’obiettivo del capitalismo non è di far vivere meglio le persone, ma guadagnare di più, realizzare il massimo profitto, ecc. Tutto questo Angelo lo fa non in maniera ideologica, non predicando l’impegno, ma coltivando un’idea di letteratura – lo scopre mentre viene a Bisaccia, leggendo un libro di Acheng – “in forma di appunto”, una «scrittura ondivaga, senza un vero centro, che tiene conto della mutazione delle percezioni nel tempo. E’ la più antiromanzesca, quella che incontra la vita» (pag. 181)
Prosa e poesia: la parola torna ad Adelelmo. Molto probabilmente, il suo prossimo libro si chiamerà «La linea delle conchiglie». Conchiglia, Adelelmo lo sa, è parola che amo. Una mia composizione si intitola “Conchiglia dell’Incoronata”. Alcune di queste poesie che Adelelmo pubblicherà si possono già leggere nell’ultimo numero di POLISCRITTURE. Un’altra è questa, me l’ha regalata in lettura, recentemente.

La linea delle conchiglie

Venivo spesso d’estate in questa contrada
marina polverosa e libera. Venivo con il mio
stupore quando si mostra per intero il nodo
che tiene insieme le cose, poi mi ricredevo
capivo l’errore. Sto allo spigolo di una figura.
Non c’è un posto lontano da tutto, guardo
di una collina il profilo duraturo che scende
Guardo il mio fratello che cammina incorporeo
lungo la linea passeggera delle conchiglie.


Ogni tanto Adelelmo confessa di voler scendere da quella che chiama “l’altalena della poesia”. Ogni tanto dice che sarebbe meglio starsene fermi e zitti. Ma chi scrive versi così belli, chi conserva lo stupore di trovarsi anche soltanto una volta sola, anche ricredendosi per aver capito l’errore, di fronte al “nodo che tiene insieme le cose”, difficilmente potrà rinunciare a questo esercizio, a questa coltivazione della mente. Per quanto mi riguarda, desidero che non rinunci.
La parola ancora ad Angelo. Oggi è stata un po’ la giornata di Dondero, dice. Niente di meglio, quindi, che leggere le pagine in cui racconto il nostro “corso accelerato di superamicizia”. E Angelo racconta con precisione e affetto. Il Maestro, infine, ringrazia. Troppe emozioni in un giorno. Davvero troppe.

3. – Avanti ad oltranza. Terminata la serata marchigiana, tornerei volentieri a Bisaccia. Sono stanco. La giornata è stata ricca ed intensa. Ho bisogno di riposo e di metabolizzare pensieri, emozioni, sensazioni, conoscenze, incontri.
Agostino nel pomeriggio è andato a Vietri a prendere il figlio e siamo rimasti d’accordo che non sarebbe ripassato per Cairano. Devo quindi arrangiarmi, cercarmi un passaggio. Infine, lo trovo. Al paese ritornerò con Lucia, la sorella di Pietrantonio. Non prima, però, di aver visto lo spettacolo teatrale di Paolo Capozzo e Maurizio Picariello intitolato “Storia di Terra Suoni e Rumori. Ovvero lu strano suonno re Compa Prisco e Compa Mostino”. Lucia, con altre due amiche, è venuta a Cairano a posta. Va bene così. Per me l’importante è sapere che, ad una certa ora, ritornerò a Bisaccia.
Intanto, è ora di cena. Non ho granché fame, ma un’occhiata al refettorio, meglio darla. Nel piatto (di plastica) metto alcune forchettate di farfalle. Poi mi verso un bicchiere di vino. Vicino ad un tavolo, attorniato da un gruppo di amici o di fan, scorgo Vinicio Capossela. Ha in testa un berretto dai colori vivaci e rotondo. Come un tamburello. O forse più grande. Bizzarro, non c’è che dire. Vinicio è un talento eccezionale, un artista di prima grandezza. Ricordo una nottata trascorsa con lui in un agriturismo bisaccese. C’era anche Agostino, che gli regalò un’edizione del famoso “Viaggio elettorale” di De Sanctis. Non ricordo più quanti bicchierini scolammo di un liquore fatto in casa. Un liquore d’alloro. Dovevamo digerire. Quante ne raccontammo!… C’era pure Giuseppina. Andarlo a salutare? …Neanche a pensarci. Quell’estate di sette o otto anni non era ancora la star che è diventata oggi. Con le tante persone che l’attorniano non è proprio il caso di costringerlo alla fatica di ricordarsi. Vinicio è bravissimo e sta facendo molto per “Cairano 7x”. E’ già la seconda volta che viene. In verità sta facendo molto anche per sostenere la lotta contro la discarica al Formicoso. Meno male che ci sono artisti così sensibili…
Nel salone del refettorio c’è calca, affollamento. Sono molte le persone venute anche da fuori. Vinicio è la corolla che attira le api. Il programma prevede che si andrà avanti ad oltranza con blues, folk, rock. I partecipanti vivranno un notturno di suoni, storie, versi; resteranno in piedi fino alle cinque per assistere allo spettacolo naturale dell’alba a Cairano.
Sarà sicuramente un’entusiasmante esperienza, ma io ho bisogno di stare solo. Di albe ne ho viste troppe. L’ammetto, è un peccato perdersi questa di Cairano. Ma nella vita non si può vivere tutto. Ho bisogno di adagiare il mio corpo sul letto.
Sono già le due di un altro mattino, quando finalmente riesco ad abbandonarmi alle cure di Morfeo.
           



(5) Pomeriggio di Domenica 28 giugno 2009



Pensaci!…Forse ho finito,
esaurito la vena del tuo collo.
Che pena dormire senza te.
Partire e non partire. Lo capisci:
è tra le pieghe del seno
che l’Io guarisce o meteora
sparisce.


1.- Sogno mattutino. Domenica mattina mi sveglio la prima volta alle sei e mezza.
Ieri notte, quando Lucia mi ha gentilmente depositato nella piazza del paese, sono andato con Agostino al bar ancora aperto, quello con le poltroncine e l’angolo di degustazione. Abbiamo bevuto una birra media e mangiucchiato arachidi, patatine e tarallucci piccanti. Piazzatasi sullo stomaco, questa robaccia mi ha regalato un sonno non proprio lungo e ristoratore. Alle sei e mezza ero assetato e con gli occhi gonfi. Vado in bagno e torno a letto. Devo riaddormentarmi. Non ho la resistenza e la capacità di lavoro del Presidente del Consiglio. Non posso affrontare la giornata dormendo quattro ore o poco più. Per fortuna, Morfeo mi riprende presto tra le sue braccia. Ma non da solo, in compagnia di un sogno.
Dove sono? Non saprei dirlo. Sono in una stanza. Dalla finestra scorgo le cupole di una chiesa sconosciuta. La stanza è quella di un attico. Ci sono arrivato con l’ascensore. C’è anche un balcone dal quale vedo, in lontananza, il mare.
Seduta sul letto, una donna mi aspetta. Mi sembra di riconoscere MG, un amore platonico della gioventù. Ma non sono sicuro. Mi rimprovera. Ha trascorso il pomeriggio a provare modelli di abiti attraenti, a scegliere profumi, camicie da notte, reggiseni e altri indumenti intimi per offrirsi a me ed io nulla, non arrivavo. Mi faccio attendere e quasi mando in bianco l’appuntamento…”Ma ora sono qui, le dico, ora possiamo abbracciarci!” E sto per compiere il gesto, quando mi sveglia il suono del cellulare. “Pronto!” faccio ancora assonnato. E’ Adelelmo. Ieri sera, per tutta evenienza e nel caso in cui non fossimo più riusciti a vederci, ci siamo salutati. Ora mi chiede se sono già a Cairano o se vi arrivo in mattinata. Gli rispondo di no. Le zie vogliono assolutamente che resti a pranzo con loro.
A telefonata conclusa, guardo l’orologio: sono le otto e mezza. Mi conosco. Inutile che tenti di riaddormentarmi. E poi il sogno, e che sogno!, è ormai svanito. Decido di alzarmi, vestirmi e fare una bella passeggiata. Dalla casa in contrada Bellantonio, ove dormo, al centro del paese, in piazza Duomo, ci sono all’incirca tre chilometri.
Non riscriverò La passeggiata di Walzer, dirò soltanto che dopo circa tre quarti d’ora e aver salutato una decina di persone, sono in piazza. L’edicola di Gerardo è aperta.
Mi accoglie a braccia aperte e ad alta voce: “Aria nuova c’è!…Aria nuova!…” Ci abbracciamo. Poi mi chiede il motivo della mia presenza a Bisaccia. Due parole per ragguagliarlo e compero Il Manifesto per leggere l’articolo di Angelo. Insieme al quotidiano comunista compero anche La Repubblica. C’è il sole e mi siedo sulla panchina di fronte all’edicola per sfogliare i giornali. Gerardo mi richiama dentro: “Ti prego, compera anche Mente & Cervello!…E’ una rivista che qui nessuno acquisterebbe…”. Do un’occhiata alla copertina. Sulla destra l’immagine di un reggiseno rosso a balconcino abbandonato sulla lampada di una camera da letto e poi, sulla sinistra, il sommario degli articoli. Il primo, a cui la rivista dà il massimo rilievo, con la scritta in rosso: “TUTTO IN UNA NOTTE. Quando è lei a cercare il sesso senza amore”. Dio mio!, esclamo fra me e me. Troppi segni, troppi sogni mi portano in un’unica direzione. Il desiderio non invecchia.
L’altra volta portasti l’anguria.
E fu tutto un rinfrescarsi, dopo
la goduria della presa aerea,
tutto un ristorarsi.
Il seno, frutto prediletto,
strizzava l’occhio sotto la cinta
del corpetto.
Nella bocca rossa del vulcano,
oltre alla testa ogni tanto finivano
le dita incandescenti della mano.


2. – “Opera Bosco”, lo scuretto di Pietrantonio e il documentario di quattro minuti e mezzo. Verso le tre ci mettiamo in macchina per Cairano. Piove. Guida, come sempre, Agostino. Io non sono uno sfegatato di macchine e motori. Parliamo del più e del meno. Venendo con me, in questi giorni, mio cugino ha incontrato la professoressa con cui fece la tesi di laurea all’Orientale: si chiama Lidia Curti ed è sposata, mi pare, con Iain Chambers. Agostino ha una grandissima stima per queste due persone. Io, purtroppo, non ho ancora avuto modo di stringere loro la mano e conoscerle. So che sono ambedue docenti all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, che hanno scritto insieme un libro sulla questione post-coloniale, che esplorano tematiche e filoni di ricerca molto importanti con sguardi preziosi e interdisciplinari: come, ad esempio, femminismo e postcolonialità, migrazioni e modernità, gli spazi perturbanti del “tra”, in cui si sta tra l’essere carne e pesce, l’uno e l’altro, centro e periferia oppure, in negativo, il non essere questo e quello… Da tempo ho annotato i titoli dei loro libri e mi sono ripromesso di leggerli e studiarli, ma c’è sempre qualche altra cosa che mi distrae, c’è sempre in arrivo qualche altra avventura conoscitiva. Sbaglio, lo so. Così rischio di somigliare ad una barca alla deriva o ad una scimmia che salta da un ramo all’altro, ma non so che farci.
Quando arriviamo a Cairano, verso le tre e mezza, continua a piovere. Agostino parcheggia sulla piazza ove campeggia lo striscione rosso con la scritta in bianco, a caratteri cubitali, NESSUNO TOCCHI IL FORMICOSO, tira fuori un ombrello e andiamo nella chiesa di San Leone. Stanno proiettando gli ultimi fotogrammi di “Opera Bosco”. Peccato!… Mi sono perso qualcosa d’importante.
Salvatore D’Angelo, che fa da conduttore, passa la parola a Pietrantonio Arminio, il mio amico scultore.
In questi giorni con i suoi studenti dell’Accademia di Napoli ha attivato uno dei sette laboratori. Argomento: “Uno scuretto per sette case. Installazione”. Una ragazza fa girare tra il pubblico dei fogli di pergamena. Sopra è rappresentata, in bianco e nero o con colori che tendono al marrone, la condizione delle venature, così mi sembra di capire, in cui sono stati trovati gli scuretti di porte e/o di finestre appartenenti a case abbandonate. Lo scuretto diventa allora messaggero di una storia, più o meno dolorosa, ed offre la sua superficie allo sguardo che sappia rigenerarlo. Infatti, l’infisso mostrato da Pietrantonio agli ascoltatori è riverniciato in bianco, dando rilievo ad alcune venature verticali e orizzontali. Quasi al centro è incollato un cespuglio di striscioline di plastica frastagliate color fucsia. Pietrantonio suggerisce, con una punta di nonchalance, che potrebbe far pensare alla parte in primo piano del già citato quadro di Courbet sull’origine del mondo. In parte, sorrisini in sala – un pube di quel colore apparterrà certamente ad una punk… – , in parte volti perplessi.
Ad illustrazione conclusa, Cinzia che ieri in chiesa, durante il temporale, spiegava a noi in circolo, il rapporto esistente fra l’Interno e l’Esterno, viene invitata a proiettare il documentario di quattro minuti e mezzo realizzato, se non sbaglio, con la collaborazione di un’amica. “Pura poesia”, ha commentato qualcuno. Vero. Nudità ed essenzialità di ambienti: stanza, letto, abito. Oggetti immobili e in movimento, che prendono vita per pochi attimi e poi si acquietano o si adagiano abbandonati a se stessi…Ora capisco cosa intendeva la Cinzia, quando sosteneva la prevalenza dell’Interno sull’Esterno.
Intanto, sono già le cinque. Fra poco la parola dovrebbe essere data a noi; a noi, voglio dire, a Franco Arminio, Andrea Di Consoli, Mauro Minervino e il sottoscritto per l’incontro dibattito su “Scrivere il Sud”. Ma Franco non c’è. Pare che sia andato con Dondero e Vinicio Capossela a fotografare Calitri. Salvatore, allora, suggerisce di anticipare la proiezione delle immagini di Luigi Di Gianni.
Il tempo ha smesso di piovere. Agostino è già fuori per una sigaretta. Decido di seguirlo.

3. – Andrea Gobetti e l’anno dei bambù. Siamo sulla piazzetta, tra i tigli e il parapetto, a goderci il paesaggio apertosi dopo la pioggia, a respirare la luce del tramonto. Andrea Di Consoli ha fretta di cominciare il nostro dibattito perché deve tornare a Roma in nottata. Anch’io sono impaziente. Minervino partirà domattina e mio cugino gli indica la strada migliore per arrivare sulla Salerno-Reggio Calabria.
Mauro ha pensato e forse scritto una sorta di omaggio a Cairano, paese-isola la cui banca è priva di bancomat.
In piazza c’è pure Andrea Gobetti. Nei “parlamenti del mezzogiorno” ha raccontato, immagino, la sua esperienza di vita e di speleologo. Ieri, quando ha preso la parola sotto i tigli, mi è sembrato attento ad una “forma di tempo” non coincidente con quello cronologico, con quello astratto e lineare degli orologi. Il tempo è come una grotta inesplorata, ha detto. O qualcosa di simile. Una volta scoperta, cominciano nuove storie. “Mi è dispiaciuto non averti potuto ascoltare” gli dico. Andrea, infatti, è persona che mi incuriosisce moltissimo. Non ha l’abbigliamento di ordinanza, quello mio, descritto in una poesia di tanti anni fa. Ha un pantalone a quadretti scozzesi e una camicia dai colori vivaci. La prima impressione è di avere a che fare con un anticonformista, una sorta di “barbone” per scelta, uno “sciamannato” che sa quel che fa, che mena per il naso quelli che impiegano il loro tempo nelle boutique o nei grandi magazzini a cercare il pantalone o la camicia con l’etichetta. Il denaro deve essere l’ultimo dei suoi pensieri e, quel che più conta, ho l’impressione di trovarmi di fronte una persona che come me, non disdegna la compagnia, l’osteria… “Bacco, tabacco e Venere”, come si diceva una volta. Veramente, il secondo io l’ho escluso da decenni; lui, invece, ogni tanto continua ad arrotolare trinciato nelle cartine. Io ed Agostino, comunque, continuiamo a parlare volentieri con lui.
Il femminismo non gli va granché a genio. E’ stato compagno o marito di Angela Finocchiaro. E fin qui, nulla. Il cameratismo, quel sentimento di amicizia e appartenenza di luogo e di generazione, si accende tra di noi, mentre andiamo da zio Angiulino a bere una birra. Scopro che è nato a Torino nel 1952 (lo facevo più giovane) e quando gli confesso che dall’autunno del 1967 al ’68 sono stato nella sua città natale e ho partecipato all’occupazione di Palazzo Campana e alle diverse manifestazioni studentesche che ne seguirono: “Ah, sì!…”, mi dice, “Io ero al Gioberti e questo liceo era la punta di diamante del Movimento.”
Aver condiviso degli avvenimenti e aver fatto delle esperienze comuni, consente a due persone di riconoscersi. Così, per un po’ ci lasciamo andare ai ricordi (facciamo i nomi dei leader del Movimento – Bobbio, Viale, De Rossi…- , parliamo del loro arresto, ecc.) e sembriamo i reduci di una medesima guerra, provenienti dallo stesso luogo di battaglia. I nostri volti si illuminano di una luce che non è quella crepuscolare del tramonto vissuto, in quel momento, a Cairano; è la luce dell’origine, il big-bang di un’alba generazionale.
C’è qualcosa di più. Andrea, come me, non rinnega questa sua esperienza giovanile (per lui si potrebbe dire adolescenziale). Questo me lo rende simpaticissimo, vero compagno, sincero. Inutile negarlo: io semplicemente detesto certi personaggi della nostra vita pubblica – direttori di giornali, di canali televisivi, membri di consigli di amministrazione, ecc. – che hanno dimenticato e rimosso le verità di quei nostri anni giovanili. Detesto chi ha cancellato la ricerca di una nuova e più vera libertà, che non è quella “proprietaria” del partito del Presidente del Consiglio; detesto chi ha dimenticato l’ansia e il desiderio di giustizia, di solidarietà, di comunità…Cambiare idea si può. Comprendere eventuali errori e correggerli è più che doveroso. E’ forse l’unico modo che si conosca per imparare davvero nella vita. Ma tradire le proprie verità, tradire se stessi, questa mi è sempre apparsa scelta dissennata. Soprattutto se si diventa complice di chi sta, oggi come ieri, dall’altra parte della barricata.
Nel 1976, Andrea pubblicò «Una frontiera da immaginare» ( Dall’Oglio, 1976 e CDA, 2001), il suo primo libro. Riedito nel 2001, a conferma di quanto detto, a pagina 8, si legge:
«La mia generazione ed io avevamo infatti provato, sul finire dei ’60, a fare la rivoluzione, quella vera, internazionale. Ci ribellammo spontaneamente. Ricordo benissimo che nessun adulto ci mise le parole in bocca e pochissimi assecondarono quelle che urlavamo. Volevamo l’immaginazione al potere, mica l’aumento; rivendicavamo l’amore libero e la squalifica morale di tutte le generazioni che sopra di noi opprimevano la nostra giovinezza con divieti alla vita.
Credo ancora che avessimo ragione e in seguito mi sono sempre comportato mantenendo questa convinzione senza incorrere nei guasti di chi si lascia convincere d’aver fatto un errore e se ne pente. Fu un movimento mondiale, forse il primo vagito del villaggio globale, e le cause che lo originarono, alla faccia di tante belle parole spese al vento, sono ancora assai misteriose specie per chi lo visse e non lo sentì soltanto raccontare.
Dev’essere stato come l’imprevedibile ‘anno dei bambù’ quando, tutt’insieme, fioriscono i bambù del mondo e non si può sapere quando capiterà ancora



(6) Sera di Domenica 28 giugno 2009



Da una poesia all’altra
è morta zia Maria.

1. – Scrivere il sud. Passate abbondantemente le sette, poco distanti dall’altare sconsacrato, prendiamo posto per il dibattito. Franco è alla mia destra, alla sua destra c’è Andrea e, a destra di Andrea, Mauro. Questo, dal mio punto di vista, che ho di fronte il pubblico. Guardando dall’altra parte, con gli occhi di chi sta lì per ascoltarci, io mi trovo, invece, all’estrema destra.
Non sono agitato. Ho un po’ d’ansia, ma di quella normale; è quella di chi conosce bene il proprio discorso, l’ha ripassato più volte nella mente, ma non sa cosa diranno gli altri, i propri interlocutori. Tanto per cominciare, dialogheremo? Ci confronteremo oppure ognuno di noi terrà la propria lezione, svolgerà il proprio compito?…
La parola a Franco che introduce. Andrea Di Consoli è scrittore nato a Zurigo nel 1976. “Più giovane, quindi, delle mie figlie…”, penso. D’origine lucana, ha all’attivo diversi libri: di poesie, di romanzi, di critica. Gli ultimi pubblicati sono «La curva della notte» (Rizzoli, 2008) e «Marisdea» (Manni, 2008).
Mauro Francesco Minervino è, invece, professore di antropologia ed etnologia. Recentemente ha pubblicato «La Calabria brucia» (Ediesse, 2008).
Donato Salzarulo… Quando arriva al sottoscritto, Franco è costretto a precisare che sono nato a Bisaccia, sono uomo del Sud, ma che vivo al Nord, che sono molto legato (non solo affettivamente) a questi luoghi, ma che…Insomma, Franco ha qualche perplessità, qualche incertezza. Vorrebbe che appartenessi a coloro che, uomini e donne, giovani e vecchi, “scrivono il Sud” o ce l’hanno come compito, ma non ne è del tutto convinto. Lo capisco. Pur frequentandoci da un quarto di secolo – anno più, anno meno – , pur tornando al paese spesso, si può affermare con certezza che io sia uno di quelli che “scrive il Sud”?…Quando, infatti, ho scaricato il programma di “Cairano 7x” dal blog della Comunità Provvisoria e ho letto in quali iniziative Franco mi aveva inserito, la domanda me la sono posta da solo. “Scrivere il Sud” in che senso?…E’ vero che ho sempre avuto attenzione per questo punto cardinale e per questo luogo geografico e sociale; è vero che la redazione di POLISCRITTURE, di cui faccio parte, ha dedicato il numero tre della rivista a quella che una volta si chiamava la “questione meridionale”; è vero che alcuni miei scritti recenti (“Figure dolenti”, “Il mio maestro”, “Le sentinelle del Formicoso”) sono ambientati a Bisaccia, ma tutto ciò è sufficiente ad affermare che io abbia titolo per discutere su un argomento simile? Franco ha ritenuto di sì ed io lo ringrazio. Dirò di più: credo che abbia fatto una scelta più che legittima e sensata. Per una ragione semplice: io non penso che abbiano titolo a “scrivere il Sud” soltanto coloro che ne sono originari o che ne sono residenti. Giorgio Bocca, che è un piemontese nato a Cuneo, qualche anno fa ha scritto un libro che s’intitola «Napoli siamo noi». Il problema, allora, non è la titolarità. E’ capire, invece, che cosa uno scrittore dice del Sud, come lo scrive, con quanta fondatezza, a quale fine…Parlo di scrittori perché nell’elenco delle persone invitate non vedo economisti, storici o sociologi. Ne deduco che si sia pensato a persone che, oltre ad avere il Sud come “oggetto di conoscenza” (e d’amore/odio, rancore), abbiano lo scrivere letterario come loro principale passione…
Ciò premesso, veniamo alla serata. La parola ad Andrea.
Di Consoli è persona sanguigna, bella, appassionata. Afferrato il microfono e rivolto a Franco fa: Cosa ridi?…Va bene, il successo tuo e della manifestazione!…Ma tutto ciò ti fa star bene?…Tutto ciò risolve i tuoi problemi?…Io sono stanco di parlare di Sud nel modo in cui mille volte se ne parla!…Io sono stanco di tutta questa manfrina sul progresso. Io non sto bene. Io avverto dentro di me un disagio profondo. Uno più uno per me non fa due, fa zero. Io vedo una società di individui disperati, inquieti con una totale mancanza di futuro. Ogni pagina scritta è per me una pagina di congedo. Io non credo in niente. Ho moltissimi dubbi sulle persone. Preferisco stare isolato. Io, ripeto, non sto bene né nei paesi né nelle città. Ogni Nord ha il suo Sud ed ogni Sud ha un Sud ancora più a Sud.
Io non so bene cosa dire. Sono triste, disperato, confuso. Non ha senso niente. Tutto è inutile. Io sono un nichilista. Avete presente il Leopardi de La Ginestra?…
Andrea sta andando avanti a questo modo, quando si alza dal pubblico la voce di un altro Mauro. Lo interrompe e con tono perentorio lo invita a star zitto: Stai zitto, allora!… Se tutto è inutile, non parlare più!…
Preso di contropiede, Andrea rimane per un po’ sconcertato. Poi riattacca: Ma voi davvero credete che le persone vanno via da questi nostri luoghi perché non sanno cosa mangiare e non hanno lavoro?…Le persone che non sanno cosa mangiare non risiedono qui!…Avete presente la situazione del mondo?…Sapete dove davvero vive quel miliardo di persone che ogni giorno muore di fame?…Ecco, chi va via di qua ha altre ragioni: l’inquietudine, il desiderio d’ignoto, la voglia di novità…Il problema, invece, è il non riuscire a trovare un senso a tutte queste cose. Il problema, è il morire di ognuno di noi. Il problema è Dio, è il destino doloroso che ci attende…
Mauro, dal pubblico, torna ad interrompere e ad invitarlo al silenzio: ma allora stai zitto!…Taci!…
Franco cerca di tenere l’ordine e la calma in sala. Ma non ci riesce granché. Dopo qualche minuto l’interruzione diventa alterco e le parole si fanno taglienti e, in certi momenti, offensive.
Salvatore D’Angelo s’alza in piedi e prova a mediare, a interpretare cosa effettivamente avrebbe voluto dire l’uno e l’altro. Niente da fare. E’ soltanto un’altra voce che si aggiunge al clima già concitato.
Franco continua ad adoperarsi e, finalmente, un po’ d’ordine torna a regnare in un luogo consacrato, un tempo, al silenzio e alla preghiera.
Parla Minervino. Molte delle cose dette da Andrea vanno bene anche per lui. Anche lui si dichiara nichilista. Anche lui ama stare in mezzo alla gente, ascoltare, tornare nella casa che preferisce… Marc Augé, l’antropologo che Mauro conosce e di cui s’onora d’essere amico, una volta, ha detto che la “società non esiste”. La parola “società” è un’astrazione. Per strada non s’incontra la Società, ma s’incontrano persone come Tizio e Caio… In questi giorni ha girato per Cairano, ha osservato la vita sociale e non di questo paese-isola, l’ha confrontato con altri, ha colto delle differenze come quelle che elencava nel pomeriggio: Cairano appare un paese ben ordinato, col suo senso, riconciliato con la sua storia; le ragazze della pro-loco lo vivono come un nido da cui partire (per studiare, lavorare, ecc.) e a cui ritornare; per quanto piccolo il paese è già multietnico; ci sono tre chiese; ci sono pochi cani, quasi tutti neri; non c’è neanche una pompa di benzina e non ci sono banche, ecc. Insomma, al di là del dichiararsi o meno nichilista, Mauro appare più soddisfatto di Andrea, meno propenso a manifestazioni di disagio, di sofferenza e insofferenza sul piano individuale, meno coinvolto in “ascessi lirici” sulla condizione umana, sulla morte, sull’assenza di Dio, ecc.
E’ professore di antropologia e sa che gli esseri umani sono animali “produttori di senso”; che la società, per quanto astratta, è una loro necessaria condizione; che la riproduzione sociale prevede il nascere e il morire accompagnati, quasi certamente, da cerimonie, riti, ecc.; che tutto ciò può essere – e quasi sempre è – fonte di sofferenza sul piano del singolo, ma che a livello sociale è spesso inevitabile, e così via…Ovviamente, oltre a ciò che mi è parso di sentire, racconto mie impressioni; probabilmente un po’ immagino. Se per caso sbaglio, se per caso tradisco i pensieri di Andrea, di Mauro e di tutti gli altri, chiedo loro di scusarmi anticipatamente. Scrivo per capire e ricordare, per cogliere sfumature e differenze…
Ora è il mio turno. Dico alcune notizie essenziali su ciò che sto scrivendo e leggo il primo brano – meno di venti righe – di “Figure dolenti”. Poi sottolineo che scrittura e memoria sono facce di un’unica medaglia, perché scrivere è lasciare traccia di figure, discorsi, pensieri, parole, emozioni. Scrivere è sperare che altri tornino a rianimare tutto ciò, a ridare loro vita. Senza questa speranza implicita o esplicita, senza la credenza che altri un giorno possano leggere i nostri “messaggi in bottiglia”, lo stesso scrivere diventa esercizio insensato.
Ridare vita a poesie, racconti, romanzi non significa resuscitarne l’autore, eventualmente morto.
Una volta morto, Leopardi è morto per sempre, ma se siamo qui a parlare della sua Ginestra, qualcosa del suo modo di pensare la vita, dei suoi sentimenti possiamo coglierlo, valutarlo e, se ci va, farlo nostro, rimetterlo in circolo, riusarlo.
“Ci sono le parole!… – esclama una voce dal pubblico – Le parole!…Nere su bianco!…” Probabilmente l’intervento intende rafforzare il mio pensiero tutt’altro che nichilista, anche se consapevole, per dirla col poeta di Recanati, “dell’aspra sorte e del depresso loco / che natura ci dié…”. Anzi, rivolto ad Andrea, dico: è proprio Leopardi, è proprio il poeta de La Ginestra che vorrebbe “l’umana compagnia” amorevolmente confederata contro l’empia Natura, che è la vera nemica.
“Sì, lo so…” fa Andrea. Però, piuttosto che sviluppare questo tema, preferisce rispondere all’intervento dell’ascoltatore che insiste sull’univocità della parola scritta.
“Non è così – ripete – sappiamo tutti che la parola scritta o orale è equivoca, è fonte da sempre di continue interpretazioni…” E porta l’esempio del Qoelet.
Avendo già la parola, Andrea va avanti argomentando e precisando il suo pensiero, ma le interruzioni continuano e continua pure il tentativo di Franco di “far dire messa ai sacerdoti”, che saremmo noi, appositamente invitati. “Così non va bene!…Non è che non vogliamo dare la parola al pubblico…Non è che intendiamo sottrarci al dibattito…Ma deve essere dibattito, non interruzioni, sovrapposizioni…”
Le lancette dell’orologio intanto corrono e il pubblico comincia ad abbandonare, più o meno silenziosamente, la sala. Ognuno di noi è costretto a stringere il proprio intervento. Ognuno di noi prova ad aggiungere qualcosa a quanto ha già cercato di dire.
Per quanto mi riguarda, mi limito a leggere la poesia sulla morte di zia Maria.

Da una poesia all’altra
è morta zia Maria, la seconda
delle quattro sorelle di mia madre.
Siamo tornati al paese domenica
notte, di quasi luna piena,
e lunedì mattina, con lucido sole,
l’abbiamo accompagnata al cimitero,
tra oscuri cipressi e lapidi in pena.
“Se continua così – ha detto mio fratello –
le prossime volte i saluti ai parenti
veniamo a farli direttamente tra questi
viali.” Lo diceva mentre ci spostavamo
lentamente da una tomba all’altra
per mettere fiori a zio Teodoro, zio Antonio,
zio Salvatore, zia Francesca, ai tanti
mondi crollati e non rinati
neanche in parole.
“Siamo in trincea”
ha concluso Peppino, baciando la foto
dell’ultima lapide e pulendola
col fazzolettino di carta.


Sì, siamo in trincea. E la vita di quegli esseri viventi autodefinitisi umani è anche questo: una continua lotta per la costruzione dei significati. Il modo in cui ognuno di noi affronta questo processo e lo risolve, sia pure provvisoriamente, è tutt’altro che privo d’importanza. Per il singolo che l’affronta, in primo luogo. E non solo per lui.
Un bell’episodio di questa battaglia, sia pure a tratti confusa e rissosa, si era svolto sotto i nostri occhi. Andrea, in prima fila, si era più volte fregato le mani.


(7) Lunedì 29 giugno 2009. Mattino




Ogni tanto misuro la distanza


Epilogo. – Lunedì mattina, verso le nove sono sull’alibus diretto all’aeroporto di Capodichino. Devo prendere il volo delle dieci e cinquanta per Genova.
Ieri sera ho lasciato Cairano in fretta e furia. Giusto il tempo di salutare gli amici. Mi sono perso le “Cartoline dai morti” di Franco Arminio. Un po’ mi è dispiaciuto, ma Thanatos aveva già fatto sentire abbondantemente la sua presenza nel nostro dibattito.
“Scrivere il Sud”: quale è stato poi il sugo del nostro discorrere? Cosa è saltato fuori dal nostro confronto?…Continuo ad interrogarmi.
Mi ha lasciato di stucco Andrea quando ha detto che le persone emigrano dai nostri paesi non perché ne abbiano bisogno. Penso ad alcune insegnanti della mia scuola. Vengono dalla Campania, dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia…E non mi pare lo facciano con piacere o per inseguire la voglia d’ignoto.
D’accordo, esistono tanti Sud. D’accordo, non si può costringere gli scrittori del Sud a interessarsi per forza di lotta alla camorra o alla ‘ndrangheta, di servizi e disservizi, di “rinascite” sociali e culturali più o meno fondate; gli scrittori del Sud hanno come tutti il diritto di interessarsi ai temi della condizione umana: a Dio, alla morte e al significato dell’esistenza, per dirla con Arminio…Ma, a questo punto, cosa significa “scrivere il Sud”? Che senso ha la critica di Andrea a Roberto Saviano, critica ribadita anche ieri sera?…Quasi certamente i due scrittori concepiscono la loro attività letteraria in modo molto diverso. E’ un problema da approfondire e capire meglio…
Ho nella testa questo flusso di pensieri e domande, quando nell’alibus noto una coppia. Forse sono fidanzati. Lei se ne sta vicino a lui, ma ogni tanto incrocia il mio sguardo. Chissà. Probabilmente ho un volto pensieroso, perplesso. Probabilmente è incuriosita. A cosa mai starà pensando questo signore? Da dove viene? Come mai è solo?…Lei torna a guardare. Io faccio l’indifferente e fisso la valigia che il suo uomo tiene vicino ai piedi. Ha le rotelle ed è rossa. Però, non è grande. Soltanto uno dei due è in partenza. Lui, scommetto. E se, invece, fosse lei? Se lei prendesse il mio stesso aereo? Se si sedesse al mio fianco?…E’ quando mi scopro con domande simili che mi prendo un po’ in giro. Che storie sono queste?!…Cos’è questo fantasticare, questo mulinare a vuoto della mente?…
L’alibus si ferma sul piazzale dell’aeroporto. Scendo sulla banchina e mi avvio verso l’interno. Cerco l’area per il chek-in. Mi metto in fila. La coppia è dietro di me.
Ora sono al bar. Non voglio lasciare Napoli senza aver mangiato una sfogliatella riccia. Ordino pure un caffè. Cerco un’edicola per l’acquisto dei soliti giornali e vago un po’ avanti e indietro. Non ho nulla da fare. Meglio andarsene subito nell’area d’imbarco, meglio avviarsi verso l’uscita cinque.
Prima di arrivare alla macchina che fruga il mio corpo in cerca di armi, devo percorrere una lunga canalizzazione a serpentina. Poco davanti a me c’è Lui, l’uomo della coppia. Ogni tanto volta la testa all’indietro. Dietro c’è Lei, la donna degli sguardi sull’alibus; sorride e continua a salutarlo con la mano. Sta lì e non se ne va. Sta lì e continua a muovere la mano come un tergicristallo. Anch’io ogni tanto giro il capo. Forse non sta solamente salutando il suo Lui, forse sta salutando anche me.
Cavo fuori dalla tasca il borsellino portamonete e l’appoggio sul nastro trasportatore. Oltre alla borsa, vi metto anche il cellulare e la cintura. A mani vuote, passo sotto la gabbia del metal-detector. Nulla, nessun allarme. Recupero le mie cose. La donna è ancora lì, ancora a smuovere aria, ancora a salutare sorridente. Due minuti dopo, scompare al mio sguardo.
Ora sono seduto in attesa. Oltre quelle porte ci sono gli aerei in arrivo e in partenza. Per il mio imbarco devo attendere, quasi una mezz’oretta. Sfoglio i giornali. Nulla che mi prenda. Tiro fuori dalla borsa l’articolo di Ferracuti sul Manifesto di ieri. E’ all’ultima pagina, ma la riempie quasi interamente, per tutte le cinque colonne. “Altra Italia” rubrica questo genere di articoli la redazione del quotidiano. L’occhio cade subito sul titolo (“Il paese CHE NON PUO STARE SOLO”), impresso a caratteri cubitali su una grande foto. In primo piano cinque ragazze sorridenti con in mano il clarinetto. Dietro molti altri elementi della banda di Calitri ritratta da Federico Iadarola mentre si esibisce sul Formicoso. Ai piedi delle ragazze, il sottotitolo: “VIAGGIO A CAIRANO TRA DECRESCITA E ARTI”. A fianco, la sintesi redazionale dell’articolo: “Uno scrittore nelle terre raccontate da Franco Arminio, dove un gruppo di intellettuali chiamato «Comunità provvisoria» ha inventato un festival che funziona anche come sfida alla monocultura urbana. Dalle ferite del sisma che colpì l’Irpinia alle lotte contro la discarica. Sognando nuovi residenti”.
“Altra Italia”: in che senso? Alterità culturale, politica, sociale. Chi in questi giorni ha frequentato la piazzetta e le stradine selciate di Cairano probabilmente non si riconosce nell’Italia berlusconizzata. Forse non si riconosce neanche nell’Italia (quale?) disegnata dai partiti del centrosinistra. Ha bisogni culturali ricchi, molteplici, variegati. Ha bisogni espressivi che la “società dello spettacolo” non riesce a raccogliere.
Qual è stata, mi chiedo, la cifra di “Cairano 7x”? La cifra, voglio dire, l’anima, lo stile?…Mi vengono in mente due parole: abbondanza ed eclettismo. Il programma della sette giorni cairanese era ricco di eventi, per dirla col linguaggio dell’odierna industria culturale. Eventi nel senso di spettacoli teatrali, concerti, dibattiti, proiezioni di film e documentari, letture di poesie, mostre, ecc. Tutta roba di qualità, proposte alte, d’élite; da fruire, consumare, vedere, ascoltare; su cui eventualmente chiacchierare, riflettere, dibattere. Ma qual’era il filo che teneva insieme tutti questi eventi? Qual’era l’anima, il midollo, l’ipotesi culturale?…Il tema della “decrescita”? Non direi. Era una questione presente accanto ad altre: quella di “scrivere il sud”, ad esempio.
Abbondanza ed eclettismo. Non voglio dire che questo sia un male. Voglio cercare di capire come ha funzionato la macchina culturale di “Cairano 7x”. Sfida alla monocultura urbana. Indubbiamente. Scegliere come cornice di tanti incontri, proiezioni, concerti, spettacoli le chiese, le piazze, le case di un paesino arroccato su uno sperone di monte, piuttosto che Mantova, Milano, Torino, Genova, ecc. è davvero una bella sfida. Una sfida, credo, vinta grazie alla generosità di Franco Dragone e alla tenacia con cui Arminio, soprattutto, Angelo Verderosa e forse tutta la “Comunità provvisoria” sostengono alcune idee che mi trovano del tutto consenziente: Sud e globalizzazione. Perdita del centro. Marginalità come punto di forza. Il mondo e il presente storico si possono leggere e interpretare forse anche meglio, a partire da Cairano, Bisaccia, Calitri piuttosto che da Milano.
“Viaggio nel cratere” e la “paesologia” sono nati anche a partire da questo punto di vista, da questa giusta e sacrosanta osservazione. Perché mai, infatti, il mondo si conoscerebbe meglio nei cosiddetti “punti alti” dello sviluppo e non anche nei “punti bassi”, svuotati, abbandonati?…Domanda legittima ed ipotesi culturale tutt’altro che infondata. Come mai, però, tutto questo è scomparso dal nostro dibattito di ieri sera? Come mai il tono prevalente è diventato quello di Andrea Di Consoli?…In sintesi: il Sud “terra del disamore”, in cui non si crede più a niente.
Mi pare che “Cairano 7x” smentisca abbondantemente questa sia pur legittima opinione. Il Sud, i Sud…Terre di incontri ancora possibili, di energie espressive, cognitive, intellettuali. Terre da amare…
Vedo la fila che si forma alla porta dell’uscita cinque. La signorina prende i documenti, guarda il computer, torna a controllare se tutto è regolare per l’imbarco. Rimetto l’articolo del Manifesto in borsa e mi metto anch’io in coda. Tutto a posto. Dieci minuti dopo sono seduto vicino al finestrino. Mi allaccio la cintura, l’aereo si porta verso la pista, rolla, s’impenna verso il cielo.
Sotto: Napoli, la prima città che ho amato, che ho veramente amato. Napoli: il Vomero, Cappella dei Cangiani, la casa di zio Pietro, fratello di mio padre. Quante volte ci sono stato? Tante, prima che morisse. Giovane, tutto sommato. Che età poteva avere? Cinquantadue?…Cinquantatrè?…Lo zio aveva sposato zia Carmela, un’infermiera napoletana conosciuta durante il lungo ricovero al Principe di Piemonte. Gli avevano asportato una fetta di polmone divorato dal bacillo di Koch.
Una delle ultime volte che andai da lui ero in compagnia di Giuseppina. Ci eravamo sposati da poco. Faceva il tassista e ci scorazzò con una seicento familiare per la città: la Galleria, via Caracciolo, il Maschio Angioino…Che meraviglia Napoli!…Città che continuo ad amare….Ma, che ferita la questione dei rifiuti! Che dolore il fallimento di Bassolino!…
L’aereo vola alto sul mare. Risale verso il Nord-Ovest, tenendo una rotta lungo la costa. Come quello al mio fianco, diversi posti sono vuoti. Una hostess spinge un carrellino. Mi domanda se desidero bere qualcosa. “Sì, – rispondo – dell’aranciata” e pochi secondi dopo mi porge un bicchiere. Ho fra i denti ancora briciole della sfogliatella. Ho ancora dentro il fiume di Cairano: Andrea Gobetti, in prima fila, il sessantottino che si frega le mani per l’andamento della serata. Chissà cosa pensava. Ieri ho scaricato una sua auto-intervista:
«Pensavate a un futuro da protagonisti? Però non mi pare che le cose siano andate come e dove volevate voi. Vi eravate illusi?
Quando le cose andranno, andranno da quella parte. Quando si vorrà dare un’occhiata a cosa succede oltre il denaro, si andrà da quella parte; il futuro non è solo una questione di successione d’anni e di date, bensì un andare oltre i limiti precedenti, esplorare situazioni ancora sconosciute. Se uno si chiude dentro il suo portafoglio, o dentro la sua immagine, non può venirmi a dire d’essere andato da un’altra parte: ha rifiutato semmai di andare da qualsiasi altra parte, è regredito all’animalesco accumulare e divorare o si è pietrificato davanti allo specchio, alla faccia di una più profonda sensibilità umana, mentre il futuro continua ad aspettare là dove si realizzerà una più intensa umanità.
Ci eravamo illusi? Sì, ci eravamo illusi che il futuro avesse fretta

Bravo, Andrea! Ben detto. Il mondo sociale costruito dai gruppi dominanti come risposta al Sessantotto ha proprio questi due tratti prevalenti: la spinta a rinchiudersi dentro il portafoglio più o meno gonfio (quindi “religione del denaro” e liberismo con l’uomo ridotto ad “homo oeconomicus”) e la spinta a rinchiudersi dentro la propria immagine, a pietrificarsi davanti allo specchio (cultura, quindi, del narcisismo e dello spettacolo). E’ questo mondo sociale che oggi è in crisi. Finanziarizzazione dell’economia. Crescita ridotta ai parametri del Prodotto Interno Lordo. Crisi ambientale, ben evidenziata dalla questione dei rifiuti. Crisi alimentare. Crisi della monocultura urbana. Crisi sociale e culturale.
Non usciremo da queste crisi in breve tempo. Non abbiamo risposte facili e pronte all’uso. Già però condividere questa chiave di lettura è un passo avanti: la crisi viene da lontano, dal mondo sociale costruito in risposta alla contestazione, alle ribellioni e alle lotte studentesche e operaie degli anni Sessanta e Settanta. Non si tratta, come dice Andrea, di tornare indietro, ma di andare oltre i limiti precedenti, di non aver paura di apprendere, di esplorare situazioni ancora sconosciute, di non negarsi questa avventura, questo viaggio alla ricerca di una più “profonda sensibilità umana” e di una più “intensa umanità”.
Non saprei dire quanta sensibilità culturale di questo genere circolasse tra i promotori e gli organizzatori, tra i relatori e i visitatori di “Cairano 7x”. Certo, vi era intensità d’esperienza, indicazione di tracce, imprimersi di segni e significati. Vi era entusiasmo, lavoro. Ma anche vacanza, gita. Forse anche scazzo, nervosismo, equivoco. Eros e Thanatos.
“Comunità provvisoria”: cosa ognuno di noi è disposto a mettere anche provvisoriamente in comune con gli altri? Quanto denaro? Quali pensieri e desideri? Che tipo di esperienze e speranze?…
L’aereo cerca la striscia di terra sul mare. Continua a scendere di quota, la trova e, infine, impatta. Sono all’aeroporto “Cristoforo Colombo” di Genova. Alle dodici e un quarto ritiro la valigia.

Ogni tanto misuro la distanza.
Fantasma so di tenerti stretta
alle pareti del cranio. D’altronde so
che vivi nell’altra stanza. A volte
a fianco, a volte oltre l’oceano. Per
vederti mi dilanio sulla porta
di vetro dell’Io.
Ieri sera
sei venuta per meno di un minuto.
Neanche il tempo di respirare
il tuo saluto.
Così non va!…Fieri.
Tutti fieri del colpo di scena ed io
qui a spolpare insonne la mia pena.

Mi dispiace terminare questi Appunti con la parola pena. Cairano non è stato una pena. E’ stato gioia, allegria, voglia di incontri. E’ stato Sud vitale. Ma forse non va rimossa la pena individuale e sociale da affrontare. Forse bisognerà continuare ad alimentare le nostre attrezzature culturali con concetti, visioni e parole ulteriori e sempre più efficaci.

(Venerdì 26 giugno 2009)


Nota del 1° settembre 2025 di E. A.

Ripubblico questo articolo già comparso su Poliscritture nel 2009 su una piattaforma non più accessibile.










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