ARTEinSTRADA. A dieci anni dalla scomparsa di Pietrantonio Arminio

a cura di Donato Salzarulo


Nei giorni 9, 10 e 11 agosto 2025, a Bisaccia, la Via Forno Giardino, per lo più silenziosa e desolata negli altri giorni dell’anno, si è affollata e animata appassionatamente per lo svolgimento di “ARTEinSTRADA”, evento organizzato dalla famiglia, per ricordare l’artista PIETRANTONIO ARMINIO a dieci anni dalla sua scomparsa.
L’evento è stato aperto il 9 agosto alle ore 18, con una mostra all’aperto dei dipinti dell’artista, ricevuti in prestito anche da collezioni private. Sono stati esposti grandi ritratti di amici, nature morte, pregevoli acquarelli, un maestoso pannello michelangiolesco all’inizio della strada, una fotografia e degli ammirevoli nudi. Chi lo desiderava poteva, inoltre, liberamente visitare il laboratorio-museo dello scultore.
Dalle 18 alle 20,30 si è svolto anche, con un notevole coinvolgimento del pubblico, il concerto itinerante del duo “Scala minore napoletana”. Splendida e melodiosa la voce del contralto Angela Villa, virtuoso e puntuale l’accompagnamento alla chitarra di Franco Ventimiglia.
Il 10 si è continuato, nello stesso spazio di tempo, con delle letture poetiche recitate dalla figlia Aurelia e da alcune amiche: Mary Merin, Antonietta, Mariella, Carmela.
L’undici agosto si è cominciato verso le 18,30 e si è andati avanti ad oltranza con incontri artistici-letterari, musiche, canti e recite teatrali.
Alle 18,30 ha dato il la alla serata un’improvvisazione musicale dei fratelli Francesco e Aureliano Di Gianni con il loro cugino Francesco, terminata con una commovente esecuzione del famoso brano “Caruso” di Lucio Dalla: «Te voglio bene assaje, / ma tanto tanto bene sai / è una catena ormai, / che scioglie il sangue dint’’e’vvene sai.»
Ha continuato il duo “Scala minore napoletana” con un altro brano musicale e successivamente Donato Salzarulo ha parlato della presenza di Pietrantonio Arminio nella sua scrittura.
Breve intervallo con alcune bellissime canzoni interpretate dalla straordinaria voce di Luciana Ligios, accompagnata con grande bravura dalla chitarra acustica di Sergio Castelluccio, poi intervento molto riflessivo e partecipato del poeta Franco Arminio.
Altri brani musicali di Luciana Ligios e Sergio Castelluccio e successiva testimonianza dell’artista Vincenzo Elefante, che ha raccontato il suo incontro con Pietrantonio, incontro che gli ha cambiato letteralmente la vita: decise, infatti, di comperare una casa a Bisaccia e di venire ad abitare, almeno durante i mesi estivi, in questo paese.
Interessante anche l’intervento di Tonino De Guglielmo, che ha immaginato un Pietrantonio futurista, vitale ed ironico, pronto a schernire la commovente serietà di questa celebrazione.
La serata è andata avanti con “La sedia da spostare” di Giorgio Gaber, recitata brillantemente da Lino De Mattia, e con l’esecuzione di altre meravigliose canzoni di Luciana Ligios e Sergio Castelluccio. Memorabile il suo assolo, senza accompagnamento, di un canto sardo: “No potho reposare”.
Al termine un buffet ricco e variegato.
La manifestazione è stata assai seguita e apprezzata da moltissimi bisaccesi e non.
Nelle tre serate sono state sempre presenti l’anziana e vivace madre dell’artista, la moglie Teresa, le figlie, la sorella Lucia con la sua famiglia, organizzatrice del riuscitissimo evento.
Ha commosso tutti l’intervento della figlia Aurelia che, nella serata finale, ha preso la parola per ringraziare tutti i partecipanti.
Di seguito si possono leggere gli interventi di Donato Salzarulo e Franco Arminio. (DS).

LA PRESENZA DI PIETRANTONIO ARMINIO NELLA MIA SCRITTURA
di Donato Salzarulo

Ho cercato in questi giorni la presenza di Pietrantonio nella mia scrittura. Le parole scritte non si perdono nell’aria come quelle orali. Diventano “testimoni muti” di pensieri, emozioni, incontri, eventi passati.
L’Agosto 1987 fu un mese importante per me. Tornai a Bisaccia, come in tutti gli anni precedenti, ma avevo alle spalle un periodo di lavoro faticoso, assai impegnativo e stressante. Il 1986-87 fu, infatti, il mio primo anno da direttore e, nello stesso tempo, da assessore all’istruzione. Due attività spinose, delicate, molto coinvolgenti e con l’obbligo di “stare sempre sul pezzo”.
Quando misi piede nella casa di Bisaccia, finalmente respirai e cercai di dare spazio alla meditazione e alla contemplazione. Scrissi trenta Sonetti d’agosto. Uno di questi, il sedicesimo, è dedicato a Pietrantonio.
È un sonetto in cui confronto il mio “fare con le parole” (poiesis, vuol dire questo) con il suo lavorare con le mani (“manifattura”). Sono ambedue lavori che hanno al centro “pensieri”, passioni che si trasformano in diletto, cioè in sentimenti d’intima soddisfazione, amore e amori, processi di “distillazione”, una gioia schietta, un desiderio di donare, una ricerca della luce; sono lavori che animano e si animano delle contraddizioni dell’esistenza, dei conflitti del reale che irrompe nelle nostre vite; lavori che si muovono fra crepe e crepe, fra il tentativo di chiudere una linea (di vita, di pensiero, di scuola…) e quello di aprire una “frattura”, una lacerazione…Insomma, il fuoco fuori, quello del forno che fa brillare, evaporare, che rende gas la materia è un po’ lo stesso fuoco che ci portiamo dentro.

Modelli tu pensieri con argilla
Nel forno cuoci pure il mio sonetto
A mille gradi la materia brilla
L’anfora è luce la passion diletto

In tese geometrie l’amor sigilla
D’antiche simmetrie varchi l’effetto
Fra crepe e crepe l’occhio tuo distilla
Tu sei la spilla d’oro il riso schietto

Il ritmo della tua manifattura
È un’onda che si sfrangia dalla mente
Chiude una linea schiude una frattura

Rende più grande il dono rilucente
Di canto in canto da un’increspatura
Traspare il fuoco il sole mio fendente

Non ho mai pubblicato i Sonetti d’agosto. Essi indubbiamente rappresentano il mio primo lavoro poetico organico, ma la sensazione è che si alimentino di una certa mia astrattezza, di un mio portare pensieri, sentimenti ed eventi verso una verticalità non sufficientemente definita. L’effetto fu che, come palloncini gonfiati, volarono per un po’ verso il cielo, poi nella mia mente e nel mio cuore scoppiarono e ingiallirono in un cassetto.
Ripartii dalla terra, dall’orizzontalità, dalle passeggiate o, al massimo, dagli spostamenti in bicicletta: «Se posso mi sposto / in bici a curiosare / cambio spesso percorso / seguo nuove piste / che consentono un po’ di respirare.»
Ed è proprio in bicicletta che Pietrantonio pedala con me nel poemetto intitolato Questa città, un’operetta pubblicata nel 2007, dedicata, come si evince dal titolo, alla città in cui mi sono insediato dalla fine del 1968. In uno dei suoi viaggi a Cologno, la perlustrammo in lungo e in largo. Fui felice di scoprire che aveva (ed ha) molti parchi. Fu lui a notarlo e, detto da un osservatore esperto quale era, vissi l’annotazione un po’ come un complimento alla mia attività di amministratore. Gli amici non ingannano.

2.- L’ultima apparizione di cui voglio parlare è quella di Pietrantonio nei miei Appunti da Cairano del giugno 2009 (qui). All’iniziativa diretta da Franco Arminio, il mio amico partecipava con i suoi Scuretti. Non era da solo. C’erano anche Teresa, le figlie e la sorella, che in questi giorni sta facendo davvero tanto per ricordarlo, a dieci anni dalla sua scomparsa.
Pietrantonio compare subito nelle mie prime pagine dedicate al mattino di sabato 29 giugno, quando Anna Demijtteneaere, deve proiettare il video “Opera bosco”.
È un’artista, scrivo, «che non conosco di persona, ma di cui mi ha parlato Pietrantonio. Meglio, il mio amico scultore, due o tre anni fa, mi parlò di “Opera Bosco”, una specie di museo d’arte contemporanea nella Natura, allestito con opere scultoree ricavate da angoli di boschi o da materiali grezzi raccolti in loco. Anche lui aveva realizzato, se non ricordo male, delle opere ispirate a questo concetto ecologico di arte che vive in simbiosi con l’ambiente.» (pag. 17)
Ecco una delle caratteristiche di Pietrantonio: non si fossilizzava. Dalle anfore portatrici di luce era passato ad esplorare un concetto ecologico dell’arte. Dico meglio: era un artista curiosissimo che si rendeva disponibile ad esperienze artistiche diverse.
Poi compare a pagina 33, quando verso la sera di sabato 27 giugno 2009, a causa di un improvviso temporale, fummo costretti a ripararci in una chiesa sconsacrata.
«Intanto arriva anche Pietrantonio con Teresa. E con lei le figlie e la sorella. Ci ripariamo tutti in chiesa e, sedendoci, formiamo qualcosa che somiglia vagamente a un circolo. Ci presentiamo. Le due donne si chiamano Michela e Ornella. La prima, la più giovane, si chiama proprio Michela come mia madre e come la mia prima figlia. Capisco perché avvertivo nella felice bellezza del suo sorriso qualcosa di familiare.
Io e Pietrantonio diamo inizio allora ad uno di quei nostri spettacoli tra il paradossale e il comico, tra l’assurdo e il grottesco. Teresa è la moglie di Pietrantonio, ma il suo primo marito sarei io, perché l’avrei sposata per procura, come succedeva agli emigrati italiani in America. Lo diciamo tra lo stupore dei presenti e, mentre andiamo avanti nella nostra recita funambolica, arriva un’altra donna. Si chiama Cinzia. Non fa in tempo a presentarsi che si trova ben presto coinvolta in una discussione da capogiro sulla differenza tra l’Interno (inteso come “vita interiore”) e l’Esterno (inteso come “vita esteriore”, mondo tangibile del di fuori.»
Chi non riconosce in questi aggettivi sostantivati (“paradossale”, “comico”, “assurdo”, “grottesco”), uno dei tratti di Pietrantonio…
La discussione sul rapporto fra Interno ed Esterno, va avanti per un po’; ad un certo punto, alle nostre orecchie arriva una frase:
«”Ogni passo è la meta”. E dio santo!, esclamo tra me e me, allora è vero che tutte le Sapienze del mondo hanno punti in comune. “Ogni passo è la meta” è come dire, all’incirca, che l’Infinito è presente. Rivolto, perciò, a Pietrantonio chiedo ad alta voce: “Cosa vuol dire che ogni passo è la meta?” Le due donne ascoltano, Pietrantonio rimastica le parole, come quando un professore interroga a tradimento uno studente mal capitato che non sa trovare la risposta. Ma Pietrantonio è bravissimo e mi fa rimbalzare la domanda, mi serve, per così dire, la palla per la schiacciata. Sono già pronto e m’appresto alla volata finale, quando ecco le voci di un corteo penetrare nella comunità provvisoriamente costituitasi. “Sono i meditativi” dice Cinzia. Al che Ornella scatta e dopo di lei Michela. “Andate!…Andate!…” ripeto. E lo dico col sorriso amaro dello sconfitto, col sorriso di chi fa buon viso a cattivo gioco.»
Io ho il sorriso amaro dello sconfitto perché, come si sarà capito, ho cercato insistentemente e tenacemente di trattenere con me Michela ed Ornella che, fin da quando le incontro, volevano andare dai “meditativi”. Desideravo che meditassero con noi, invece che con altri.

3.- Concludendo. Questo capitoletto dei miei Appunti da Cairano è intitolato “Rimarrà sempre un segno”. È un verso di Fortini ed è tratto da una poesia, ampiamente commentata, nel mio libro dedicato a questo poeta. La poesia è tratta da Paesaggio con serpente e s’intitola “Del tuo timido gatto”.
Se non fossi convinto che rimarrà sempre un segno, non sarei qui neanche a scriverne. Non avrei fatto per una vita l’uomo di scuola, l’educatore. Sempre studente e, al tempo stesso, insegnante; sempre allievo e, nel medesimo tempo, educatore di me stesso e degli altri.
So che, mentre affermo, con grande convinzione, questa certezza, certezza che ci aiuta in questa Tre giorni a riportare tra di noi le opere di Pietro, a riguardarle, a riosservarle a riammirarle; mentre ridiscutiamo delle tante facce della sua personalità e della sua esperienza artistica, so che, dicevo, c’è chi, in forma forse un po’ paradossale – per certi versi nello stile di Pietro – c’è chi ci invita a non perdere tempo dietro questo lavoro.

Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa.

Questi sono versi epigrammatici di Giorgio Caproni, la cui opera sto rileggendo in questi giorni per la Festa della paesologia, “La luna e i calanchi” di Aliano.
Indubbiamente il mio sonetto e i miei frammenti di prosa non sono riusciti a dire l’essenza di Pietro perché l’essenza di ognuno/a di noi è trascendente.
Ciò non toglie che abbiamo il dovere di approssimarla, di fantasticarla, immaginarla, sognarla. E non abbiamo altri mezzi per farlo se non le parole in versi o in prosa e i linguaggi di tutte le altre arti.

Le tue parole son come cristallo
Come diamante puro rilucente
Dei tuoi capelli a coda di cavallo
Sono il fermaglio d’oro risplendente

Il raggio che tu stringi in questo ballo
Illumina la mente che tagliente
S’abbatte sopra il frigido metallo
E il desiderio brucia veemente

Non è miraggio quest’oscura fiamma
Che s’offre come aurea saldatura
Dei tuoi sapori cerco intera gamma

Di tutti i punti voglio la giuntura
Allor con te l’orecchio mi s’infiamma
E il baratro diventa una fessura.


PER PIETRANTONIO, DIECI ANNI DOPO
di Franco Arminio

Hai evitato la morte
fino a quando sei stato capace di dipingere.
Poi non so immaginare
com’eri con le mani chiuse
dentro l’ospedale.
Tu che eri un miracolo giornaliero,
tu che sapevi inchinarti
all’orto mortale degli altri:
ti era sconosciuto
l’abisso usuale che separa i viventi.
Tu mai soffocato da te stesso,
sempre alla giusta distanza
per vedere le verità
che vengono da dentro
e da fuori,
per sentire la grande memoria
a cui apparteniamo.
Il tuo era un quotidiano faccia a faccia
con la vita.
Eri un mistico cordiale, caloroso,
il tuo cuore come un vaso d’argilla
scaldato dal sole.





LETTERA A UN AMICO

di Franco Arminio

Caro Pietrantonio,
poco fa nel letto mi chiedevo come sarebbe il mondo se tu fossi ancora vivo. Non è assurdo pensare che forse a Gaza sarebbe successo altro, nessuno può escludere che con te vivo le cose sarebbero andate diversamente.
E mi facevo pure un’altra domanda: sei morto tu o siamo morti noi? Noi possiamo dire tutto quello che vogliamo dei morti ma è un dire che somiglia alla pretesa di un’unghia di portare via una grande montagna. Nessun tempo umano potrebbe consentire l’impresa.
A un certo punto nel letto ho ragionato anche intorno al fatto che certe persone non vanno via, va via tutto il mondo in cui vivevano. Non penso alla famiglia, al paese, penso, letteralmente, al mondo intero. E questo non vale solo per la tua morte. Ognuno finendo la sua vita fa finire la vita di tutti. Possiamo pensare che accada questo, non è vietato pensarlo, il visibile non ha alcun fondamento, a parte il fatto di essere visibile.
E allora noi possiamo dire che tu non respiri e non parli e non sorridi, non inviti i tuoi amici a cena, non ti intrattieni con gli sconosciuti. Noi conosciamo gli atti umani che avvengono dentro la vita, nulla sappiamo degli atti umani che fanno i morti.
Io non ti penso in nessun paradiso e non ti penso reincarnato da nessuna parte. Ma posso pensarti dentro al mondo, perché il mondo contiene i morti, perché a nessuno è dato uscirne, né per poco, né per sempre. La vita è un ingresso che non prevede uscite, ma solo infinite mutazioni e incalcolabili conseguenze. Ecco perché ho detto che la tua vita poteva portare altri eventi a Gaza o a Bisaccia.
Tu facevi tanti discorsi, ti appassionava la vita, credevi agli esseri umani, ci credevi veramente anche solo mentre dividevi un caffè al bar con loro. Gli esseri umani non è che sono importanti per tutti. Per te lo erano, lo erano sempre. Il tuo pregio più grande era saper stare in ogni luogo e accorgerti in ogni momento che ci sono anche gli altri. Per questo facevi fatica a compiacerti del tuo talento artistico enorme. In fondo ogni carriera ti sembrava volgare. La questione era semplicemente essere nella vita e sei stato nella vita con impressionante attenzione anche quando ti sei ammalato. Sapevi di non avere tanto tempo, sapevi che potevi solo ingrandire il tempo piccolo che ti era rimasto e con questo tempo hai affrescato la tua casa. Forse hai fatto qualcosa che somiglia all’unghia che da sola porta via una montagna.


Nota
Articoli di Poliscritture su Pietrantonio Arminio:
– 18 settembre 2015
: https://www.poliscritture.it/2015/09/18/il-bisogno-del-lupo/
– 12 dicembre 2015: https://www.poliscritture.it/2015/12/12/in-morte-di-pietrantonio-arminio/ – – 18 dicembre 2015: https://www.poliscritture.it/2015/12/18/vienimi-in-sogno-spesso-amico-mio-aiutami/
– 9 ottobre 2016: https://www.poliscritture.it/2016/10/09/segnalazione-34/
– 17 dicembre 2024: https://www.poliscritture.it/2024/12/17/ricordando-pietrantonio-arminio/

2 pensieri su “ARTEinSTRADA. A dieci anni dalla scomparsa di Pietrantonio Arminio

  1. grazie Donato per questo racconto che ne richiama molti altri, riferendosi all’amicizia di una vita. individuale e di una intera comunità, maturata nel respiro di Bisaccia, della Terra del Sud…Racconti, versi, lettere, concerti, canti in omaggio al’artista e uomo straordinario, Pietrantonio Arminio, nel decimo anno della sua scomparsa, durante i giorni 9, 10, 11 Agosto 2025. Racconti intorno ad una persona dai tratti mitici, non solo per la grande statura artistica. bensì per quella umana o, verrebbe da dire, sovrumana…come appare dalla descrizione di Franco Arminio nella sua lettera al caro amico che, scomparendo, fa scaomparire il mondo o lo impoverisce…’Esagerazioni’ dettate dal grande affetto, ammirazione e dolore per una grande scomparsa… Racconti da Le Mille e una Notte della principessa Shahrazad o da Il Milione di Marco Polo…I colori, le parole, le musiche, le luci dell’estate, i volti raggianti le opere esposte fanno da cornice ad un omaggio straordinario

  2. Commovente vedere tanta gente in via Forno Giardino. Leggendo il tuo intervento e quello di Franco sono riemersi alcuni ricordi.
    Di Pietro conservo il ritratto che mi fece con la matita in piazza Duomo, a Bisaccia, nell’ottobre del 1981. Aveva colto nel mio sguardo un non so che di malinconico. E con malinconica ed ironica eleganza aveva scritto nella dedica:” Per Tuccio. Alla Nouvelle Gauche”.
    Nel 2005 venne a Torino in occasione del matrimonio di Pietro Pennella, nostro amico comune, ed è stato mio ospite per qualche giorno. Una foto ci ritrae, con vestiti eleganti, spensierati, davanti a una vecchia Balilla di color granata (l’auto degli sposi). Quando è ripartito mi ha lasciato in dono un suo disegno, un nudo, che conservo sulla parete del salotto, accanto al ritratto. Per molti anni non ci siamo più visti.
    Una quindicina di anni fa mi chiamò per chiedermi come fare a procurarsi le poesie di Claudio Solazzo, scomparso poco tempo prima. Aveva in mente di rendergli omaggio con una lettura pubblica, a Bisaccia. Poi non se ne fece niente. Claudio comprò nei primi anni Ottanta quasi tutti i quadri di Pietro e li espose nella mostra allestita in una galleria d’arte a Moncalieri. Non riuscì a venderne nemmeno uno. Ci furono dei dissapori e una rottura che li separò per sempre.
    L’ultima volta che ho visto Pietro è stato nell’estate del 2015, già malato e privo di voce. Sono andato a trovarlo a casa sua. Era a letto. Comunicava scrivendo su un taccuino. Mi ha accompagnato nel suo laboratorio e mi ha mostrato tante sue opere che non conoscevo. Poi ha preso un pannello metallico (un’opera a te dedicata, Donato) e si è messo a lavorare per più di un’ora, intensamente, pieno di forza creativa.

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