Quello. Riordinadiario 1977 (2)

di Ennio Abate


Quello non voleva bruciarsi in un gesto esemplare più o meno eroico. Voleva costruirsela nella Quotidiana la propria ribellione. E sapeva che la Quotidiana non era una pellicola di smalto che si potesse eliminare così facilmente.

«La piccola borghesia, sia pur quella piccola-piccola (Un borghese piccolo piccolo di Monicelli) è davvero così? È solamente questo? Non vive contraddizioni altre da quelle dell’esplodere improvviso della storia (le guerre) e della tragedia individual-familiare che svela al singolo piccolo borghese la sua solitudine? La sua insussistenza di classe si pone oggi come un tempo? La crisi non attraversa anch’essa, sconvolgendone dall’interno e non per contatto casuale con la tragedia venuta dall’esterno, le abitudini, i modi di pensare, di rapportarsi agli altri al mondo, sia pur a quello ristretto del nucleo familiare» (Goffredo Fofi, Quaderni piacentini, numero 64)

Poteva fare ancora politica a Colognom? Si erano rinsecchite le ragioni per continuare. E restava però quell’obbligo ad operare in realtà emarginate. Colognom era una costruzione della loro mente. Ora svaniva e ora ricompariva. Esisteva anche Cologno Monzese realtà , ma non l’afferravano più. Mancavano gli strumenti. Potevano dire soltanto che se la sentivano addosso. Più pesante di prima, di quando erano più giovani e organizzati.

Quello ormai aveva smesso di pensarsi giovane. Fortini spiegava che i giovani andavano per la via loro – (non era chiaro quale fosse) – e che era un male inseguirli. I giovani erano argomento di dibattito. A scuola fra gli insegnanti. Un dibattito penoso. “Parliamo di loro e loro non ci sono”. Pochi speravano che il mondo giovanile potesse tornare a ruotare come un satellite attorno a loro, gli educatori. Altri avevano in mente le tante assemblee e riunioni quasi deserte e soprattutto il vuoto di idee. Ed arrivano le inculate. Lo “scemo del collegio” – (opinione dei politicizzati) – aveva aggregato la maggioranza degli insegnanti attorno alla sua mozione “qualunquista” contro i corsi di aggiornamento. Riflessioni amare nella sezione sindacale successiva. Quello da solo ne faceva di amarissime.

[15 dicembre 1976] In Via Leopardi a Sesto San Giovanni avevano ammazzato Alasia, un ex studente dell’Itis , dove Quello insegnava. Era delle Brigate Rosse. Scontro a fuoco. Via Leopardi era proprio la via dove s’affacciava la sede centrale dell’Itis. Le case popolari erano di fronte. C’erano state assemblee. In collegio ci si era scontrati sulla mozione con quelli del PCI per via del termine ‘compagno’. Quello aveva l’impressione di avvicinarsi a cose su cui né gli estensori della mozione né i loro contestatori del PCI né i giornali sapevano davvero. Cose troppo grosse. Quello era pieno di dubbi. L’unico nel dibattito a difendere – con decisione perfino provocatoria e in netta contrapposizione con quelli del PCI – l’uso del termine ‘compagno’ fu l’Autonomo. Gli altri spappolati. O ingenui fra furbi. Ricordi: una mattina lì davanti con l’Autonomo e una madre proletaria di un suo studente. Forse era per le elezioni dei Decreti delegati? Operai del PCI davanti ai cancelli dell’Itis. Chiacchierate accese con loro.

I Decreti delegati sono cinque atti normativi emanati il 31 maggio 1974. Presi nel loro complesso furono il primo tentativo di riformare la scuola della storia della Repubblica e il più importante provvedimento di politica
scolastica dell’“età dell’oro” italiana. I decreti previdero un nuovo stato giuridico dei docenti, normarono le sperimentazioni didattiche e istituirono, con il DPR 416/1974, una serie di nuovi organi collegiali elettivi con
il compito di coadiuvare presidi e provveditori nel governo della scuola, nell’ottica di articolarne il funzionamento su base territoriale.
Nella secondaria di secondo grado questi organi furono il consiglio di classe (presieduto dal preside e composto, oltre ai docenti, da due rappresentanti dei genitori e due degli studenti) e il consiglio d’Istituto (composto da sei insegnanti, un rappresentante del personale non insegnante, tre genitori, tre studenti e il preside).
A questi organi “interni” si aggiunse poi il distretto scolastico, che avrebbe dovuto inaugurare la nuova dimensione territoriale della scuola coinvolgendo gli enti locali e il mondo del lavoro.

(Rivista di Storia dell'Educazione, https://rivistadistoriadelleducazione.it/index.php/rse/article/download/14989/12762/64181

INSERTO/FINESTRA/SPUNTI

1.
https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Alasia

Walter Alasia (Sesto San Giovanni, 12 settembre 1956 – Sesto San Giovanni, 15 dicembre 1976) è stato un brigatista italiano. Appartenne, durante il periodo degli anni di piombo, all'organizzazione terroristica delle Brigate Rosse. Morì in uno scontro a fuoco con la polizia da lui stesso provocato.

Biografia
Figlio di operai di Sesto San Giovanni (Guido Alasia e Ada Tibaldi, nativa piemontese di Nole e zia materna del futuro scrittore Giuseppe Culicchia), di bell'aspetto e amato dalle ragazze, si impiegò alle Poste italiane, e cominciò a fare politica vicino al PCI[1] per poi aderire ancor giovane a gruppi della sinistra extraparlamentare come Lotta Continua ed entrare infine nelle Brigate Rosse con il nome di battaglia di «Compagno Luca».
Con la complicità di altri terroristi, il 15 maggio 1975 irruppe nello studio dell'avvocato milanese Massimo De Carolis, capogruppo DC al comune di Milano, e, dopo averlo ammanettato, lo sottopose a un «processo proletario» ed infine lo ferì al polpaccio sinistro[1].

Il suo arresto
La sera del 14 dicembre 1976 rientrò nella casa dei suoi genitori, in via Leopardi a Sesto San Giovanni e il 15 dicembre le forze di polizia bussarono alla sua porta. Secondo il racconto dei genitori, la madre andò a vedere chi fosse e, sentendosi rispondere che era la Polizia, non aprì ma chiamò il marito che, sebbene in un primo momento non trovasse le chiavi di casa, infine lasciò entrare gli agenti[2].
Dopo essere entrati, i poliziotti chiesero alla donna di indicare la camera del figlio ed a questo punto Alasia aprì il fuoco sui poliziotti. Nel conflitto a fuoco rimasero uccisi Sergio Bazzega, maresciallo dell'antiterrorismo ed il vicequestore di Sesto San Giovanni Vittorio Padovani nonché lo stesso Alasia, colpito in cortile, dove stava fuggendo dopo essere saltato da una finestra mentre i genitori – secondo il racconto della madre – rimasero tenuti sotto la minaccia delle armi da parte delle forze dell'ordine[3][4].
Secondo quanto fu scritto da chi ne condivideva le idee, Alasia si trovava in casa perché: «nei giorni della più dura repressione cerca dove dormire, ma tutte le porte si chiudono o lui non si fida più di nessuno»[5].
Al suo funerale lo commemorò Enrico Baglioni, operaio della Magneti Marelli e futuro militante di Prima Linea[6].
Alla sua storia Giorgio Manzini dedicò il libro Indagine su un brigatista rosso che, oltre alla biografia del brigatista, ricostruisce l'ambiente in cui egli era nato e cresciuto. Il libro raccoglie le interviste alla madre ed al padre di Alasia ma parla anche diffusamente del clima sociale e politico degli anni di piombo ed inoltre si sofferma a lungo sulla situazione nelle fabbriche in quegli anni, prendendo ad esempio la Sapsa del gruppo Pirelli in cui lavorava Ada Tibaldi, la madre di Alasia.
Nel 2021 esce Il tempo di vivere con te, scritto da suo cugino Giuseppe Culicchia e nel 2023 La bambina che non doveva piangere, dello stesso autore.

La Colonna Walter Alasia
Al nome di Alasia fu intitolata la colonna milanese delle Brigate Rosse, che comprendeva circa un centinaio di persone e che ebbe un ruolo a tratti distinto da quello dell'organizzazione centrale. Tra le azioni del gruppo vi fu l'attentato a Indro Montanelli compiuto il 2 giugno 1977. Dopo il 1980, la colonna fu espulsa dall'organizzazione e realizzò in proprio una serie di attentati tra i quali:
• il 1º aprile 1980 in danno del Circolo culturale Carlo Perini ONLUS. I brigatisti interruppero armati in una conferenza, scelsero tra gli spettatori quattro persone (il presidente del Circolo Perini Antonio Iosa, Eros Robbiani, Emilio De Buono e Nadir Tedeschi) e le gambizzarono.
• il 12 novembre 1980 l'omicidio di Renato Briano direttore del personale della Ercole Marelli[7]
• il 28 novembre 1980 l'omicidio di Manfredo Mazzanti direttore tecnico della Falck[8]
• il 17 febbraio 1981 l'omicidio di Luigi Marangoni direttore sanitario del Policlinico di Milano[9]
• il 3 giugno 1981 operarono poi il sequestro dell'ingegnere Renzo Sandrucci, direttore della produzione dell'Alfa Romeo (poi liberato).
• il 16 luglio 1982, a Lissone (MB), uccidono, durante una rapina, il maresciallo Valerio Renzi, comandante della stazione dei carabinieri di Lissone.
Nel 1982 la colonna si sciolse dopo che i suoi principali esponenti erano stati arrestati o erano morti.

2.
https://www.ojeventi.it/sesto-san-giovanni-e-brigate-rosse-quando-la-memoria-diventa-storia/

Articolo di Sebina Montagno

A proposito di testimonianze, eccovene una a dir poco agghiacciante, proveniente da una penna torinese: «In quel cortile succede che tu Walter, ferito alle gambe, chiami più volte: “Mamma… mamma”. E tua madre ti sente, e grida: “Walter!”, ma non può muoversi dal divano dove i poliziotti le hanno intimato di stare seduta. E poi lì fuori in cortile arriva un altro poliziotto, e ti fredda sparandoti un colpo al cuore. Per simulare una sparatoria, esplode altri colpi. Ecco perché ai barellieri quando arrivano in ambulanza non viene permesso di soccorrerti. Prima devono finirti. La messinscena è completa. La versione da dare ai giornali è pronta. Dicendo che sei stato tu a sparare lì da terra perfino ai barellieri, il ritratto di te da dare ai giornali è fatto» [...] Adesso magari vi starete chiedendo chi sia questo tale Walter, ma soprattutto chi avrebbe scritto queste frasi shock e ancora qual è il nesso con Sesto S. Giovanni? [...] La testimonianza citata sopra è stata scritta dal cugino di Alasia, lo scrittore torinese Giuseppe Culicchia. [...] Dopo oltre quarant’anni di silenzio, Giuseppe decide di buttare giù quelle che sono le sue personali memorie del cugino. Memorie che si intrecciano, scontrandosi con gli atti giudiziari e il resoconto storico ufficiale della vicenda di Walter. [...] Com’è altrettanto vero che il giorno dei funerali di Walter, il piccolo Culicchia insieme ad altri operai, salutarono il feretro del ventenne con i pugni alzati, promettendo vendetta e morte al giudice Emilio Alessandrini (colui che aveva firmato il mandato di perquisizione in casa di Walter, che si risolse con l’uccisione di Alasia), presente ai funerali insieme alla Digos. [...] La promessa dei comunisti venne poi mantenuta. Alessandrini fu freddato dalle Brigate nel Gennaio del 1979.  Deliberatamente freddato con un colpo al cuore, ci ricorda Culicchia nelle sue memorie.[...]
“Da parte mia”, scrive Culicchia, immaginando di parlare ad Alasia “ricordo bene tua madre che ci racconta: “Quando sono stata convocata dal sostituto procuratore Alessandrini, mi ha restituito il giaccone di pelle che Walter portava quella mattina. E mi ha detto: “Signora, se la cosa può confortarla, sappia che suo figlio ha ucciso solo uno dei nostri. L’altro ce lo siamo ammazzati noi per errore”. [...] La versione ufficiale, quella che lo stesso Alessandrini fornisce alla stampa e riportata dai giornali, racconta di un Walter Alasia che spara ai due poliziotti ferendoli a morte, poi si cala nel cortile fuggendo dalla porta finestra del balcone, quindi viene colpito da una prima raffica alle gambe. La versione ufficiale dice che “si finge morto. Sopraggiungono due barellieri (…). Alasia si rialza, spara ancora e a questo punto uno dei cinquanta poliziotti appostati nel cortile lo stende con una raffica di mitra”. Il secondo poliziotto, che secondo Culicchia, i colleghi avrebbero fatto fuori per errore, è il maresciallo Sergio Bazzega.

3.
https://infoaut.org/storia-di-classe/16-settembre-1956-nasce-walter-alasia

Il 16 Settembre 1956 nasce a Sesto San Giovanni Walter Alasia. Nato da padre e madre operai, crebbe nell’ambiente della cultura operaia e comunista di Sesto, dove venne ucciso per mano dei carabinieri il 15 Dicembre 1976, all’età di vent’anni. Frequentò l’Itis di Sesto per due anni, per poi continuare gli studi in una scuola serale. Diventò poi operaio meccanico alla Farem, dalla quale si licenziò. Lavorò poi in un officina come installatore di apparecchiature telefoniche e infine alla stazione centrale di Milano, come scaricatore di pacchi postali. Iniziò a militare in Lotta Continua, per poi passare alla lotta clandestina nelle Brigate Rosse. Fu probabilmente uno tra gli appartenenti alle BR di cui più si parlò, sia per la sua tragica fine e la sua giovane età, sia per lo straordinario carattere e impegno che genitori, amici e compagni descrissero. Morì in casa della madre, che aveva peraltro dato indiretto appoggio alle azioni portate avanti dal figlio, nascondendo armi e documenti, dopo aver resistito all’arresto e aver aperto fuoco sui carabinieri, uccidendone due. Da subito la sua figura e quella della sua famiglia fu vittima di una campagna mediatica con cui lo si voleva per forza descrivere come un mostro, un assassino. In questa campagna di diffamazione, col quale si cercò di stravolgere, portare al negativo ogni frammento della sua vita, si distinse in maniera particolare Leo Valiani, giornalista del Corriere della Sera, che scrisse un articolo in cui si augurava che venissero identificati ed arrestati tutti i partecipanti al funerale di Walter. A quei funerali però partecipò Sesto San Giovanni, dai giovani agli anziani, dagli operai agli studenti. Questo perché, come dichiarò la sua fidanzata Ivana Cucco, “Walter non era figlio di nessuna variabile impazzita. Era figlio del suo tempo e di Sesto San Giovanni, la rossa Sesto […]. Sono gli anni delle grandi lotte operaie, delle stragi di stato, delle rivolte studentesche, del Cile, del Portogallo, dell’antifascismo militante, dei gruppi extraparlamentari, delle occupazioni di case. Tutte esperienze che Walter ha attraversato fino alla scelta e alla militanza nella lotta armata, che era comunque una scelta di vita e non di morte. Una scelta ed un bisogno di liberazione tanto forte e irrinunciabile da arrivare anche a giocarsi la vita.” Vogliamo ricordarlo riportando delle righe scritte di suo pugno “Non è neanche immergendosi nello studio e nei ‘lavori di casa’ che ti liberi e ti realizzi diversamente. Le cose che si vogliono bisogna prendersele […]. Io sono uno dei tanti che pensano di cambiare qualcosa – e non ritengo di essere un utopista come dice mio padre – quelli che dicono così vogliono nascondere la loro paura e il loro egoismo. Quindi pensa che la tua libertà te la devi costruire – questo l’unico consiglio, anche se troppo generico che posso dare.”

4.
https://dialogonews.wordpress.com/2023/12/19/inedito-incontro-sulla-strage-di-via-leopardi-studenti-e-parenti-delle-vittime-ricordano-la-notte-in-cui-morirono-padovani-bazzega-e-alasia/

SESTO – Una commemorazione inedita si è svolta davanti al cancello di via Leopardi 161, a Sesto San Giovanni, teatro di una giornata triste e sanguinosa per lo scontro a fuoco tra il terrorista Walter Alasia e il vice questore del commissariato Antonio Padovani e il maresciallo della Digos Sergio Bazzega, epilogo di un tentativo di fermare il giovane studente che si era affiliato alle Br. Quella notte gli uomini in divisa bussarono alla porta della famiglia Alasia con la consapevolezza che tutto si sarebbe risolto senza uso delle armi, anche perchè il dirigente del commissariato conosceva i genitori dello studente. Invece la reazione di Alasia sconvolse i piani e scatenò un conflitto a fuoco che lasciò a terra tre vittime.
Da allora sono passati 47 anni e molte cose sono state dette e scritte, ma non c’era mai stato un incontro-testimonianza con la presenza di parenti, familiari e protagonisti di quel periodo. A mettere insieme tutti ci ha pensato l’Acli di Milano con un suo progetto sulla pace e il superamento dell’odio, attraverso il perdono alternativa alla violenza. Davanti al cancello si sono ritrovati una cinquantina di persone tra studenti della quarta liceo dell’Erasmo da Rotterdam, parenti delle vittime tra cui Giogio Bazzega, figlio del maresciallo; Oscar Alasia, fratello di Walter; Gherardo Colombo, ex magistrato; Manlio Milani, presidente dell’Associazione vittime piazza della Loggia; Agnese Moro, figlia dello statista ucciso dall Br; gli ex terroristi Franco Bonisoli di Sesto e Ernesto Balducchi, mandante del ferimento di un caporeparto della Breda.

5.
https://www.gennarocucciniello.it/gc/il-caso-alasia-la-mamma-del-brigatista/

 Questa non è la storia del brigatista Walter Alasia, morto a vent’anni nel 1976 in uno scontro a fuoco con la polizia nel cortile della casa dei genitori al numero 161 di via Giacomo Leopardi a Sesto San Giovanni, dopo avere ferito a morte il vicequestore Vittorio Padovani e il maresciallo Sergio Bazzega. Quella, Giuseppe Culicchia l’ha già raccontata nel 2021, con il libro precedente, “Il tempo di vivere con te”. Walter Alasia era suo cugino, amato come un fratello maggiore, ammirato come un eroe scanzonato. Questa, “La bambina che non doveva piangere”, è invece la storia di sua zia, Ada Tibaldi, la madre di Walter, che morirà a 52 anni, otto anni dopo il figlio, in quella stessa casa, seduta in poltrona davanti alla tv. Infarto dicono i medici, crepacuore pensa Culicchia. Che scrive: “E’ una storia con la s minuscola, di quelle che vengono schiacciate dalla Storia con la S maiuscola”. Culicchia va a caccia delle parole, delle atmosfere, dei luoghi e innesta i suoi ricordi, il resoconto dei fatti, le notizie e i commenti dell’epoca, le molte fotografie scattate da Guido Alasia, il marito di Ada, su un impianto narrativo che ricostruisce, immaginandoli, dialoghi e incontri

6.
https://contromaelstrom.com/2018/12/14/in-ricordo-di-walter-alasia-a-44-anni-dalluccisione/

dicembre 1976, alle 5 di mattina, una casa popolare in via Leopardi viene circondata da un foltissimo schieramento di forze dell’ordine. Ci abita, insieme ai genitori, il ventenne Walter Alasia, militante delle Brigate rosse. Scoppia una violenta sparatoria alla fine della quale si contano tre morti: Alasia e due poliziotti. I genitori di Walter Alasia sono due noti comunisti sestesi, la madre lavorava alla Magneti Marelli. Walter Alasia è stato militante della sede di Lotta continua di Sesto uscendone prima del congresso del 1975. immediatamente il sindacato proclama uno sciopero di due ore per ricordare i due poliziotti e condannare il terrorismo. Il  giorno seguente il Comitato operaio Magneti e il Collettivo Falck diffondono un volantino contrario alla proposta del sindacato, il Coordinamento operai comunisti Breda siderurgica, Fucine, Termomeccanica espone un cartello dal contenuto analogo nei reparti. L’invito di questi operai è di non partecipare allo sciopero sindacale, indicazione che seguono alcuni reparti della Magneti e della Breda.  I “gruppi” Avanguardia operaia e Pdup vanno invece al corteo sindacale, mentre Lotta continua e Lotta comunista scioperano senza partecipare al corteo. Nel volantino dei Comitati comunisti per il potere operaio si invitano gli operai a piangere i propri morti e non quelli degli altri e si indica che il vero terrorismo è «quello economico che fanno i padroni, è quello della stampa, è quello che 50 poliziotti armati di mitra hanno fatto a Sesto nelle vie della Rondinella ieri mattina alle 5 e 30 contro gli operai che andavano a lavorare». [volantino del  16-12-76]
«…venerdì 17, si svolgono i funerali delle vittime, il sindacato partecipa a quello dei due poliziotti, mentre i Comitati operai decidono di andare a quello di Alasia: sono in 300 e portano una corona di fiori con scritto: A Walter gli operai comunisti rivoluzionari di Sesto. «C’è nebbia, il comune rosso, di nascosto, anticipa le esequie di quasi un’ora. Nonostante questo 300 compagni riescono ad essere presenti, 80 sono della Marelli, c’è anche Lotta continua di Sesto». Quando arriva il carro funebre , «i compagni della Magneti, che erano molti e noi della Breda ci siamo disposti su due ali: ognuno aveva il suo garofano rosso, i pugni si sono levati e si è intonato L’internazionale.

7.
Altro articolo sul libro di Culicchia sulla zia

https://rivista.clionet.it/vol7/il-tempo-di-vivere-con-walter-e-ada-la-storia-di-walter-alasia-e-sua-madre-ada-tibaldi-rivive-in-due-recenti-romanzi-attraverso-le-memorie-personali-di-giuseppe-culicchia/

Che i conti con la vicenda che ruota intorno alla figura del cugino Walter Alasia non fossero stati chiusi da Giuseppe Culicchia con Il tempo di vivere con te1, lo conferma l’uscita di La bambina che non doveva piangere2, e alla quale invece toccherà versare tutte le lacrime del mondo, che ne costituisce in qualche modo il complemento e il completamento.

«I lavoratori giovani, messi fuori dalla famiglia, hanno costituito a lungo una subcultura etnica piuttosto che di età. La famiglia non veniva sottoposta a discussione; era anzi un punto di riferimento e di difesa rispetto al difficile inserimento nella situazione urbana industriale nordica» (Bianca Beccalli, Protesta giovanile e opposizione politica, Quaderni piacentini, n. 64)

ricordi fissati come titoli provvisori E Quello la famiglia l’aveva abbandonata ed era partito per Milano. Con chi adesso poteva discuterla? Quando più la scheggia che si stacca è piccola, rimane isolata e son cazzi suoi. Gli amici più stretti avevano continuato a preparare l’esame di Diritto romano. Quando aveva proposto ai due studenti d’arte, che aveva conosciuto alla scuola di ceramica, di andare con lui a Milano, gli avevano risposto: avviati! E dove? La latteria di via Spontini l’impiegato della BCI la magrolina di Vimercate lo sballato di Genova nato ad Adis Abeba il calabrese lettore di Hemingway la fidanzata dell’impiegato bancario. Fragile mondo di cui Quello afferrava intensamente la follia degli aspetti occasionali e temporanei

«In questo periodo (diciamo un buon decennio, fino all’inizio degli anni 70) non sono andati in crisi i valori tradizionali che riguardano l’organizzazione della vita privata, nonostante gli enormi mutamenti nelle sfere della politica e del lavoro. Anzi proprio la grande creazione di solidarietà che accompagna la risposta politica collettiva favoriva il superamento delle difficoltà latenti nella formazione di una propria, nuova identità individuale» ( Bianca Beccalli, Protesta giovanile e opposizione politica, Quaderni piacentini, n. 64)

ricordi 1. Quello telefono alla moglie incinta per avvertirla che non tornava e si fermava alla veglia per il Vietnam alla Statale . C’era uno che aveva in mano Verifica dei poteri. Con uno studente di filosofia chiacchierò di Marcuse e beccò qualche suggerimento. |2. Pioveva a diluvio. Quello indossò i pantaloni impermeabilizzati e si legò con un nodo sotto il mento il cappuccio. Prese il motom e sotto la pioggia forte andò a Milano in via Parini. C’era l’assemblea sindacale. Notturnisti e telefoniste nel salone della mensa. Si mise in un angolo, accanto a un calorifero, per asciugarsi. Forcolini e Mapelli tenevano banco sorridenti, vivaci, barzellettosi.| 3. Alle 5 del mattino alla OM a fare il picchetto con gli operai e altri studenti. La riunione in una saletta della Statale con D’Este e Piccardi e gli m-l. I suoi sospetti. La sua corazza d’ingenuità.

«Oggi la scuola italiana non è più un terreno né di formazione professionale né di formazione del consenso. Per un breve periodo si è creduto da sinistra che si potessero letteralmente rovesciare le funzioni tradizionali della scuola: cancellato il funzionamento basato su competitività e selezione, si è sperato di rinnovarne i contenuti culturali e i metodi didattici, di fare un uso alternativo della scuola per la formazione, individuale e organizzata, di un’opposizione al sistema. Tutto ciò non ha funzionato se non eccezionalmente. In genere il sistema scolastico non è divenuto uno strumento di socializzazione politica alternativa, ma una specie di terra franca: inizialmente un’area cruciale di mobilitazione per la sinistra, poi un luogo fisico di reclutamento di militanti, poi sempre più un teatro per gli echi delle diverse componenti della sinistra, e un terreno favorevole di diffusione della devianza» ( Bianca Beccalli, Protesta giovanile e opposizione politica, Quaderni piacentini, n. 64)

|4. Scuola media sperimentale di Senago. La preside dà da leggere a Quello I quaderni di Corea. Misa Banfi. Giovanna Saba.| 5. Centro per subnormali di via Adriano. Profumo, Baroldi, Luciano, Gabriella, Carla Braccini

«Don Luigi fece pure visita al maresciallo dei carabinieri di Caraffa. Questo lo chiamava cavaliere: Cavaliere, io non posso intervenire, se tutto funziona in regola. Fate che contravvengano la legge, datemi un’occasione e io li sbatterò dentro. Oggi, come oggi, abbiamo le mani legate.» (La Cava, I fatti di Casignana)

|6. Accademia. Scuola per corrispondenza funzionante con presa d’atto (dec. Min. 15.7.1952) del Ministero della Pubblica Istruzione. Quello ci lavorò alcuni mesi. Andava in giro per i quartieri popolari di Milano (Via Padova) per trovare gente che si iscrivesse.

3 pensieri su “Quello. Riordinadiario 1977 (2)

  1. Cosa ne è, oggi, di quella disperazione intesa come lotta di classe? Fu teatro (ma di comparse), fu individualismo accentuato, furono tentativi di autoriconoscersi *interpretando* forzosamente -con esiti imprevedibili e imprevisti- schemi, sì, schemi fantasticati, eroici. Il risultato fu uno scacco: non si riconobbero, non realizzarono il proprio sé. Non credo che la sconfitta (storica) abbia consentito, poi, alcuna grandezza, sia pure appartata, isolata.
    Si guardano allo specchio? Cosa vedono, “quelli”? Che ne dice, “quello”?
    (Per parte mia, con il femminismo e la Libreria delle Donne di Milano, ho fatto poi la vita comune: lavoro-figli-cura di sé. Sono ancora curiosa, riflessiva, isolata, studiosa, poeta.)

  2. «Si guardano allo specchio? Cosa vedono, “quelli”? Che ne dice, “quello”?» (Fischer)

    Più o meno quello che vedono “quelle” o “quella”, perché la sconfitta è stata di noi tutti/e. E “il femminismo e la Libreria delle Donne di Milano” non ha impedito che le donne fossero costrette alla “vita comune: lavoro-figli-cura di sé”, non molto diversa da quella di prima.

    1. Non proprio, sai? Non abbiamo avuto schemi da interpretare, né individualismi accentuati. In fondo “la vita comune” riguarda quasi tutti/e noi.
      A posteriori lo sappiamo, ma ci manca la teatralizzazione del “prima”. Se ti pare nulla…
      Nessuna ha proiettato una “quella”.

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