Il comunismo nel buio (14)
di Ennio Abate
Il tarlo di La Grassa: Ripensare Marx per abbandonarlo? Contrapporgli Comunismo del 1989 di Fortini. (Lotta per il comunismo e non domande sulla sua realizzabilità). Inutile ripetergli ancora le stesse obiezioni. Gli ho, però, mandato “Filtrando e rifiltrando il manifesto di Marx” con dedica. Paura elementare: lasciando da parte Marx (e i dominati), con chi ci ritroviamo?
(E. A. Riordinadiario, 9 gennaio 2010)
Nel quasi dibattito su “Il comunismo nel buio” è sottinteso questo dilemma: il socialismo/comunismo, che da ottocentesco sol dell’avvenire è finito – appunto – al buio (non ne vediamo neppure più un raggio) -, è morto definitivamente? Anche nella versione che Fortini delineò nella voce ‘Comunismo’ del 1989? E, dunque, ogni sua idea o ipotesi (di ripresa, rifondazione, rinnovamento) va abbandonata? Oppure, in forme oscurate e per ora indecifrabili, è ancora da ricercare?
Se si risponde sì, non resta che adattarsi alla “realtà com’è” – (come ce la raccontano, come ciascuno la vede o l’immagina) – e dimenticare la “Cosa”, la “Grande Illusione”, la “Rivoluzione”. Se si risponde no, ci si pone – mai dimenticando la “realtà com’è” – il compito di ridefinirla meglio quell’idea, di ricercarne ancora alcuni segni nella cronaca, nelle ricerche scientifiche, nella storia e nel pensiero (antico, moderno, postmoderno), ripartendo – ma non necessariamente – dalle rovine (buone e cattive) che le esperienze socialiste otto-novecentesche (di vario tipo) ci hanno lasciato.
In Dialettica e speranza di Partesana una risposta chiara al dilemma appena ricordato non la trovo. Trovo, invece, due affermazioni chiave: «La lotta per il comunismo non è già il comunismo»; «Finora abbiamo solo interpretato Fortini, è venuto il momento di cambiarlo». E una (vaga) indicazione o un invito a studiare Hegel (in particolare la sua Scienza della logica) e Adorno. Mi pare, perciò, di trovarmi di fronte ad una sostituzione di Fortini come riferimento principale (ma non per questo unico o indiscutibile), che viene articolata attraverso quattro passaggi:
1. Enfatizzando la religiosità di Fortini rispetto alla sua scelta marxista (come già fece a suo tempo Sebastiano Timpanaro e come fanno oggi studiosi fortiniani come Lenzini, Daino, Dalmas). Un esempio? Si rifletta su questo brano di Partesana: «La “infermità radicale”, il riconoscimento della quale viene invocato come parte del Comunismo, è però un ritorno, contro tutte le premesse, a una dimensione di “sapienza etico-religiosa” che funziona come lo stupore di Sir Isaac Newton di fronte alle Leggi della Gravitazione universale: So che è così, ma cosa sia è un mistero».
2. Sminuendo la qualità del pensiero dialettico che sorregge la voce ‘Comunismo’. Ancora un esempio: «La dialettica di questo articolo è un’allegoria della dialettica, un affresco del Prinzip Hoffnung che non trova, nonostante tutte le precauzioni, il duro oggetto che gli si dovrebbe contrapporre, ovvero la produzione dell’individuo a opera della società».
3. Ribaltando lo slogan-pilastro dello scritto fortiniano del 1989, non a caso posto all’inizio di ‘Comunismo’: «La lotta per il comunismo non è già il comunismo».
4. Usando un linguaggio filosoficamente elaborato e rigoroso, ma in vari punti non facile da capire.1
Una tendenza degli ultimi decenni, ma in realtà attiva già Fortini vivente, ha prodotto un mutamento complesso degli orientamenti culturali, che si è ripercosso anche – chiamiamola così – nell’area fortiniana (studiosi o semplici e mai numerosi lettori di Fortini) e ha allontanato – nolenti, volenti – anche noi da Fortini e dall’idea stessa di comunismo in tutte le forme che ha avuto da Marx alla fine del Novecento.2
Che l’allontanamento effettivo e spesso banalmente ricondotto alla voglia di staccarsi da Padri reali o ideali vissuti come ingombranti abbia investito più generazioni e sia stato particolarmente evidente tra i più giovani è questione non trascurabile, ma tutto sommato secondaria.
Dunque, non mi scandalizzo che Partesana, ben più giovane di me, non voglia più interpretare Fortini (il suo lascito, ecc.) ma proponga di cambiarlo. Mi pare legittimo chiedersi, però, se tale cambiamento, che – mi pare d’intendere – dovrebbe rivedere Fortini alla luce della Scienza della logica di Hegel e dell’opera di Adorno, comporti anche la revisione-correzione-critica-abbandono del comunismo fortiniano o del comunismo in generale. E se Partesana pensa che sia possibile delineare o lottare per un altro comunismo, ripartendo da Hegel e Adorno. O, invece, se si debba proprio pensare ad “altro”. (Che è il dilemma posto all’inizio di questa mia replica al suo scritto).
Sui quattro passaggi, che sostengono la proposta di Partesana, aggiungo le seguenti osservazioni/obiezioni:
1. Religiosità di Fortini.
In fondo questa bistrattata religiosità fortiniana consisteva nel riconoscimento che il comunismo da costruire non è logicamente, matematicamente, serenamente dimostrabile davanti a un consesso di scienziati o di filosofi o di un immaginario popolo convocato in assemblea che decida se convenga farlo o meno (esigenza che, nelle nostre passate discussioni, mi è parso d’intendere in alcuni interventi di Luciano Aguzzi e Giulio Toffoli). Nel caso di Fortini si è trattato di una religiosità “lavorata” da una buona conoscenza di Marx e capace sempre di tenere in debito conto sia i bisogni sociali materiali o concreti e sia il rapporto di potere squilibrato e fortemente diseguale tra dominatori ben organizzati e dominati in condizioni di bisognosità spesso laceranti e impediti nei loro tentativi di ribellarsi e organizzarsi. E, più precisamente, tra classi subordinate e classi dominanti. Quella di Fortini non è mai stata, insomma, la religiosità controllata dalle Chiese e dalle loro gerarchie, che convivono benissimo coi potenti operanti ai livelli nazionali o mondiali.
E poi, per quante ne so, tra le alternative, che si potrebbero prendere in considerazione per confrontare se siano migliori dell’atteggiamento religioso-marxiano (e umanistico) di Fortini, abbiamo il materialismo illuministico alla Timpanaro, quello scientifico alla Althusser (o del La Grassa prima fase), il geopoliticismo più o meno complessificato (alla Fagan, alla Caracciolo), il multitudinarismo di Negri. E forse i rivoli ancora sotterranei di vari ricercatori (Fineschi, Finelli, Graeber, Bologna, alcune teoriche del femminismo come Butler, Melandri, Muraro, Federici).
Per me, dunque, meglio ancora oggi scegliere, come punto di resistenza e di possibile ripartenza, questo comunismo di Fortini, perché le altre posizioni sembrano essersi disfatte del conflitto capitale-lavoro e pongono come decisivo il conflitto tra superpotenza imperiale USA declinante e potenze emergenti. (Si vedano i discorsi riguardanti l’unipolarismo e il multipolarismo). E sono convinto che anche la critica alla religiosità fortiniana comporti in fondo un abbandono – per sempre o chissà per quanto tempo – di qualsiasi ipotesi sul comunismo, che viene ridotto a volgare superstizione e abbandonato alle sette dei nostalgici.
2. Insufficienza dialettica di ‘Comunismo’.
Che Fortini non abbia assimilato la “vera dialettica”, avendo trascurato un’opera fondamentale di Hegel («non immagino Fortini leggere e glossare la Scienza della logica, non era il suo mestiere né, direi, la sua vocazione», scrive Partesana ), non mi scandalizza. Mi viene da dire: e con questo? Perché sottoporre l’esperienza di comunista di Fortini o la valutazione di questo suo scritto, soprattutto a un esame della sua competenza in dialettica da parte dei professori di filosofia? Per ripensare il comunismo o ritentarne la costruzione, può servire ma non bastare un’ottima conoscenza della dialettica. E lo dico senza svalutare la filosofia o le scienze.
lo apprezzai e ancora apprezzo questo scritto fortiniano, niente affatto secondario anche se apparso su un supplemento satirico de L’Unità, come un prezioso riassunto di una tradizione scolastica secolare elaborata da intellettuali ma non solo da loro. E nel realizzarlo Fortini non dovette affrontare soltanto «una sfida, come una scommessa metrica», ma dovette districarsi tra trabocchetti intellettualistici e spinte ora elitarie ora populistiche. E fare i conti sia con l’egemonia del PCI del suo tempo (anche nei suoi aspetti nefasti) e sia con l’esigenza, mai da lui sottovalutata, di tenere aperto il dialogo – come diceva – tra il filosofo e il tonto (che è poi il vecchio problema del rapporto avanguardia/masse o partito/ classe).
Inoltre in quel 1989, anno simbolico del tracollo dell’Urss, quando scrisse, forse presentiva che quella cultura stava venendo meno e dovette decidere di riassumerla “in poche parole” anche per i lettori digiuni di dialettica e di filosofia. Stavano già scomparendo i lettori che s’erano sforzati di capire cosa è il comunismo e cosa aveva detto Marx leggendo dei libri. E scrisse ‘Comunismo’ per non abbandonare la questione, per non farla finire al buio, come purtroppo è accaduto.
Da qui anche la sua insistenza sulla protezione delle nostre verità, protezione che non si sognava di affidare ai filosofi di professione o soltanto a loro. In un periodo, tra l’altro, che già vedeva nelle università l’abbandono degli studi su Marx per quelli su Heidegger.
Credo, dunque, che Partesana, staccando la figura di Fortini dai “veri filosofi” (Hegel e Adorno) o facendosi scudo di Hegel e di Adorno per mettere in ombra Fortini, faccia un errore di specialismo; e abbandoni qualcosa che in Fortini sicuramente c’è ma che in Hegel e Adorno non è detto che ci sia.3
3. Il comunismo è già o non è già nel combattimento.
Se vogliamo restare nell’area problematica del “comunismo nel buio”, questo punto è centrale. Dovremmo aver chiaro che, se non c’è combattimento (o lotta) per il comunismo, non c’è neppure possibilità di comunismo. Né come assaggio («un’anticipazione del futuro») né come
possibilità di «vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante». Altrimenti, si rischia di ridurre il comunismo a credenza o a oggetto esclusivo di un pensiero contemplativo.
A differenza di posizioni che respingevano il termine stesso di ‘combattimento’ – (vedi su Poliscritture del 2017 le obiezioni di Giulio Toffoli o di Massimo Parizzi, che lo ritenevano cruento e fuori luogo per la situazione odierna, a loro avviso pacificata o di torpore insuperabile delle masse, Partesana riconosce che in certe lotte degli anni ‘60-’70 «un’anticipazione del futuro è entrata nell’esistenza dei compagni» nonostante il «furore» (e direi gli errori che le accompagnarono). Ma perché, oltre ad avvertire dei limiti, della finitezza umana e che in quelle esperienze «non sono scorsi latte e miele e il deserto non è fiorito», ridurre lo scritto di Fortini a preghiera o vederci una volontà di «mettere il futuro nelle mani degli uomini come se fossero Dio»?
Oggi tutto attorno a noi congiura contro una riflessione su Fortini, la sua opera e sulla prospettiva/ipotesi/speranza del comunismo in cui la volle iscrivere. Tante cose sono cambiate in peggio. Guerre, massacri, impoverimento, smarrimento politico e morale, impotenza degli individui ridotti a spettatori hanno reso più arduo e – diciamolo pure – forse quasi impossibile il «combattimento per il comunismo» auspicato da lui e da una parte dei movimenti del ‘68 e del ‘77. Non esito a sottolineare che lo stesso Fortini da ‘Comunismo’ del 1989 era arrivato a Composita solvantur, che non è la stessa cosa. E che testimonianze di una posizione più disperata ho ritrovato anche in persone a lui care e vicine come Edoarda Masi e Ruth Leiser, ma nei suoi dintorni si deve restare perché in lui la difesa delle nostre verità trova nutrimento e non si separa mai dalla consapevolezza della tragedia.
P.s.
Metto in nota alcune osservazioni/obiezioni sul quarto passo, di cui ho detto (linguaggio con punti oscuri o poco comprensibili), perché richiederebbero un esame meticoloso, necessario ma anche noioso, da parte di lettori che vogliono seguire il senso generale dello scritto di Partesana e non addentrarsi nei particolari.4
Note
1 Non dico che Partesana non si vuol far capire – altrimenti non scriverebbe -, ma che esaspera l’indubbia difficoltà e a volte l’impossibilità di capirsi attraverso il linguaggio “comune”, per una sfiducia nella discussione, nel dialogo, nel confronto tra il filosofo e il tonto. Sfiducia solo in parte riscontrabile in Fortini. (Rimando a «Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico» di Daniele Balicco e alla recensione che gli dedicai).
2 Sempre a titolo d’esempio, ricordo: «Sentimenti dell’aldiqua. Opportunismo paura cinismo nell’età del disincanto » di AA.VV. (1990); il nostro progetto (interrotto) di scrivere un «Manuale per Franco Fortini» (2014); «Come ci siamo allontanati». Ragionamenti su Franco Fortini» (2016).
3 Lo prova l’affermazione: «La lotta per il comunismo non è già il comunismo.» – (per la precisione Fortini scrisse: «Il combattimento per il comunismo è già il comunismo») -. che ribalta completamente quella basilare nello scritto: «La lotta per il comunismo è già il comunismo.». la collegherei ad una obiezione scettica che Partesana mi fece durante la presentazione del mio Nei dintorni di Franco Fortini (aprile 2025, vedi: https://www.poliscritture.it/2025/04/05/22229/): «Che cavolo è una verità che ha bisogno di protezione?». Ma tutto il lavoro di Fortini è consistito in una protezione delle verità di Marx, Lenin Mao, Dante, Manzoni, Noventa, Panzieri. Perché non esiste una verità che si imponga da sé, da sola, senza organizzarsi con altri per affermarla o, in tempi bui, difenderla.
4 Ecco i punti per me semioscuri o oscuri di Dialettica e speranza:
a- Non saprei valutare la correttezza dell’affermazione : «la dialettica mal sopporta il sublime». Non ho trovato troppo sublime in ‘Comunismo’, se non forse in quel passo in cui parla di luogo più alto, visibile e veggente.
b – Non intendo bene cosa Partesana vuol dire qui: « l’impazienza di Fortini è una lezione da apprendere letteralmente come Prinzip Bewusstsein, e rassomiglia in questo alla confessione, dove nulla cambia se non avere visto e avere detto. La contraddizione però così scompare in una disciplina che può anche mettersi al servizio della futura umanità, ma rimane, giustamente, nel mondo delle rappresentazioni e non della cosa in sé.»
c- Né che vuol dire qui: «Sono consapevole di aver accostato due astrazioni: il Comunismo di Fortini, e la Dialettica di Adorno; “Rendere sensibile e intellegibile la materialità della cose dette spirituali” mi valga però come salvacondotto per attraversare un territorio “ch’i non avrei creduto / che morte tanta n’avesse disfatta”».
Infine, non sono riuscito a comprendere bene, nel commento di Eros Barone allo scritto di Partesana, questo passo: « l’irrealtà di ciò che è rappresentato è, a sua volta, un momento della realtà dell’immagine e, così, un momento della realtà.». Mi pare di capire che, mentre Partesana sembra diffidare della rappresentazione che Fortini darebbe del comunismo, perché immagine, Barone ammette, invece, la «realtà dell’immagine» e non la svaluti, perché essa sarebbe «un momento della realtà.
»

Ho cercato in diverse occasioni -non ultima il libro che promana da Sraffa- di mostrare come il discorso sul comunismo non sia affatto chiuso, anzi: chè la mutevolezza di forme sociali dell’uomo antico che Graeber racconta ci dice che non vi è nulla di inevitabile o ‘naturale’nel dominio capitalistico; e, di passaggio, che se Hegel è servito a Marx adesso però possiamo anche farne a meno. Se non vogliamo ritrovarci nelle infinite immobili gore dei dibattiti tra marxisti-leninisti-linea-rossa e marxisti-leninisti-linea-nera che andavano di moda dopo il ‘68.
Piuttosto andrebbe applicata all’epoca attuale la stessa analisi che Braudel opera rispetto a Filippo II arrivando a completare ed estendere gli abbozzi di Marx prima e Lenin poi; e sono convinto che il percorso (a molte dimensioni) che ne viene fuori abbia ancora un unico sbocco positivo possibile, il comunismo (quello senza stato).
E, come con la Prima Internazionale, l’incontro tra queste analisi e le lotte-tutte- sia il grimaldello necessario e sufficiente. La speranza è tale se è concreta.
Anche se questo non esclude i molti possibili sbocchi negativi; e probabilmente è su di un piano diverso da molte dotte elucubrazioni.
“Se c’è (invece) combattimento o lotta per il comunismo…” si costituiscono delle élites. Com’è la storia tra élites e “popolo” nel comunismo?
Il comunismo non è eguaglianza? Alternanza di funzioni?
Andrà bene nelle piccole comunità di sussistenza, ma… negli stati complessi, nelle società articolate, la differenza di funzioni si sclerotizza e ricrea élites.
Il cristianesimo delle origini, mi pare, era un buon esempio di comunismo.
Forse pagare le differenti funzioni in modo uguale a ogni altro lavoro sarebbe comunismo, forse…
Ma le nostre civiltà complesse uguali pagamenti per differenti funzioni… le farebbe saltare.
Il comunismo è un impensabile.
Solo il tempo è impensabile nella sua interezza…per cui penso che l’idea di comunismo può ben covare sotto le ceneri e risvegliarsi in fuoco nel tempo impensabile…il capitalismo genera guerre distruzione e autodistruzione, molti oggi si mobilitano per riattizzare le ceneri per il tempo impensato
Sì, Ennio, hai interpretato correttamente quanto ho scritto circa il rapporto tra realtà, immagine e irrealtà. Non posso sedermi sulla sedia di van Gogh, ma è reale la sedia che fu il modello di van Gogh: l’irrealtà è, così, un momento della realtà. Del resto, con che cosa dovrebbe rapportarsi la realtà, se non con se stessa, visto che non vi è nulla, all’infuori di essa? Il totalmente irreale non sarebbe nulla. Esiste, però, all’interno del reale una modalità che è il contrario della stessa realtà: l’immagine, che, in quanto tale, è reale, mentre non è reale ciò che in essa è rappresentato, cosicché non posso sedermi sulla sedia raffigurata nel dipinto di van Gogh. In questo senso, che l’irrealtà sia un momento della realtà significa che il contenuto della coscienza partecipa della realtà della coscienza, soltanto che vi partecipa nel modo della propria irrealtà oggettuale. Mentre normalmente il contenuto della coscienza è reale all’infuori della coscienza, abbiamo qui il caso limite in cui la coscienza stessa produce, come immagine della fantasia, il proprio contenuto, talché contenuto della coscienza e oggetto della coscienza coincidono. Quando affermiamo di sapere qualcosa, facciamo riferimento, per l’appunto, ad una corrispondenza tra il contenuto della coscienza e l’oggetto. Il sapere in questo senso è vero sapere soltanto come pensiero (ecco il lato veritativo dell’idealismo, che coesiste e collutta con i lati mistificatori). In conclusione, la verità non è una modalità dell’essere dell’oggetto, come sembra ritenere Partesana allorché muove a Fortini/Abate l’obiezione, tra scettica e dogmatica, sulla impossibilità di “proteggere” ciò che per definizione non ha bisogno di protezione. La verità è invece una modalità della rappresentazione dell’oggetto in una determinata forma, e tale rappresentazione, lungi dall’essere inconcussa ed autoevidente, è per principio contendibile e falsificabile, perché si trova al centro di quello che Kant definiva il “Kampfplatz” della filosofia: il campo di battaglia dove, nella feconda circolarità tra la teoria e la prassi, si scontrano e si incontrano, attraverso i loro inevitabili scarti (da ridurre) e la loro inesauribile corrispondenza (da garantire), la verità e la realtà. Dunque, guai a chi non protegge le sue verità, guai a chi non ha verità da proteggere!
Non riesco a capire “la pipì fuori del vaso”. Quando si parla di “comunismo”, si parla dell’uso storicamente dato di una parola. Quest’uso fu coniato da Marx quando nel 1848 scelse di usare la parola “comunista” invece che, per es., “socialista”. Intanto: perché lo fece? Se son ci si riferisce ai “classici” e si lascia andare la fantasia si entra direttamente, direi, nel campo dell’ideologia. Si parli allora dell’uso che fecero Marx, Engels e magari Lenin della parola “comunismo” (quando, perché, in riferimento a cosa, ecc.). E poi: perché Gramsci fonda (assieme agli altri) il PCDI? Sappiamo che sull’interpretazione dei testi si può discutere a lungo. E questo è un lavoro più che sufficiente per ora. Quando poi si vuole correggere, emendare, revisionare, di fronte alla realtà storica attuale, lo si dica apertamente, chiarendo i punti di distacco (e non mistificandoli come fecero gli intellettuali “organici” del PCI).
Carlo Tarsitani. Scusate.
Aggiungo:
Il comunismo è una realtà “scoperta” dal modo di produzione capitalistico. Esso è già insito in quella realtà perché ne è il superamento dialettico. Questo è il primo punto di una discussione seria.
@ Carlo Tarsitani
“Il comunismo è una realtà “scoperta” dal modo di produzione capitalistico. Esso è già insito in quella realtà perché ne è il superamento dialettico.”
Eppure…
“Nei settori economici dove la scienza e la tecnologia sono pienamente dispiegate, la produzione di ricchezza dipende da questo completo dispiegamento che è connesso al complessivo grado di sviluppo scientifico e tecnologico. Il tempo di lavoro immediato diviene “irrilevante” dice Marx e ciò che conta è “lo sviluppo dell’individuo sociale” cioè appunto il grado di sviluppo scientifico e tecnico di una certa epoca. Anche questo secondo aspetto è piuttosto profetico se si pensa, di nuovo, all’impiego della scienza nello sviluppo dei nuovi settori dell’economia digitale. Da questi due aspetti Marx trae un’ulteriore e più rivoluzionaria conclusione. La rivoluzione tecnologica rende il lavoro talmente produttivo che il furto di lavoro altrui, ossia le ore non pagate che i lavoratori devono prestare al proprietario dei mezzi di produzione, diviene una “base miserabile” rispetto alla produzione della ricchezza determinata dal complessivo sviluppo scientifico e tecnologico. Tuttavia, il rapporto di produzione capitalistico non può fare a meno di misurare la ricchezza prodotta in termini di lavoro socialmente necessario. Marx ne deduce dunque, che “con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla”. La contraddizione del capitalismo è dunque di spingere a uno sviluppo colossale della scienza e della tecnologia ma poi misurare la ricchezza così generata in tempo di lavoro. In queste contraddizioni ci “sono le condizioni per far saltare in aria questa base” (Marx, 1978, pp. 400- 402).
Questo brano è stato letto da alcune correnti post-operaiste come la dimostrazione che già nel capitalismo si pongono elementi di un modo di produzione superiore. In realtà Marx sta ribadendo che il socialismo si può costruire solo partendo dalle punte più avanzate del capitalismo e sfruttandone le contraddizioni, ma nessuno sviluppo economico o tecnologico, di per sé, può trasformare le basi sociali di un modo di produzione. Come fa il sistema a gestire concretamente la contraddizione di dover utilizzare tuttora il tempo di lavoro come misura della ricchezza prodotta? Con un immenso travaso di plusvalore da tutti i lavoratori e dalle piccole e medie imprese a quelle giganti che sono anche le più coinvolte nelle applicazioni scientifiche e tecnologiche. Rendendo dunque il sistema sempre più diseguale e ingiusto. Questo spiega perché, a metà 2025, le prime cinque imprese per capitalizzazione di borsa (Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet e Amazon) capitalizzino quasi 18 mila miliardi di dollari, il 15% del PIL mondiale. Grazie IA!
(da Sviluppo tecnologico e lotta di classe nell’epoca dell’intelligenza artificiale di Sandor Kopacsihttps://xepel.wordpress.com/2025/10/24/sviluppo-tecnologico-e-lotta-di-classe-nellepoca-dellintelligenza-artificiale/?fbclid=IwY2xjawNow7BleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFEN3hLd0xwMkRBUXZoS3JMAR4pK77CT94_J2hFeTxhVb8KIJ3o7aQozd_uObywLi4ZkRfApOq42lfrN01ycQ_aem_HJyH0F2hfZPn2CSxMHXOUg)
Caro Ennio,
leggo con una qualche sorpresa le tue osservazioni critiche al mio brevissimo scritto sopra dialettica e speranza, ovvero sul tentativo che Fortini fece, nel 1989, di riassumere cosa fosse o dovesse essere “comunismo”.
Non mi convince, per essere subito chiaro, una certa tua riprovazione della critica filosofica e della sua – in una certa misura necessaria – oscurità. Le vocazioni al “chiaro parlare” e all’umano “sentimento di pietà” sono da lodare, sia chiaro, a patto però che non sostituiscano il molto faticoso lavoro della ragione, che troppi oggi scansano per noia o per rifugio.
La Fenomenologia dello Spirito fu scritta da Hegel mentre i cannoni francesi puntavano contro Jena. A quella vista il filosofo credette fosse meglio capire che appartenere o, detta filosoficamente, che ogni identità immediata è un inganno.
Il viaggio immaginario di Hegel è simile, in intenti e forme, a quello più antico di Dante: figure che bisogna incontrare per riconquistare la propria coscienza. Cambiano le regole: per Dante sono Virgilio, Tommaso d’Aquino e Firenze, per Hegel l’esperienza, il concetto e la riconciliazione dell’una con l’altro.
Ora io non so se Franco Fortini avesse in mente la Divina Commedia, il Manzoni o Dostoevskij quando scrisse quelle righe sopra il comunismo, magari nessuno di questi; mi sono sempre rifiutato a ogni memoria personale e non comincerò certo a farlo adesso. Una cosa però ti chiedo di considerare, come se fosse venuta in mente a te stesso.
La “contraddizione più alta” è davvero il passo della Fenomenologia: da ogni scontro tra quel che crediamo di sapere e la realtà, si esce non con una soluzione determinata, bensì con una esperienza migliore (non saprei come altro chiamarla) dei nostri guai, e di quelli del mondo naturalmente.
Se la speranza è che gli uomini siano sempre meno inconsci del loro stato e infine liberi dal dominio che da sé hanno imposto a se stessi, allora sì: ogni stazione dove si manifesta lo Spirito assoluto, è già lo Spirito assoluto – la lotta per il comunismo è già il comunismo.
Non mi dà fastidio l’Idealismo (meglio se rimesso sui suoi piedi e scorticato) come non mi dà fastidio la geografica genialità di Dante che per uscire dal luogo peggiore immagina una montagna capovolta. Ma a te evidentemente sì, e io non capisco cosa tu stia difendendo.
Non sto oscuramente invitando a studiare, lo vado “predicando” (ridicolo mentore) da trent’anni. E se vuoi accusarmi di qualcosa, accusami di anarchismo, perché è da loro che appresi la cocciutaggine del “Santo bevitore”.
Vedi Ennio, ci sono verità contro le quali non puoi fare niente: l’età, lo spazio, la differenza. Come il celebre organismo unicellulare di Freud che, stufo di sbattere la fronte contro un ostacolo, decise che sviluppare una coscienza potesse essere una buona strategia. Altre verità cadono, al contrario, come fanti col fucile in mano, proprio perché sono le nostre verità. E non sto inventando alcunché se ti scrivo che anche questa è una lezione di Hegel, che non sapeva nulla di scienza ma aveva i cannoni fuori dalla porta di casa.
Un esercizio importante: trovare cosa c’è già di comunismo nella realtà del modo di produzione capitalistico.
L’esercizio cui invita Carlo Tarsitani è davvero importante, se si intende comprendere perché «all’interno della società borghese fondata sul valore di scambio si generano rapporti di traffico e di produzione che sono altrettante mine per farla saltare. Una massa di forme antitetiche dell’unità sociale il cui carattere antitetico tuttavia non può mai essere fatto esplodere mediante una quieta metamorfosi. D’altro canto, se nella società così come è non trovassimo già nascoste le condizioni materiali di produzione e i rapporti di traffico ad esse corrispondenti, adeguati ad una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero donchisciotteschi» (K. Marx, “Grundrisse”, vol. 1, Einaudi 1977, pag. 91). In questo senso, è fondamentale la funzione svolta da quelle che Marx chiama “forme antitetiche dell’unità sociale”, ossia manifestazioni dell’unità economica della società in cui vigono rapporti di produzione che mantengono la società divisa in classi. In effetti, la crescita del carattere sociale delle forze produttive si manifesta già, nel quadro del modo di produzione capitalistico, attraverso lo sviluppo di molteplici istituzioni economiche e politiche, “private” e “pubbliche”, che caratterizzano, per l’appunto, le società capitalistiche ed esprimono sia il tentativo di superare l’antagonismo proprio del rapporto di valore e di capitale restando nell’ambito di tale rapporto, sia il tentativo di dirigere i processi economici delle società capitalistiche eliminando gli effetti più distruttivi del rapporto di valore e di capitale. È quindi impossibile comprendere il movimento economico e politico delle società moderne senza comprendere la funzione che svolgono le forme antitetiche dell’unità sociale. Da questo punto di vista, lo scarso interesse manifestato dai teorici marxisti per le forme antitetiche dell’unità sociale è il risvolto teorico della debolezza del movimento rivoluzionario del proletariato nelle società contemporanee. Sennonché il gruppo dirigente del PCI ha fatto di tutto, dopo la seconda guerra mondiale, per spacciare la creazione di forme antitetiche dell’unità sociale come via verso il socialismo. Una siffatta operazione politica, nel lungo periodo di sviluppo economico del secondo dopoguerra, ha avuto successo innestandosi sulla tradizione di un movimento operaio europeo che era impregnato delle idee di Louis Blanc, di Proudhon e di Lassalle circa il “socialismo di Stato”, cioè circa il superamento del capitalismo per il tramite di imprese produttive statali o di cooperative sostenute dallo Stato. Così, i revisionisti sono andati avanti per anni chiedendo l’istituzione di aziende municipalizzate e la nazionalizzazione delle industrie, concepite sia l’una che l’altra non come rivendicazioni economiche di carattere pratico, ma come via al socialismo, come introduzione di “elementi di socialismo” (per dirla con Enrico Berlinguer, epigono di quella tradizione che egli peraltro, in prosieguo di tempo, non avrebbe esitato a sconfessare convertendosi alla politica dell’“austerità”). Va detto poi che in Italia l’operazione dei revisionisti moderni si è avvalsa anche della tradizione del cattolicesimo italiano, anti-liberista e favorevole alla regolazione statale o, per meglio dire, corporativa dell’economia. In conclusione, è impossibile comprendere il movimento economico e politico delle società moderne, nonché ragionare sulla prospettiva storica del comunismo, senza comprendere il peculiare concetto dialettico marxiano delle “forme antitetiche dell’unità sociale”.
Mi sembra improprio che parlare di comunismo oggi equivalga per alcuni a citare, ripetere, chiosare i classici. Sappiamo che sono la base: usiamoli come tale e andiamo avanti. Chè l’epoca attule ci pone abbastanza novità e sfide intellettuali da occuparci a lungo, in tutti i modi possibili.
Se invece vogliamo solo chiosare almeno facciamolo in versi a rima baciata….
Ho già risposto, in questa stessa sede, alle obiezioni “nuoviste” e misologiche di Paolo Di Marco, quando questi, con impareggiabile sprovvedutezza, non si era peritato di esprimere un giudizio liquidatorio sullo scritto di Marx “Herr Vogt”. Ora, io posso comprendere che certe obiezioni sulla opportunità e perfino sulla legittimità dell’uso dei testi dei classici del socialismo scientifico per l’analisi di classe siano il frutto di quel larvato pregiudizio che ama mascherarsi, di solito, come antidogmatismo e che è incapace di riconoscere anche in quell’uso l’espressione della coerenza e dell’attualità dei princìpi scientifici che guidano, per l’appunto, l’analisi di classe; ma non ammetto che si spaccino come “novità”, magari epocali, ideologemi vecchi come il cucco, obliterando le contraddizioni di classe che operano nell’economia, nella società e nella cultura. In questo senso, l’eclettismo (perché di ciò si tratta) è sempre stato il punto di vista degli opportunisti, dei revisionisti e dei “cercatori di terze vie”. Sono “cercatori di terze vie” tutti coloro che, più o meno in buona fede, ricercano un’alternativa tra materialismo e idealismo, tra comunismo e capitalismo, tra proletariato e borghesia, tra rivoluzione e conservazione. Costoro sostengono che vi è del buono in entrambi gli elementi della contraddizione e che è possibile prendere un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Ma tale possibilità è una chimera, poiché i suoi fautori dimenticano che l’unità degli opposti è condizionata, temporanea e relativa, mentre la lotta degli opposti che si escludono reciprocamente è assoluta. Un concetto dialettico differente è invece l’affermazione, coerentemente materialista, che nel passaggio dal vecchio al nuovo la negazione del vecchio non è mai distruzione completa. Il nuovo sorge infatti dal vecchio come superamento del vecchio, negazione che però conserva, ad un livello superiore, ciò che nel vecchio è stato sviluppato di positivo e di progressivo. Il comunismo nega il capitalismo conservandone gli elementi positivi, ad esempio l’alto sviluppo e la socializzazione delle forze produttive. E il contenuto del concetto dialettico di forme antitetiche dell’unità sociale è importante non perché Marx lo ha elaborato nei “Grundrisse” (che quindi vanno letti dalla prima all’ultima pagina), ma perché esprime, nel contempo, sia l’unità degli opposti sia il suo superamento in direzione del comunismo.
Provo a dire alcuni pensieri che mi suscitano i vostri scritti.
– Sostenere che la lotta per il comunismo è già comunismo (evocando una frase del Manifesto di Marx ed Engels) significa sostenere una contraddizione logica. E’ una frase ad effetto, che non aiuta in alcun modo a capire cosa possa essere il comunismo né quale possa essere la lotta adatta a raggiungerlo. Come esercizio letterario può essere una frase esteticamente bella, come ragionamento politico è nullo.
– Dire che il comunismo è il superamento dialettico del modo di produzione capitalistico è un puro astrattismo. Si parte da qualcosa d concreto, il modo di produzione capitalista, si finisce con un con concetto astratto: “superamento dialettico”. E’ una frase tipica della profezia che si autoavvera: stabilisco che il capitalismo contiene in nuce il comunismo e che il comunismo ne è il superamento, il punto di arrivo, evangelicamente il seme che per germinare deve morire. Così ho decretato la fattibilità del comunismo e la sua superiorità (dialettica, che significa tutto e niente) rispetto al capitalismo. Purtroppo l’ho decretato con concetti filosofici astratti e quindi privi di ogni verificabilità. La realtà concreta cioè la storia, intanto, scorre incurante di queste elucubrazioni.
– “non ammetto che si spaccino come “novità”, magari epocali, ideologemi vecchi come il cucco, obliterando le contraddizioni di classe che operano nell’economia, nella società e nella cultura. In questo senso, l’eclettismo (perché di ciò si tratta) è sempre stato il punto di vista degli opportunisti, dei revisionisti e dei “cercatori di terze vie”. Sono “cercatori di terze vie” tutti coloro che, più o meno in buona fede, ricercano un’alternativa tra materialismo e idealismo, tra comunismo e capitalismo, tra proletariato e borghesia, tra rivoluzione e conservazione. Costoro sostengono che vi è del buono in entrambi gli elementi della contraddizione e che è possibile prendere un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Ma tale possibilità è una chimera, poiché i suoi fautori dimenticano che l’unità degli opposti è condizionata, temporanea e relativa, mentre la lotta degli opposti che si escludono reciprocamente è assoluta. Un concetto dialettico differente è invece l’affermazione, coerentemente materialista, che nel passaggio dal vecchio al nuovo la negazione del vecchio non è mai distruzione completa.” (Eros Barone)
Personalmente non sono minimamente interessato a definirmi materialista o idealista, non vedo questo aut aut, credo che il comunismo sia fallito per come si è storicamente determinato ma anche perché l’aspirazione di Marx era sostanzialmente utopistica e partiva da alcune basi troppo rigide e unilaterali (il suo tipo di materialismo, per esempio), non per questo sostengo il capitalismo, anzi, mi sono sempre definito anticapitalista. Borghesia e proletariato, così come conservazione e rivoluzione, li ritengo termini desueti, desemantizzati, insomma non più utili a a definire l’attuale realtà concreta. Realtà concreta che vede il capitalismo vincente. Come diceva Gaber: non è che non ci sono più le ideologie, è che ha vinto il capitalismo e ha perso il comunismo. Ora, questo non significa che il marxismo non abbia lasciato segni, non abbia contaminato il capitalismo. Ma che ci sia una lotta degli opposti assoluta, e che quindi non sia possibile una sintesi, è nuovamente un concetto astratto frutto di una aspirazione, di un desiderio – di una FEDE, in sostanza. Che la realtà presenti questa scelta tra due poli opposti assoluti che si escludono a vicenda, ripeto, lo ritengo una fede, nel senso che lo vede solo chi vuole vederlo, non c’è alcun modo di dimostrarlo. Mentre è concretamente dimostrabile la socialdemocrazia, la correzione del capitalismo liberista immettendo dei tratti di origine socialista e comunista. Con questo non voglio dire che Marx vada abbandonato, ma che ciò che c’è di scientifico nella sua opera è la pars destruens, ossia l’analisi del capitalismo, non la proposta del comunismo, che risulta assai vaga e passante attraverso stadi, come la dittatura del proletariato, francamente irricevibili. La sua analisi ormai è entrata nel nostro sapere. La sua proposta è ancora tutta da costruire, a partire da una correzione e riformulazione del suo pensiero (La Grassa mi sembra abbia fatto qualcosa di importante in tal senso), che deve essere accostato al pensiero di altre tradizioni filosofiche e politiche e scientifiche più recenti per sperare di arrivare a una politica capace di proporre una società post-capitalista.
Queste sono le mie opinioni.
Sempre per amore di concretezza, non mi risulta che il comunismo abbia perso..visto che non c’è mai stato; e nonostante i tardi apologeti quello che c’era in Russia non lo era; il termine socialismo reale coniato da Potere Operaio ne diceva il bene e ne sottintendeva il male. (Anche se sulla dittatura del proletariato vi sarebbe da approfondire, visto che in Cina è durata a lungo e per qualcuno è ancora in atto,,)
Qualcuno potrebbe anche dire che siamo in una delle tante fasi storiche di riflusso che avvengono nelle lotte, e in quella di classe anche; purtroppo nel frattempo la composizione di classe è assai mutata, tanto da far dubitare a molti che si possano ancora usare i termini marxiani originali, e in ogni caso i rapporti di forza appaiono particolarmente sfavorevoli.
Il mio parere è che non c’è bisogno di buttar via acqua sporca e bambino: piuttosto andrebbe portata avanti l’analisi iniziata da Marx (e poi da Hilferding/Lenin sull’imperialismo) e capire assai meglio cosa vuol dire proletariato oggi e come questo magma potrebbe diventare ‘classe per se’.
Quanto poi alle ‘terze vie’ non saprei cosa siano e francamente mi interessano poco.
A me l’idea di comunismo, soprattutto quello finale (ma oggi potenzialmente vicino) senza stato, piace ancora molto, nè vedo alternative: o cooperazione o antagonismo. Comunismo o barbarie.
E’ fallito proprio perché era una fede, un’utopia irrealizzabile, che ha prodotto spesso, peraltro dittature sanguinarie. E’ fallito perché l’idea di un mondo senza classi, senza sfruttamento, la dittatura del proletariato (altra contraddizione in termini), la lotta di classe sono tutte semplificazioni astratte. Il reale è molto più complesso e spurio.
Ma non ho detto che Marx vada buttato via, anzi. Solo che se mi parli di ridefinire il proletariato oggi, stiamo fermi ai blocchi di partenza. A vent’anni andavo a Lambrate alle riunioni universitarie di Lotta comunista, parlavano due professori, poi c’era la discussione con gli studenti. Uno dei tormentoni era che le previsioni di Marx si erano tutte realizzate, che il proletariato si è esteso sempre di più nella società, si è diffuso anche nel Terzo Mondo e i capitalisti sono sempre di meno con il potere sempre più accentrato. A quando la rivoluzione proletaria? Chi erano i proletari? Coloro che non possiedono i mezzi di produzione, praticamente tutti, io, mio padre, mia madre, i miei professori, l’autista del bus, il preside, l’operaio, il fiorista, il manager in carriera ecc. E io chiedevo loro: secondo voi, tutti quanti insieme scenderemo in strada e faremo la rivoluzione, davvero ci credete?
Insomma, se chi si proclama comunista è interessato a vincere filosoficamente uno scontro dialettico, allora forse il comunismo ha buone chance.
Se si vuole agire concretamente nella storia, conviene scendere dal piedistallo della filosofia e iniziare a usare un linguaggio che abbia un corrispettivo con la realtà, sennò la storia la faranno sempre gli altri.
Caro Lorenzo, se di comunismo si dovesse riprendere a parlare snocciolando pregiudizi e luoghi comuni anticomunisti (più o meno dichiarati, più o meno vecchiotti e senza uno straccio di documentazione storica) , come tu fai, penso sia preferibile tacere. Meglio che il comunismo resti nel buio in cui oggi si trova.
P.s.
Nel frattempo apprendo la notizia della morte di Paolo Virno, che ricordo in battaglia con Franco Fortini ai tempi in cui facevano insieme ” La talpa”, inserto del manifesto e poi alla Casa della cultura di Milano su ” Sentimenti dell’aldiqua. Opportunismo, paura, cinismo nell’età del disincanto” (Theoria, 1990), un libro-manifesto delle generazioni che Fortini chiamò dei Fratelli amorevoli, in fondo già adattatesi a un clima a-comunista o dolcemente o fieramente e inconsapevolmente anticomunista.
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Bruno Montesano
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Paolo Virno (1952-2025)
Conoscere Paolo Virno per quel piccolo esperimento di rivista allegata al manifesto è stata una delle cose più divertenti e stimolanti fatte negli ultimi anni. La prima volta che lo ho conosciuto è stato in un baretto a Monteverde con Andrea Colombo e Marco Bascetta, per poi avere la fortuna di incontrarlo al giornale con Roberto Ciccarelli e Peppe Il Console e in poche altre occasioni. Discutemmo di violenza e rivoluzione fallita del 77 che interpretava(no) in termini globali, tra movimenti neri negli Stati Uniti e postcolonie e punk a Londra e autonomia in Italia.
Quando gli chiesi cosa fossero le istituzioni del comune mi rispose che in effetti non era chiarissimo neanche a lui. Amante del paradosso, mi consigliò il testo di Freud sul motto di spirito, oltre che quanto scritto da lui sull’ironia. Fu un grande privilegio poter scrivere del concetto di ‘popolo’ accanto a lui che demoliva i luoghi comuni sull’idea di sinistra per l’omonima rivista reloaded che tentammo di fare con il manifesto diretto da Andrea Fabozzi. Il suo antiessenzialismo radicale, l’idea di istituzioni non statali, il pensiero dell’esodo sarebbero ancora molto utili per questi tempi iperidentitari in cui viviamo.
“Chi cerca radici, prima o poi si commuoverà al dialetto di una SS. Un genere di commozione cui sempre inclina chi, nella metropoli contemporanea, coltivi il sogno di una piccola patria immaginaria, da rieditare a viva forza. […] Nonostante tutto, è futile (e alla lunga pericoloso) sbarazzarsi con un’alzata di spalle dell’esigenza di un luogo abituale. […] Ma cos’è, in ultimo, questa abitualità non originaria, non presupposta, di secondo grado? Grossomodo e pressappoco, all’incirca e più o meno, la sua possibilità fa tutt’uno con l’attualità sempre differita di ciò che, da ducento anni, è stato designato con il nome di comunismo”. Paolo Virno, ‘Orrore familiare’, 1992
Giso Amendola
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A Salerno, ai tempi dei tempi, poco dopo Genova, il Laboratorio Diana mise su una sorta di “festival” intelligente. Si chiamava non per caso Esodi. Si chiamava così perché c’erano stati gli “Esercizi di esodo” di Paolo Virno. E Paolo veniva a riprendere quel filo. Quanto ci ha aiutato, fin dai tempi dei tempi, quanto ci ha dato da pensare fare discutere per provare a rovesciare, a sovvertire, a far fiorire in nuove istituzioni la straordinaria capacità di dire di no dell’animale parlante. Ciao Paolo.
Roberto Ciccarelli
Caro Paolo. Ho incontrato una delle intelligenze più rivoluzionarie, sottili, indomabili e capaci di meraviglie. Non è stato un privilegio ma una facoltà comune, terragna, mondana messa al lavoro e condivisa con quell’impresa colossale da rifare nel mondo, oltre il mondo, chiamata comunismo. Se ne va un grande filosofo, un grande rivoluzionario. Resta la sua idea dell’amicizia: “un’amicizia pubblica che produce forme di vita, fatta di cooperazione e delle forme dell’intelletto generale e del lavoro vivo. capace di costruire embrioni istituzionali, forme di vita che meritano di essere difese a ogni costo. L’amicizia alimenta lo ius resistentiae e non è una forma di violenza più moderata rispetto a quella delle ragazze che dal Smol’nyj, il collegio delle giovani aristocratiche di Pietroburgo, mossero contro il palazzo d’Inverno”. Il 7 novembre 1917. Che è ancora oggi
Augusto Illuminati
Sotto il monumento di Lenin a Capri, l’isola a lui carissima, luogo storico di bolscevichi eretici, per ricordare un momento lieto e vitale. Paolo è stato uno dei protagonisti della scena intellettuale europea, forse il più grande, certo quello a cui mi sono sentito più vicino. Filosofo del linguaggio e della politica (come avrebbe riso di questa compartimentazione accademica), prima ancora pensatore e militante, fabbricante di concetti che ricavava dall’esperienza collettiva in cui era immerso, ormai senza più identificazioni ma senza mai rinnegare nulla e nessuno. Amando e disprezzando secondo la giusta misura. Le sue acquisizioni su moltitudine e virtuosismo sono definitive, per quanto è possibile alla nostra fragilità e al flusso degli eventi. Ma molte altre cose si potrebbero dire e le stanno dicendo i suoi compagni di movimento e di studio. A breve distanza con lui e con Toni sono scomparsi i due punti di riferimento di una generazione e di un movimento. Ne verranno altri, contemporanei a un nuovo movimento di cui per fortuna vediamo i primi sussulti. Un abbraccio a Raissa e ai suoi figli che non ho ancora conosciuto.
Sono pregiudizi anticomunisti i miei? O sono critiche precise (il fatto che siano vecchie le rende sbagliate? Il comunismo si è forse imposto storicamente smontando quelle critiche)?
Dopo le tue conversazioni video con La Grassa, scrivevo:
Ho visto tutt’e quattro i video: molto interessanti per uno come me, che non aveva mai sentito parlare di Gianfranco La Grassa.
Queste le mie impressioni, schematicamente:
1) La classe operaia non ha mai fatto rivoluzioni, al massimo chiede riforme sindacali. Le rivoluzioni comuniste sono state fatte in nazioni contadine, pre-industriali, dice La Grassa. Questo pensiero, ampliato, l’ho sempre avuto. Ampliato nel senso che una rivoluzione (violenta) comunista non è più realistica da decenni nei paesi industrializzati benestanti. Il comunismo può avere chance nei paesi poveri, sottoposti a colonizzazione o imperialismo, ma non in quelli ricchi – se non tramite riforme graduali verso il socialismo.
2) Non credo che il pensiero di Marx si possa ancora ritenere scientifico, ma evitando di soffermarmi su questioni nominalistiche, condivido in pieno l’idea lagrassiana di Marx come Galilei, come fondatore di un metodo che va corretto e aggiornato con l’evolversi della storia. Anche questo l’ho sempre pensato (soprattutto ma non solo in relazione al rapporto tra marxismo e violenza rivoluzionaria), cioè Marx è necessario ma non sufficiente, come dice La Grassa. Credo che oggi ci si possa definire neomarxisti o, meglio, post-marxisti, ma non più comunisti o marxisti tout court, perché il marxismo originario è stato superato (non sconfitto) dalla storia. E lo stesso discorso che vale per Darwin: prima c’è stato il darwinismo (Ottocento), poi c’è stato il neodarwinismo grazie alle scoperte della genetica (1930-50), ora siamo al post darwinismo. Ma non si mette in discussione la teoria dell’evoluzione nelle sue premesse essenziali.
3) Stupito invece che La Grassa faccia saltare i concetti di struttura e sovrastruttura; secondo lui ci sono tre sfere: economica, politica e sociale, in relazione tra loro. Questa mi sembra una critica forte al marxismo, che forse colpisce le fondamenta. La Grassa dà grande importanza alla sfera politica, che mette prima di quella economica. Forse questo suo argomento va in controtendenza rispetto al percepito di molti, ma io sospendo il giudizio. In certi casi, vedi le guerre, i fattori economici sono stati spesso sopravvalutati a scapito di quelli ideologici e religiosi (cioè in fondo sociali e politici).
4) Non c’è stata una domanda sulla lotta di classe, concetto fino a pochi decenni fa irrinunciabile, dirimente per molti comunisti. Ma alla fine La Grassa ne parla en passant facendo capire, se ho inteso bene, che la ritiene superata, non più realistica. Anche su questo mi trovo in sintonia.
(Non allego gli ultimi miei due punti che sono previsioni).
Da qui: https://www.poliscritture.it/2024/05/23/conversazione-4-con-gianfranco-la-grassa/#comments
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Ora, se chiedo a Chatgpt, nella sua essenzialità, quali sono le critiche di La Grassa a Marx, ottengo:
. Critica alla centralità dei rapporti di produzione
Marx aveva posto i rapporti di produzione (cioè la proprietà dei mezzi di produzione e lo sfruttamento del lavoro salariato) come cuore del capitalismo.
La Grassa contesta questa riduzione economico-strutturale.
Per La Grassa, il capitalismo non è fondato solo sui rapporti economici, ma su rapporti di potere e di comando strategico tra gruppi sociali e apparati (politici, finanziari, militari, ideologici).
I conflitti sociali non si riducono a “classe borghese vs classe operaia”.
Il potere capitalistico è “distribuito” tra diverse frazioni di classe e istituzioni, che competono per l’egemonia.
Sintesi: il capitalismo non è solo un sistema economico, ma un campo di forze strategiche.
⚙️ 2. Critica al determinismo economico marxiano
La Grassa rifiuta l’idea che l’economia determini “in ultima istanza” la politica, la cultura o le ideologie (come nel materialismo storico classico).
Egli parla di “pluricentricità dei poteri”: non esiste un solo centro determinante (l’economia), ma più centri autonomi che interagiscono.
La sovrastruttura (politica, cultura, apparati militari, media, ecc.) non è un semplice riflesso della base economica.
In certi momenti storici, la sfera politica o militare può diventare il motore principale del cambiamento.
Sintesi: la causalità storica è strategica e multipolare, non economico-lineare.
3. Critica alla teoria marxiana del valore-lavoro
Senza negarne l’importanza storica, La Grassa ritiene che la teoria del valore-lavoro non basti più per descrivere il capitalismo maturo.
Il valore oggi non si genera solo dal lavoro produttivo, ma anche dal controllo strategico e dall’organizzazione del processo produttivo.
L’innovazione, il management, la finanza e il potere informativo producono anch’essi valore, inteso come posizione di vantaggio competitivo.
Il plusvalore economico non deriva più soltanto dallo sfruttamento diretto del lavoro, ma anche dal dominio strategico esercitato da soggetti capitalistici tra loro in conflitto.
Sintesi: il capitalismo va letto in termini strategico-conflittuali, non solo in termini di “produzione di valore”.
⚔️ 4. Critica alla concezione marxiana della classe operaia rivoluzionaria
La Grassa rifiuta la visione di una “classe operaia portatrice del futuro” o di un soggetto rivoluzionario predestinato.
La storia è mossa da strategie di gruppi dirigenti in conflitto, non da un soggetto unico e salvifico.
Le classi sono fluide, gli interessi si ridefiniscono continuamente.
I conflitti non si esauriscono mai e non hanno una “fine della storia” (né comunista, né capitalista).
Sintesi: la politica è un gioco permanente di strategie, non una marcia necessaria verso una società senza classi.
5. Critica al Marxismo come ideologia chiusa
La Grassa non rinnega Marx, ma critica l’uso dogmatico e ideologico del marxismo da parte di molti suoi seguaci.
Propone di “uscire dal marxismo restando fedeli al suo impulso critico”.
Non bisogna “ripetere Marx”, ma superarlo integrando sociologia, geopolitica, economia strategica e teoria dei poteri.
Il marxismo, dice, deve tornare ad essere un strumento di analisi, non una fede politica.
Sintesi: più che “anti-marxista”, La Grassa è un post-marxista critico.
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Queste 5 critiche, ovviamente semplificate, di La Grassa a Marx, sono in gran parte emerse nella vostra conversazione, come si vede dal mio vecchio commento sopra – e nella sostanza le pensavo già prima di vedere i tuoi video con lui.
Diario 1990
6 febbraio 1990
Comunismo. Si può fare comunismo senza partito? Sì, come?
Io resto con quelli che usano la parola ‘comunismo’
Se voglio essere comunista con chi mi metto?
Un comunismo senza il nome [di comunismo]?
[«Che importa il nome? Chiama pure la rosa con altro nome: avrà men dolce odore?» (Elsa Morante, L’isola di Arturo, pag. 58]
18 settembre 1990
Comunismo.
Parlarne voi che l’avete stuprato e sepolto nelle vostre coscienze e ricerche? Dovreste prima sentire quelli che hanno sofferto e sono morti per il comunismo.
E se domani ci svegliassimo e non trovassimo più gli USA?
Scontri tra idee? Sì, e i monopoli, le multinazionali?
2 luglio 1992
Comunismo. A discuterne oggi ci si sente coperti da cappotti pesanti mentre si passeggia in mezzo ad una folla di bagnanti a torso nudo o in camicia.
7 luglio 1992
Leggendo Bloch, Ateismo nel cristianesimo.
Ricorrere a filosofia e psicanalisi per interrogarsi sul comunismo. Più che all’arte o alla poesia? Ma il comunismo è un’incognita. E’ diventato un problema-sfida. Forse anche arte e poesia potrebbero confluire in questa ricerca. Forse le ripartizioni disciplinari servono proprio a negare questo problema-sfida
Diario 2005
17 agosto 2005
Rilettura degli interventi al convegno “Il manifesto del partito comunista 150 anni dopo”.
Il coinvolgimento in questi temi è immediato. Si vede che esiste in me un retroterra di letture su cui appoggiarmi. Allo stesso tempo mi chiedo il perché sono stato più attento negli ultimi anni alle elaborazioni di Negri, Virno, Marazzi, Bologna e meno a queste di più netta vicinanza a Marx. La rilettura svela anche la mia incertezza nell’affrontare queste problematiche economiche e politiche. Non sono un filosofo e non sono un economista. E quindi fatico a seguire certi argomenti o a cogliere le differenze fra le varie interpretazioni. La mia oscillazione tra marxisti radicali e marxisti “classici” o post-marxisti critici è reale e non risolta.
Rileggendo testi di Lunghini, Graziani, ecc tratti da Internet
Li trovo, anche se specialistici, chiari e accessibili. Penso invece all’effetto intimidatorio che ha avuto su di me la lettura di tanti scritti di economia nel periodo della militanza. Faceva velo alla mia comprensione l’atteggiamento volontaristico e approssimativo indotto da quel tipo di militanza convulsa, che impediva le condizioni elementari di studio? O erano i testi di allora troppo dottrinari? Si tratta comunque di scritti scientifici. La distanza dalla mia esperienza resta.