di Maurilio Riva
Dei racconti della nuova raccolta di Maurilio Riva ne scelgo quattro. Trattano di militanti – dirigenti, diretti – molto tipici degli “anni della politica” (‘60-’70 del Novecento); e, in particolare, pur con nomi mascherati, di Avanguardia Operaia, in cui pure io ho militato. Altri lettori preferiranno, che so, Il Boss nel grande catino, La banda delle spaccate, La stanza gialla, che pure mi sono piaciuti. Ma questi quattro m’incuriosiscono di più per il modo disinvolto e perfino dissacrante, libero da autocensure e ossequi ideologici, con cui, evitando la serietà o a volte la seriosità del saggio o del bilancio critico, Maurilio Riva rievoca quel passato e le ingenuità o gli entusiasmi d’allora. Usa la memoria personale, affabulatrice e distaccata, come filtro ironico (e però giudicante) e un linguaggio, che anche se gergale e a volte “politichese”, ha l’immediatezza sfrontata della conversazione diretta. Ma – attenzione! – sa farsi serio e fraterno, quando in Intervista rievoca con crudezza la lotta degli ultimi operai, gli “irriducibili” e poi anch’essi sommersi. [E. A.]
Della volpe, del gatto e di altri animali
Personaggi di questo genere ne ho incontrati diversi nella mia vita. Coppie curiose e rassomiglianti, a loro modo comiche, riassumibili nella collodiana definizione.
Mi ricordo, ad esempio, la coppia di tranvieri milanesi: uno – la volpe – alto e allungato, non proprio allampanato, i capelli ondulati e spazzolati all’indietro sui lati e un naso appena prominente. Con una signorilità d’antan, dai modi forbiti e dal ragionamento ricercato e discorsivo, voce dai toni profondi e lievemente baritonali. L’altro, basso e tarchiato, dalla faccia rotonda, gli occhiali dalla montatura pesante e le lenti scure e spesse, un sorriso sardonico, intonazione vocale petulante e sopra le righe: il gatto per eccellenza. Era un notevole e accattivante trascinatore che, nelle assemblee oceaniche, riscuoteva consensi spellamani.
Già a ridosso della mezza età, mentre noi eravamo poco più che degli sbarbati, erano i due leaders del Sob(1) dell’Atm.
Guardavamo loro con grande rispetto e devozione: erano la prova tangibile che si poteva essere comunisti e rivoluzionari a dispetto dell’età. Loro non erano dei casinisti ma consapevoli e tenaci oppositori dello stato di cose presente.
La coppia si sciolse quando la volpe, il più ponderato e ferrato in ideologia dei due, decise di aderire a Il poster. Si ruppe perciò un’antica e consolidata amicizia. L’accoppiata si ricostituì qualche anno dopo, quando la volpe primigenia – venuto meno il feeling con il gruppo politico legato al quotidiano cosmogonico – fece ritorno nella iniziale famiglia politica.
Con le pive nel sacco, cosparso il capo di cenere, non fu più quello di prima. Il suo prestigio intaccato. Dimesso come se dovesse scusarsi del trascorso abbandono. Una irrimediabile incrinatura sembrava rimasta in profondità. Come quando si ricostituisce una coppia di coniugi dopo il tradimento di uno dei due. Persistono le ruggini. Alla lunga riemergono i malumori, ricompaiono screzi e dissapori.
Nel frattempo – durante il periodo della durevole rottura – ci fu un primo tentativo, pressoché fallito, di costruire una coppia nuova di zecca con un altro tranviere. Un ex partigiano – compunto e posato, quasi ascetico – troppo serio per andare d’accordo con il felino scoppiettante e spontaneista.
Un secondo tentativo di ricostituzione di una coppia affiatata ci fu quando al gattone sobista si aggregò uno di quei giovanotti che sembrano avere tutte le carte in regola. Nella vita come nel poker – tenesse lui il mazzo, bleffasse o meno, o fosse solo fortunato – dava l’idea di essere servito in perpetuo.
Tutto si poteva dire di lui, meno che si trattasse di una volpe. Nulla a che spartire con il personaggio inventato da Collodi.
Non che non fosse sveglio, anzi. C’era una furbizia tecnicistica in lui, tanto da poter asserire che per il suo contegno, più che la volpe, adombrasse l’infida faina.
Era un ragazzone vincente, le cui ciocche di capelli cadevano sbarazzine ai due lati della fronte sugli zigomi sottostanti, alla Oscar Wilde. Il sorriso prestampato sul viso. Aveva la faccia di chi può accoltellarti sorridendo. Uno i cui tratti somatici erano disegnati attorno a una bocca che ride.
Un marchio di fabbrica. Per esprimere fiducia, imprimere consapevolezza: un marchio Doc. Anzi, d’OK. Sorrideva sempre perché sorrideva innanzitutto a se stesso. Era il categorico tipo che pur prendendo legnate sui denti – sarà/sarebbe accaduto anche a lui, prima o poi – continuava a sorridere.
Accattivante e simpatico, sufficientemente sussiegoso e predisposto però a dare amplissima ragione al micione di via Pietro Custodi,ne accettava per intero la leadership.
Proveniva dalla cellula che ai tempi si occupava del lavoro politico di quartiere, organizzando il malcontento degli inquilini dello I.A.C.P.(2) e la protesta dei senza casa.
Occhio e croce poteva essere uno studente, magari di Architettura. Due più due, chissà perché, mi è venuta in mente quest’associazione. Avrebbe potuto essere iscritto anche a Giurisprudenza: un avvocaticchio. Per i nomi non sono portato. Per le facce, sì. Ho una memoria fotografica. Me li ricordo tutti. So riconoscere come furono, come sarebbero diventati, come erano da piccoli. Ricostruendone le fattezze e rinvenendole nelle foto di classe, in bianco e nero, delle elementari e medie inferiori.
Queste me li ricordo, quelli no. Tanto meno se associati a volti che per una ragione o per l’altra non ho avuto motivo di gradire.
Quella persona mi è sembrata finta, fin dal primo momento. Costruita. A tavolino. In batteria. Gliel’avevano insegnato fin nella culla. Forse prima, nel grembo materno. «Trionfanti alla meta», in provetta.
I suoi tentativi per entrare nella mia guardia non funzionarono. Con il gatto, sì. Grazie alle assunzioni “guidate” – una quota delle quali ripartita tra le “organizzazioni sindacali” di maggior peso e seguito – il nostro baldo giovane diventò tranviere.
Sempre sicuro di sé da rasentare la sbruffoneria: adesso poteva esserlo nella divisa in carta da zucchero dell’Anonima Tranvie Metropolitane.
Non è mai corso buon sangue, tra di noi. A ben ragione, ma i motivi veri non li ho mai saputi. Mi è capitato spesso nella vita.
Il radicamento dentro la fabbrica testimoniato dalla quantità dei tesserati; il gigantesco striscione di Sob della Esse-Esse(3) e, soprattutto, il foltissimo numero di persone che nel corteo gli sfilava dietro consapevole – oltre alle ampie simpatie – suscitava, a quanto pareva, invidia e rancore.
Al nostro giovanottone ipercresciuto a corn-flakes e merendine non sembrò vero di scagliare gli strali polemici contro di noi, calabrache e filorevisionisti, dal di dentro della sua nuova e bella divisa fiammante.
Le strade alla lunga presero per forza di cose percorsi differenti.
Ne è passata di acqua sotto i ponti. Talvolta anche sopra. Tutto sommato, mi capita di rimembrare con benevolenza l’inossidabile coppia di gatto e volpe dell’Atm. Di loro non ho più avuto modo di sapere. Spero e mi auguro non gli sia accaduto nulla di irreparabile e continuino in coppia a godersi i benefici della sospirata pensione.
Nemmeno so né mi interessa conoscere l’iter del nostro arcivolitivo giovanottone. Come ho detto prima, dimentico i nomi ma non i volti.
Talvolta può accadere che nella foto di un pubblico evento che ha trovato eco in un giornale quotidiano ci si possa imbattere in “conoscenze” che il tempo si è incaricato di metterti più o meno felicemente alle spalle.
Ecco, allora, apparire – nell’ambito della cerimonia funebre di un’illustre figura della magistratura milanese – lo stesso volto, sì, un po’ imbolsito, lo stesso tracotante sorriso (si sorride ai funerali, adesso?), la stessa posa ben salda sulle gambe del nostro militante induttile e arciconvinto. Sembrava dire: «Era un periodo di ricreazione, no? Da giovani, ogni esperienza è utile. Serve a esplorare il mondo. Prima di rientrare nei ranghi, nell’alveo ben avviato da Papà!».
Cesare Pavese li aveva definiti, questi tipi, «i sempre primi».(4) Come non riconoscere nel torto, per la maggior parte apparente, le molte ragioni preveggenti di Pier Paolo Pasolini: «Avete facce di figli di papà. / Buona razza non mente. / Avete lo stesso occhio cattivo».(5)
Per caso, sono venuto a sapere che il tizio in questione, lui e i suoi figli, dirige una affermata agenzia immobiliare. Ne ha fatta di strada quel giovanottone. Non lo invidio affatto. Mi tengo la mia – sterrata e piena di buche, tortuosa e spesso impraticabile – e ne sono fiero.
Un’altra parallela coppia di gatto e volpe era composta da due dei più antichi megadirigenti di uno dei gruppuscoli di estrema sinistra, fra quelli più agguerriti di teoria leninista: Luisìn e Maximone.
Del Luisìn ho molti aneddoti da raccontare. Il primo incontro avvenne in via Ausonio, sede del circolo Il Poster. Niente a che vedere con il quotidiano che sarebbe venuto alla luce circa quattro anni dopo. Giornalistico capostipite di quella che sarebbe diventata una micidiale terna: espressione del dinamismo della sinistra extraparlamentare italiana e della sua annosa frammentazione. Unico caso su scala planetaria, causa primordiale del dissanguamento endemico dei militanti rivoluzionari e concausa – non contemplata dall’Oracolo Marziano – del crescente depauperamento operaio.
Se non fosse chiaro mi sto riferendo alle repliche di incessanti campagne di sottoscrizione, ordinarie e straordinarie, a sostegno della stampa rivoluzionaria. Una vorace voragine. Un pozzo di S. Patrizio davvero senza fondo.
Mi ero appena sposato. Abitavo a due vie parallele. Nello stesso isolato si trovava il negozio di abbigliamento della mia sposina.
Avevo notato la targa sul portone e un pomeriggio mi convinsi a entrare per dare un’occhiata. Mi par di ricordare che gli ampi locali a pianterreno dessero, tramite finestroni e una porta-finestra a vetri, sul cortile interno. Molti scaffali in legno su cui erano affastellati materiali politici di vario genere: ciclostilati graffettati, opuscoli, riviste, libri.
Tutt’uno con l’ambiente, l’unico abitante del luogo: il custode dell’ortodossia. Magro, austero, volto incorniciato da barba e baffi, i capelli tutti in testa, occhialuto. Guardava mentre parlava di fronte a sé, in basso, in un punto ipotetico della mente, come a inseguire il filo complesso dei suoi pensieri. Lentissimo nell’argomentazione. Grandi pause fra un pensiero e l’altro. Sosteneva la forza del suo ragionamento tormentandosi con gusto la barba, in un punto non casuale del viso.
Non alzava mai il tono della voce. Paziente, mai scolastico. Sagace, dava l’idea di non dimenticare mai le proporzioni e i limiti dell’umano agire. Né dava l’impressione di avere la verità rivelata in tasca. Non dimentico tuttavia della lezione laotze-brechtiana sulla potenza di una goccia d’acqua, in grado di perforare – nella sua azione continua – la dura pietra.
Mi resocontò su cosa lui e i suoi compagni si impegnassero. Mi invitò a ritornare. Non so se lo feci. Conclusa l’esperienza del circolo di via Ausonio, ebbi modo di incontrarlo per strada casualmente altre volte.
Lo informai del piccolo ma nutrito gruppo con cui avevo avviato una riflessione comune e lui si accese di interesse, esclamando che «allora dobbiamo mantenerci in contatto, semmai incontrarci». Credo volle darmi il suo recapito e il numero telefonico.
Di tutt’altro tenore fu il ricordo del processo alle streghe, tenutosi in un localone dalle parti di viale Umbria. Fu un comitato centrale tetro, in cui la discussione politica, introdotta da una stimolante relazione(6) di un valdese di Torino – docente di economia all’Università di Modena, allievo di Panzieri(7) – fu compressa e inficiata dall’altro maledettissimo punto all’ordine del giorno: la situazione economica e organizzativa de Il giornaliero degli sgobboni.
Per spiegarne e superarne le difficoltà finanziarie, non si sfuggì alla ricerca liturgica del capro espiatorio. Lo si volle individuare in figure di secondo piano, impegnate a valle nelle fasi organizzative e distributive. Venne paventato perfino un indimostrato complotto, addirittura tramato nel campo revisionista, ai danni del nostro quotidiano.
Lì, toccai con mano il lato nero di coloro che dicono di battersi, credendoci, per l’umanità. Dimenticandosi bellamente degli uomini. Il Luisìn, da arguta e mite volpe, vestì i panni a noi ignoti di un furioso e inclemente Mangiafuoco.
Pochissime voci si levarono a giustificazione degli accusati. Devo dare atto ai due bafforiccioluti fratelli milanesi – soci in tutto, meno che dell’omonima sambuca – di averlo fatto. Non fui tra loro. Me ne stetti a macerare il disappunto schiacciato sulla sedia: combattuto fra la coscienza che mi chiedeva di prendere posizione e il timore di non riuscire ad articolare con lucidità il mio disagio. Mi è testimone Carlo, già studente di Chimica. Il suo cognome aveva singolarmente molto in comune con gli abitanti di Firenze, città nella quale era stato ordinato a compiti di funzionariato.
Seduto accanto a me, gli commentavo i vari passaggi e gli confidavo le mie difficoltà a condividere la piega presa dal dibattito e le sue inevitabili conclusioni. Lui, con molta pazienza e comprensione, mi invitava a intervenire. Non ce l’ho fatta. Me ne rammarico, tutt’ora. Credo poi di essermi astenuto o di aver preferito una furbesca quanto imbelle non alzata di mano sulla risoluzione di radiazione dei tre (3, di numero!) processati.
Ci eravamo incamminati sullo stesso tragitto, compiendo gli stessi errori – da noi criticati – commessi da quelli che erano venuti prima e non lo sapevamo. Volevamo cambiare la fisionomia al mondo ma non riuscivamo a modificare in noi ciò che il mondo aveva storicamente e stolidamente prodotto.
Maximone lo ebbi come responsabile della mia prima cellula. Un nucleo di intervento alla Gamma Morfeo, la più grande fabbrica milanese, pieno zeppo di esterni con un solo operaio interno. Fu uno dei miei interlocutori nell’episodio che racconterò, denominandolo «Viaggio in Cina».
1974. Piazza Duomo. Mattinata di sole primaverile. Campagna per il referendum sul divorzio. Maximone scese dal palco, dopo i comizi, e mi prese a braccetto invitandomi a fare quattro passi. C’era confidenza fra noi ma il suo modo di fare mi aveva messo sul chivalà. Mi sarei atteso di tutto, non le poche parole con cui esordì: «Ti piacerebbe andare in Cina?». Secondo voi, cosa ho risposto?
Mi confidò che c’erano stati dei contatti a Roma con esponenti dell’Ambasciata Cinese, interessati a conoscere la realtà italiana de visu. Volevano incontrare in terreno neutro – la casa in Trastevere di un’amica da lunga data della Cina – operai rivoluzionari di grandi fabbriche, senza il filtro di alcun dirigente politico. L’incontro era già fissato. «È troppo importante per noi. Da questo incontro potrebbero venirne non solo ulteriori rapporti politici ma investiture e, magari, finanziamenti». Credete che il Maximone abbia impiegato molto a convincermi all’impresa?
Parto. Permesso personale, a mie spese. Viaggio diurno in treno. L’incontro è fissato per la sera. Arrivo all’appuntamento in perfetto orario. Chi ti trovo in quell’appartamento non straordinario, collocato in un palazzone popolare, pieno di cineserie, di aromi e incensi che fatico tutt’ora a sopportare? Maximone, riuscito di riffa o di raffa a intrufolarsi. La caga aumenta. Abboccarsi con i cinesi non è uno scherzo. Ho in mano le sorti della rivoluzione in Italia, vi par poco? Un conto incontrarli da solo, un altro colloquiare sotto la supervisione di uno dei leader maximi: Maximone era di fatto il ministro degli Esteri in pectore dell’Ocigo(8), futuribile VI Internazionale(9).
L’incontro si avvia. I cinesi arrivano, magri come possono essere i cinesi. Vestiti all’europea come solo i cinesi sanno fare. Sediamo su un divanetto, io e un cinese. L’altro su una sedia di lato. Di fronte, l’ospite e il Maximone con due occhi vispi e sberluccicanti, sotto il suo volto da gattone barbuto e ammiccante. Il cinese che mi è accanto – l’unico che parla, è ovvio, in italiano – ha un taccuino in mano su cui annota in cinese tutto (tutto?) quello che riesco a raccontargli. Sento puntati addosso gli sguardi del megadirigente come i fucili durante un’esecuzione capitale. Il cinese è oltremodo incuriosito dalla crisi. «È vera crisi? Che tipo di crisi?». Verrebbe da scrivere clisi ma non lo credereste.
È interessato a conoscere le condizioni dei lavoratori del nostro paese. Le loro retribuzioni. I livelli di inquadramento. Il sistema di protezione sanitario e pensionistico. Non capisco il senso di questa sollecitudine. Sembra sfuggirmi qualcosa.
Racconto quello che so. Gli occhi del capo incombono, sapete com’è. Altre cose le rinvio a una nota scritta che mi offro di fornire loro, dopo il mio rientro a Milano. Di politica si parla poco. Offro io il destro, nel discorso, parlando di area della rivoluzione, uno dei punti programmatici delle Tesi di «Igo»(10), appena fresche di congresso e di stampa. Gli occhi del Maximone si infiammano. Gli ho aperto e spianato la strada per intervenire. Per dire la sua. I cinesi ascoltano, annotano. Tornano a chiedermi cose precise, pertinenti. La serata scorre via. La caga, no. Arriva l’ora del commiato. Il ministro degli Esteri di Ocigo sembra soddisfatto. Io, molto meno. Convinto com’ero – ma non gliene faccio cenno – che, se lui non fosse stato lì, con i cinesi sarei stato più esaustivo e brillante.
Torno a Milano. Investito e sommerso dalla prassi quotidiana. Non so se sogno o son desto. Attendo. Fagocitato dalla mia oblomovitudine, non scrivo nulla di quello che avevo promesso. Nessuno si fa vivo per sollecitarmi a onorare l’impegno assunto. Tutto tace. Il tempo passa.
Mesi dopo vengo a sapere, per vie traverse, che il viaggio in Cina c’è già stato. Una delegazione in cui abbondavano le coppie, familiari o meno, senza dirette e verificabili responsabilità di tipo politico. Tali da giustificare un viaggio di quella natura, non certo di piacere.
Nessuno me ne ha informato, l’invito iniziale, in piena evidenza, caduto. Venuto meno il mio compito, utile solo all’aggancio. Se c’era stata negligenza, quella era solo mia per non essermi fatto il culo a recuperar cifre e dati, relazionando su questioni che in redazione avrebbero saputo di mestiere far meglio. Sono cose che penso io, poiché nessuno si è mai incaricato di muovermi un biasimo pur che sia. Forse per non essere costretti a darmi imbarazzate spiegazioni.
Ho abbozzato. Non ho nemmeno chiesto che mi si rendesse conto. All’insegna del «Non ti curar di loro, Remo, ma guarda e passa». Fra gli scopi che mi prefiggevo affiliandomi a «Igo» sicuramente non figurava un viaggio nella Grande Patria Socialista, a spese dell’Ordine.
Quando Craxi si recò in visita in quel grande e problematico paese – accompagnato da una larghissima tribù di parenti e amici, privi di qualsiasi carica istituzionale, in una missione statale pagata per intero dall’Erario – non potei fare a meno di pensare che anni prima, nelle debite proporzioni, si verificò a mio discapito un’analoga circostanza.
Erano anni, quelli, di partecipazione. Di impegno, di scesa in campo, di attivismo. C’era come una febbre positiva che non permetteva di stare alla finestra a vedere cosa sarebbe successo. Gruppi di lavoratori e di studenti, alla sinistra del Pci, si organizzavano in centri di studio, associazioni, circoli e comitati operai – autonomi dal sindacato e dalle organizzazioni storiche. Senza essere chiamati a raccolta da alcuno. Discutevano, alla ricerca di strategie. Per cambiare un mondo non sentito come proprio.
Dibattiti, incontri, prime decisioni. Intellettuali, pittori anche affermati davano il loro apporto fisico e pratico, mettendo al servizio della causa le loro competenze, il loro sapere. Con generosità.
Tutti alla ricerca del «che fare?» e del «con chi fare?».
Mi ricordo che il gruppo con cui avevo avviato un confronto politico diede vita alla proposta di un manifesto, senza firma, tirato manualmente al torchio in una stamperia di Gorgonzola. Avevamo agganci con gli studenti dell’Itis Molinari, con gruppi di operai della Ivisc di Corsico e della Necchi di Pavia, con un nucleo di Abbiategrasso e un gruppo di pittori fra cui Kino Marzullo e Vitale Petrus.
Non ho mai viaggiato tanto come in quel periodo.
Chi teneva le fila di questi contatti era un ex muratore iscritto al Pci ma assai critico. Originario di un paesone alle porte di Napoli, rinomato per i suoi pastifici. Salito purtroppo, or ora, agli onori della cronaca locale e nazionale per essere stato invaso e sommerso nella spazzatura. Da agente rateale degli Editori Riuniti diventò, strada facendo, addirittura Responsabile di zona, con tanto di sede in quel di via Tortona: uno scantinato ricolmo di libri. Dirimpetto al quale, qualche tempo dopo, trovò collocazione la sede centrale dell’Unità dei Chierici n-l(11)di Alfio Librandirà, nel momento di maggiore espansione.
Fu uno dei miei compagni di strada e uno dei miei datori di lavoro. Era ospitale e generoso, pur non nuotando affatto nell’oro. A casa sua, una casa piena di libri e di amici, un piatto di pastasciutta era sempre pronto per tutti. Mitici gli spaghetti alla puttanesca che la sua gioviale compagna di credo e di vita metteva in tavola per qualunque numero di ospiti, invitati a restare.
Era un anfitrione proletario, il volto scavato da due profonde rughe oblique, animato e divorato da una fiamma mistica e da un principio di ulcera. Il cui aggravamento lo costringerà a ricoverarsi per essere sottoposto a intervento chirurgico.
Risaltava nella sua bocca, quando si spalancava in una quasi sempre amara risata, la ricopertura in acciaio di un premolare superiore.
A lui gatti e volpi non somigliavano. Semmai si sarebbe potuta ipotizzare una qualche assonanza con il daino vigile e puntuto.
Sempre attorniato da un sacco di persone con cui aveva messo in piedi una ramificata rete di venditori/esattori. Io, fra questi. Purtroppo per me, erano più i libri che gli comperavo di quelli che vendevo. Su cui ricavavo una percentuale: il 18% sullo smerciato, il 10% sul ritiro a domicilio delle rate mensili.
Andavo da un capo all’altro della città – spesso a vuoto – augurandomi di trovare in casa qualcuno, per non dovervi ritornare.
Erano rate lillipuziane, anche da 1000 lire (mille lire!) ciascuna. Di esse, 100 (cento) lire sarebbero diventate la mia rendita, avrebbero costituito la mia retribuzione.
Giravo a piedi – «quanta strada nei miei sandali / quanta ne avrà fatta Bartali…»(12) – e con i mezzi pubblici. Per un certo periodo di tempo fui accompagnato in queste esattoriali peregrinazioni da Rudi, uno degli studenti dell’Istituto Tecnico Molinari. Possedeva una Fiat 500 e dell’incasso raggranellato, facevamo poi a mezzo.
Abitava a Baranzate insieme alla madre. Una lavoratrice in una fabbrica della zona, la Imperial: un simbolo in quel periodo. Una fabbrica di donne dal camice azzurro, attraversata ogni giorno da lotte, picchetti, scioperi e presidi a tutela dell’occupazione. Con la busta paga falcidiata, la donna arrotondava lo smunto salario, arrangiandosi a vendere la merce con cui si riforniva presso i grossisti. Capi di vestiario di non sublime la qualità dal prezzo abbordabile. Acquistai anch’io alcuni articoli per mia figlia. Di quelle compere – non so se felici, sicuramente le uniche che potevo permettermi – ne è rimasta testimonianza in alcune sue fotografie.
Ce n’è una simpaticissima, a colori, scattata da uno dei balconcini di casa della mia famiglia. Si vede la mia piccolina, in un gesto vezzoso, vicina a uno degli autocarri di mio padre. Il cappottino spicca per il suo azzurro, insieme al ciuffo dei suoi capelli biondi che le spunta da una cuffietta di lana sul suo gaio viso.
Ce n’è un’altra invece, in bianco e nero, scattatagli da un fotografo di mestiere in piazza del Duomo. Esterina se ne sta sola, diritta sugli attenti: non so dire se sia il suo sguardo senza sorrisi, se siano i miei sensi di colpa, se il difetto debba essere imputato al cappottino che già le sembra stare piccolo o al foulard che le fasciava la testolina, mettendo in risalto uno sgomento nei suoi occhi – rivolti all’obiettivo – non so se immaginario o reale. Tale tuttavia da stringermi il cuore ogni volta che la rivedo.
Questa professione fu una scuola per me. Proprio in quel di Baranzate, a qualche centinaio di metri dall’abitazione di Rudi, conobbi Gino, operaio sardo della Gamma Morfeo. Abitava nel cupo palazzone in cemento armato e grigio metallo che, per quanto fosse decentrato, non sfuggiva di certo alla vista. Deprimente e fatiscente, oggi come allora, non è stato ingentilito dalle ampie strisce orizzontali di colore blu notte, pittate all’altezza delle sue lunghe balconate.
Ero capitato da lui per ritirare una delle rate mensili della DI.LI.AS(13). Non era solo un “lavoro” ma occasione di dialogo, scambio di esperienze e di punti di vista. La gente era aperta agli altri, c’era una grande disponibilità vicendevole.
Gino, Menoni Gino, manteneva rapporti stabili con «In guardia, Operai». Non ancora gruppo politico ma omonimo giornalino di cronache operaie, basate sulle esperienze di nuclei di proletari critici dell’esistente come quelli della Pirelli, Bordoni, Sit-Siemens, Borletti, Sip, e Atm.
Luisìn e Maximone, la volpe e il gatto, come mentori politici ne tiravano le fila. E il cerchio si chiude.
Bizzarro scoprire che le due coppie di animali pinocchiani si conoscevano tra di loro, avendo costanti relazioni di natura politica. A volte è davvero piccolo il mondo. I due tranvieri sobisti, affiliati al nucleo storico di «Igo», furono sottoposti – dagli! – all’ennesima seduta critica e autocritica. Un rito liturgico assai di moda ai tempi.
Dovettero giustificarsi, non giustificati, per aver deciso di pubblicare sul paginone centrale di Croci dell’Atm – periodico dei lavoratori dell’azienda di trasporti comunale – il manifesto da noi progettato, tirato a mano e affisso ai muri. Davanti a scuole e fabbriche della città e in alcuni luoghi della provincia.
Non ho mai capito il motivo reale di quel contendere politico.
Il pugno, rituale nella iconografia grafica rivoluzionaria, era impressionante. Con un di più dalla sua di originalità: rosso e robusto, calava come un colpo di karatè sopra un muro i cui singoli mattoni destinati a infrangersi rappresentavano le iniquità della società capitalistica.
Il messaggio era semplificato: il pugno chiuso simboleggiava la necessità dell’organizzazione e dell’unità del proletariato rivoluzionario. Il muro, il nemico di classe da abbattere per conquistare una vita priva di ingiustizie. Presupponeva un seguito che non ci fu.
Quel manifesto, comparso di punto in bianco, in molti luoghi caldi deve aver dato più di un grattacapo ai componenti dell’Ufficio Politico della Questura.
Non godettero di uguale e solerte attenzione coloro che tramavano nell’ombra: i corpi separati dello stato, quelli che non gradivano tanta voglia di cambiamento e tanta partecipazione dal basso. Per difendere lo statu quo non si sarebbero tirati indietro di fronte a nulla.
Rudi e io – saliti a ritirare una rata in via Montello, una delle case popolari di ringhiera della vecchia Milano ai bordi di Chinatown, oggi assai ambita dai rampanti di ogni genere- venimmo a sapere dalla radio accesa del cliente della tragica bomba esplosa alla Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana: «12 dicembre: la strage è di stato / la classe operaia non l’ha dimenticato».
Una volta discesi da quell’abitazione, salimmo in auto in una Milano già buia. Nell’abitacolo si respirava il clima plumbeo calato non solo in senso meteorologico sulla città. Eravamo consapevoli di ciò che con quell’atto si sarebbe messo in moto. Palpabile l’atmosfera da caccia alle streghe e di arresti indiscriminati che si coglie oggi nell’incombente climax di certi film sudamericani.
Tutte le idee di fare qualcosa a suo tempo ipotizzate – eravamo o no dei rivoluzionari? – come confezionare le “Champagne Molotov”(14), saldare cunei ferrosi alle rotaie dei tram, spargere chiodi tricuspidi per appiedare le camionette e gli autocarri durante le cariche della polizia e altre forme di sabotaggio incruento furono spazzate via dall’azione degli agenti provocatori e dei servizi paralleli, interni e internazionali.
Ci rendemmo conto che la strada per la rivoluzione non era fatta di scorciatoie e improvvisazioni. Né di pour-parler palesemente insensati. Di colpo intuimmo che c’era in giro della gente che faceva sul serio e determinate cose era in grado di farle davvero e tragicamente meglio.
Mi ricordo che quell’anno ci fu una spinta alla partitizzazione: «Senza partito, senza teoria rivoluzionaria, la sconfitta è certa».
Il leader operaio del gruppo di Abbiategrasso, serio e austero, annunciò che di lì a giorni Librandirà avrebbe proclamato la fondazione del Partito: lui vi avrebbe aderito.
Lo proclamò con il fervore delle grandi occasioni, neanche fossimo tornati alle soglie della presa del Palazzo d’Inverno.
Il resto del suo gruppo e alcuni pittori condivisero la sua scelta, noi non fummo persuasi. Avemmo modo, tempo dopo, di scorgerli infazzolettati e insantinati come compìti chierichetti in qualche librandirana processione.
Continuammo a leggere, a studiare in gruppo. Aiutati in questo da Carlo, lo studente militante di Chimica, che Guido aveva conosciuto all’università, essendosi iscritto nel medesimo corso di laurea.
Il polo universitario delle facoltà scientifiche di Città Studi era nelle mani salde di «Igo», alle cui riunioni partecipavamo come osservatori privilegiati.
Denominati come quelli del Gruppo Rovi, a noi veniva da sorridere. Loro invece lo pronunciavano seri, consapevoli che poche persone, aggiuntesi ad altre, avrebbero avuto un effetto moltiplicatore e non meramente sommativo.
Per ciò che mi riguardava, me ne vergognavo: per un senso di giustizia con i miei amici che per una mia sensitività naturale a corto di retorica.
Mi trovavo in ospedale, per l’intervento asportatorio di una cisti sacrococcigea. Fastidiosa e grossa come una noce gigante. Mi ricordo che fra le giovani infermiere c’era una simpatica ragazzetta, fornita di solidi polpacci, che intrigava non poco i miei ormoni.. L’unica parte del suo corpo che sono riuscito a tastare, quando prono – lei impegnata a medicarmi da tergo – con il braccio penzolante dal letto, allungavo le mani in modalità arbitraria da sotto in su.
Si chiamava Antonietta e abitava dalle parti di via Forze Armate. Pure io non le ero indifferente ma tutto confinò nel recinto della simpatia reciproca e della complicità di corsia fra l’ospite degente e l’assistente sanitario.
Mi ricordo che una delle mie cognate mi regalò il romanzo dei Buendìa e di Macondo che rivelò le peculiarità letterarie di Garcia Marquéz, rendendolo celebre. La prima edizione era in copertina rigida e plastificata di colore viola – mi pare – con le scritte del titolo, autore ed editore in rosso. Non impiegai cent’anni ma il ritardo con cui lo lessi – rispetto alla data in cui mi venne dato in dono – fu di cinque almeno.
Per mezzo di quella lettura incontrai un altro me stesso che alternava prolungati periodi di guerre a intervalli omologhi di riservata clausura, intento a fare, disfare e rifare pesciolini d’oro.
A rompere il cerchio delle nostre indecisioni – più mie che di altri, a quanto pare – furono i miei sodali che, tramite Rudi mi anticiparono l’intenzione di aderire senza ulteriori indugi a «In guardia, Operai».
Una volta fuori dall’ospedale, subito dopo il periodo di convalescenza, li imitai senza alcun problema.
Il pallino di Enea
«Mai buttare via i ricordi»
(dalla pubblicità di Ariel, detersivo per lavatrice)
Il trito modo di dire è topo di biblioteca. Ovvero, abituale frequentatore di collezioni librarie e grande divoratore di libri. Secondo il dizionario. Potrebbe bastare a illustrare la sua confidenza con i testi wutenbergstampati e maicrosoftelettronificati.
Nel suo caso, c’è un di più. L’avere a che fare con la roba scritta è da intendersi in senso più ampio, totalizzante. Ha a che vedere con il fiuto con cui annusa una pista e la segue pervicacemente fino al raggiungimento dell’obiettivo. Riguarda l’assiduità nell’investigazione e nella documentazione, tipica dello scienziato e del ricercatore. Attiene al setacciamento di casellari, schedari, classificatori, brogliacci e scartafacci, domini, siti, icone, directory, files. Allo scartabellio di fascicoli, ciclostilati, fotocopie. Alla disamina attenta di incunaboli, cinquecentine, tomi, volumi, manuali, opuscoli, pamphlet. Alla lettura minuziosa di libri cartacei. Allo scrollamento top÷bottom di fogli elettronici. Alla dimestichezza con cui mette in movimento i motori dell’indagine.
Un Topone d’archivio, quindi. Un grosso topo, non nella stazza fisica quanto nella fermezza morale e di carattere. Affabile personaggio di una pellicola disneyana, agisce per buoni fini: collocare in fuorigioco i cattivi, spedendoli in gattabuia.
Con i suoi denti robustissimi provoca danni a biblioteche, recita il dizionario. Nel suo caso, la voracità non è distruttiva, la sua fame è brama di giustizia. Niente a che vedere con le pantegane. I topi da fogna che vogliono restare tali, lui li considera nemici letali. In questo senso, è il derattizzatore.
Topone è un’immagine della mente, un’allegoria, non certo una descrizione fisica. Fra l’altro di peluria ne ha davvero pochina. Incominciando dalla testa. Non è un handicap. A dimostrazione del fatto, come sostiene Eduardo Galeano, che «se i capelli fossero importanti non starebbero sopra la testa, ma dentro»(15).
L’handicap, semmai, è nei tempi in cui viviamo. Nei quali, purtroppo, i capelli non crescono né sopra né dentro. Come dimostrano le esorbitanti teste rasate impunemente in circolazione.
La sua storia è un lungo tirocinio, faticoso e appassionante. Esordisce col frequentare una delle sale oscure e desolate dell’ex Hotel Commercio, in piazza Fontana.
Un edificio fatiscente, dirimpetto al Palazzo dell’Arcivescovado. Abbandonato e in disuso, riportato a nuova quanto precaria esistenza dalla militanza protestataria.
La sera ci si riunisce, in stanze illuminate a malapena da moccoli di candela, a discettare sul buco del culo dell’universo. Brancolando nel buio. Ognuno perso nella smania del fare, del cambiare e del rivoltare. Bazzica con i lavoratori-studenti. I più sfigati. In aggiunta al lavoro, la scuola serale da frequentare, il tempo sui mezzi di trasporto, lo studio a casa o – nei ritagli consentiti – sui luoghi di fatica. Non che fossero ben visti gli operai che di sera tornavano scolari. Dalle aziende, dai colleghi.
In molti di loro, la mira di una fuga dalla rispettiva condizione e il miraggio di una carriera. Per certuni, un’occasione per evadere dai turni più disagiati. Per altri, i meno, un’ansia di emanciparsi. Cercando nell’acculturazione e acquisendo nei saperi tecnici i mezzi e le competenze per concorrere alla liberazione personale e altrui. Sudando sodo.
Enea è un giovane ventenne, vestito a modo. Con cura. Fronte spaziosa, accentuata da un principio di incombente calvizie. Si aggira in quella stanza a pianterreno, alla ricerca di qualcosa. Apparentemente interessato più alla corposa presenza femminile che ai chilometrici blablà, fumosi come i locali in cui vengono pronunciati.
Lavora già alla Tielleemme. Iscritto al Cattaneo, istituto per Ragionieri e Geometri. Per questo è lì, invitato forse da qualche volantino di un chimerico Comitato di coordinamento.
La sua formazione è in corso d’opera. Si mantiene su posizioni fortemente critiche e polemiche. Non gli vanno a genio i parolai.
Come soverchie volte avviene, coloro che vorrebbero cambiare il mondo non trovano l’accordo su come farlo. Elucubrano che se ognuno va per la sua strada il percorso sarà facilitato, il cambiamento a portata di mano. Non si attardano.
Del gruppo che caldeggia l’organizzazione degli studenti serali, una parte che si rivela minoritaria decide di fondarsi in Corrente proletaria dei lavoratori-studenti. La denominazione la dice lunga sui riferimenti ideologici dei suoi promotori. Il rimanente, cioè la maggioranza pragmatica e composita di cani sciolti e giovani militanti del Pci si costituisce in Comitato di Agitazione dei lavoratori-studenti. L’ibrida alleanza regge per poco alla estrema polarizzazione dei tempi. Le strade fra i figiciotti e i cani, ora, meno sciolti – avendo nel frattempo aderito in massa alla costituenda cellula di Avanguardia Operaia – si separano all’incirca un anno dopo.
Il Comitato di Agitazione vede crescere la sua influenza e si radica in diverse scuole serali. Tramite la stampa di un foglio e di un certo numero di volantini; una rete di capillari contatti e di assemblee; la convocazione di una imponente manifestazione sui temi della peculiare condizione di doppio sfruttamento. Come non se ne vedevano da anni.
Le novità e un certo dinamismo del fare accendono l’interesse in Enea che si consolida prima in adesione, poi in consapevole partecipazione.
Convince i suoi fratelli alla stessa passione politica e i suoi genitori, affabili e cordialissimi. Coinvolti anch’essi come simpatizzanti nelle sue scelte di campo.
Come succede a chi è partecipe appieno della vita politica, entra in confidenza con una studentessa serale della medesima cerchia. Biondina e paffutella, con un vago strabismo fonico. Di minute dimensioni, Enea la accoglie sotto la sua ala protettiva. Con lei decide di condividere, affettivamente, destino privato e scelte pubbliche.
È un periodo esaltante e i lavoratori-studenti si conquistano una simpatia generale per l’attivismo dimostrato a sostegno di robuste ragioni e la capacità di essere accattivanti sulla scena sociale.
«… era bello vivere insieme in piazza e all’osteria, avere un cuore solo, una sola allegria, un unico ideale piazzato lì davanti, giorno e notte convinti di far cose importanti, amici da star male l’un verso l’altro attenti. Forti, comprensivi, fiduciosi e contenti…»(16)
Alle riunioni, partecipa a pari titolo, una nutrita rappresentanza del corpo insegnante. Fra di loro, si contraddistinguono autentici personaggi che hanno fatto la storia della Milano democratica. Come l’amabile professoressa dalla canuta chioma che parteggiò per gli studenti redattori del giornalino liceale La Zanzara, in un lontano e indimenticato caso di normale civiltà. Le cronache la mostrano, in difesa passiva, trasportata a braccia da agenti di Pubblica Sicurezza, fuori dalla scuola occupata.
Il gruppo è solido, motivato, affiatato e solidale. Unito nel comune ideale come nell’amicizia. Mentre i ragazzi della stessa età il sabato sera vanno a ballare e a divertirsi, Enea e gli altri – dopo essere stati a scuola tutto il pomeriggio – si riuniscono in uno scantinato di Largo Richini. Nello stracolmo attivo settimanale del Comitato, a discutere e a decidere il da farsi. Solo al termine si concedono il lusso di una pizza, da consumare in bella brigata.
A volte, invece accade che vadano a dar man forte agli operai del presidio notturno di una fabbrica occupata in difesa del posto di lavoro.
«… eravamo uno solo persino nei pensieri, la riunione a sera, la notte al ciclostile, il volantino all’alba tutti a distribuire. E dopo nella piazza contro la Polizia portavamo la nostra rabbia, sì, ma anche la nostra allegria…»(17)
Non si resta studenti in eterno, quantunque di quelli già solerti nell’andare a bottega. Enea si lascia alle spalle con rimpianto e qualche nostalgia questo mondo. Urgono i cambiamenti.
Per l’intanto, cambia lavoro, per amore o per forza. Da impiegato di un’azienda farmaceutica a operaio in un’impresa di scooter e poi di automobili. Una grande fabbrica, una comunità di uomini con i quali vive una nuova stagione di solidarietà e amicizia politica. Conosce e fa lega con fantasiosi e indimenticabili parigrado.
Un’età che non dura. È l’epoca delle grandi riorganizzazioni delle aziende industriali, a partire dai settori maturi. L’Eustachio è una delle prime a finire nel mirino. Gli tocca patirne la ristrutturazione e la graduale chiusura. Dopo una delle ultime lotte di massa capaci di coinvolgere una città a sostegno dell’esistenza di quella fabbrica.
«Il posto di lavoro non si tocca…», uno slogan ripetutamente strillato nei quotidiani cortei che attraversano i quartieri della metropoli. Fa effetto ma gridarlo non garantisce la positività del risultato.
Enea è un militante convinto e convincente. Sempre presente agli attivi di organizzazione. Alle manifestazioni di piazza. Nei convegni al chiuso. Non ha i paraocchi, guarda, pensa, decide con la propria testa. Nicchia. Un po’ di cose cominciano a non convincerlo. Non mugugna. Se non è d’accordo, lo esplicita.
Venendo meno l’esperienza politica in Avanguardia Operaia, tenta di proseguire il suo impegno nel Pdup di Magri. Con alterne fortune. Finisce con l’aderire al Pci di Enrico Berlinguer, come capita a tanti della nuova sinistra. C’è chi dice si tratti di un riflusso a casa. Del rientro in porto sicuro. Non è comunque un ritorno comodo né accomodante.
La vita come gara a ostacoli è dura quando si è soli. Non sempre le difficoltà si dimezzano quando si è in due. A volte, capita persino che i problemi raddoppino.
Enea ha le sue crisi personali, sperimenta le sue separazioni, vive i suoi lutti.
Si riprende. Gli viene incontro un ciclo favorevole di certezze economiche e di affermazioni.
Assunto in un quotidiano milanese, dove all’inizio esegue i compiti del dimafonista. Infine è ammesso alle mansioni di archivista. Uno delle rare combinazioni in cui la passione personale collima con le funzioni aziendali.
Incontra e si innamora di una giovane donna che gli regala emozioni e sentimenti nuovi e gli offre mente e cuore: motivazioni per proseguire uno spirito del fare che non avverte un attimo di sosta.
È in questa fase che il Topone potenzia una sua peculiarità, un ticchio caratteristico, una marca distintiva. Una mania. Talmente caparbia da sembrare una fissazione. Il suo topos(18). Un pallino. Il pallino di Enea. Rimane colpito e illuminato dalla possente vastità dei celati progettatori della Rinascita democratica. Subodora prima di altri la posta in gioco.
Un piccolo grande uomo inizia a condurre la sua personale battaglia di chiarificazione, di conoscenza, di smascheramento in uno dei centri nevralgici dell’informazione, cuore privilegiato della strategia di fagocitazione promossa da attenzioni tanto influenti e venerabili quanto dissimulate.
Come chiunque pratichi il soggettivo pallino con intelligenza e passione, Enea ne diventa un esperto. Un tecnico formidabile del retriever. Del ritrovamento della notizia. Della combinazione dei dati. Dei collegamenti e dei rimandi. Delle affiliazioni sotterranee. Delle sette segrete. Delle connessioni fra le oscure trame. Trame nere, intrecci occulti.
Topo deriva dal latino tardo tălpu(m), variante di tălpa(m), talpa. Con i roditori, infatti, ha in comune la capacità di sondare, scandagliare e scavare per andare a caccia di chi costruisce una rete di cave e cunicoli, intrichi sotterranei, budelli e gallerie. A scovare e snidare gli strateghi e le consorterie del malaffare.
Navigatore acrobatico e impavido batte rotte inesplorate nell’oceanico ipertesto(19), procelloso e infido, di righe e colonne per giungere speditamente all’informazione desiderata.
Come ogni provetto, potrebbe farsi retribuire per la consulenza fornita. Kamo è un rivoluzionario di professione, non un mercante. Non un mercenario. È l’archivista democratico di ogni serio ricercatore e indagatore di mestiere. Presta le sue meditate competenze gratis.
Esplora e sa identificare simbologie e armamentarî. Emblemi e segni. Termini mitici e biblici. Numi tutelari. Numeri. Origini e strutture organizzative.
Alchimie, spiritismi e cabale. Sublimi e capitolari. Latitudinari, giacobiti e noachisti. Conventi, obbedienze, logge e templi. Giuramenti e iniziazioni. La spoliazione e la restituzione dei metalli. Segni d’ordine, squadre e compasso, cazzuole, guanti e grembiuli. Lampade, scheletri, pietre cubiche, galli, orologi a polvere, sale e zolfo. L’occhio nel Triangolo. I tre viaggi. Calici di amarezza, catene di unione. Le melagrane. Maestri, compagni e apprendisti. 33 gradi amministrativi per il Rito Scozzese antico e accettato, 7 nel Rito Francese. Distribuiti in gruppi di 7 persone. 10 ufficiali. Le 2 colonne, i 3 puntini.
Se si ignorano i precedenti delle gilde medioevali, organizzazioni basate su perizie artigianali, può suonare ostico sapere che officina è il nome di ogni gruppo in cui gli adepti vengono suddivisi. Conoscere che motto delle associazioni segrete fosse Libertà, Uguaglianza, Fratellanza, solo in seguito ripreso dalla Rivoluzione Francese.
Vuoi mettere che sono da ricercarsi qui le velleità populistiche e terminologiche di un noto esponente politico? Meglio che Presidente operaio sarebbe stato più corretto, filologicamente, parlare di Presidente muratore. O no?
Anche perché «nel 1778 le 310 logge del Grande Oriente rifiutano di accogliere nel Tempio gli operai, perché a essi non poteva riconoscersi la qualifica di uomini liberi»(20).
Fa specie imbattersi nella notizia che fra i componenti le logge risultino ruoli quali il segretario e il compagno. Un motivo per nutrire perplessità e dubbi sull’uso di un lessico logorato.
Massontopologia(21), massontopografia(22) sono i neologismi ancora da inventare per qualificare con precisione la specializzazione di Enea, l’assiduo Topone d’archivio.
Come tutti quelli che perseguono con tenacia e competenza l’itinere del loro chiodo fisso, Enea può suggerire l’impressione di voler ridurre tutte le vicende umane a un grande progetto satanico superiore. Di trovare in ciò le sole spiegazioni possibili. Il dizionario asserisce trattarsi di topofilia(23).
Può darsi prospetti di sé talvolta l’idea di soggiacere agli abbacinanti schematismi della Scolastica e di non dominare a sufficienza i rudimenti della dialettica. Nessuno è perfetto. Avercene di topi, pardon, di tipi come lui. Efficace e serenissimo mastino non molla la presa.
Enea è nel mirino di quelli che vorrebbero custodire i loro segreti nell’ombra. Abile nel non compromettersi riesce a eludere per anni eventuali propositi a suo pregiudizio, orditi da tramisti organici. L’immagine del topo, in araldica, raffigura l’uomo discreto e prudente.
A furia di dai e dai, ciononostante, viene messa in atto una provocazione a suo danno. A seguito della quale viene licenziato.
Novello Davide non teme Golia e ingaggia la sua battaglia legale. Senza protezioni, senza sostegno sindacale. Chi dovrebbe fornirglielo sembra comportarsi come se fosse invischiato e avvolto nelle spire di corposi e sinuosi interessi aziendali.
Perde il primo ricorso. Non recede. Perde il secondo. Non viene meno la sua speranza. Continua la sua controversia.
Enea è costretto a caricarsi sulle spalle un fardello più oneroso del caro vegliardo Anchise, una soma più gravosa di quell’eredità d’affetti. Anche la moglie subisce e soffre vicissitudini analoghe. Poiché, come è noto, le difficoltà non vengono mai sole.
Insieme non si scoraggiano. Debbono inventarsi una nuova attività per tirare avanti.
Enea è un gramsciottimista. Non più in tenerissima età, mette al mondo una seconda figliola, a un grappolo di anni dalla nascita della primogenita, splendidamente coadiuvato dalla sua adorata topona.
Cinque anni dopo il licenziamento, ottiene la meritata vittoria legale e i debiti risarcimenti.
Enea continua a credere che il mondo possa essere cambiato, trasformato. È l’idea dell’orizzonte a reggerlo. Dell’Utopia(24).
Non se ne sta alla finestra, non con le mani in mano. L’inossidabile Inox non demorde. Si batte per renderlo migliore. Lui nobilita la politica, non ne fa un mestiere. Non è di quelli che fanno di tutto perché la gente se ne allontani(25).
Niente a che vedere con il teatrino dei toksciòu, delle scarpe da un milione e mezzo e degli yòkt. Pressapochisti e spocchiosi nello stesso tempo. Ahi, se si potesse elidere tok dal neocomposto e fare del resto – usando una ramazza di saggia saggina – un bel sciò-sciò.
Il Topone, ostinato com’è, non vuole rassegnarsi a credere che nelle manie esista chi è più ostinato di lui. Qualcuno che si crogiola con persuasione nella propria orsaggine, credendo magari di avere capito – magari no – poche cose nella vita e non ci vuole rinunciare. Come per esempio – da bravo scozzone – che “gli amici me li scelgo io” e “gli amici dei miei amici non necessariamente diventano i miei amici”.
Detto questo, l’Orso in questione – sia chiaro – si onora di averlo conosciuto e di annoverarlo come proprio amico.
L’intervista
Come dice? Sì, sì. Siamo saliti in tre sulla torre nottetempo portandoci negli zaini tutto quello che poteva esserci utile per i primi giorni: acqua, cibo, un po’ di farmaci essenziali, tenda, i materassini, i sacchi a pelo, la mazzetta e i lunghi chiodi di acciaio per fissare la tenda al terreno in cemento, dei teli di plastica.
Sì, non l’abbiamo detto a nessuno, a scanso di equivoci, perché non volevamo che questa nostra iniziativa potesse essere bloccata. Non c’era più spazio per le manfrine.
Ora questa forma di lotta è stata riconosciuta come propria e appoggiata dalle rappresentanze sindacali e qui sotto c’è il presidio quotidiano degli altri lavoratori.
Chi siamo? Io mi chiamo Mauro, sono il più anziano, ho 59 anni. Ne ho fatte di lotte, sa? Ne ho di chilometri nelle gambe, se penso a tutte le manifestazioni a cui ho partecipato. Me ne sono perse poche.
C’è poi Alfredo, il più giovane, ha 33 anni. È il più incazzato e il più libero di noi. Potrebbe andarsene, non ha obblighi, ma ha deciso che starà qui fino alla fine. Quindi, c’è Sergio che ha 48 anni, è il più inguaiato di tutti, ha moglie e figli e non sa che pesci pigliare. Certe volte lo vedo piangere e sbattere la testa contro il cemento della torre. È il candidato giusto per farsi l’harakiri.
L’acqua e il cibo adesso li tiriamo su con la corda e così facciamo scendere i nostri “scarti”. Beh, sì. Intendo i rifiuti in genere, anche quelli nostri. Beh, non è piacevole soddisfare quel tipo di bisogni, la roba grossa la facciamo dentro la carta di giornale che stendiamo per terra e poi raccogliamo dentro sacchetti di plastica. La pipì, invece, la facciamo dentro le bottiglie. Sembra di essere in guerra. E, in effetti, siamo in guerra.
Di notte fa freddo ma cerchiamo di scaldarci stando uno a ridosso dell’altro. Ci hanno mandato su delle nuove coperte ma si dorme per stanchezza, più che altro. Stanchezza fisica e di testa.
Cosa ci pesa di più? Difficile fare una scelta. Molte cose, dovrei mettermi a farle un elenco. Ci pesa essere costretti a vivere come bestie. Ad esempio, per nostra dignità, abbiamo deciso che ci saremmo lavati. Non dico ogni giorno ma abbastanza spesso da non urtarci l’un l’altro. Per rispetto l’uno dell’altro. Abbiamo costruito una rudimentale doccia, con pezzi di legno, dei teli di plastica e una pentola coi buchi come quelle per fare le caldarroste. Per il freddo, stringiamo i denti e ci laviamo alla svelta ma dopo stiamo bene, ci sentiamo a posto, come persone civili. Io no perché ho la barba ma Alfredo e Sergio si radono quasi ogni giorno.
Abbiamo anche un posto per accendere il fuoco e quindi c’è se si vuole l’acqua calda o perlomeno tiepida. Il fuoco serve per scaldarci quando ci mettiamo lì a contarcela su o per gioco alziamo gli occhi al cielo e cerchiamo di riconoscere le stelle.
In certe sere sapesse quante ce ne sono, sembra di stare in montagna.
Con i mattoni che abbiamo tirato su con la corda abbiamo costruito una rudimentale turca, sotto tre teli che ci danno una parvenza d’idea di stare al cesso di casa nostra.
Chi ci appoggia, mi chiede? Le istituzioni, i partiti, le organizzazioni sindacali… Lei qua mi tira per i capelli ma io non me li lascio strappare, a questo punto la diplomazia sa dove me la infilo? E poi, oggi, è come sparare sulla Croce Rossa, ché è molto difficile difendere queste realtà oggigiorno, diciamolo. Le istituzioni? Ci sono quelli che non si fanno nemmeno vedere, sono contro la nostra lotta per principio: noi siamo solo dei rompicoglioni. Altri invece si fanno vedere, rilasciano una bella dichiarazione, si fanno fotografare e poi chi li vede più.
I partiti? Dio mio… i lavoratori sono stati cancellati da anni nella rappresentanza politica, non contano più nulla. Lo sa quanti operai ci sono oggi in Parlamento? Uno, sì, uno. Messo lì perché non è bruciato vivo come i suoi sette compagni. Lo sa quanti operai c’erano nel parlamento italiano-sabaudo all’inizio del Novecento? No? Beh, glielo dico io: Uno! Servono commenti?
Ne abbiamo fatto di strada, eh? Veniamo da lontano e andiamo lontano… Ci ho creduto tutta la vita, che cosa ci ho guadagnato?
I sindacati? Esistono perché si occupano d’altro, sono diventati delle agenzie di servizio: la compilazione del 740, le pratiche legali con l’Inps, gli sfratti, l’assicurazione, i viaggi. Fra l’altro, spesso con poca professionalità e molta presupponenza. Fanno tutto fuorché quello per cui sono nati: tutelare i lavoratori, difendere il lavoro, lottare, contrattare.
Uno dei tre firma tutto quello che gli propongono così dimostra che è lui che ottiene i risultati. Il secondo cerca di differenziarsi e poi si accoda come sempre. Il terzo si astiene, si ritrae, non firma. Ma le idee? Possibile che a inventare queste forme disperate di lotta debbano essere gli operai con le spalle al muro e il plotone di esecuzione davanti?
Cosa dobbiamo fare? Suicidarci? Buttarci giù dalla torre?
Nel 2012 sono morti 1180 lavoratori, sicuramente una cifra in difetto. 3 morti al giorno, uno ogni 8 ore, uno ogni giorno di lavoro. In questa misura, sono “omicidi sul lavoro”, non “morti sul lavoro”. È un incessante tributo di sangue che non accenna a diminuire.
Ci dovremmo accordare fra di noi e invece di ammazzarci in estrema solitudine – uno a uno, operai e piccoli imprenditori – trasformare questa cosa in un fatto collettivo: in “suicidi di massa per assenza di lavoro”, alla maniera delle sette religiose. Questa sì che sarebbe una notizia, ma forse faremmo un bel favore a molti, non le pare?
Se siamo qui sopra significa che le abbiamo provate tutte ma senza risultato. Salire qui era l’unico modo per avere una cassa di risonanza per le nostre rivendicazioni. Ma anche questa forma di lotta estrema si sta usurando. Quante torri come questa sono cresciute, qua e là in tutta Italia, in questo lungo inverno sociale? L’unico modo per finire sulle pagine dei giornali, nei notiziari televisivi ma poi non è nemmeno vero che finisca così perché fra i tanti funghi cresciuti sono sempre gli altri a scegliere. Tanti funghi non fanno una primavera e nemmeno una notizia.
Come stiamo in salute? Finora reggiamo, abbiamo un medico di fiducia che ci viene a visitare e perfino una psicologa. Ma non creda che sia tutto così semplice, è dura e nella testa ci vengono certi brutti pensieri.
Come trascorriamo le giornate? Beh, c’è molto da fare. Parlare con i giornalisti come sto facendo adesso con lei. Tirare su le vettovaglie. Eseguire le corvée. Fare qualche esercizio ginnico. Qualche volta giochiamo a carte, ma solo se siamo all’ultima spiaggia. Leggere.
Cosa leggiamo? Sergio legge dei romanzi gialli e ama l’enigmistica. Alfredo amava i fumetti, una vera esaltazione, ma ora si è affinato: per impulso della sua ragazza che è una disegnatrice si è appassionato ai romanzi grafici o fumetti d’autore. Sono molto belli, sa? Piacciono anche a me.
Io invece mi sono preso il tempo necessario per leggere i classici, quelli veri. L’Odissea e I promessi sposi. Del Manzoni conoscevo già alcune sue poesie e La storia della Colonna infame.
Il suo romanzo me l’avevano fatto odiare alle industriali. Non l’avevo più ripreso in mano ma devo dire che, a parte il suo messaggio cattolico e romantico, è un gran bel libro. Ora ho capito cosa voleva dire con “aver sciacquato i panni in Arno”, lui ha aggiornato la lingua italiana passando dalla lingua rococò del Settecento alla lingua che tuttora adoperiamo.
Di Omero cosa debbo dire? Quanti migliaia di anni sono che lo stiamo leggendo e non ci stanca mai? E poi, la nostra lotta, non è in fondo una piccola Odissea?
Morire d’amore
Piccola storia di Maura e Giuliano
«Sono l’imperatore della sconfitta.
Anche quando cado, io volo»
Jan Fabre
Giuliano lo conobbi agli inizi degli Settanta. Ero il responsabile della Commissione Operaia della Sezione S. Siro di Avanguardia Operaia e il mio compito era organizzare i compagni di fabbrica che nella loro realtà operavano da soli, coordinarne le attività e semmai aprire qualche nuovo intervento in fabbriche nuove dove preesistevano dei contatti.
Giuliano partecipava alle riunioni insieme ad altri compagni dispersi in una miriade di piccole fabbriche di una zona che andava da Milano fino a Magenta lungo la dorsale della via Novara.
Era l’unico modo per discutere il “verbo” insieme con altri che si trovavano nelle medesime condizioni.
Non ricordo in quale modo entrò in contatto con noi. Quello che so è che lavorava alla Ferrotubi di Corbetta, una fabbrica targata Pci del vecchio tipo: settario e pro sovietico, un Pci per il quale chi provava a stargli a sinistra era giudicato un nemico del popolo e un provocatore. Un Pci che era rimasto, nonostante Enrico Berlinguer, ai tempi della Terza Internazionale, tra gli anni Venti e Trenta del XX secolo, quando i poveri riformisti e socialdemocratici dell’epoca venivano bollati come socialfascisti.
Con lui avevo perciò un supplemento di abboccamenti e confronti per concordare la tattica migliore affinché potesse svolgere in fabbrica un minimo di attività politica e sindacale senza finire impalato dalla “Ghepeu” ferrotubiana.
Gli suggerii una forma particolare di entrismo: prestarsi all’attività sindacale mantenendosi sulle posizioni della sinistra sindacale.
Nient’affatto avvenente, di bassa statura, carnagione olivastra, occhi luminosi, voce cavernosa che si manifestava con l’inflessione tipica della parlata a doppie, era l’archetipo del giovane sardo di quei tempi.
Frequentalo oggi, frequentalo domani diventammo amici. Iniziammo a frequentarci anche nelle nostre vite private con le nostre rispettive compagne. Per curiosa combinazione, in quel periodo convivevo con una compagna che proveniva dalla sua terra.
Giuliano conviveva con Maura, una adorabile donna, sempre sorridente. Un regalo del cielo per lui, si può ben dire.
Non fu una frequentazione insistente, anche perché l’attivismo politico in Avanguardia Operaia, almeno per me, era fagocitante. Non ero un funzionario, quindi lavoravo come operaio nella più grande fabbrica della zona dove svolgevo i miei compiti politici e sindacali e partecipavo alle riunioni centrali dell’organizzazione. Una trottola, insomma.
Ricordo una gita per qualche giorno ai Piani di Bobbio in un tragico novembre del 1975: la notizia dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini che la tv diffuse ci colpì come una sassata mentre eravamo a tavola per pranzo.
Qualcosa a un certo punto non funzionò e Giuliano interpretò così bene l’entrismo che finì dritto filato dentro il Pci.
Come quasi tutti quelli che ho conosciuto vi aderì nel modo peggiore sdraiandosi sulle posizioni più retrive e bofonchianti.
Con la pretesa di citare il suo grande conterraneo, un Gramsci mai letto a sufficienza, nei suoi interventi polemici contro gli avversari nel dibattito sindacale.
Ci perdemmo di vista. So che la Ferrotubi in seguito ridimensionò di molto le proprie attività fino alla successiva chiusura.
A me piace andare a teatro e amo dare credito alle piccole compagnie che negli anni novanta cercavano di ritagliarsi uno spazio sulla scena cittadina. Teatri come l’Out Off nell’epoca di via Duprè, come l’Elfo che insieme al Teatro di Porta Romana in seguito divenne un colosso nella vecchia sede del Teatro Puccini.
Non ricordo né il titolo né la regia e neppure il compendio di quell’opera teatrale. Ciò che ricordo è una scena corale nella quale un gruppo silente di persone avanzava in modo lento e cadenzato, simile al movimento a scatti di un robot, dal fondo del proscenio fin quasi a ridosso degli spettatori nella prima fila di panche. In mezzo a quel gruppo di attori riconobbi Giuliano, tale e quale.
Non mi presentai a lui al termine dello spettacolo, non provavo nessuna pulsione pur non avendo la repulsione che spesso mi assale quando incontro personaggi che ho incrociato nella mia vita.
Dovettero trascorrere un’altra quindicina di anni prima che le nostre esistenze si incrociassero di nuovo.
Avvenne quando presentai il mio libro africano nello spazio pubblico “Chiama Milano” in Corso Vittorio Emanuele.
Tra il pubblico c’era Maura lì convenuta insieme a comuni amici. Lei e Giuliano erano venuti ad abitare non so come alle Terrazze di via dei Missaglia.
Maura era sempre la stessa, sorridente come sempre, abbigliata in un completo di jeans. Ci siamo salutati come se non avessimo mai interrotto i rapporti.
La promessa d’obbligo fu quella di rincontrarci a breve.
La vita però si è incaricata a suo piacimento di scompaginare le carte, nel modo peggiore.
Il cancro aggredì Maura in modo invasivo e senza pietà non dandole scampo.
Giuliano non si riprese più da questa botta e qualche tempo dopo decise che era venuto il tempo di raggiungere l’adorata compagna.
Morire d’amore non è una metafora o un modo di dire. Quando non si muoia di crepacuore essere sospinti al gesto estremo è il compimento razionale di una condizione cui non ci si vuole rassegnare.
Come Icaro, privo perfino di quelle inefficaci ali, Giuliano volle raggiungerla volando dall’ultimo piano del palazzo dove abitava.
Note
1 = Sob, solidarietà operaia di base. Organismo di fabbrica e di azienda, nato dal basso, per iniziativa di lavoratori d’avanguardia, in polemica aperta con il burocratismo dei sindacati ufficiali.
2 = Istituto Autonomo Case Popolari
3 = Azienda di comunicazioni parastatale, manifatturiera di produzioni su licenza della Casa Madre Tedesca.
4 = La casa in collina di Cesare Pavese – Einaudi
5 = Il Pci ai giovani!! – Appunti in versi per una poesia in prosa seguiti da una “Apologia” di P.P.Pasolini – (Empirismo eretico, Garzanti).
6 = A memoria, il nocciolo della questione era: “I detentori dei mezzi di
produzione, contraddicendo se stessi, per conservare inalterati gli attuali rapporti di produzione non si facevano scrupoli nel mettere in atto la distruzione delle forze produttive. Il loro sviluppo sarebbe incrementato a prescindere”. Va da sé che compito dei rivoluzionari avrebbe dovuto essere esattamente l’inverso: “Per rovesciare i rapporti di produzione esistenti e spossessare i detentori dei mezzi di produzione occorreva battersi per losviluppo e l’estensione delle forze produttive”. In realtà, “forze produttive” erano da considerarsi sia i macchinari che la forza
lavoro. Al padronato premevano i primi, a noi la seconda.
7 = Raniero Panzieri, esponente della sinistra socialista, lasciò il suo partito – allafine degli anni ’50 – per costruire una rete di nuclei politici operai, organizzati attorno alla rivista Quaderni Rossi, di orientamento neo-marxista.
8 = O.c.i.g.o, Ordine consortile “In guardia, Operai”, gruppo politico con forte insediamento milanese, si fonderà nella prima metà degli anni ’70 con circoli, comitati, collettivi politici dall’impianto teorico comune e dal radicamento locale dando vita alla terza organizzazione della sinistra rivoluzionaria di rilevanza nazionale. Fondò altresì il terzo quotidiano, dopo Il Poster e Botta Saltuaria.
Fu in grado con Eudemonia Refrattaria, cartello elettorale dalla vita problematica, di far eleggere ben 6 parlamentari.
9 = Dopo la IV Internazionale di Lev Trotzky e Alain Krivine e la V – mai ammessa come tale, in realtà IV bis – fondata da J. Posadas, leader sudamericano, scismatico e transfuga dalla precedente.
10 = Igo, acronimo di «In guardia, Operai».
11 = enne-elle, neo-ellenisti.
12 = “Bartali”di Paolo Conte.
13 = Distributori Libri Associati.
14 = Nome con cui il Maggio francese battezzò le bottiglie incendiarie fai-da-te.
15 = Eduardo Galeano: Il libro degli abbracci – Sansoni Editore
16 = Compagno sembra ieri di Pino Masi
17 = Compagno sembra ieri di Pino Masi, ibidem
18 = luogo topico, argomento tipico di una dissertazione, portato a sostegno della propria tesi.
19 = complesso di informazioni testuali, contenute in un sistema informatico, unite fra loro da rimandi e collegamenti logici che consentono una consultazione secondo percorsi non sequenziali.
20 = La Massoneria – storia e iniziazione di Christian Jacq – Mursia
21 = Studio delle caratteristiche del suolo e del paesaggio.
22 = Tecnica per rappresentare graficamente, con segni convenzionali, la mappa di un territorio.
23 = Morboso attaccamento a un luogo, a un ambiente, a un argomento.
24 = “Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo, a camminare”. Un brano della letteratura latinoamericana superbamente raccontato da Eduardo Galeano a Gianni Minà nelle sue indimenticabili interviste televisive (Storie vere). L’autore è Fernando Birri.
Galeano lo cita anche in Finestra sull’utopia nel suo libro “Parole in cammino”. La cosa oltremodo bella è stato vederla narrare da P.P. (vulcanico ex manutentore Fiat) nello splendido film “Non mi basta mai” di Guido Chiesa e Daniele Vicari.
25 = “La politica è l’arte di impedire alla gente di mischiarsi in quello che la riguarda”. Paul Valery
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*Nota dell’autore sulla sua pagina FB
Maurilio Rino Riva
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“Remiade”, il mio quinto e per ora ultimo libro, è a disposizione. Lo potete trovare nelle librerie online, lo potete ordinare nella vostra libreria preferita. In attesa delle presentazioni che sto organizzando e via via verranno annunciate. Man mano si avvierà un progressivo calendario che renderò pubblico con apposite locandine. Noto che nel giro di 8 anni le modalità per accompagnare al pubblico ciò che hai scritto e che ha la fortuna di essere pubblicato, serve fatica più di prima a trovare disponibilità e luoghi in cui poter presentare questo mio libro. Non l’ho mai fatto prima, ora mi trovo nelle condizioni di farmi dare una mano dai miei potenziali lettori. Già, la condivisione sul vostro profilo di quest post è un notevole aiuto.
Io chiedo semplicemente, ognuno di voi, in assoluta autonomia, dispone.
