
Scritture poetiche e pubblicazioni
di Ennio Abate
Il passaggio, per molti oggi quasi ovvio, fra scrivere dei testi e pubblicarli in varie forme (su riviste, presso editori, con edizioni a pagamento, ecc.) nel mio caso è stato particolarmente inceppato. Meglio ricordarne le cause, gli effetti negativi ma, per alcuni aspetti, anche paradossalmente positivi.
Una prima produzione giovanile, agli inizi degli anni Sessanta (appunti, poesie ‘60-’62) ,è andata perduta o, salvata in parte, è rimasta a lungo nel cassetto, a causa della svolta avvenuta nella mia vita con il trasferimento a Milano e i prolungati problemi di “assestamento” derivati dal passaggio, brutale e improvvisato, da una condizione di studente in una città di provincia (mantenuto comunque agli studi dalla famiglia) alla condizione a lungo precaria di immigrato a Milano: prima impiegato, poi disoccupato, poi lavoratore-studente e, solo alla fine, insegnante).
Alla cesura pratica, dovuta all’esigenza di fronteggiare problemi materiali e esistenziali di sopravvivenza (pagarmi vitto e alloggio, matrimonio, figli), che mi hanno portato a interruzioni e deviazioni nell’indirizzo degli studi – (prima di quelli universitari iniziati a Napoli; e poi all’abbandono della ricerca artistica appena avviata con l’accesso all’Accademia di Brera) – e ad un loro completamento in ritardo (laurea in lettere a indirizzo storico), si è sovrapposta un’altra cesura-censura-autocensura, collegabile al tipo di militanza politica in Avanguardia Operaia, che mi impose di fatto dal ‘68 al ‘76 il «rifiuto della letteratura» e dell’arte,
La pratica di scrivere è sopravvissuta, ma in forma di un sotterraneo *diario di appunti*, che ha accompagnato il mio impegno professionale (insegnante) e politico (in Avanguardia Operaia); e ha trovato pochissime occasioni per affacciarsi nel discorso pubblico del tempo. Sono stati anni soprattutto di intense letture in ambiti strettamente legati all’insegnamento (italiano e storia in ITIS) e alla politica degli anni ‘70 (riviste e giornali, storia del m.o., teoria marxista).
Una ripresa della scrittura in forma poetica e narrativa – e sempre a partire da una base di riflessione diaristica – e quasi contemporaneamente della grafica e saltuariamente della pittura c’è stata in coincidenza (più o meno simbolica?) di due eventi: l’abbandono della militanza politica e la scoperta inaspettata di un imminente rischio di cecità (fermata con due interventi chirurgici per distacchi di retina a entrambi gli occhi).
È stata una ripresa in solitaria. Nessun legame avevo intessuto dal mio arrivo a Milano, agli inizi dei Sessanta né con scrittori né con artisti, essendomi ritrovato esclusivamente in ambienti di immigrati, impiegati, militanti politici e poi di insegnanti. I primi interlocutori, cercati attorno al ’77, furono Fortini e Majorino, non casualmente collegati da me all’area della *nuova sinistra*; e, quindi, ritenuti (da me) prossimi all’esperienza politica che mi aveva così assorbito. E più che mirare a pubblicare le vecchie poesie ‘60-’62 o quelle che avevo cominciato a stralciare dal mio *diario/appunti* (accresciutosi dal 1977 e mantenutosi costante e intenso da allora), ho puntato soprattutto a sentire i pareri di pochi amici, a fare qualche occasionale autoedizione (*Samizdat Colognom* del 1983, *Salernitudine/Immigratorio/
Non ho, però, potuto discutere quasi con nessuno i problemi di scrittura che mi ponevo; né l’oscillazione fra *narratorio* e *poeterie* o fra scrittura e grafica-pittura.
Negli anni successivi ho operato delle selezioni dalle mie scritture a base diaristica, intitolandole variamente, ma sempre all’incirca replicando o aggiustando il titolo emblematico *Salernitudine/Immigratorio/
Intenso – forse anche a causa delle mancate pubblicazioni – è stato invece il lavorio sul materiale che andavo accumulando. Ho riletto varie volte pezzi del *diario/appunti* e fatto episodici tentativi di ripulitura (*Riordinadiario*). Ho fatto anche varie stesure – stavolta per sezioni “omogenee” – delle poesie (Salernitudine, Immigratorio, Prof Samizdat, Donne seni petrosi), dandole in lettura a conoscenti.
Di fatto ho partecipato ad un unico concorso di poesie presieduto da Fortini, quello del Laura Nobile a Siena del 1991,risultando finalista. E dopo l’autoedizione del 1983 di “Samizdat Colognom”, soltanto nel 2003 pubblicai “Salernitudine”, complice sia il ripreso rapporto epistolare con Erminia Passannanti, conosciuta al Premio Laura Nobile del 1991 e nel frattempo divenuta direttrice di collana presso la Ripostes di Salerno e sia il richiamo per me ”mitologico” alla città della mia formazione e da cui m’ero staccato.
Negli anni il problema della pubblicazione è divenuto oggetto di riflessione anche teorica. Non lo vivo in termini individualistici. E, tuttora, della scrittura tendo a privilegiare l’aspetto “politico”; e dunque il *fare rivista*.
Restano per me più impellenti e da approfondire i problemi del legame (da mantenere? da sciogliere?) tra narrare e poetare. O del “contornare” o meno il testo poetico con tutto un contesto narrativo e riflessivo, il più ampio e completo possibile. O, persino, coi miei disegni.
La cosa più Importante per me è ancora provare a lavorare con la massima libertà su testi miei persino dimenticati; e aggiustarne di continuo la forma, che considero semplice bozza, con la quale all’inizio avevo fermato (per mio uso) ricordi o fantasmi o nodi di scrittura.