Su “La libellula” di Amelia Rosselli

 


La lingua che sfiora il sacro: saggio sulla corporalità, il delirio ed il tremore ne La Libellula. Panegirico della libertà (1958), di Amelia Rosselli

Saggio di Erminia Passannanti

“Il poema La libellula termina con immagini di luna triste, di topi, di malattia, di oscurità che impregna il corpo ed il mondo. Qui la poesia raggiunge la zona che Cacciari chiamerebbe il tragico senza catarsi: nessuna consolazione, nessuna redenzione, nessuna pacificazione.
Agamben, con il suo definire il contemporaneo come quella dimensione (o persona) che è “inattuale”, che guarda le tenebre del proprio tempo, ci offre la chiave più precisa: il testo La libellula è un esercizio di contemporaneità. Guarda nel buio per vedere meglio. La
malattia, nel poemetto, è sia personale, intima, fisica, ma anche e soprattutto linguistica, e perfino ontologica. Il corpo è parola che sanguina; la parola è corpo che trema. Eppure, in mezzo a questo abisso, c’è un bagliore, una resistenza minima, ma pur tenace: il fatto stesso che si scriva, che si parli, che si nomini ne è la prova. Sono tensioni che convivono, due poli che tengono insieme l’universo poetico della Rosselli. E in questo equilibrio inquieto, in questo tremore, in questa oscillazione sta la vera bellezza del poemetto La libellula: una lingua che forse si spezzerà, ma non tacerà mai.”

 

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