MANIFESTO PER L’«OFFICINA DELLE ARTI» DI COLOGNO MONZESE


Riordinadiario 8 novembre 2018

 

di Ennio Abate

Questo  manifesto da me scritto e rivisto anche tenendo conto delle osservazioni  del gruppo fondatore dell’Associazione culturale  OFFICINA DELLE ARTI di Cologno Monzese rappresentò un tentativo, purtroppo subito fallito, di far dialogare cultura critica e cultura di massa.

1.
«Officina delle arti» vuole occuparsi – qui a Cologno Monzese ma anche altrove – delle varie Arti (con il termine s’intendono tutte le arti, indipendentemente dai simboli espressivi da esse usati: iconici, alfabetici, gestuali, analogici e digitali).

2.
«Officina delle arti» vuole essere un luogo dove la gente – semplici curiosi o già appassionati e praticanti, da dilettanti o professionisti, di pittura, di poesia, musica, letteratura, fotografia, cinema, ecc. – possa approfondire i principali problemi e temi che nei vari campi si pongono.

3.
«Officina delle arti» organizzerà, secondo programmi annuali, un certo numero di laboratori-cantieri per permettere ad autodidatti e professionisti d’incontrarsi, scambiarsi informazioni, conoscenze, giudizi sia su quello che i singoli già fanno sia su quello che potranno concordare insieme. I laboratori-cantieri si ispireranno ai più vari modelli
delle arti del passato senza alcuna preclusione. Ci si sforzerà, però, di confrontare sempre la ricerca più specialistica con i bisogni elementari di partenza della gente comune. In modo da permettere al maggior numero di persone di capire e fare al meglio nelle concrete situazioni in cui vivono.

4.
«Officina delle arti» organizzerà iniziative di vario genere (mostre periodiche, presentazioni di libri, discussioni, concerti, proiezioni, flash mob, ecc.).. coinvolgendo sia i propri iscritti che operatori culturali esterni; e curando che gli eventi siano cooperativi, di qualità e evitino pressapochismo e autopromozioni narcisistiche.

5.
«Officina delle arti» si propone di contrastare il cattivo gusto, l’impoverimento culturale, l’intrattenimento generico, la “dittatura dell’ignoranza”. E perciò vuole combattere il pregiudizio, di recente riassunto nello slogan «con la cultura non si mangia», e ricordare invece che nella storia umana le arti e la cultura sono state attività non solo sempre presenti in tutte le società (anche le più povere) ma importanti e necessarie al pari di quelle economiche o pratiche, che di solito sono giudicate unanimemente indispensabili, tanto che si potrebbe parlare di una sorta di economia dell’anima.

6.
«Officina delle arti» intende valorizzare il fatto che le arti hanno sempre contribuito a dare un senso più profondo alla vita degli individui e delle società; e hanno custodito, malgrado la loro secolare strumentalizzazione da parte delle classi dominanti, l’idea che felicità e libertà siano possibili per tutti, non solo per pochi eletti.

7.
Contro l’attuale svalutazione della storia in generale e della storia delle arti in particolare (discipline che si vorrebbero addirittura eliminare dai curriculum scolastici), «Officina delle arti» vuole far riflettere sui *monumenti* e *documenti* del passato e interrogarsi sul loro attuale significato [1] anche in vista di una coraggiosa costruzione di “nuovi monumenti”.

8.
«Officina delle arti» vuole ripensare le innumerevoli forme storiche che le arti hanno avuto nei secoli: magiche, religiose, aristocratiche, popolari, borghesi, proletarie, di avanguardia e di massa, rivoluzionarie e controrivoluzionarie, futuriste, politiche o civili, apolitiche o impolitiche. E interrogarsi sull’uso – a vantaggio di pochi o di molti? – che verrà fatto di questo patrimonio secolare; e dello stesso bisogno, diffuso tra molti, di capire ed esercitarsi nelle varie attività artistiche.

9.
«Officina delle arti» vuole spingere a riflettere sia sul fatto che da metà Settecento in poi, con l’industrializzazione, il rivoluzionamento della produzione, i cambiamenti sempre più accelerati di tutte le dimensioni della vita sociale e individuale, le arti hanno perso le tradizionali funzioni sociali (legate alla magia, alla religione, alla politica), che erano di assoluto rilievo nelle società preindustriali; e sia sul fatto che, da allora, esse sopportano una crisi, che è stata ed è variamente interpretata [2]. Il che rende più difficile, ma anche più avvincente, definire cosa esse rappresentino o possano meglio rappresentare
oggi in un mondo così caotico e mutevole.

10.
«Officina delle arti» vuole tener conto realisticamente degli ostacoli oggettivi e dei pregiudizi che spesso scoraggiano o deviano la passione artistica in forme privatistiche o consolatorie o deliranti. E perciò
prendere in considerazione anche gli aspetti negativi della “normale” industria culturale e/o dello spettacolo. Esse hanno prodotto specializzazioni elitarie (superpagate ma spesso eticamente mostruose), figure stereotipate di artisti (snob, sacrificali, pueri aeterni, maudits, geni sregolati), un conformistico silenzio sulla distribuzione dei finanziamenti e delle sponsorizzazioni (spesso clientelari), costruzioni truffaldine di star, divi, icone, best seller, proposte al culto – passivo, adorante e plaudente – di folle di consumatori.

11.
«Officina delle arti» vuole contrastare una visione consumistica dell’arte,
troppo incoraggiata dalla martellante riproposizione di immagini seriali e pubblicitarie o organizzando eventi spettacolari, dove la democratizzazione è solo apparenza, poiché la gente viene abituata ai surrogati mercificati delle arti e non avviata a una esplorazione curiosa ed aperta.

12.
«Officina delle arti» vuole indirizzare i suoi aderenti verso l’esigenza di
andare oltre la semplice fruizione delle opere d’arte raccolte nei musei [3], promuovere un uso critico della loro riproduzione tecnica (Benjamin), stimolare una lettura attenta dei testi (quando è in gioco la parola scritta), recuperare per quanto possibile sia i contesti originari in cui certe opere del passato nacquero sia un tipo di conoscenza del passato che apra al futuro e a forme artistiche ancora più libere e diffuse nelle vene della società (dal territorio alle scuole ai quartieri alle abitazioni).

13.
«Officina delle arti» vuole evitare che arti e scienze vengano contrapposte (perché le prime sarebbero attività pratiche e produttive e le seconde contemplative).

14.
«Officina delle arti» vuole resistere alla nostalgia dell’ «aura» (magica e religiosa) dell’arte; e invitare a non smarrirsi nell’inseguimento dei feticci della Bellezza o della Autenticità, per cercare piuttosto la propria via espressiva, al di fuori del risaputo, dell’imposto, delle mode, con caparbie ricerche individuali e con uno studio attento e libero, compiuto da soli o assieme ad altri, delle principali opere di artisti noti o meno noti.

15.
«Officina delle arti» vuole mettere in guardia dell’idea elitaria e sacerdotale del «genio», che alimenta narcisismi, snobismi e pericolosi gregarismi. Le persone geniali, che pur ci sono – individui che si distinguono dagli altri per particolari capacità di combinare intuizioni ed idee con una facilità e rapidità che altri non hanno – non per questo possono pretendere o ottenere ossequi servili persino per i loro difetti umani.

 

Note

[1] Si tenga presente che nella storia delle arti ci sono stati due passaggi fondamentali, visti da alcuni come progresso, da altri come decadenza. Il primo da un sapere unitario (ad es., quello degli antichi Greci) a molteplici saperi gerarchicamente subordinati; e si pensi al Medio Evo e alla distinzione tra le «arti meccaniche» della pittura, della scultura, dell’architettura, giudicate inferiori, e le «arti liberali» del Trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del Quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia), giudicate superiori. Il secondo, a partire dall’età moderna, con la trasformazione di questa “piramide di saperi” in una loro molteplicità eterogenea, per cui in tutti i campi – dalla letteratura alla pittura, scultura, musica, danza, teatro, architettura, fotografia, cinema – vediamo coesistere, intrecciarsi, sovrapporsi e spesso contrapporsi le idee e le tecniche più varie tratte da epoche antiche che recenti.

[2] Fin dall’Ottocento, infatti, il filosofo Hegel ha parlato (e non banalmente) di «morte dell’arte». Nel Novecento, altri (il poeta e drammaturgo Brecht, ad es.) hanno insistito sui danni venuti alle arti dalla loro riduzione a merce. Altri ancora (il filosofo Benjamin) hanno respinto la nostalgia per un glorioso ma discutibile passato, sostenendo che «tutto il patrimonio culturale […] ha immancabilmente un’origine a cui non [si] può pensare senza orrore. Esso deve la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei. Non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie» (Walter Benjamin, Tesi sulla filosofia della storia, in Angelus Novus, Torino 1962, pp. 75-6. Ora anche a questo link: https://www.ildialogo.org/pace/Documenti_1313243593.htm). Ed infine non mancano quelli che hanno esaltato la tendenza delle arti di massa o delle nuove arti (come la fotografia e il cinema) alla semplificazione, alla pluralità, alla estetizzazione della vita, scorgendovi comunque i segni positivi di una democratizzazione sia pur parziale e incompleta.

[3] Visto che i musei sono diventati luoghi dove sono state raccolte, per scopi soprattutto di mercato, «opere d’arte» (se non soltanto i cosiddetti «capolavori») in un’ottica eurocentrica (o occidentocentrica).

* In copertina il logo di Officina delle Arti disegnato da Loredana Manzi

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