Dittatura dell’ignoranza. C’è ma non si vede

di Ennio Abate

Riporto, dalla pagina FB di POLISCRITTURE COLOGNOM, con qualche taglio e adattamenti vari, la riflessione che ho scritto a puntate in quest’ultima settimana,  partendo dall’ipotesi di rifare un’associazione culturale a Cologno Monzese riallacciandosi e aggiornando il lavoro svolto tra 1989 e 1999 dall’Associazione culturale IPSILON. È utile precisare che abito in questa città dal 1964; e che,  da allora, ho sempre osservato e scritto sulla sua vita sociale, politica e culturale; spesso in solitaria o, comunque, in modo indipendente dai discorsi dei partiti (di centro sinistra o centro destra) che l’hanno governata o sono stati all’opposizione. Avendo avuto in tanti decenni prove numerose e chiare della impossibilità di  confronto con i rappresentanti dell’attuale e dei precedenti ceti politici colognesi (tranne singole eccezioni), i lettori e gli interlocutori a cui mi rivolgo sono soprattutto quanti, al momento anche a me ignoti, osservano – indipendentemente dall’età, dalla professione, dalle ideologie, dalla residenza o meno a Cologno Monzese – questa stessa città o le realtà cosiddette periferiche da un punto di vista appassionato ma critico simile al mio. Lascio in corsivo i commenti di Tony Gaeta e di Loredana Manzi , attuale assessora alla cultura del Comune di Cologno Monzese, che mi hanno dato spunti per approfondire il tema.  

 

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CONTRO LA DITTATURA DELL’IGNORANZA A COLOGNO MONZESE

.. e mi pare proprio che Loredana Manzi (Vicesindaco?) si dia da fare per portare eventi culturali e artistici nella nostra città. (Tony Gaeta)

Ho molti dubbi sull’attivismo della nostra Assessora alla Cultura. Credo, infatti, che non tenga conto a sufficienza delle esigenze culturali più compresse di questa città. E non penso che contrasti davvero il più grosso pericolo che oggi abbiamo di fronte: la dittatura dell’ignoranza.  Che è un fenomeno generale, epocale. Le sentite le notizie (attacchi alla ricerca universitaria, censura del libero pensiero nelle scuole) che arrivano dagli USA di Trump? E dalle nostre università “licealizzate” e in declino? E quelle sui rischi dell’uso privatistico e di controllo sociale dell’Intelligenza Artificiale?
Sperando che si possa avviare un dibattito non superficiale né limitato alla dimensione locale, inizio col porre due domande:

1. Cosa potrebbe/dovrebbe fare – oggi – un buon Assessore alla cultura per contrastare la dittatura dell’ignoranza in questa città?

2. Cosa distingue la Cultura universale e critica dalla Cultura di massa (dello spettacolo, dell’intrattenimento, del divertimento)?

 



(2)

UNA CULTURA PER TUTTI?  Sĺ, MA CRITICA
Cinque appunti

Io credo che la cultura funzioni davvero quando unisce e parla a “tutti”: il “bello” arriva dove la retorica e gli schemi troppo rigidi non arrivano. La ragione è uno strumento prezioso, non l’unico. Non è “volemose bene”: è provare a uscire dalle tifoserie e dalla difesa del proprio orticello, per un confronto più onesto e utile. Sarebbe bello collaborare su proposte concrete e verificabili, migliorando passo dopo passo per noi e per il prossimo, per la collettività e per la città. (Tony Gaeta)

1. Una cultura, che davvero unisca e parli a tutti, può esistere in una società che al suo interno ha diseguaglianze (d’ogni tipo) irrisolte e in aumento? La storia ci dice di no. La cultura (alta o bassa, d’élite o di massa) è anch’essa un campo di divisioni e di conflitti.

2. Una prova? Persino l’ultimo Rapporto CENSIS (2025) ammette:
«non si può non segnalare il rischio che l’ampio quadro di iniziative tese a contenere l’espansione delle disuguaglianze diventi una distorsione […] a meno di non porre a rimedio l’affermarsi, in Europa e in Italia, di una gestione ibrida della politica, in grado di gestire la dimensione ibrida dello sviluppo, per comprendere e affrontare le tante diversità operanti nella realtà delle disuguaglianze».

3. Passa oggi per cultura quella che si rivolge a tutti, ma sorvola sulle crescenti diseguaglianze sociali, sulle cause (politiche e non naturali) di esse; e sui possibili rimedi. In effetti si tratta di incultura o, appunto, di “dittatura dell’ignoranza”. Ignoranza delle diseguaglianze sociali. Ignoranza delle cause che producono tragedie individuali e familiari. Ignoranza delle guerre. (E’ incultura che si autocensura e censura o demonizza ogni inizio di opposizione).

4. Questa incultura, che passa per cultura ma è in sostanza intrattenimento, ricreazione, distrazione, è dappertutto: nella pubblicità, nei programmi TV, sui social, nelle città. E accettata come cultura normale, democratica, plurale, è sostenuta e finanziata anche dalle varie Amministrazioni e, in particolare, dagli Assessorati alla Cultura.

5. È possibile ricostruire una Cultura Critica? In passato c’è stata: la cultura della Resistenza, la cultura del ‘68. Oggi è stata spazzata via. Tanti, però, sono gli insoddisfatti di “quel che passa il convento”. E un tipo elementare di cultura critica molti la praticano già a livello individuale. Si può provare ad unire almeno un parte di loro attorno ad un progetto.

 

(3)
INCHIESTA, INCHIESTA, INCHIESTA!

«Leggo solo molti dubbi ma nessuna proposta […]Se davvero vogliamo parlare di cultura, allora parliamo del presente e dei bisogni attuali della città, delle trasformazioni sociali che richiedono risposte immediate»(Loredana Manzi, assessore alla Cultura)

«Cosa potrebbe/dovrebbe fare – oggi – un buon Assessore alla cultura per contrastare la dittatura dell’ignoranza in questa città?» (Ennio Abate)

Si potrebbe/dovrebbe fare L’INCHIESTA SOCIALE. Il problema l’avevo posto – in anni più recenti – almeno nel 2010 quando operava ancora il Forum cittadino di Cologno Monzese:

INCHIESTA SU COLOGNO MONZESE

Una città è viva se i suoi abitanti sono capaci di prendersi cura e migliorare i rapporti che avvengono nelle sue case, per le sue strade, nelle sue piazze o parchi, nei luoghi di lavoro o di svago.
Una città è viva se, a far sentire la propria voce sui problemi da risolvere, sono molti cittadini e non i soliti pochi.
Il Forum cittadino ha più volte sottolineato che per conoscere di più e meglio la realtà di Cologno Monzese, bisogna far parlare i cittadini.
Iniziando questa INCHIESTA, passiamo dalle parole ai fatti.
Sulla traccia di semplici domande su un tema preciso (il rapporto del singolo con questa città) e attraverso una intervista-colloquio su appuntamento della durata di circa 45 minuti, raccoglieremo il maggior numero possibile di impressioni, idee e esperienze delle persone che incontreremo.
L’intervista-colloquio può, ma solo se l’intervistato/a accetta, essere registrata in audio e/o in audio video. E in caso di pubblicazione (cartacea o on line), il materiale sarà visionato dall’intervistato/a e dovrà avere la sua approvazione.

I garanti del Forum: Ennio Abate, Bianca Cairoli, Marco Colombelli»

E poi ancora nel 2018:

«- provare ad andare oltre la Cologno mostrata dai mezzi di comunicazione di massa o dal Web per capire e incontrare la Cologno reale, più vasta, anonima e trascurata: dei disoccupati, dei giovani costretti a pessimi lavori precari, dei nuovi immigrati, dei poveri in crescenti difficoltà, dei malati, delle donne maltrattate, degli sfrattati, di quelli che invecchiano male, degli individui soli, impauriti o azzittiti da piccoli o grandi prepotenti» (Manifesto Cologno Bene Comune, 2018)

Ed ecco alcuni esempi che ho pubblicato in passato qui su Poliscritture:
-“la periferia come Magazzino della grande  città”:https://www.poliscritture.it/2022/08/01/16399/
– Ripensare Cologno Monzese nel 2022 (1-2)
https://www.poliscritture.it/…/ripensare-cologno…/
– Due colloqui del 1978
https://www.poliscritture.it/…/24/due-colloqui-del-1978/

E una proposta del 4 gennaio 2018 fatta a OFFICINA DELLE ARTI. PER UN FILM/INCHIESTA SU COLOGNOM

Proposta di Ennio
Buon 2019. In quest’anno vorrei lavorare alla preparazione di un film/inchiesta sulla gente che vive a Cologno.
Titolo che propongo: IMMIGRATORIO.
Scopo del film/inchiesta: mostrare i processi complessi (di integrazione/esclusione, apertura/chiusura (mentale e immaginaria), collaborazione/ostilità, individualismo/associazionismo, tolleranza/intolleranza) che sono presenti nelle esperienze d’incontro/scontro tra residenti e migranti.
Il lavoro da coordinare in un gruppo-laboratorio promosso da Officina delle Arti prevede tre fasi:
1. raccogliere – registrando le voci, filmando volti e luoghi o facendo dei resoconti scritti dei singoli incontri - molte testimonianze di vita di vecchi e nuovi abitanti di questa città: discendenti di vecchie famiglie di Cologno, immigrati degli anni ’50-’70 provenienti dal Sud o dal Veneto, nuovi immigrati dai vari paesi del mondo;
2. rielaborare in varie forme (visiva, scritta, musicale) il materiale raccolto;
3. Integrare il materiale ricavato dall’inchiesta con scene filmate e recitate da attori ( anche improvvisati o scelti tra gli intervistati).

P.s.
Per dare degli spunti allego materiali d’inchiesta che ho realizzato in passato:

A. INCONTRI CON COLOGNESI IMMIGRATI ANNI 50 O AUTOCTONI PUBBLICATI SU COLOGNO OUTSIDE
DALLA PRIGIONIA ALLA POLITICA IN UN COMUNE DELL’ HINTERLAND.
Incontro con Carlo Bonalumi, ex sindaco di Cologno Monzese.
https://www.facebook.com/groups/1020671264695082/posts/1053029014792640/– DONNE FRA PAURE E POLITICA DEL CORPO Incontro con Alba Saladini
https://www.facebook.com/groups/1020671264695082/search/?q=DONNE%20FRA%20PAURE%20E%20POLITICA%20DEL%20CORPO%20Incontro%20con%20Alba%20Saladini
LE TRASFORMAZIONI DI COLOGNO VISTE DA UN PRESIDE CATTOLICOIncontro con Giuseppe Coronelli
https://www.facebook.com/groups/1020671264695082/posts/1070983956330479/?__cft__[0]=AZbd93acAOVU4ttZzti3tjFrL6dodmx9ED54hvEO3FPlCGd2wBuJ7AsDooT7scBmJlwFuItT0nqubjbctg-KDMPJyGLchQMdCclM13Y2sgTCXKBU-W4tq4Hr3pw_ySy8iBDteAL1gTnD80G0oH7XzSSwPcepwcQAWdL7b6UkOp5QlQ8iJAN7UKYBrD8K7GQQ-zp66TyZze5Hc8JUzST9Qz7q&__tn__=-U-UK-R

B. INCONTRI CON NUOVI IMMIGRATI PUBBLICATI SU POLISCRITTURE

– Clorinda https://www.poliscritture.it/2014/04/27/clorinda/? 
– Nuovi immigrati: Daniel Contreras e Daud Malak https://www.poliscritture.it/2018/12/30/nuovi-immigrati-daniel-contreras-e-daud-malak/

 

(4)

Se davvero vogliamo parlare di cultura, allora parliamo del presente e dei bisogni attuali della città, delle trasformazioni sociali che richiedono risposte immediate” (Loredana Manzi)

La Cultura non si riduce a quel che circola nel “presente” (e cioè nella TV, sui social) e i “bisogni attuali della città” non sono soltanto quelli dell’intrattenimento, di cui lei così umilmente si pavoneggia.” (Ennio Abate)

Stralcio da Giovanni Mari, NASCITA DI UNA CITTA’. Trasformazioni urbane e migrazioni interne a Cologno Monzese, negli anni Cinquanta e Sessanta.
A proposito di storia, di storia di Cologno Monzese e del libro di Giuseppe Severi, Cologno Monzese: dalla sua storia le radici del 2000, Cologno Monzese, Comune di Cologno Monzese, 1999.

La trascrizione di un altro brano dell’introduzione di Severi permette di cogliere subito ciò che del passato interessa maggiormente all’autore:

Il lettore, nello scorrere queste pagine, arricchirà la propria cultura storica sulle origini al tempo dei Romani, sull’affermazione del Cristianesimo ad opera di Sant’Ambrogio, sull’invasione longo arda, sulla devozione della Regina Teodolinda, sul “Castrum di Cologno”, sulle distruzioni del Barbarossa per proseguire, sul fiorente periodo degli Sforza, sulle famiglie nobiliari, sulla pia figura di San Carlo Borromeo e sulle infauste dominazioni straniere. Una carrellata sulle tragiche situazioni di guerra accompagnate da carestie e

pestilenze, sulle attività religiose, sui travagli politici e sulle conquiste sociali fino ai tempi nostri.1473

Per evitare il rischio di equivoci, si può ribadire che ciò che è in discussione qui non è in alcun modo la legittimità di interpretazioni personali. Ma gli esiti che ha avuto il lavoro di divulgazione di Severi, in una linea che è sostanzialmente la stessa seguita nelle sue iniziative anche dalla locale Pro-loco, fa sì che tale lavoro possa a sua volta essere posto come oggetto di analisi: se è anche solo parzialmente vero che la città è un “costrutto umano”, che non cresce secondo leggi naturali o impersonali bensì sotto l’influenza “di molti fattori consci e inconsci”1474, allora una narrazione storica può diventare a sua volta storia, e uno degli ambiti principali in cui si gioca la relazione di reciprocità tra luoghi e gruppi 1475.

È in questa chiave che va letta la recensione a uno dei volumi di Severi scritta da uno studioso locale. Al di là dei toni aspri, trovo pienamente condivisibili i suoi dubbi e le sue valutazioni, riferiti non a una singola pubblicazione, ma a quella che ― come scrivevo sopra ― si configura come una vera operazione culturale.

È questa la storia locale che, a ‘900 concluso e in un mondo “globalizzato”, un’Amministrazione Comunale fa propria e propone ai suoi cittadini? […]

Si ha perciò la sgradevole impressione di trovarsi ― come nei precedenti lavori di Severi ― di fronte ad una storia parrocchiale di Cologno, frettolosamente ampliata e aggiornata agli ultimi anni.

Che senso storico ha dedicare ancora ben 4 capitoli sugli 8 complessivi a vicende di questo territorio che non superano la soglia dell’Ottocento e che sono ― da un’ottica culturale ampia e non da quella chiesastica dell’autore ― quasi “insignificanti” rispetto a quelle che vi accaddero soprattutto nella seconda metà del ‘900?

Nessuno. Il libro esibisce soltanto la discutibile attrazione per un idealizzato mondo paesano, parrocchiale-agricolo-nobiliare, di Severi, dei committenti del suo lavoro e dei destinatari privilegiati del volume: i “colognesi doc” appunto, gli unici che forse proveranno “una certa commozione” riconoscendosi in luoghi e personaggi trapassati. […]

La vera “origine”, il fenomeno fondativo di questa città, l’immigrazione, è ancora una volta sottovalutato, edulcorato o rimosso.1476

C’è un punto su cui non concordo: [...] la visione del passato di Cologno proposta da Severi ― per monca e unilaterale che ci possa

sembrare ― ha una capacità di presa emotiva anche al di fuori della cerchia ristretta dei “colognesi doc”1477, e tende a diffondersi come l’immagine dominante. Si potrebbero fare davvero numerosi esempi di come questi libri — nei contenuti, nella forma (in particolare l’aggettivazione), nella scelta delle immagini, nelle didascalie… — puntino senza infingimenti a suscitare sentimenti di nostalgia. Il piccolo mondo antico raffigurato in queste pagine è genuino e allegro, un paese in cui “un insieme di profumi e di odori diversi ma salubri […] aprivano i polmoni a coloro che, a quell’ora del mattino, si alzavano per recarsi al lavoro”1478; “una Cologno antica e discreta”1479, con tanti personaggi caratteristici, compatta e coesa intorno alla “piazza della Chiesa [che] era il centro dell’abitato e il luogo di ritrovo nei giorni di festa: era come una grande famiglia”1480. Un paese caratterizzato dalla temporalità immobile del mito, fino a quando non giunsero la modernità e l’immigrazione massiccia a sconvolgerlo “radicalmente negli usi, nei costumi e nelle tradizioni”1481: così “passò la buona consuetudine di riunirsi la domenica sul Sagrato della Chiesa per animate discussioni; scomparve il carattere di familiarità del bar e delle osterie, non più luogo di ritrovo fra persone paesane, ma ambienti di passaggio per avventori occasionali e sconosciuti dalle più svariate cadenze dialettali”1482.

Un antecedente importante di un orientamento del genere si ritrova in un altro scritto distribuito alla popolazione: l’opuscolo Cenni storici. Attività produttive, stampato dal comune

nel 1976 1483, include quattordici pagine di Note storiche di Cologno Monzese, a cura di mons. Gualberto Vigotti (un altro studioso ecclesiastico, dopo Cosimo Damiano Fonseca). Qui si trova un analogo intento nostalgico e moraleggiante1484, e un disinteresse ancora più accentuato per l’epoca contemporanea: l’ultimo capitolo del breve testo, intitolato “Rilievi sugli ultimi secoli” e dedicato ai periodi successivi a Carlo Borromeo, si chiude con la constatazione che “finalmente, con la fine del secolo XVIII, cominciò quella vita moderna che, essendo meglio conosciuta e documentata, può essere facilmente reperita in tante altre fonti storiche”.
Una visione come quella di Severi, proposta con tutti i crismi dell’ufficialità a una popolazione in larga parte costituita da immigrati o da loro discendenti, in mancanza di altre narrazioni pubbliche altrettanto forti acquisisce autorevolezza persino tra chi è palesemente escluso da un profilo identitario definito [...]. Ascoltando le registrazioni delle interviste si coglie in vari passaggi quanto la nostalgia di una Cologno paesana e perduta abbia attecchito anche in chi non c’era, in chi ha radici familiari altrove. Qualche volta ciò rende meno esclusivo il quadro: è il caso di un immigrato che, proprio mentre sottolinea la specificità micro-locale della frazione di San Maurizio, rivendica l’apertura dell’antica e familiare cultura paesana al contributo dei neo-arrivati:

È stata una grande famiglia all’inizio che ha creato ‘sto centro, che poi [è cresciuto] con noi, con qualche meridionale, con qualche altro da Bergamo, dal Veneto e così via… […] Vorrei che questo fosse chiaro: San Maurizio ha una sua, buona identità. Qui non c’è mai stato un rifiuto per le culture.1487

La complessità dei temi e dei tempi in gioco è espressa con chiarezza in un’intervista di cui riporto vari estratti:

Cologno ha cominciato a pensare di avere una qualche storia: non so, la villa Casati, la pieve di san Giuliano… cioè cose prima assolutamente… Io personalmente pensavo di stare in un posto senza storia, ch’era fatto di cascine e punto. E poi la grande immigrazione. Invece forse c’era dell’altro. […]

Ma qual è questa identità storica che viene recuperata?

Ma, quella vecchia vecchia secondo me, quella delle cascine, quella della chiesa di San Giuliano, quella di Villa Casati… questa, non quella che sta in mezzo. Quella che sta in mezzo c’è la tendenza a rimuoverla probabilmente, no? E quindi si parte da lì, dal centro agricolo con una qualche regina Teodolinda insomma, [ride] sono le cose mitiche. Si tralascia tutta la storia a metà, tutto il sudore e la sofferenza, quella roba là. E poi c’è… l’isola pedonale, la Villa Casati ristrutturata. […]

Secondo me il movimento è stato questo: [imitando un tono di voce pomposo] centro agricolo con una certa dignità blablabla, sparito tutto [ride]. Questa roba di mezzo forse si fa poco.

Forse fa venire in mente divisioni, sofferenze, scarse appartenenze, chenneso, non so.1488

Mi pare che queste frasi colgano nel segno: poiché con ogni evidenza c’è stata una cesura forte nella successione temporale, poiché la continuità — che è un presupposto cruciale per chi cerca di costruire un senso del luogo attraverso le tradizioni1489 — non è recuperabile altrimenti, la politica della nostalgia permette di operare una saldatura sul piano emotivo, chiudendo tra parentesi il periodo della cesura stessa. E non è casuale che, con l’eccezione di un dipinto murale realizzato in uno scalone della villa comunale, sia finora mancato qualsiasi tentativo di segnalare visivamente e celebrare la memoria dell’immigrazione1490.

Un passo per elaborare e offrire alla cittadinanza una lettura del passato meno strabica e più critica fu fatto a metà degli anni Novanta: per iniziativa della stessa persona che poi avrebbe

scritto la recensione al volume di Severi citata sopra, e con il benestare dell’amministrazione e della biblioteca civica, un gruppo di volontari concepì un’iniziativa ampia volta non a “scrivere la storia di Cologno”, bensì a “predisporre le condizioni minime per farlo”, mettendo “a fuoco la centralita (per Cologno) del problema dell’immigrazione nel trentennio ‘50-’80 (oggi in apparenza fuori moda)”1491. I presupposti teorici e metodologici del progetto, denominato “Per una storia metropolitana di Cologno Monzese”, sono decisamente più solidi di quelli che traspaiono nelle opere pubblicate di Severi. Il gruppo di lavoro però si areno abbastanza

rapidamente, riuscendo a conseguire risultati modesti, se paragonati con le ambizioni: alcune decine di interviste, le cui registrazioni sono depositate alla biblioteca civica (e di cui ho fatto

abbondante uso in queste pagine)1492. E nemmeno il proposito di censire documentazione scritta e se possibile assemblarla consegui risultati significativi. Di fronte all’impossibilita di accedere alle carte dei soggetti collettivi non istituzionali che hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia del comune1493, il coordinatore del progetto si chiese quali potessero essere le ragioni di tale difficolta:

Che il materiale sia finito in archivi centrali? Che i partiti locali non si curassero di conservare tracce del loro operato? Che la loro vita politica si esaurisse nelle dichiarazioni rese dai loro rappresentanti in consiglio comunale e, per fortuna, registrate nell’Archivio comunale? Che i nuovi partiti, sorti ultimamente dalle ceneri di quelli “storici”, si siano disfatti con tanta irresponsabile leggerezza dei documenti ereditati dai loro “antenati” per marcare, non solo nei simboli, la distanza o il rifiuto delle esperienze da cui provengono?1494

Il punto è confermato nel racconto che mi ha fatto un uomo che, diventato dirigente del PDS, per una scelta di trasparenza decise di aprire al pubblico la documentazione relativa al PCI cittadino: “volevo aprire gli armadi, ma li ho trovati vuoti”1495.
Note alla fine dell'articolo ****

(5)

“OFFICINA DELLE ARTI”: L’IMPOSSIBILE SPOSALIZIO
TRA CULTURA CRITICA E CULTURA DI MASSA

Parlare di “dittatura dell’ignoranza” è per te un chiodo fisso che snoccioli dall’alto dello scranno dove ti sei accomodato già da molto tempo” (Loredana Manzi)

La breve esperienza (2018-2019) dell’Associazione culturale OFFICINA DELLE ARTI di Cologno Monzese ha dimostrato che non ci sono più le condizioni per un dialogo tra cultura critica e cultura di massa in questa città.
Quel tentativo, infatti, si rivelò presto una commedia degli equivoci. Per due motivi: 1. l’incapacità o il rifiuto, da parte di alcuni dei fondatori dell’Associazione di confrontarsi lealmente con le spinte diverse e contrastanti che animavano i partecipanti; 2. l’assenza, per la ormai palese e irrimediabile crisi della Sinistra (non solo colognese), di riferimenti e linguaggi comuni.

Un riferimento comune fu, comunque, abbozzato con la stesura di un ManifestoIn esso vennero indicati sia gli scopi cooperativi, anticonsumistici, antielitari dell’Associazione; e sia gli strumenti per realizzarli: dei laboratori-cantieri, dove autodidatti e professionisti si sarebbero incontrati e avrebbero potuto elaborare iniziative contro il cattivo gusto, l’impoverimento culturale, l’intrattenimento passivo imposto dall’industria culturale, l’oblio della storia (anche dell’arte). In una parola, il Manifesto proponeva di contrastare proprio la dittatura dell’ignoranza.1
E quel Manifesto, abbozzato e poi riscritto tenendo conto anche delle osservazioni e delle obiezioni di tutti i soci fondatori, fu persino approvato. Per essere, però, un minuto dopo, smentito e ridotto a carta straccia da contrasti insolubili.

Lasciando da parte certi episodi quasi grotteschi, i contrasti veri si ebbero tra i “collaborativi” e gli “indipendenti” rispetto all’Amministrazione, guidata allora dal sindaco Rocchi e dalla Lega; e sullo spazio da dare al lavoro artistico gratuito e indipendente e a quello sponsorizzato e condizionato. ma il moltiplicarsi dei comportamenti litigiosi fu dovuto soprattutto a piccoli maneggi e sgambetti per imporre il punto di vista dei fondatori “pragmatici”.
I “pragmatici” (democratici, ovvio), infatti, volevano mantenere separate cultura e politica, decidere in fretta senza stare troppo a discutere o a “fare gli intellettuali”, organizzare subito eventi, gite turistiche visite ai musei; tesserare soci (costruendo un bacino collaterale d’influenza politica a favore del PD, buono in occasione delle scadenze elettorali). Sostenevano (e praticavano), cioè, il contrario di quel che il Manifesto affermava.

Quando mi fu chiaro che l’adesione dei “pragmatici” al Manifesto era stata soltanto di facciata, mi separai da loro.2

Oggi la tempesta che volevamo affrontare con una barchetta così fragile e un equipaggio tanto litigioso e sleale si è ingigantita.

Se rileggo la conferenza Contro lo snobismo di massa tenuta nel 1989 proprio a Cologno da Fortini,3 mi accorgo che il fenomeno che egli così chiamava nei decenni successivi si è ingigantito in una invadente e oppressiva dittatura dell’ignoranza.
So che per moltissimi altri/altre non è così. Non vedono nessuna tempesta, nessuna dittatura dell’ignoranza. Anzi quei «saperi, forme artistiche o di intrattenimento, forme di realizzazione di se stessi», che Fortini criticava come frutti velenosi vengono assaporati e diffusi come manna prelibata caduta dal cielo del Capitale e della sua Cultura.

Conclusione, che voglio tenere aperta. C’è ancora qualche residua possibilità di far dialogare quel che resta di cultura critica oggi con i fan di una cultura di massa che è attualmente gestita da barbari incravattati e sorridenti? Si può dialogare con il democratico cazzullismo, recalcatismo, o col ghignante e demo-fascistoide trumpismo?
Io penso di no. Meglio confliggere apertamente e chissà che dal conflitto non si arrivi a un altro momento in cui sarà ancora possibile il dialogo.

Sotto questa dittatura dell’ignoranza, in questo buio, chi non ci sta dovrà – come diceva Fortini « trovare i propri compagni, riconoscersi, unirsi, decidere di fare alcunché». Comunque, non arrendersi.

 

Note

1 Dal Manifesto: «Officina delle arti» vuole contrastare una visione consumistica dell’arte, troppo incoraggiata dalla martellante riproposizione di immagini seriali e pubblicitarie o organizzando eventi spettacolari, dove la democratizzazione è solo apparenza, poiché la gente viene abituata ai surrogati mercificati delle arti e non avviata a una esplorazione curiosa ed aperta.

2 Riconosciuto il mio errore – (di essermi rivolto a degli interlocutori sbagliati e in fondo ostili ai valori espressi nel Manifesto e che non aveva neppure più senso rimproverare alcuni dei partecipanti di aver sottoscritto in malafede o per semplice opportunismo quel Manifesto) -, mandai questa mail “di separazione”:

26 giugno 2019

Caro Giovanni [Cocciro] e cara Loredana [Manzi],
non ha senso né lamentarsi né proseguire facendo finta di niente. Il gruppo promotore di Officina è imploso perché troppo eterogeneo e insidiato da individualismi vari.[…]. Infine, pur collaborando con voi, devo dirvi che ho delle perplessità perché siamo diversamente sintonizzati: voi spingete verso una cultura di massa “popolare” e insofferente degli “intellettuali”; io verso una cultura critica e più di riflessione sul degrado in cui siamo precipitati. Le due cose stridono troppo, come si è visto nella serata dell’Osteria a Villa Citterio. E prima anche nei nostri scambi di opinione.
Siccome non ho intenzione di convertirvi alla mia impostazione né di convertirmi io alla vostra, penso che la cosa migliore sia che Officina sia diretta da voi due; e che io collabori fornendovi consigli, quando mi verranno richiesti o curando qualche laboratorio (sulla poesia, sul raccontare) collaterale però alle proposte “popolari” che a voi piacciono.

3  Eravamo nel 1989 e Fortini avvertiva: 1. «la distanza tra la vera ricer­ca ed il resto degli umani […] non solo è diventata, ma è mantenuta, enor­me, astronomica»; 2. siamo tutti invasi dall’«immensa pro­duzione della cultura di massa»; 3.siamo di fronte ad «un allontana­mento dalla stessa cultura di massa»;4. «abbiamo «una estesissima parte del corpo sociale, alla quale sono destinati saperi, forme artistiche o di intrattenimento, forme di realizzazione di se stessi»; 5. «diventa, quindi, sempre più difficile una fuoriuscita dal sistema attuale»; 6. « Quando parlavo di una riduzione della molteplicità, chiamando questo «ecologia della cultura» (o della letteratura), conservavo, non voglio dire delle illusioni, ma avevo ancora molto viva per delle ragioni biografiche la memoria di una possibile ridu­zione della varietà inutile»; 7. «Dobbiamo lottare, invece, contro quella che si presenta come la Cultura con la C maiuscolaÈ quella che veramente, in modo profondo, ci distrug­ge, perché uno dei suoi dogmi è lo sviluppo della «corsa dei topi» culturale, cioè la creazione di uno snobismo di massa.»; 8. bisogna sapere che «i problemi dei libri, del sapere, si pongono immediata­mente dopo quelli che Mao chiama dell’inchiesta, cioè della ricerca per capire com’è fatto il mondo nel quale vogliamo muoverci e che vogliamo in qualche modo modificare».

Note alla puntata (4) **

1473 Severi, Cologno Monzese, p. 11.1474 Rykwert, La seduzione del luogo, cit., p. 5.

1475 Cfr. Halbwachs, La memoria collettiva, cit., p. 218.1476 [Ennio Abate],Che storia e questa?, “Samizdat Colognom”, 2, 2000. L’autore scrive di avere pubblicato l’articolo su questa rivista auto-prodotta dopo aver tentato invano di ottenere uno spazio sul bollettino comunale “Qui Cologno”.

1477 A proposito di questa espressione e di altre simili si può ricordare quanto scrivevano Elias e Scotson: “In ambito sociale, in espressioni come ≪vecchie famiglie≫, il termine ≪vecchie≫ esprime un diritto alla distinzione e alla superiorità sociale. Ha una connotazione normativa” (Strategie dell’esclusione, cit., p. 236).1478 Severi, Cologno Monzese, p. 397.

1479 Ivi, p. 421.1480 Ivi, p. 390. 1481 Ivi, p. 476. 1482 Ivi, p. 490. Il riferimento al sagrato e una citazione quasi letterale dal libro di Leone Diena (cfr. il capitolo 2.6, n. 552)

1483 Il fascicolo viene presentato come un’iniziativa del “nuovo Consiglio Comunale risultato dalle elezioni amministrative del 20 giugno 1976”.

1484 “La storia del proprio paese interessa sempre ogni cuore aperto ed attento, allo stesso modo che riescono sempre care le notizie sul passato della propria famiglia, a cui e intimamente legata la nostra vita. Il legittimo interesse storico per il proprio paese si trasforma poi in un giustificato orgoglio se si vengono a riscoprire autentiche glorie che lo nobilitarono nel passato e che lo inseriscono nella grande storia della regione, anzi della nazione e perfino della propria civiltà”.

1487 BCCM, sezione di storia locale, intervista a N.D., 27 novembre 1997.1488 Ivi, intervista a L.P., 8 novembre 2011. 1489 Cfr. Massey, Places and Their Pasts, cit.1490 Qualche riflessione sul tema dei luoghi della memoria delle migrazioni nel saggio scritto da Maddalena Tirabassi per l’Annale Einaudi curato da Corti e Sanfilippo (Migrazioni, cit.).

1491 Archivio privato di Ennio Abate, Abate (coordinatore del progetto) all’assessore alla cultura e al direttore della biblioteca civica, ottobre 1996 (corsivi nell’originale). Ringrazio sentitamente Abate per avermi messo a disposizione i materiali di lavoro da lui prodotti.

1491 Archivio privato di Ennio Abate, Abate (coordinatore del progetto) all’assessore alla cultura e al direttore della biblioteca civica, ottobre 1996 (corsivi nell’originale). Ringrazio sentitamente Abate per avermi messo a disposizione i materiali di lavoro da lui prodotti.

1492 I contenuti di alcune di tali interviste furono rielaborati e sintetizzati per una serie di articoli comparsi sul bollettino comunale “Qui Cologno”.

1493 “I ≪discendenti≫ dei partiti maggiori (DC, PCI, PSI) che hanno governato in passato questa citta non hanno mantenuto le promesse di metterci a disposizione i loro archivi o semplicemente le carte ≪ereditate≫. […] di documenti scritti di partito, di sindacato, di associazione (volantini, relazioni, manifesti, giornaletti, foto, ecc.) su un periodo cosi lungo della storia di questa citta sembra che non se ne siano mai prodotti o siano andati dispersi o vengano occultati” (Secondo resoconto, luglio 1996, pubblicato in “Samizdat Colognom”, 3, 2001, p. 22). Inoltre, ottenne una risposta molto limitata l’appello lanciato ai cittadini perché mettessero a disposizione dei volontari documenti da loro posseduti.

1494 Ibid. 1495. Conversazione privata con G.C., non registrata, 6 settembre 2010.

1 pensiero su “Dittatura dell’ignoranza. C’è ma non si vede

  1. Molto interessante. Sarebbe forse stato meglio pubblicarlo in due volte. Nelle note finali da correggere una o due ripetizioni.

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