Riordinadiario 10 gennaio 2026 | LOTTE IN IRAN (1)
di Ennio Abate
Prima riflessione sugli avvenimenti in Iran sulla base di alcune notizie e commenti.
Che a molti oggi non interessi neppure più leggere i fatti e le interpretazioni che di essi si danno alla luce di un’idea di comunismo (che è finita nel buio) è indubbio. Ma continuo a non capire perché si dovrebbe restare obbligatoriamente sul piano della geopolitica o della complessità. E ragionare esclusivamente con tali strumenti. Che – va detto – non è che permettano un intervento politico più diretto ed efficace nella “realtà” rispetto alle posizioni accusate di essere irrealistiche, utopistiche o “neneiste” ( nel caso in questione: né con Trump-Netanyahu né con l’Iran di Khamenei). Né capisco perché – in assenza di quella “terza via” tra “imperialismo” (statunitense) e anti-imperialismo a sfondo religioso (islamico-iraniano) gli epigoni della corrente “fredda” della tradizione comunista debbano sbeffeggiare e accusare di complicità col “nemico” (Trump-Netanyahu) gli epigoni della corrente “calda” di quella medesima tradizione, difendendo in una logica che – a voler essere generosi – è prevalentemente nazionalista e ammirata o ben disposta verso una (per me discutibilissima) forma nazional-continentale di comunismo, che sarebbe rappresentata dall’attuale PCC e da Xi Jinping.
Scrivo questi miei appunti dopo aver letto la posizione di Luca Casarini (qui) a sostegno delle «lotte degli studenti, delle donne e degli uomini iraniani che stanno tentando una rivolta per abbattere i loro oppressori», che ieri ho condiviso sulla mia pagina FB. Nella sua sostanza, al di là di certi suoi accenti retorici («penso si debba essere con il cuore e con tutti noi stessi a fianco di chi lotta in Iran contro quegli orribili sacerdoti della morte nera») o spacconi («Poi voglio andare in Groenlandia però. Non sono mai stato su una slitta tirata dai cani sulla neve. E’ un sogno che ho da tempo»).
Quali le obiezioni principali ostili alla sua presa di posizione? Eccole:
1. In mezzo a quelle proteste ci sono agenti del Mossad istraeliano;
2. Una eventuale caduta dell’Iran permetterebbe la completa egemonia di Israele e dei suoi alleati nell’area medio orientale;
3. Noi – (questo noi eterogeneo, spesso poco informato, diviso, rissoso, unilaterale, presuntuoso?) – dovremmo limitarci a chiedere ai nostri governi di eliminare le sanzioni contro l’Iran;
4. La posizione di Casarini ed altri è scioccamente “nobile”, arrogante, ammantata di buone ragioni umanitarie o universali, ma in realtà è mossa da una logica suprematista tipicamente occidentale; e si ingerisce negli affari interni di una nazione sovrana, si schiera sulla base di informazioni insufficienti o discutibili o unilaterali dei mass media o dei fuoriusciti iraniani o dei difensori dei diritti delle donne iraniane, cioè a favore della parte “borghese” della società iraniana e contro la parte “popolare”; è, dunque, subordinata o complice dell’imperialismo capitalista e va giudicata nemica;
5. Queste proteste o rivolte in Iran sono le solite “rivoluzione colorate” manipolate o pilotate dall’esterno dai governi occidentali; e, dunque, esempi di falsa democratizzazione, gettano l’Iran o altri Paesi nel caos e portano al comando i peggiori tagliagole danneggiando le popolazioni.
Ho letto pure posizioni che giudico fantasiose e demagogiche («Bombardiamo chi le [donne iraniane] le affama») o richiami ultrascolastici a Mao («nel mondo contraddizioni principali che vanno affrontate prima di quelle secondarie»).
Solo una voce isolata ha sottolineato che «la società iraniana è profondamente cambiata. Le richieste di democrazia sono enormi. Donna, vita e libertà, non lunga vita allo Shah. E men che meno viva Israele. Non potrebbero semplicemente ritornare all’antico».
Concludendo. A me non pare che Casarini e tanti altri sottovalutino le ingerenze “occidentali” in Iran. Né siano queste opinioni o semplici testimonianze di solidarietà con chi viene ammazzato possano essere accusate di “ingeririsi” negli affari interno di uno Stato sovrano. Semplicemente non pensano in un’ottica nazionalista e non intendono separare nettamente rivendicazioni economiche e rivendicazioni di libertà civili.
P.s.
Sempre oggi leggo sulla pagina FB di Pierluigi Fagan (QUI):
“L’atteggiamento realista, secondo gli idealisti, è invece un appiattirsi alla realtà accettata per come è, senza alcuna possibilità e conseguente volontà di cambiarla. In effetti c’è anche chi commette questo errore logico, dedurre dal come le cose sono la legge per cui non possono essere diversamente (Hume). Tuttavia, l’atteggiamento realista non deviato è più semplicemente cercare di percepire la realtà il più vicino possibile al come in effetti è per poi calcolare quanto lontano è dal come vorremmo fosse. L’esercizio serve anche a limitare questa realtà immaginata e auspicata, ma non per negarla, per renderla anch’essa realista ovvero realizzabile.”
Mi pare una buona posizione di principio contro certi schematismi che puntano alla contrapposizione rigida. Anche se è difficile capire quando l’atteggiamento realista finisce per appiattirsi sul realismo dei potenti e l’atteggiamento idealista finisce per svuotarsi in puro sogno.

Pare quindi, accettando il punto di vista di Fagan (ho condiviso sulla mia pagina il post da cui hai estratto quelle frasi), che tu ti avvicini al mio.
Un aiuto quindi, per rispondere alla tua domanda: se si analizzano le cose con equilibrio, in entrambi i casi si riesce a capire. A entrambi i soggetti vengono dei dubbi, perché in entrambi i casi riuscirebbero ad accorgersi che stanno facendo gli interessi di terzi.
Chiaro che la possibilità di sbagliare rimane per tutti; ma dovrebbe funzionare così.
@ Rizzi
Mi pare di aver accettato dell’articolo di Fagan soltanto l’invito a essere realisti senza negare la “realtà immaginata e auspicata” e, tra l’altro, ricordando quanto sia facile ” appiattirsi sul realismo dei potenti ” o ridursi al “puro sogno”.
SEGNALAZIONE
Mario Gangarossa (PAGINA FB)
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Non ci sarà nessun intervento Usa in Iran, forse qualche missile dimostrativo “contrattato” dalle diplomazie come è prassi fra questi due paesi.
So bene che potrei essere smentito da un momento all’altro e finire sotto il tritatutto degli sciami di pulci che infestano il social.
È il rischio che si corre quando si prova a analizzare una situazione concreta senza la vista annebbiata dalle fette di salame dell’ideologia.
La rivolta è ormai sostanzialmente domata.
L’aeroporto di Teheran riaperto.
12.000 morti. 18.000 arrestati.
Gli squadroni dei pasdaran e dei basij, finiranno il lavoro sporco di “pacificazione” delle sacche di resistenza residuali.
Sono 73 anni che gli iraniani vengono governati in questo modo.
26 anni sotto lo Shah e 47 sotto gli Ayatollah.
Per avere un’idea di cosa significa una repressione di tale portata – migliaia di morti – basta paragonare questi giorni di mattanza ai primi 20 giorni del golpe di Pinochet.
I morti accertati furono 406.
In tutto il periodo della dittatura – 1973–1990 – gli assassinati o desaparecidos furono 3.195.
Khamenei ha riempito le prigioni di ostaggi, sono la sua assicurazione sulla vita.
Li userà come merce di scambio e pare che gli ostaggi, nelle guerre fra le nazioni, siano un buon investimento.
Le esecuzioni sono, al momento, sospese e Trump può accontentarsi di questa “vittoria”.
Per venti giorni ho seguito la vicenda dal mio precario punto di osservazione.
Ora lascio il campo ai teorici e agli analisti, ai politici e agli avvoltoi.
A quelli che ci spiegheranno “perché non potevano vincere” e “perché erano destinati al macello”.
Ai “filosofi”. Alla razza di teste pensanti di cui il vecchio Marx ci ricordava la loro inutilità, nell’epoca in cui il mondo bisogna trasformarlo e non solo interpretarlo.
Lascio il campo a chi misurerà il tasso del loro antimperialismo.
Gli chiederà conto della loro simpatie, delle loro letture, della loro collocazione di classe, se erano operai o bottegai, disoccupati o studenti.
Se erano proletari o borghesi.
A coloro che faranno le pulci al “movimento reale”.
Quelli che con le loro analisi ci racconteranno “col senno del poi”, che siccome quella non era una “rivoluzione proletaria” era destinata a essere sconfitta.
Che poi sono gli stessi che l’imperialismo ha comprato con il welfare e la democrazia, che la rivoluzione proletaria non l’hanno saputa fare, ne immaginano di poterla fare, e sperano che siano gli altri a farla.
Tranquilli, sono morti e non saranno più un problema.
Non sono al momento più un “soggetto politico”.
La vecchia talpa continuerà a scavare, quella non la fermate perché sono le contraddizioni oggettive a produrre le rivoluzioni, e non le bombe ne le manovre diplomatiche degli Stati e dei governi.
E nemmeno il Mossad o la Savak.
…
Leggo i primi comunicati che hanno ripreso a circolare e francamente penso che (per loro) era meglio se continuavano a starsene zitti.
Prendo a caso quello di Potere al Popolo, ma dopo che ne hai letto uno li hai letti tutti.
La traccia è comune.
E va bene, “il sistema (non il regime!) teocratico degli ayatollah è odioso”, c’è la crisi ma il fallimento non è un “fallimento naturale” “è una crisi prodotta politicamente”.
Mica ci stanno i capitalisti in Iran che per altro, nell’incertezza del momento, si stanno precipitando a portare i loro capitali al sicuro all’estero.
‘Naturalmente’ il regime (scusate il sistema) fascio-islamico avrebbe funzionato senza intoppi.
La colpa e delle “sanzioni” che “hanno ampliato le disuguaglianze sociali nel paese” e creato le condizioni delle “proteste”.
Ma si declassiamole a proteste, più o meno al “blocchiamo tutto” degli sciopericchi nazionali.
Che cosa possono fare le “elites locali” di fronte alla “tenaglia delle sanzioni occidentali”?
Li mica hanno un Berlinguer che indica la strada dei sacrifici comuni per salvare il paese.
La colpa di quello che sta succedendo in Iran è di “Trump, Giorgia Meloni, [e] i capi dei governi europei”.
Che costringono quei galantuomini che stanno al governo da 47 anni e che da 47 anni, periodicamente, fanno fuori qualche migliaio di oppositori, a prendere “misure antipopolari” e a non poter rispondere alla “rivendicazione di una maggiore democratizzazione della società”.
Maggiore e graduale si intende che troppa può far male.
Se non ci fossero gli “imperialisti” con le loro “ingerenze” l’Iran sarebbe un modello di benessere e di civiltà, il ‘socialismo khomeinista’ in pacifica competizione col ‘socialismo bolivariano’.
“L’imperialismo occidentale non è un alleato dei popoli”.
E ci mancherebbe, questo lo capiscono anche i bambini ormai.
Il problema, egregi antimperialisti a senso unico, è che anche l’altro imperialismo, quello dei Brics, non è un alleato dei popoli.
In non dirlo svela tutto il vostro campismo.
E spiega la vostra infame operazione di giustificare il comportamento degli ayatollah, descritti come vittime irresponsabili e non come soggetti attivi di ciò che accade in Iran.
Anche affermare che “i popoli si liberano da soli” è una bugia … reazionaria.
I popoli, nella vostra visione nazionalista, guidati dalle loro borghesie nazionali non si liberano.
Sono le loro classi dominanti che si liberano e, quando ci riescono, lo fanno perché appoggiati da altri popoli-nazione, dalle classi dominanti le nazioni più forti.
I proletari non si liberano da soli perché la loro lotta di classe è internazionale e supera le barriere nazionali e gli scontri fra imperialismi.
Conclusione. Il colpo di grazia finale.
La strada che avete intrapreso non vi porta da nessuna parte.
“L’unico risultato è il passaggio da un dominio a un altro: una diversa forma di subordinazione, mascherata da “liberazione”.”
Il che è vero.
Ma avranno pure il diritto di decidere, gli iraniani, quale forma di dominio fa più comodo a loro e non a voi?
Avranno lo stesso vostro diritto di cambiare campo?
Di applaudire al nemico del loro immediato e mortale nemico?
Le guerre funzionano così.
Le pedine si spostano per non essere mangiate.
Conclusione. “Le proteste in Iran non nascono solo (il fariseismo è di casa) dalla repressione politica, ma da una crisi materiale prodotta anche dall’esterno.”
Quindi (in un ordine di importanza)
“noi ci poniamo” contro “le sanzioni occidentali; l’imperialismo americano e la minaccia di intervento militare; la repressione portata avanti dal regime degli ayatollah.”
Chiusi nei loro sacchi neri, i ribelli iraniani, ringraziano.
SEGNALAZIONE
Né turbanti né re: ribellarsi è giusto
Salvatore Cannavò15 Gennaio 2026
https://jacobinitalia.it/ne-turbanti-ne-re-ribellarsi-e-giusto/
Manifestare solidarietà agli iraniani e alle iraniane in lotta sotto il fuoco criminale di un regime autoritario e regressivo per opporsi alla nuova dimostrazione di forza Usa
«Né turbante né corona, né chierico né re». Lo slogan proposto dall’attivista iraniana Maryam Nariaze ha il pregio di fissare in un’immagine perché sia possibile solidarizzare con la rivolta iraniana senza aggregarsi al coro imperialista che reclama l’intervento degli Stati uniti, e di Israele, e senza sposare la causa del ritorno della monarchia.
Da diversi anni c’è un veleno che intossica il dibattito sulle questioni internazionali ed è quello del realismo geopolitico che descrive una realtà globale fatta da campi opposti in presunta lotta tra loro tra i quali occorre scegliere per non disperdere le forze. Bisogna stare con Hamas contro Israele, con Putin contro la Nato, con la Cina contro gli Stati uniti. Perdendo di vista le complessità e le sfumature che invece dipingono di colori la realtà e la rendono molto più intellegibile. Questa polarizzazione e radicalizzazione delle posizioni si è aggravata in epoca di social media, piattaforme che da tempo ormai hanno ucciso la possibilità di dibattere lasciando solo il campo a contrapposizioni tra «bolle» armate l’una contro l’altra.
Ma non si tratta di fare l’elogio di un terzismo di maniera o della complessità del dibattere: quello che la polarizzazione ha schiacciato, grazie all’enorme debolezza della sinistra di classe in tutto il mondo, è un preciso punto di vista. Il realismo geopolitico uccide l’esistenza e quindi il protagonismo di una visione internazionalista che assume i bisogni e i diritti dei popoli e in particolare del popolo della svariata e frammentata working class, come prisma con cui filtrare i vari accadimenti.
La logica del posizionamento nel campo dei rapporti di forza internazionale esigerebbe quindi che di fronte alla minaccia di intervento armato imperialista e sionista, ben visto all’opera nel caso del Venezuela, si debba stringersi a difesa di regimi impresentabili e ostili agli interessi di ciò a cui noi stessi apparteniamo, siano essi lavoratori e lavoratrici del Venezuela o giovani ribelli dell’Iran in subbuglio. Questo punto di vista va invece rivendicato e fatto vivere nella realtà di una mobilitazione che non deve sottostimare il peso delle dinamiche globali, ma che deve provare a difendere la propria esistenza in vita.
È ormai chiaro a chiunque che l’Iran del 2026 è «scosso da una crisi strutturale di legittimità ed efficacia che influisce gravemente sulla sua capacità di sopravvivenza». I dati sull’inflazione schizzata del 50% in un anno e con il dollaro scambiato contro un milione e mezzo di rial è ormai nota. Il ruolo dei bazari accanto a studenti delle università e giovani donne che non hanno dimenticato la forza del movimento Donna, Vita e Libertà del 2022-23, anche. Questa crisi è intimamente connessa, ovviamente, alla crisi internazionale, alle conseguenze del criminale bombardamento israeliano subito da Teheran lo scorso luglio, dall’embargo e dall’isolamento internazionale. Ma si tratta di una crisi che mette in rilievo la sempre più marcata illegittimità di un regime che è stato costretto a reagire con una repressione interna ferocissima. Al di là dei numeri sui manifestanti morti, è chiaro dalle notizie che giungono sommariamente dall’Iran, dalla decisione di chiudere la rete web e dalle immagini, verificate, di cadaveri distesi in strada, che l’uccisione di chi manifesta costituisce una risposta ormai sdoganata come ultima ratio da parte di chi non vuole perdere il potere.
Le manifestazioni sono difficili da decifrare. Ne ha offerto una possibile descrizione il sociologo del Boston College, e iraniano, Ali Kadivar: «Gli slogan più comuni sono esplicitamente anti-regime. Si rivolgono direttamente alla leadership della Repubblica Islamica – in particolare ad Ali Khamenei – e lasciano poca ambiguità sulla richiesta dei manifestanti di rovesciare il regime». Dietro questa direzione ben precisa si trovano poi istanze e moventi diversi tra loro, riscontrabili ad esempio, scrive ancora Kadivar, nei canti e nei cori sentiti nelle strade. Canti sulla libertà dei diritti contro le restrizioni della vita sociale iraniana; slogan pro-monarchia, che esistono ovviamente e costituiscono uno dei problemi del futuro Iran, ma anche slogan anti-monarchici, in particolare nelle zone azere (ad esempio: «L’Azerbaijan è onore; Pahlavi non ha onore»); canti, infine, nazionalisti, legati alla necessità di un «Iran-first» con il benessere della popolazione, e non le ambizioni geopolitiche, al centro.
Si tratta quindi di un movimento ampio, sempre che riesca a resistere alla dura repressione, e che viene inserito soprattutto nella definizione di “coalizione negativa”, unito nell’opposizione al regime ma senza una capacità di prospettare un’alternativa. Ma si tratta di una caratteristica diffusa e comune a molte delle rivoluzioni di questo inizio di secolo che soffrono dell’assenza di punti di riferimento progressivi e credibili e che, come tutti noi, vivono nella morsa di alternative offerte dal capitalismo globale che risultano atroci.
Il fatto che tra le soluzioni possibili della rivolta iraniana non se ne intraveda una positiva, o addirittura non se ne intraveda nessuna, non è un motivo per impedirci di manifestare solidarietà alla popolazione in rivolta. Anzi, l’assenza di solidarietà costituirebbe esattamente un ulteriore appoggio alle manovre di chi sta prefigurando il ritorno della monarchia – che ha lastricato di sangue e povertà l’Iran negli anni di regno dello Scià, particolare che si dimentica troppo facilmente – e la rinuncia a proporre visioni diverse e relazioni internazionali tra movimenti in lotta che restano un carburante necessario a costruire un altro mondo.
Appaiono del tutto risibili i tentativi della destra e di solerti opinionisti liberali che deridono i movimenti e le sinistre per la loro capacità di indignarsi e mobilitarsi su Gaza, ad esempio, e l’incapacità di impugnare la bandiera di libertà che chiede spazio in Iran. Risibili perché le manifestazioni sono figlie di processi reali, congiunzioni politiche, e anche morali, tra la situazione presente, la sua percezione e i sussulti di persone in carne e ossa. Ma quei tentativi, peraltro goffi, hanno un altro obiettivo, molto più grave: quello di delegittimare le imponenti manifestazioni che si sono tenute tra settembre e ottobre del 2025 a fianco della popolazione di Gaza e contro il genocidio israeliano.
Un movimento che a distanza di mesi resta uno spauracchio del governo Meloni e della politica istituzionale, preoccupata di un’opinione pubblica in grado di mettere profondamente in discussione la logica di guerra oltre che il ruolo e lo status di alleato preferito ricoperto da Israele. La polemica è strumentale e anche ipocrita perché fa finta di non sapere che le mobilitazioni sono tanto più forti quanto restituiscono la percezione di un’influenza reale: quelle contro il proprio governo e le sue alleanze sono le più incisive e in quel caso si trattava di accusare i rapporti di ferro tra Italia e Israele. Ma nel caso di Gaza c’era anche di più: la concretezza mutualistica di un’azione di solidarietà internazionale, la Flotilla, che intendeva sbarcare in Palestina per portare aiuti. Un gesto dirompente se fosse riuscito, in grado di spezzare non più solo simbolicamente l’isolamento prigioniero di cui Gaza soffre da decenni.
Questa dinamica non esiste e non può esistere in Iran, ma questo non toglie che movimenti in carne e ossa, come ha dimostrato essere Donne, Vita e Libertà, si rafforzino e respirino la spinta che viene dalla solidarietà, unico ingrediente per poter tessere relazioni stabili e strutturate, quelle che che mancano da troppo tempo su scala internazionale e la cui assenza, non a caso, oggi pesa in modo rilevante.
Manifestare solidarietà agli iraniani e alle iraniane in lotta sotto il fuoco criminale di un regime autoritario e regressivo costituisce l’unico mezzo per potersi opporre credibilmente alla nuova dimostrazione di forza statunitense. L’attacco militare che Donald Trump sta ipotizzando proprio in queste ore, costituisce l’ulteriore prova di un’aggressività imperiale che si dispiega in diverse parti del mondo e che nell’area mediorientale si nutre anche delle mire espansionistiche di Israele. Dietro la vicenda iraniana c’è l’obiettivo di «pacificare» in salsa occidentale la nuova Siria, sterilizzare l’anomalia curda, mettere a tacere le voci dissonanti nell’area e costruire il quadro più favorevole per impedire qualsiasi ipotesi di Stato palestinese. Una prospettiva terrea, di cui beneficerà solo Israele.
Mettere in connessione movimenti di resistenza sociale è una delle forme per contrastare il nuovo imperialismo occidentale – a cui si contrappone, su scala secondaria, ma reale, anche l’imperialismo russo e quello cinese – e solidarizzare con la rivolta iraniana è anche il solo strumento che abbiamo per poter rafforzare un’opzione laica, sociale e progressista nel possibile nuovo Iran che domani si andrà costruendo. Dentro quello spazio fisico e politico non può esistere solo l’opzione monarchica spalleggiata dagli sceriffi di Washington e Tel Aviv.
*Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).
Visto che non ci sono più comitati centrali che devono prendere posizioni, mi accontenterei di capire meglio quello che sta succedendo.
E quello che ci dicono i commentatori americani come Mearsheimer e Ritter è che è fallito -con la pratica fine delle dimostrazioni di piazza- il piano in 4 fasi degli israeloamericani, che partiva dal gettare nella mischia tutte le cellule Mossad dormienti in Iran fino all’intervento armato americano che doveva dare l’ultima spallata per il cambio di regime. A questo aggiungono il non piccolo particolare delle contromanifestazioni di milioni di persone a favore del regime.
Forse questi signori sono un po’ schematici, ma le analisi come quella della Basile dopo 10 giorni in Iran (che Sofri schernisce non potendone contestare il merito) che indica l’assenza di qualunque coscienza sociale e politica nei manifestanti -con l’egemonia di fatto della componente pro Shah come unica forza politica di peso- si accosta a quella di altri iraniani all’estero. E ci racconta di proteste contro l’esplosione del carovita con protagonisti la piccola borghesia e i sottoproletari – non a caso la composizione sociale classica di massa del fascismo storico e nuovo.
Non dimentichiamo che Trump e Netanyahu sono oggi i capofila di una nuova internazionale fascista (e lasciamo stare i termini volutamente ambigui come populista) che con gli evangelici si appoggia sul sottoproletariato dei paesi più poveri (il Brasile è esemplare).
Quindi mi sembra che vedere una rivolta, oltretutto con possibili segni comunisti, sia del tutto fuori luogo.
Gli americani che prima citavo danno i morti come essenzialmente agenti Mossad o ingenui che a loro si sono accodati. E se per molti motivi non possiamo invece non compiangerli, non dobbiamo neppure farne degli eroi – perchè tali non sono.
@ Paolo Di Marco
Per punti:
1. Fallimento e fine delle dimostrazioni di piazza. Inevitabile (ma tragica) conclusione di una rivolta senza capi e senza guida. Lo dicono Mearsheimer e Ritter con la freddezza degli analisti politici. Ma lo dice anche – tra le posizioni che ho segnalato e senza i riduzionismi geopolitici che gli aspetti tragici dei conflitti li incasellano nell’aritmetica dei numeri delle vittime e passano ad altro – Gangarossa:
“La rivolta è ormai sostanzialmente domata.
L’aeroporto di Teheran riaperto.
12.000 morti. 18.000 arrestati.
Gli squadroni dei pasdaran e dei basij, finiranno il lavoro sporco di “pacificazione” delle sacche di resistenza residuali.
Sono 73 anni che gli iraniani vengono governati in questo modo.
26 anni sotto lo Shah e 47 sotto gli Ayatollah.
Per avere un’idea di cosa significa una repressione di tale portata – migliaia di morti – basta paragonare questi giorni di mattanza ai primi 20 giorni del golpe di Pinochet.”.
2. L’analisi della Basile (qui: https://www.lafionda.org/2026/01/14/iran-dieci-giorni-dentro-un-paese-sotto-assedio/) coglie le difficoltà e i limiti della rivolta,ma lo fa in modo superficiale e propagandistico, schierandosi – aprioristicamente? per partito preso? destrorsamente alla Travaglio? – con il campo degli ayatollah. Non ritrovo nelle sue parole proprio l’esigenza di “capire meglio quello che sta succedendo” ( in Iran, nel Medio Oriente, nel mondo). Che scorgo, invece, in altri osservatori: su FB ho condiviso un articolo apparso su Machina ( https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-sollevazione-nazionale-in-iran-e-le-ondate-dell-estrema-destra?fbclid=IwY2xjawPWwKBleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeFYfQuvC3W8M6R1KaSaRUaj1Da7WWnBAuxqChv_ZESP4fPsLuQC6x1GRNAEk_aem_CVKkZBB4wIFlGbaYev0c2Q )che non ha questi difetti, pur sottolineando anch’essa “l’egemonia di fatto della componente pro Shah come unica forza politica di peso”
3. Chi sono quelli che si sono spinti a “vedere una rivolta, oltrettutto con possibili segni comunisti”? Io non faccio che parlare di comunismo finito nel buio. Le posizioni che ho segnalato non mi pare che agitino questi miraggi. E, però, anche a me pare giusto, come ha sottolineato Cannavò, prendere le distanze dal “veleno che intossica il dibattito sulle questioni internazionali […] quello del realismo geopolitico “, che incita a “stare con Hamas contro Israele, con Putin contro la Nato, con la Cina contro gli Stati uniti”, rinunciando per sempre sia a indagare la ”complessità” e sia a ricostruire “una visione internazionalista che assume i bisogni e i diritti dei popoli e in particolare del popolo della svariata e frammentata working class, come prisma con cui filtrare i vari accadimenti”, riducendo ricerca e politica a mere “contrapposizioni tra «bolle» armate l’una contro l’altra” (Basile e Travaglio docent).
SEGNALAZIONE
Bruno Montesano
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Shahram Khosravi *
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Figure come Vijay Prashad e gran parte degli antimperialisti autostilizzati si rifiutano sistematicamente di criticare il ruolo della Russia e della Cina in Iran. Entrambi i paesi usano l’isolamento dell’Iran per imporre termini disuguali. La Cina estrae petrolio scontato attraverso canali opachi, mentre la Russia intensifica la dipendenza militare ed energetica dell’Iran per i propri fini strategici. Accanto a USA e Israele, Russia e Cina non vogliono vedere un Iran sovrano normalizzato. Tutti beneficiano di un Iran sanzionato, autoritario ed economicamente debole. Denunciare l’imperialismo occidentale scusando questa dinamica non è analisi di principi ma cecità selettiva.
*Shahram Khosravi, iraniano, è professore di Antropologia sociale all’Università di Stoccolma. Migrante illegale nel 1988, ha fatto della propria esperienza il punto di partenza dei suoi studi focalizzati su migranti, deportazioni forzate e richiedenti asilo. È autore di vari saggi, tra cui: Young and Defiant in Tehran (2008); Precarious Lives: Waiting and Hope in Iran (2017) per University of Pennsylvania Press; After Deportation: Ethnographic Perspectives (Palgrave, 2017)