Ricordare

di lorenzo merlo ekarrrt – 100126

 

Il tempo è un’espressione della coscienza, la sua durata è alle dipendenze dei sentimenti e la sua ruota si muove avanti o indietro come un timone in mano alle emozioni.

 La descrizione della realtà corrisponde a una narrazione quale sfogo delle emozioni. Epperciocché, venendosi a conformare al nostro cospetto non ha sede in noi. Essa corrisponde a un quadro di cui, disponendo di una tavolozza emozionale, saremmo gli autori.

Ugualmente la memoria non ha sede in noi, tantomeno nel cervello come vorrebbe la scienza, né è un composto di dati. Essa è prossima ad essere un’entità emozionale, sottile e volatile che decanta in ricordo sempre e solo in occasione delle opportune circostanze, in modo direttamente proporzionale al perdurare dell’emozione.

L’emozione non è solo quella di limitata durata, che comporta, nel bene e nel male, uno scuotimento più o meno forte. Essa, esse ci accompagnano costantemente nello stato cosciente. Per esempio credere di avere a che fare con la medesima realtà o considerarsi sempre la stessa persona richiede che sussista in noi una emozione duratura che lo permetta. In assenza della quale non sappiamo più dove ci troviamo, chi siamo, cosa stavamo facendo.

Un’emozione forte e di breve durata è quando incroci gli occhi di una ragazza e ti succede qualcosa la cui definizione più prossima è richiamo con fremito, ma anche quando scopri che ti hanno sottratto il portafogli. Una debole e di lunga durata è quando prendi per buone le consuetudini che ci hanno allattato e informati. Così, un Britannico non preferisce la repubblica, un ustaša non ama un četnico, uno scienziato non vede il mondo che non misura.

Se quelle lunghe creano legami e hanno carattere cronico convincendoci di essere proprio ciò che quei lacci impongono, quelle brevi sono volatili ma restano latenti, pronte a ricondensarsi in noi facendoci vivere l’esatta ripetizione di ciò che è stato.

L’emozione, quale condizione in cui viviamo sarebbe dunque la sede della memoria. Una sede di tipo quantistico che può restare latente (onda immateriale) o divenire sensazione (materia carnale) in occasione della giusta situazione. Che può ricomporre esperienze estranee alla nostra vita, come forse i déjà vu suggeriscono, a dispetto di un’“alterazione dei ricordi” (1), secondo quanto ci dice la cultura scientista.

Un colore, un suono, una forma e così via, un volto, un’immaginazione possono catalizzare in un’emozione già vissuta.

Nel momento, non solo istantaneo, ma anche duraturo, dell’emozione il passato subentra al presente e lo sostituisce.

L’attenzione è costretta a muoversi solo entro il tubo che l’emozione implica. Lo si osserva nei litiganti, nei confronti dei quali, le parole ragionevoli dei terzi non hanno potere. L’emozione è vita e non c’è dimensione cognitiva né morale che possano frenarne il corso. Infatti, solo un’emozione più forte può interrompere quella che ci muove nel momento. Uno schiaffo potrebbe interrompere lo stato di shock. Stato nel quale potremmo anche non saper riferire chi siamo, cosa è successo, eccetera.

 Se l’emozione cessa avviene un cambiamento. Il seminarista lascia i voti, il fedele tradisce, la passione svanisce. Il cantante, il politico, il senza tetto, il malato sono coaguli carnosi di energia emozionale. Come lo sono tutti i ruoli che impersoniamo, di lunga o breve durata, che educazione, contesto, istruzione, spirito del tempo, geografia e storia del luogo permettono o impediscono. Ricordare è perciò rientrare nel ruolo e/o nell’emozione che lo permette. E lo è anche il cambiare: abbandonare un’attività appassionante, non avviene per ragioni razionali, ma per aver perduto l’emozione che la permetteva.

Anche una canzone, un’opera creativa, una stagione filosofica corrispondono a emozioni. E queste si mostrano come esaltazioni che generano acume specifico, benigno e maligno. Sono sempre affermazioni di parzialità. Dimentiche infatti del mondo che lasciano indietro, convinte magari, come nell’enfasi del progresso, di spingere sempre in avanti, sulla loro inventata linea retta.

La fretta che morde il freno per non tardare e impedisce ai tentativi razionali – a sostegno di restare tranquilli e che prendersela non cambia niente – di modificare l’alterato stato intimo di chi ne è preda. Almeno finché non si disporrà delle consapevolezze necessarie per non cadere nella trappola emotiva.

L’emozione o la memoria corrisponderebbero alla concezione circolare del tempo, se non alla sua reversibilità, così tanto esclusa dalla scienza. Una circolarità a raggio variabile in quanto dipende dal nostro intimo stato, dall’esigenza che questo esprime, dal sentimento che ci sta attraversando. Nel dolore il tempo è immobile, nell’amore scorre via.

Circolarità negata dagli eruditi tecnici dei saperi cognitivi, dai protocolli fissi che considerano conoscenza – quelli del mondo e dell’uomo come macchina, del cervello rimpinzato di dati, sede, oltre che della memoria, anche della coscienza e della mente – nonostante l’evidenza dei pochi sentimenti e delle poche emozioni che, giocoforza, sono presenti in noi e in noi si ripresentano, obbligandoci a condizioni, pensieri e azioni ad essi coerenti, indipendentemente dal momento storico, dal contesto in cui li avvertiamo, dal rango sociale, dall’identità che crediamo di essere.

Gli infiniti libri che si possono scrivere con le poche lettere dell’alfabeto, non contraddicono il presente discorso, lo confermano: qualunque opera sarà sempre e solo espressione dei nostri pochi sentimenti, in sostanza soltanto due, uno di attrazione e un altro di repulsione.

A sostegno dell’idea della memoria come emozione che decanta, si possono ricontrare nelle occasioni della vita quotidiana, nella letteratura, nelle arti espressioni che, seppure spesso inconsapevolmente, riferiscono della memoria nei termini in cui ne stiamo accennando. Un tipo di qualificazione e consapevolezza della memoria che, forgiati dall’egregora scientista, abbiamo culturalmente seppellito sotto strali di dati e dimostrazioni scientifiche (nel senso di inoppugnabili), ma che, nonostante la discarica di nozioni che siamo, non può essere elusa dal corpo, tanto che, costantemente emerge nelle nostre espressioni. Ricordare una parola o il luogo di un oggetto, solo dopo averci accanitamente provato, rappresenta la dialettica in questione: sciolta l’emozione legata alla pretesa di ricordare – una specie di cristallizzazione del tempo – subentra quella che ne permette l’inversione, rioffrendoci la circostanza del ricordo.

Sulla medesima linea di osservazione si incontra un altro passo interessante e forse più potente: l’etimologia del lemma ricordare. Una parola di origine latina – recordari – nella quale si legge la consapevolezza che la memoria risiede nel cuore. Secondo le prime pagine segnalate dai motori di ricerca, il termine è composto da ri, che allude a ritorno, a nuovamente e da cor cordis, che riferisce del cuore. Un organo che ha uno spettro ben più ampio di quello anatomico. Un’ampiezza che contiene le tradizioni sapienziali di tutte le geografie e di tutte le culture esistenziali del mondo.

Tale configurazione è presente nella lingua inglese in modo convincente. I britannici utilizzano la formula by heart, che letterariamente corrisponde a con il cuore, ma che semanticamente significa a memoria.

Nel raggio d’azione del nostro discorso è compresa, se non centrale, la simbologia del cuore quale fisicità dell’amore e, soprattutto del loro potere a nostra disposizione, sebbene, come già scritto, affogato in quisquiglie di poco conto.

Simbologia e potere che possono permetterci di rivivere l’emozione della nascita e di un trauma e il necessario per ridurre o sciogliere il relativo nodo emozionale che ci ha fino a quel momento condizionato. In sostanza che, ci permette di osservare come il peso del trauma fosse direttamente proporzionale alla nostra interpretazione. E che, assumendocene ora la responsabilità, possiamo liberare l’esistenza da quella ingombrante ciste.

 

Sintesi

Emozione e vita sono sinonimi. Quando l’emozione ha, diciamo, un basso registro l’esistenza è, diciamo, minima. Tuttavia uno stato esistenziale depresso avviene comunque entro il dominio di un‘emozione corrispondente.

Anche memoria ed emozione sono sinonimi, in quanto la presenza di una coincide con la pertinente presenza dell’altra.

Il tempo e la durata sono espressioni della memoria, quindi dell’emozione e perciò della vita. In altre parole, il tempo senza di noi non esiste. Epperciocché anche la realtà.

Tutti gli uomini sono attraversati dalle medesime emozioni e dagli stessi sentimenti che nel tempo impongono loro medesimi vissuti e identiche descrizioni del mondo.

Sono attraversati in quanto non li produciamo noi ma secondo una logica legata alle consapevolezze di cui disponiamo, così come il pennone si presta al fulmine, i sentimenti e le emozioni che viviamo sono rispettosi della nostra evoluzione esistenziale.

L’intero universo sarebbe composto dalla stessa energia che si condensa in emozioni, sentimenti e descrizione della realtà. Ne consegue che la descrizione, qualunque sia, fa capo al gradiente di consapevolezze avvenuto.

L’emozione è anche una risonanza che contiene istruzioni esclusive per chi la vive, la cui decodifica farebbe scuola evolutiva, se solo avvenisse. Ma non avviene perché le emozioni, salvo che sul lettino dello strizzacervelli, sono state declassificate.

La piena consapevolezza delle emozioni, ovvero delle ragioni per cui decantano in noi e il limitato mondo entro cui ci costringono, libera energia creativa, prima pretesa e consumata da loro stesse in atti e sentimenti replicativi dei quali eravamo succubi. Con disponibilità creativa, disponiamo della sola energia idonea a fare dell’esistenza qualcosa di corrispondente a noi, alla nostra natura profonda, ai nostri poteri magici, tra cui la chiaroveggenza, quale tersitudine sgombra del pulviscolo filtrante della cultura.

 

Nota

2 pensieri su “Ricordare

  1. DUE SEGNALAZIONI

    1.
    Il tempo in Proust
    di Gianfranco La Grassa
    https://www.poliscritture.it/2020/11/16/il-tempo-in-proust/

    2
    Francesco D’Isa
    18 dic 2017 — Proust, Rovelli e la fisica del Tempo perduto.
    https://www.indiscreto.org/proust-rovelli-la-fisica-del-tempo-perduto/#:~:text=Proust%2C%20Rovelli%20e%20la%20fisica%20del%20Tempo%20perduto

    Stralcio:

    Non posso dire di aver reso un buon servizio alla storia delle idee. Certo, credo di aver fatto emergere chiaramente il debito che Proust e Dick ebbero nei confronti del Parsifal di Wagner, ma devo escludere una filiazione diretta tra Proust e Rovelli, perché anche ammettendo che quest’ultimo abbia letto fino in fondo la Recherche, l’ha fatto solo molto recentemente, quando la sua teoria del tempo era già stata abbondantemente sviluppata. E certo non posso affermare che Proust conoscesse la gravità quantistica, che sarebbe stata sviluppata solo molti decenni dopo la sua morte. Anche se l’avesse conosciuta, comunque, credo che non ci avrebbe fatto niente. Come scrisse nell’incipit di quelle bozze pubblicate postume col titolo di Contro Saint-Beuve, e che costituiscono la prima materia grezza della Recherche: «Ogni giorno attribuisco minor valore all’intelligenza». Di fatto, nel Tempo perduto il Narratore giunge alla sua rivelazione solo dopo essersi persuaso del fatto che non diventerà mai un vero scrittore, perché con tutto lo sforzo della sua intelligenza non è più in grado né di creare cose nuove attraverso la loro descrizione o l’immaginazione, né di ricordare il passato, poiché i ricordi di Albertine o di Venezia gli sembrano ormai scomparsi: «Se pensavo a ciò che m’aveva detto Bergotte: “Siete malato ma non vi si può compiangere, perché avete le gioie dell’intelletto” – come s’era sbagliato sul mio conto! Che poca gioia c’era in questa lucidità sterile… Potevo forse chiamare così le fredde constatazioni che il mio occhio penetrante o il mio ragionamento corretto raccoglievano senza alcun piacere, e che restavano infeconde?». Poi, poco dopo, la rivelazione che cambia completamente la sua visione delle cose. D’un tratto, il tempo non basta più, perché la missione che si è dato, una missione letteraria, certo, ma di redenzione, richiede tempo per essere portata a termine. Nel Contro Saint-Beuve, Proust è più esplicito al riguardo. Scrive che «l’intelligenza nulla può fare per queste resurrezioni» (usa proprio questa parola), e che spesso per una persona «un libro insipido per le persone di gusto, pieno di nomi che dopo la sua fanciullezza non ha più uditi, possono avere per lui ben altro pregio che dei bei libri di filosofia». Come per Parsifal, è la “semplicità di cuore”, non l’intelligenza, a permettere al Narratore la sua scoperta.

    Proust e Rovelli sono giunti, nondimeno, alle stesse conclusioni sulla natura del tempo e della realtà di cui questo è sostanza, ma da strade diverse: quella estetica, quasi mistica di Proust (un uomo sostanzialmente laico, per giunta), e quella profondamente intellettuale di Rovelli.

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