A segherie ro Carmine

Una città del Sud|una memoria (4)

di Ennio Abate
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2 pensieri su “A segherie ro Carmine

  1. Un bel racconto, dove, credo, l’autore, Ennio Abate, si rivolge, nella sua lingua materna il dialetto salernitano, a se stesso bambino e al fratello per rievocare un mondo scomparso, pre-tecnologico, quasi preistorico, come un presepe vivente in vetrina, a pochi decenni dal nostro presente…Nel dopoguerra della ricostruzione dopo i bombardamenti, una città, Salerno, in alacre ripresa grazie a molti artigiani e lavoratori nelle varie botteghe prima e poi in un capannone per la realizzazione infissi di porte e finestre di palalzzi in costruzione…I familiari materni Di Ennio, con una tradizione di raffinati falegnami ebanisti, creatori di mobili di pregio, si adattarono al cambiamento….Si intravede comunque una gerarchia sociale di impieghi e di poteri, tra cui quello religioso… Ai due antipodi della vita: l’infanzia viene rievocata con tenerezza da chi è già in età avanzata e si rivolge ai bambini ingenui e inconsapevoli che furono senza voler turbare la loro visione ancora fiduciosa sulle cose e sulle persone. Nella seconda parte del racconto quel mondo sentimentale viene giocoforza raggiunto dalle consapevolezze di un adulto, quando conosce le tristi vicende del caro zio, raggirato dal suo disonesto datore di lavoro, insieme ai colleghi della falagnameria, dove avevano lasciato anni di fatica e di grandi competenze professionali. Vergognosamente derubati dei loro risparmi, dovettero lavorare per risarcire debiti non contratti da loro…Un ‘destino’ che sembra ripetersi. Il racconto amaro mi ha rievocato la storia di una mia nonna, pugliese, classe 1870, quando, con una croce, essendo analfabeta, cedette la sua parte di eredità ai fratelli già ricchi e istruiti…

    1. Terrei a precisare che, per me:

      1. la parte in dialetto del racconto non ha soltanto una funzione rievocativa di un mondo scomparso – (temo gli amarcord) – ma documenta un modo di stare al mondo e di pensare fragile e subordinato e travolto dai mutamenti. ( Ho sempre in mente il “ciclo dei vinti” di Verga!). E’ vero che la voce in dialetto si rivolge “a se stesso bambino e al fratello” o più in generale ai morti, che vissero in quegli anni e parlavano e pensavano per lo più in dialetto; ma il narratore (che non coincide in pieno con Ennio) calibra il racconto sulla mentalità (ipotetica) dei lettori d’oggi e sulle loro possibili obiezioni e critiche.

      2. Salerno nel dopoguerra non era solo botteghe e artigiani, (Anche se qui parlo di un artigiano che da ebanista finisce, declassato, a dirigere una segheria; e più che adattarsi, viene travolto dagli *homini novi* più immanicati coi poteri che emergevano nel dopoguerra magari travestendosi da comunisti).
      Documentandomi sulla storia di Salerno, mi sono accorto di una sua dimensione industriale e moderna, che da ragazzo – relegato in una vita parrocchiale e poi, da studente, in un liceo classico -, non vedevo affatto.
      Ho, ad esempio, trovato che essa era, invece, ben presente a uomini di cultura che questi aspetti potevano conoscerli da vicino.
      Si veda un giornalista come Guido Piovene, autore negli anni Cinquanta del Vaggio in Italia (https://www.teche.rai.it/1955/07/viaggio-in-italia-salerno/).
      Il suo punto di vista viene coì riassunto in una tesi di laurea:

      «Salerno invece ha un nucleo antico e una cintura però moderna: è diversa da Napoli, sia nell‟apparenza che nello spirito. Qui veramente cadono molti dei luoghi comuni sull‟Italia meridionale: l‟aspetto della città è infatti quasi settentrionale e la pulizia quasi svizzera. Osservando bene la città si ha l‟impressione di trovarsi in un centro tipico della fase di trasformazione dell‟Italia meridionale. Prevalgono le coltivazioni ortofrutticole, progrediscono le vecchie vecchie industrie alimentari, tra cui primeggia quella dei pomodori pelati. I pomodori di Salerno sono ambiti da tutti i mercati esteri, le industrie inglesi ne assorbono circa la metà, una parte ingente i Paesi scandinavi. Si aggiungono poi le industrie del tabacco, gli zuccherifici, i pastifici e gli oleifici. Tranne il settore cotoniero e quello tessile in genere, in crisi qui come dovunque, tutta l‟industria salernitana derivante dall‟agricoltura è stata risollevata, dopo la crisi della guerra, rimodernando i macchinari. Sono in pieno vigore anche le industrie dei laterizi, sostenute dall‟attuale slancio nei lavori pubblici. Anche le industrie di origine artigianale, come quella delle ceramiche sono oggi in ascesa. Tuttavia anche qui l‟industria principale è sempre rappresentata dal turismo. Il riscatto del Mezzogiorno come viene definito nel Nord d‟Italia, assume aspetti diversi da una zona all‟altra: mentre si parla di Salerno come di una città prevalentemente industriale, Avellino è una provincia agricola e di reddito agricolo vivono»

      (https://unitesi.unive.it/retrieve/2581a2b6-ecdf-4b5e-a7be-fef5c7af3e0e/798541-1174074.pdf)

      3.
      E questa dimensione industriale, a me allora ignota, era già ben precisata negli anni del fascismo, che a Salerno si radicò saldamente nella media borghesia cittadina. Come ho trovato in un’altra tesi di laurea, sempre scoperta on line, dove si legge:

      « La peculiarità della realtà salernitana consiste nel fatto che al suo interno coesistevano eterogenee dinamiche socio-politiche, giacché la provincia comprendeva aree caratterizzate da differenti strutture produttive e sociali. A zone industrializzate e dotate di un’agricoltura specializzata, come l’agro nocerino-sarnese e la valle dell’Irno, facevano da contraltare territori molto meno progrediti, come il Cilento e il Vallo di Diano, immersi in un’arretrata dimensione rurale.

      (Erminio Fonzo,Il fascismo conformista.La nascita del regime nel salernitano
      (1920-1926)).

      4. Sempre in quest’ultima tesi, tra le note, ho trovato altre interessanti indicazioni bibliografiche che documentano una realtà operaia e lotte sindacali, sempre a me, ragazzo-giovane abitante a Salerno, del tutto ignote;
      – Roberto Violi, Lotte politiche a Salerno nel primo dopoguerra, pp. 527-551, che presta attenzione
      soprattutto ai conflitti sociali delle industrie e delle campagne;
      – Diomede Ivone e Giuseppe Imbucci, Popolazione, agricoltura e lotta politica a Salerno nell’età
      contemporanea, Cassa di risparmio salernitana, Salerno, 1978;
      – Sugli scioperi nelle industrie salernitane: saggio di Giuseppe Amarante, La Casa del popolo a Fratte e le lotte dei tessili, in “Rassegna storica salernitana”, n.s., n. 17 (giugno 1992).

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