di Angela Villa
L come Legno (“con legno”). È una dicitura raffinata che invita i violinisti a non usare i crini dell’arco, ma la parte in legno per percuotere le corde. Il risultato produce un suono secco, sinistro, quasi spettrale. Berlioz lo usò nel movimento finale della sua “Sinfonie Fantastique” per descrivere un sabba di streghe. “Songe d’une nuit du sabbat (Traum einer Sabbatnacht)”
La fila. È uno dei problemi pratici di ogni insegnante. In fila accade di tutto, è il vero buco nero della didattica. È quel momento drammatico in cui ogni insegnante vede la propria autorità sgretolarsi contro le leggi della fisica e dell’anarchia, innanzitutto si comincia con una sorta di lotta per il capofila: una posizione ambita che nelle fantasie dei bambini conferisce un potere divino. Nel tempo pieno, la fila è ovunque, otto ore di scuola arricchiscono il bagaglio delle diverse tipologie di fila: per andare nelle aule laboratorio; per la mensa (la più pericolosa, perché mossa dalla fame atavica); per andare in giardino durante l’intervallo (la più ambita chi arriva prima è libero di correre sulla discesa che conduce al prato); per l’uscita (la liberazione dei prigionieri).
Ci sono, inoltre, varianti geometriche della fila: fila indiana, uno dietro l’altro, la più odiata dai bambini, per due, per tre… per ordine di altezza o la più pericolosa: “liberi tutti, fate un po’ come vi pare”, che non è una scelta pedagogica, ma un invito formale al rischio.
Quest’ultima tipologia è sempre sconsigliata. Si rischia di creare il valzer delle coppie che si formano, si sformano e qualche volta scoppiano…si comincia a litigare per chi dà la mano alla più simpatica della classe, alla più bella, alla più corteggiata oppure a quello che ha le carte migliori, perché in fila avviene di tutto, anche gli scambi di carte “Pokemon”.
Una volta durante l’uscita, una mia collega riportò una lussazione della spalla, perché si trovò, suo malgrado, in uno di questi scambi che finì male, per separare i litigiosi inciampò in una delle stringhe dello zaino. L’utopia dell’insegnante che consiste nel lasciare agli alunni la libertà di scegliersi i compagni in fila a volte funziona, altre volte no…a me sembra un bel regalo, al termina di una lunga giornata scolastica, uscire con chi si vuole, per poter raccontare ciò che si vuole, in quel breve percorso dalla classe al cancello. Un tragitto che, tra ingorghi nell’atrio, classi che tagliano la strada e genitori in ritardo, può durare quanto una traversata oceanica. Però purtroppo non sempre è possibile lasciare liberi i bambini perché arrivano le gomitate, le spinte di zaino col carrello a mo’ di Curling, ultima trovata per chi ha visto le Olimpiadi e i litigi per chi è più avanti di tre centimetri; quindi spesso opto per la fila peggiore, quella stabilita dall’insegnante. L’utopia muore e scatta la “Modalità Covid”:
«Allora, ascoltatemi bene, per oggi faremo la fila per uno, ben distanziati, finché non sarete in grado di gestire il tempo in fila e renderlo migliore.»
Silenzio tombale e gioia di vivere azzerata. Aspetto tempi migliori per renderli autonomi.
Venerdì scorso i miei due alunni ipercinetici, quelli che non hanno solo l’argento vivo addosso, ma lo vendono anche, perché possiedono l’intero sistema periodico degli elementi in perenne ebollizione, mi hanno fatto una promessa solenne che avrebbe commosso pure i sassi:
“Maestra ti promettiamo che non ci prendiamo a mazzate in fila.”
E io, con il coraggio dei martiri e la fede dei sognatori, ho dato loro fiducia. Li ho messi in testa alla fila, sembravano quasi angelici. Per un istante, il silenzio è sceso nel corridoio. Ma è durato quanto il respiro di un leggero vento prima della tempesta. All’improvviso, un inciampo, uno zaino troppo ingombrante che urta un piede, ed ecco che la Sinfonia Fantastica ha avuto inizio. Il ritmo è cambiato: non più una marcia ordinata. Ho sentito distintamente il suono “Col Legno”: non erano però gli archi dell’orchestra, ma il rumore secco dei loro righelli di plastica che sbattevano a mo’ di sciabole. In quel caos di rotelle e righelli, e lamentele degli altri compagni che mi dicevano:
“Maestra, perché li hai messi insieme…”
Ho capito che Berlioz aveva ragione: il soprannaturale non sta nelle streghe o nei fantasmi dei boschi, il vero soprannaturale è la forza centrifuga di chi cerca la libertà…
Allora li ho riportati in classe ho detto:
«Ricominciamo tutto da capo, secondo me ce la potete fare a mantenere la promessa».
Perché il vero segreto di un insegnante è questo: continuare a credere nei propri alunni, anche quando sembrano appena usciti dal sabba di Berlioz.
Berlioz: Symphonie fantastique ∙ hr-Sinfonieorchester ∙ Alain Altinoglu
