Vern Sneider, un autore inatteso e dimenticato

“La casa da tè alla luna d’agosto” – Aldo Martello editore, 1957

di Emma Pretti

Solo non poco tempo fa, per la scomparsa di alcune personalità molto note, membri di famiglie industriali importanti, politici e attori, le cronache ci informavano dei diverbi nati intorno alle loro eredità. Sui quotidiani, spesso in prima pagina, si susseguivano particolari dettagliati e a volte contrastanti (come spesso succede in questi casi) e parlavano di scontri legali, aspre controversie, accapigliamenti. Soprattutto confermavano che sono i patrimoni a smembrare le famiglie. Possono consistere in grandi patrimoni, notevoli fortune, numerosi beni mal suddivisi, ma non necessariamente: liti interminabili nascono anche su piccole fette di torta difficili da spartire, si può litigare per una vecchia utilitaria ferma da anni o una casa colonica abbandonata e ormai in rovina, così come per un pietoso appartamento in periferia infestato da topi e blatte. Proprio come i predatori nella savana, nessuno vuole restarne fuori e abbandonare il bottino, sia pure una semplice carcassa.

La mia esperienza personale sui lasciti conferma tutto ciò ed è il motivo che mi ha portato ad apprezzare immensamente il ritrovamento dei due volumi dimenticati di cui ho parlato in un precedente articolo; la scoperta li ha circondati di una luce speciale, arricchiti di un valore affettivo intimo, come se fossero stati custoditi e conservati solo per me, perché un giorno li ritrovassi; un dono estraneo che nessuno si è sognato di rivendicare, lontano da linee di successione, leggi patrimoniali, notai, fratelli famelici e sorelle che trasmutano in sorellastre avide, pretese d’ogni sorta. Qualcosa di esclusivo da godermi in santa pace.

Sfogliando il volume opaco, dal cartoncino segnato dal tempo, edito da quello che un recente saggio della Giunti del 2024 titola Aldo Martello, un editore dimenticato del Novecento, tutto mi sarei aspettata di trovare tranne un romanzo con tono e posizioni così inaspettate. Lo scrittore è Vern Sneider, autore del romanzo La casa da Tè alla luna d’agosto. Le poche e laconiche notizie ricavate da Wikipedia indicano l’autore come nato nel Michigan e arruolato nell’esercito statunitense come ufficiale subito dopo gli studi universitari. Fu membro di una squadra militare governativa che sbarcò a Okinawa nell’aprile del ’45. Qui Sneider divenne comandante del villaggio di Cobaru. Che altro aspettarsi se non un romanzo di guerra?  Pensate un po’ che sorpresa quando dopo le prime quindici righe ho cominciato davvero a divertirmi.

La trama necessita di un riassunto piuttosto dettagliato.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’esercito americano occupa l’isola di Okinawa con l’obbiettivo di “rieducare” la popolazione locale secondo i valori democratici e occidentali. Nel quartier generale del Military Government Camp Team C-147, il colonnello Purdy è ben intenzionato a eseguire alla lettera le direttive e raggiungere lo scopo prefissato dalle alte sfere. Il colonnello Purdy, un ottuso bietolone, si aggira negli uffici del quartier generale con in testa questo unico proposito. Poco distante il capitano Fisby riceve il compito di guidare il villaggio di Tobiki verso la “modernizzazione” costruendo una scuola in stile americano e diffondendo il modello democratico. Fisby vivacchia comodamente nella tranquillità del paesino, occupandosi il minimo indispensabile solo delle questioni più importanti, in questo supportato dal suo assistente e traduttore locale Sakini. Un isolano benestante offre in dono al capitano due delle più famose gheishe della regione. Questo singolare, impensabile e sconcertante regalo innesca una serie di avvenimenti a catena che sconvolgono completamente la placida e sonnacchiosa routine del capitano, che fino ad allora si era guardato bene dallo smuovere le quiete, anche se improduttive, abitudini del villaggio. Tra fraintendimenti, resistenze e progressive demolizioni di pregiudizi, nel villaggio di Tobiki si comincerà a costruire un Cha ya, vale a dire …<<casa dove tutti sedere a prendere tè e gheishe cantare e danzare, capo. E tutti ridere e stare allegri>>..

La costruzione del Cha ya diventa il motore che porterà nel villaggio di Tobiki una vera rinascita economica, attraverso tutta una serie di collaborazioni e scambi commerciali con gli altri villaggi, i porti, le attività artigiane ecc…

Il capitano Fisby, dapprima decisamente riluttante, invece di costruire la scuola, seguirà i paesani nella decisione di realizzare una casa da tè tradizionale – la “casa da tè alla luna d’agosto” – che diventa il centro della vita comunitaria e simbolo di armonia.

          Da recensioni frettolose – purtroppo recenti e probabilmente troppo influenzate da ideologie politiche mal digerite, è stato liquidato come semplice e gradevole romanzo d’intrattenimento, ma The Teahouse of the August Moon (1951) si dimostra in realtà molto più di questo. In tutta sincerità mi domando come quest’opera sia finita nel dimenticatoio e mai più ripescata, proprio in un periodo come il nostro dove il colonialismo delle grandi potenze si è espresso con atteggiamenti ancora più aggressivi, penetranti e invasivi che in passato.

La casa da tè alla luna d’agosto si dimostra una satira leggera e intelligente sull’imperialismo culturale e sull’arroganza occidentale. Attraverso un tono comico e personaggi affettuosi, Vern Sneider rivela come la “democratizzazione forzata” spesso si scontri con culture diverse e tracci un cammino difficile, dai risultati fallimentari, e come solo la comprensione reciproca che nasce dal rispetto e dalla curiosità possa far nascere buoni frutti, buoni per tutti.

Quanti fallimenti rovinosi a causa di approcci maldestri, atteggiamenti troppo rigidi e incapaci abbiamo adesso sotto i nostri occhi, fallimenti che hanno portato le potenze ad atti di forza, uccisioni, violenti cambi di regime e repentini voltafaccia che hanno distrutto intere regioni gettandole nel caos, nella miseria di economie snaturate e completamente smembrate?

Il romanzo è divertente, ironico, umano. Sin dai primi capitoli, il lettore attuale – come me ormai disabituato alla leggerezza, e ignaro della trama – comincia a sorridere divertito e disorientato allo stesso tempo. A cominciare dal Colonnello Purdy, il classico grand’ufficiale dell’esercito, miope e completamente privo di intuizione, che si pavoneggia tronfio del suo ruolo del tutto insulso:

Era alto, dritto e asciutto, proprio come dovrebbe esserlo un colonnello. La sua uniforme kaki era ben stirata e inamidata.

…Il piccolo gruppo, riunito in atteso sulla soglia, si fece rispettosamente da parte per lasciare il passo all’autorità. …il Colonnello Purdy aprì il corteo, seguito da tutti i suoi ufficiali in fila indiana. –

 Gli stessi ufficiali che lo blandiscono ritenendolo un vero impiastro – E ancora: 

…Dopo che il Colonnello Purdy aveva vietato il gioco d’azzardo, confiscando dadi e carte, il soldato semplice Gregovich aveva ideato un nuovo gioco, consistente nel gettare nottetempo una manciata di sassolini contro le tende degli ufficiali e dando poi l’allarme aereo.

Non mancano momenti (pochi comunque) dove si intravede uno certo sguardo paternalistico, subito stemperato da passaggi come questi:

… Che poteva fare quella gente contro un invasore? Certo, nient’altro che accettare quello che le veniva imposto. Non era che un piccolo popolo su di una piccola isola. Per la prima volta, Fisby si rese conto di essere anch’egli un invasore. E si accigliò.

 Con l’aiuto dell’abile assistente Sakini, sveglio e capace, che conosce sia i suoi connazionali che gli americani, il capitano Fisby s’immerge nel flusso della vicenda che sviluppandosi prende i tratti di una vera e propria avventura. Invitato come ospite principale nel Cha ya arriverà ad essere catturato dall’atmosfera e dallo stile di vita giapponese.

…. Fisby si dispose a godersi la bellezza che lo circondava…Sissignore, era molto piacevole starsene seduti in un giardino del genere. Era un’abitudine che, in America, avrebbe evitato molte ulcere gastriche e molti collassi nervosi. Ci si sentiva come rinascere, e quella pace…

 Pochi trascurabili punti potrei indicare come difetti, più che altro dovuti alla differenza degli anni intercorsi. La scrittura non è così asciutta, rapida e stringata come al giorno d’oggi siamo abituati. Inoltre, l’insistenza con cui descrive lo sviluppo di contatti e scambi commerciali può alla lunga sembrare ripetitiva ma in realtà si dimostra funzionale allo scopo di spiegare come liberare la mente da atteggiamenti di superiorità, pregiudizi e abbandonare schemi rigidi, produca una fioritura di opportunità decisamente positive. In definitiva Sneider, fondendo esperienza personale e sensibilità interculturale, ha dato forma a un romanzo brillante e attuale, che invita a riflettere sorridendo – E le riflessioni che questo testo mi ha suggerito sono diverse e radicate nella nostra realtà.

Procedendo nella lettura, tra un sorrisetto e l’altro, mi chiedevo com’era l’America di quegli anni. Il romanzo fu pubblicato nel 1951 – siamo in epoca maccartista, un periodo che gli anni Settanta hanno descritto come tetro, improntato all’oscurantismo e alla caccia alle streghe contro i simpatizzanti di sinistra, veri o presunti, e gli avversari politici o chiunque sostenesse tesi non conformi alla linea governativa e giudicati col metro di un anticomunismo radicale. Di fronte a quest’opera mi interrogo su come fossero veramente gli Stati Uniti in quel momento  per accogliere e premiare con grande consenso di pubblico e critica un libro con simili argomenti, non certo allineati con la corrente politica predominante – Vero è che la vicenda nei suoi snodi e intrecci risulta essere un vero manifesto al liberalismo economico e alle innumerevoli opportunità create da interazioni culturali e commerciali, quindi indiscutibilmente adatta a essere socialmente e politicamente accettata. Il suo successo si è protratto negli anni seguenti con diversi riadattamenti, come film, musical, e come opera teatrale che vinse il premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1954 (il romanzo già di per sé contiene numerosi quadri di impianto scenico) – Com’era allora l’America, come si è trasformata, e dove sta andando… o semplicemente non è mai cambiata nelle sue linee guida? – Molto più probabile che negli anni successivi al secondo grande conflitto che, anche se vissuto in modo trasversale, aveva fatto sentire le sue crudezze e mostrato grandi tragedie, la società sentisse un gran bisogno di pacificazione e cooperazione, proprio i temi proposti con levità e sottile satira da Sneider nel suo romanzo. Possibile che le ideologie pacifiste straripate poi negli anni Sessanta e Settanta abbiano completamente insabbiato un’opera come questa, che ai nostri occhi suona ancora oggi così spregiudicata e discordante rispetto alle linee d’azione predominanti?

La sorpresa più grande è stata trovarmi immersa in un’atmosfera brillante, ironica e intelligente, che porta avanti una critica profonda senza per questo sacrificare il piacere di una lettura divertente.

Quand’è che siamo diventati così grevi, quand’è che abbiamo cancellato la satira e dimenticato che l’umorismo è una forma d’intelligenza che irrita soltanto gli idioti?

Non parlo del sarcasmo, sempre troppo polemico e aggressivo, capace solo di mettere le parti una contro l’altra, né della parodia, troppo spesso incline alla volgarità o al tono denigratorio che sconfina nell’invettiva. Intendo piuttosto quell’umorismo vivace e arguto, capace di mostrare il lato ridicolo delle persone e delle situazioni, senza schierarsi ideologicamente né sostenere posizioni morali consolidate e conformi – o peggio ancora, sposare un’ideologia per promuovere solo quella.

Il panorama della letteratura umoristica odierna non è solo desolante, è desertico. Sorvolando sui libri dei comici proliferati negli anni ’80 e ’90, l’ultimo scrittore satirico di costume è stato e rimane Paolo Villaggio, anche se la sua vena arguta non si mantiene sempre tale e spesso cade nel patetico. I suoi libri, oscurati dalla fama dei film, sarebbero da riscoprire.

Oltre a La casa da tè alla luna d’agosto, Sneider nel 1953 scrisse A Pail of Oyster, una vicenda ambientata a Taiwan durante gli anni del “White Terror”. Il romanzo fu vietato per decenni a Taiwan ed è oggi considerato una delle opere in lingua inglese più importanti sull’isola. Un’opera seria, impegnata, di grande valore storico e civile. Altri lavori includono A Long Way from Home and Others Stories, The King of Ashtabula e West of the North Star, che però non ottennero il successo dei precedenti, e forse finirono per offuscare la fama raggiunta inizialmente.

I due maggiori romanzi comunque dimostrano il suo costante interesse per le relazioni umane e i contesti culturali durante i processi di trasformazione.

Il romanzo apparve in Italia nel 1957 e il volume ha anche il merito di aprire una finestra su un’esperienza editoriale del periodo. Venne pubblicato nella collana La Piramide da una casa editrice minore la Aldo Martelli Editore – Aldo Martello (1910-1995) fu un editore milanese colto ed estroso, ma oggi completamente dimenticato. Negli anni Settanta la sua casa editrice si fuse con la Giunti, ed è proprio grazie alla Giunti che è ancora possibile trovare un saggio che ne ricostruisce la storia, fino ad oggi sconosciuta, dai primi anni di vita della Martello e in seguito fino all’incontro con Giunti e dei suoi sviluppi, utilizzando materiali originali d’archivio, repertori e carteggi coevi, libri usciti in un passato ormai lontano ma spesso sorprendentemente attuali, come il romanzo di Vern Sneider.

Nel volume Aldo Martello, un editore dimenticato, a cura di Aldo Cecconi e Carla Ida Salviati, allo scavo di quell’esperienza culturale e imprenditoriale, che produsse un vasto catalogo di carattere generalista, sono stati chiamati studiosi specialisti dei vari settori disciplinari.

Il saggio si propone di far emergere un tassello fondamentale anche se poco noto della storia editoriale e imprenditoriale nel nostro paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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