Tra sconfitti. Frammenti di dialogo

il comunismo nel buio (16)

 

a cura di Ennio Abate

“Bisogna essere disposti a cambiare opinione e a fare scelte conseguenti. Questo è il punto; ognuno alla sua maniera, ognuno con le sue conclusioni, l’importante è non farsi ingabbiare troppo dalla ideologia e dalla organizzazione entro cui si opera. Vale per la politica, vale per il lavoro, vale per la cultura.” (Cereda)

Secondo me, sbagli a ridurre il problema dell’abbandono dell’ ”idea forza” del comunismo, a cui hai aderito in gioventù militando, come me ed altri, in Avanguardia Operaia, a un semplice o sano cambio di opinione. Non è così semplice e “logico”. Si tratta del cambio di una visione del mondo e andrebbe spiegata. Innanzitutto alla propria coscienza.
Non è il cambiare idee che mi scandalizza ma il modo approssimativo con cui lo motivi.
Faccio un esempio di un ex comunista approdato alla convinzione del fallimento del comunismo: Gianfranco La Grassa, di cui ho seguito il laborioso ripensamento. Ha abbandonato quell’idea ma ha scritto per decenni numerose opere in cui ha motivato le ragioni del suo passaggio dal PCI ad un marxismo-leninismo althusseriano, poi ad una revisione del pensiero di Marx (“Ripensare Marx”) e poi alla dichiarazione dell’insufficienza di Marx (e non solo del marxismo) per cercare un’altra via, che sostituirebbe la lotta di classe borghesia-proletariato con un conflitto tra visioni strategiche, secondo me con coloriture nicciane e geopolitiche.
Ha cioè motivato a fondo il suo “cambio di opinione”. Ha dichiarato la fine di ogni prospettiva comunista, Tu invece con troppa disinvoltura scrivi: “Dice qualcuno: ma le ingiustizie esistono ancora, le contraddizioni esistono ancora, i paesi sviluppati drenano risorse da quelli più poveri, ma ricchi di materie prime. Tutto vero. Ne discende l’importanza di una democrazia solidale.”
E non t’accorgi di dirlo in un momento in cui essa è davvero agonizzante! Esalti la tua “’opzione antidogmatica”, che ti verrebbe dalla “consuetudine allo studio critico della scienza e in particolare della fisica e della matematica”. E non t’accorgi che la storia non pare più seguire una logica e non è leggibile con la logica razionale.
Proprio oggi è morto Habermas e leggo su LPLC parole di una sua allieva italiana che danno un quadro tragico e “illogico” della storia umana:
“ [La notizia della morte di Habermas è arrivata]mentre il cielo sopra Teheran fiammeggia e le colonne di fumo si allargano sempre più nere, Trump minaccia attacchi non solo alle infrastrutture militari ma anche a quelle petrolifere, Israele pianifica l’operazione di terra in Libano. Jürgen Habermas, uno dei più grandi filosofi del Ventesimo e Ventunesimo secolo, lascia questo mondo sull’orlo della catastrofe inaudita di una terza guerra mondiale. Aveva 96 anni. Certo una buona età per andarsene, al termine di una vita vissuta, e esaminata, in un modo che non possiamo che invidiare. La tentazione è di raffiguracelo, oggi, come un Titano della ragione, sconfitto infine dopo una lunghissima battaglia dagli dei dell’irrazionalità più violenta e distruttrice, quella del profitto del Capitale e della sovranità nazionalistica più imperialistica e retrograda. Se ne va, con lui, potrebbe sembrarci, l’ultimo luccichio di Illuminismo, la speranza che i conflitti possano essere risolti se non proprio con la forza dell’argomento migliore, almeno con gli sforzi della diplomazia e di una ragione strumentale che non ha reciso completamente la sua radice di umanità.”
https://www.leparoleelecose.it/ach-habermas/ )

 l’abbandono del comunismo non è stato un semplice cambio di opinione. Si tratta di un giudizio di tipo storico che non ho emesso io ma è la storia del comunismo ad averlo emesso con l’autoritarismo, con l’autoritarismo connaturato, con il dispotismo, i milioni di morti.
Diverso se vuoi è stato invece l’abbandono del socialismo in senso marxiano a favore di un socialismo molto temperato in senso liberale.
Tra i nostri io sono uno di quelli che ci ha riflettuto e ci ha scritto altri che ci accusarono di derive verso il PC ci sono poi approdati dopo aver gestito il fallimento di democrazia proletaria.

Non esiste alcun tribunale della storia che avrebbe ratificato per sempre la “morte del comunismo”. E neppure la “storia del comunismo” ha emesso questo verdetto. Né gli oppressi o i movimenti che dall’oppressione nascono hanno tenuto mai conto di simili verdetti. Noi stessi di Avanguardia Operaia, pur venendo dopo lo stalinismo – (non era “morte del comunismo” quella sua imbalsamazione dottrinaria e autoritaria?) – non accettammo quel verdetto, accolto invece dai PCI con qualche rimaneggiamento “progressivo”.
Avevamo fiducia nel futuro, nel possibile e avevamo la capacità di accogliere le spinte di mutamento di settori vivi della società. E siamo stati a nostra volta sconfitti. Abbiamo riflettuto sulla sconfitta e l’abbiamo dovuto farlo purtroppo nella condizione degli sconfitti. E siamo divisi tra quanti – come te e altri – hanno abbandonato “il socialismo in senso marxiano a favore di un socialismo molto temperato in senso liberale” e quanti continuano – come me e altri – a “proteggere le nostre verità” (Fortini) comuniste, pur sapendo che sono state sconfitte o che – come ho scritto in un tentativo di discussione su Poliscritture il comunismo è nel buio. Mentre tanti altri hanno del tutto abbandonato ogni riflessione o discussione. Chi ha ragione? Chi ha torto? Nessuno lo può dire.
Le accuse reciproche (“traditori”, “utopisti”) sono sterili e fuorvianti. Non basta “credere” nel comunismo per realizzarlo. Non basta “credere” nella “democrazia solidale” o in un “socialismo molto temperato” per realizzarlo. Sono entrambe posizioni che tentano di affermare a parole il proprio valore. Ma ad entrambe manca “qualcosa”, che non sappiamo oggi nominare. Quella “aderenza alla realtà in trasformazione” (o teoria?) che le faccia passare da credenza o fede o quasi fede, non dico a scienza ma a discorso capace di fronteggiare la tragedia delle guerre in corso? Solo chi riuscirà a nominare (anche solo in parte) questo ignoto “qualcosa” potrà forse tornare a dire: “abbiamo ragione noi”.

furio petrossi il 

 

Come sempre, caro Ennio, fai riflettere. Voglio però sottolineare il fatto che l’”adesione in gioventù” al comunismo per alcuni (non nati in ambiente comunista) segue, non precede il desiderio di giustizia sociale. Si presenta – per alcuni – come adesione strumentale, originata da una esigenza di radicalismo, ovvero di ricerca delle radici dell’ingiustizia (radici sociali, perché su quelle psicologiche hanno già discusso Freud ed Einstein).
Personalmente il mio radicalismo è passato da una ideologia democraticista ad una post-conciliare, poi socialista e comunista, solo in seguito divenuta migliorista e solidamente riformista (ed ora? Ahimè, tutto vacilla…). Il mio desiderio di giustizia ha origine più che dalle origini familiari modeste (ma resilienti), dalla conoscenza del quartiere (soffitte e cantine) e dagli odiosi eventi internazionali.
Via via ognuna di queste “interpretazioni”, di teorie, non bastava a rendere efficace una prassi, per cui si diventa (o almeno io divento) eclettici senza essere schizofrenicamente sincretici.
Così il marxismo, per me: da guida della prassi (ma la teoria del valore non funzionava, né l’idea di scienze e tecnologia come lavoro morto…), a studioso del surplus (Sweezy), ad essere autoconvinto di avere in mano una Scienza della Storia (Althusser prima dell’uxoricidio), affascinato e spaventato dalla Cina…
In sintesi, per farla breve: ci vuole davvero un grande lavorio interno per abbandonare il marxismo come teoria, conservandone il desiderio di liberazione?

 

NOTA
Per contestualizzare questi frammenti di dialogo e conoscerne lo spunto,  vedi: “perché è importante essere disposti a cambiare opinione” Pubblicato il 20 Aprile 2016 da Claudio Cereda a questo link QUI 

16 pensieri su “Tra sconfitti. Frammenti di dialogo

  1. «Non basta “credere” nel comunismo per realizzarlo».

    Ogni azione, mi pare, richieda lo specifico germe spirituale che ne permetta la fioritura.
    Il comunismo, e ogni altra azione, richiede una credenza.
    La sua mancata o affermata realizzazione riguarda – a mio parere fortemente – la weltanschauung dell’epoca e la comunicazione del momento.
    Il comunismo collettivo non si compie nella sua affermazione politica e nel conseguente dominio legislativo senza la nostra credenza individuale.
    Forse, parte della dimensione (sentimentale) che viviamo in merito alla questione-delusione-disincanto per il presunto naufragio del comunismo nel grande mare dell’opulenza, è relativa all’occulto – in quanto inconsapevole – potere che, per formazione culturale filo/illuninista-materialista-scientista, diamo alla dimensione dialettico-razionale. Un potere che al confronto di quello emozionale sparisce come fiato nel vento.
    Con tale premessa, il comunismo rischierebbe di più la sua realizzazione attraverso una modalità non più ideologica collettiva, ma evolutiva individuale.

  2. RISPOSTA A Furio Petrossi

    Caro Furio,
    penso che – in questi anni che ci restano da vivere – dobbiamo continuare a fare il massimo di chiarezza possibile, e con gli strumenti che avevamo o ci siamo costruiti strada facendo, sulle singole tappe del nostro percorso intellettuale-emotivo-teorico.
    Sì, a me sembra che è proprio necessario “un grande lavorio” – interno e sui dati esterni (documenti già raccolti o ancora reperibili, come fai tu testardamente col tuo sito “Quelli del ‘68”) – per meglio motivare sia l’adesione che il successivo abbandono del marxismo come teoria. Perché questa operazione è difficile (e a tratti angosciosa) essendo la nostra stessa memoria “ingannatrice”. Indagare a fondo tra le sue pieghe richiede molto coraggio. Mi è rimasto impresso – (e vedo anche ad altri, ad esempio a Raffaele Simone, che vi accenna nel suo “La vita anteriore” e non ha – ni pare – i nostri problemi di “militanza”) quel che scriveva Emily Dickinson:

    , «Quando spolveri il sacro ripostiglio/ che chiamiamo “memoria”/scegli una scopa molto rispettosa/ e fallo in gran silenzio./Sarà un lavoro pieno di sorprese -/ oltre all’identità/ potrebbe darsi/ che altri interlocutori si presentino -/ Di quel regno la polvere è silente -/ sfidarla non conviene -/ tu non puoi sopraffarla – invece lei/ può ammutolire te»

  3. @ lorenzo merlo ekarrrt

    Il comunismo, e ogni altra azione, richiede una credenza?
    Ricordiamoci che in determinati momenti storici questa credenza “popolare” (o fede o fiducia spontanea) nel comunismo (o socialismo-comunismo) c’è stata, ma non è bastata, come abbiamo potuto riconoscere noi venuti dopo. ( E per noi intendo gente che ha letto Fortini, Lukács, Bloch, Lewin, Adorno, cioè autori non assimilabili a una cultura “filo/illuminista-materialista-scientista “). Quindi che il comunismo non si sarebbe realizzato soltanto perché non ci abbiamo creduto individualmente mi pare tesi storicamente infondata.
    Perché scartare l’ipotesi, invece, che dallo sviluppo delle lotte tra Otto e Novecento a favore e contro il “comunismo” si siano prodotti cambiamenti (imprevisti) e solo in parte interpretabili ancora con le teorie marxiste ( o con quelle liberiste)?
    Per cui non è detto che la nostra “delusione-disincanto” abbia sicuramente di fronte un “occulto” del tutto insondabile dalla ragione, dalla quale ci si dovrebbe sbarazzare, che mi pare la tua tesi.
    Al posto di quell’ “occulto”, potrebbe esserci “qualcosa” di ignoto, non previsto, da esplorare ANCHE e ANCORA con la ragione.
    E poi il “credere” solo in apparenza offre un campo che placa dubbi e incertezze. E poi ci sono stati anche quelli che hanno creduto al fascismo invece che al comunismo; e ci sono oggi anche quelli che credono a Trump.
    Credere può anche farci approssimare a quel “qualcosa” di ignoto e imprevisto, ma non gli toglie l’ambiguità. E, quindi, fa persistere sentimenti e comportamenti di dipendenza e passività da autorità manipolatrici e sfruttatrici delle paure.
    Solo la ragione (che non confondo con l’”anima nera” dell’illuminismo) mi pare ancora in grado di eliminarle (magari provvisoriamente) quelle ambiguità e quelle paure; e permettere l’invenzione di forme di “cooperazione comunista”. Per certi versi mi sento di dire che, senza ragione, non si costruisce nessun comunismo.

    Ultimi due appunti: – non vedo nessun ” naufragio del comunismo nel grande mare dell’opulenza”, perché questo “grande mare dell’opulenza” non fa che restringersi a pochi sempre più privilegiati, ormai disposti a difendersela anche con le guerre; – se nelle esperienze socialiste è prevalso un ‘ noi’ collettivo che ha schiacciato esigenze individuali di libertà e realizzazione, temo che la modalità “evolutiva individuale” neghi e non veda alcuna forma di comunismo, neppure in prospettiva, ma al massimo un equilibrio di egoismi.

    1. @ Ennio Abate

      1.
      “Il comunismo, e ogni altra azione, richiede una credenza?
      Ricordiamoci che in determinati momenti storici questa credenza “popolare” (o fede o fiducia spontanea) nel comunismo (o socialismo-comunismo) c’è stata, ma non è bastata, come abbiamo potuto riconoscere noi venuti dopo. ( E per noi intendo gente che ha letto Fortini, Lukács, Bloch, Lewin, Adorno, cioè autori non assimilabili a una cultura “filo/illuminista-materialista-scientista “). “

      Non si tratta dell’erudizione specifica che in parte citi, ma del crogiolo dalla quale scaturisce. Il quale, salvo strafalcioni non può che essere illuminista-materialista-scientista.

      2.
      “Quindi che il comunismo non si sarebbe realizzato soltanto perché non ci abbiamo creduto individualmente mi pare tesi storicamente infondata.”

      Chi ci ha creduto, semplicemente non era in numero sufficiente. Col numero sufficiente le BR avrebbero realizzato il loro progetto.

      3.
      “Perché scartare l’ipotesi, invece, che dallo sviluppo delle lotte tra Otto e Novecento a favore e contro il “comunismo” si siano prodotti cambiamenti (imprevisti) e solo in parte interpretabili ancora con le teorie marxiste ( o con quelle liberiste)?”

      Nessuno scarto da parte mia. Anzi, proprio per queste e mille altre spinte – forse le opulente in primis – la meta si è sbriciolata divenendo, per gli infedeli, perfino utopia.

      4.
      Per cui non è detto che la nostra “delusione-disincanto” abbia sicuramente di fronte un “occulto” del tutto insondabile dalla ragione, dalla quale ci si dovrebbe sbarazzare, che mi pare la tua tesi.”

      Non sbarazzarsi della ragione, ma del’occulto fideismo in essa, quale sola dimensione per intellegere il mondo, per segnare il nord della bussola esistenziale-relazionale, per conoscere.

      5.
      “Al posto di quell’ “occulto”, potrebbe esserci “qualcosa” di ignoto, non previsto, da esplorare ANCHE e ANCORA con la ragione.”

      La ragione, meglio, il razionalismo è un campo che necessariamente riduce il mondo, la realtà alla sola dimensione meccanica. Si fonda su causa-effetto, non concepisce, né può nulla, in quella che oggi può essere detta quantistica. Quella cioè in cui si riconosce in che termini il mondo prende forma in nostra funzione.

      6.
      “E poi il “credere” solo in apparenza offre un campo che placa dubbi e incertezze. E poi ci sono stati anche quelli che hanno creduto al fascismo invece che al comunismo; e ci sono oggi anche quelli che credono a Trump.”

      Senza il credere siamo orientati al nichilismo. Prendi un’emozione forte, di gioia o ira. L’azione che implica esprime una credenza insopprimibile. Al pari di quelle forti agiscono quelle di fondo, quelle per esempio che ci permettono di dire “io”.
      Senza credo alcun progetto si compie concretamente. Lo si può nella propria e altrui biografia.

      7.
      “Credere può anche farci approssimare a quel “qualcosa” di ignoto e imprevisto, ma non gli toglie l’ambiguità. E, quindi, fa persistere sentimenti e comportamenti di dipendenza e passività da autorità manipolatrici e sfruttatrici delle paure.”

      L’ambiguità, come l’inconveniente, è ineludibile in contesto relazionale. Essa può essere estinta in campi chiusi, limitati, dove i presenti condividono regole e linguaggio.
      È qui – “non gli toglie l’ambiguità” – che emerge e si afferma l’assolutismo occulto del razionalismo. È il fondo razionalista in cui siamo cresciuti che ci porta a certe espressioni. È da questo assolutismo che dovremmo emanciparci.

      8.
      “Solo la ragione (che non confondo con l’”anima nera” dell’illuminismo) mi pare ancora in grado di eliminarle (magari provvisoriamente) quelle ambiguità e quelle paure; e permettere l’invenzione di forme di “cooperazione comunista”. Per certi versi mi sento di dire che, senza ragione, non si costruisce nessun comunismo.”

      La ragione richiede l’emozione che la permetta. Essa, solo apparentemente è libera dalle funzioni umane che ritiene di poter tenere lontane. Se la ragione fosse il bisturi dialettico con il quale si ritiene di poter scindere il vero dal falso, utile dall’inutile e tutte le altre diadi, ci si avvia necessariamente al conflitto o alla discepolazione, al fideismo nel proprio giudizio o in quello dettato dall’ideologia. Culmini impliciti, infatti, in ogni ideologia o fede, sia questa massima, sia personale.

      9.
      “Ultimi due appunti: – non vedo nessun ” naufragio del comunismo nel grande mare dell’opulenza”, perché questo “grande mare dell’opulenza” non fa che restringersi a pochi sempre più privilegiati, ormai disposti a difendersela anche con le guerre; – se nelle esperienze socialiste è prevalso un ‘ noi’ collettivo che ha schiacciato esigenze individuali di libertà e realizzazione, temo che la modalità “evolutiva individuale” neghi e non veda alcuna forma di comunismo, neppure in prospettiva, ma al massimo un equilibrio di egoismi.”

      Per “grande mare dell’opulenza” alludevo al valore dominante del bene materiale-privato e al corrispettivo scarto di quello etico-politico. Praticamente uno scivolo verso il divano delle comodità che ha convinto “tutte” le menti, le proletarie e sottoproleltarie per prime, un abbraccio alla superficialità e all’edonismo e un calcio al senso della comunità.

      10.
      “temo che la modalità “evolutiva individuale” neghi e non veda alcuna forma di comunismo, neppure in prospettiva, ma al massimo un equilibrio di egoismi.”

      Nell’evoluzione individuale è implicito il bene comune. Essa è classificata come egoistica solo e soltanto dalla cultura razional-materialista. Ma si tratta si uno sfortunato riduzionismo, di un fraintendimento dovuto proprio agli inutili strumenti del materialismo per maneggiare gli argomenti evolutivi.

      1. @ lorenzo merlo ekarrrt

        1.
        Erudizione specifica? Ti sbagli. Solo per un pregiudizio o per opposizione di principio gli autori che ho citato (Fortini, Lukács, Bloch, Lewin, Adorno) possono essere annegato nel “crogiolo… illuminista-materialista-scientista”.

        2.
        Il “numero sufficiente” per cambiare certe situazioni storiche svantaggiate non ci sarà mai. E’ un feticcio agitato da chI ha il potere e se lo conserva.

        3.
        Non so. La “meta” si è sbriciolata o è finita nel buio. Resta un fatto: non si riesce a capire e a progettare un cambiamento appena più favorevole ai molti e non ai pochi. Gli strumenti più adatti a prepararlo sono tutti in mano ai dominatori che li usano contro i loro concorrenti e contro popolazioni sempre più controllate e suddite.

        4.
        Non sbarazzarsi della ragione, ma dell’occulto fideismo in essa. Qui concordiamo.

        5.
        La distinzione tra ragione e razionalismo o tra ragione come ricerca critica e ragione strumentale è ben presente nella Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno. Quindi anche su questo punto concordiamo.

        6.
        Senza il credere siamo orientati al nichilismo. Ma per paura del nichilismo non possiamo aggrapparci a qualsiasi credenza. La voglia di credere può anche ingannarci.
        L’io può desiderare ciecamente e spingersi verso la follia o il rigetto della realtà di cui facciamo parte, che è in mutamento e che vorremmo trasformare.

        7.
        L’ambiguità, come l’inconveniente, è ineludibile in contesto relazionale. Ineludibile per me significa che va affrontata ( quanto meno per ridurne il peso negativo). Non significa insormontabile o accettabile. Non vedo il “disambiguamento”, l’uscire dall’ambiguità, come un “assolutismo occulto del razionalismo”, ma un’esigenza necessaria per trovare punti di concordanza con gli altri.

        8.
        La ragione richiede l’emozione che la permetta. Tenderei a considerare la ragione e non come ” bisturi”( dialettico o meno) ma come “emozione placata” che è comunque in grado di tener conto della distinzione (non scissione) tra vero e falso o utile e inutile.

        9.
        “mare dell’opulenza”, “ divano delle comodità”? Resta il fatto che pochi sono rispetto ai miliardi di uomini e donne quelli che ci hanno nuotato o vi si sono sdraiati. Per gli altri si è trattato di miraggio o di assaggi drogati e alla fine infelici.

        10.
        Nell’evoluzione individuale è implicito il bene comune. Non è scontato. E le spinte egoistiche-narcisistiche non sono un’invenzione della “cultura razional-materialista”.
        Sono sostenute e rafforzate dall’andamento gerarchico e classista che ha poi avuto la storia delle società umane: abbandono del “comunismo primitivo”, ricerche di Graeber, notizie che ho letto sulla pagina Fb di Fagan sulle “culture dimenticate”[ https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/pfbid02M3Wdcre1WuPLcV3PaQ1VEp2m3e8aqibCBjHM3zYBcjBMUdwQSnURwdJ9ZdqWswyjl%5D o sui “mappatori di terre incognite” [https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/pfbid0aduBZ8yCr9K1C4YspVuHhyy1K5JLug31Hwmav8ao1JXZQKw4QbRq4KMWutokU1tPl]

  4. COMMENTO CHE HO SPEDITO SUL SITO DI CEREDA

    Una domanda molto terra terra che io farei a chi ha creduto nella realizzazione del comunismo è come sia stato possibile avere come modello Lenin – che mi pare fosse un faro per tutti o quasi i movimenti extraparlamentari di sinistra degli anni Settanta.

    Voglio dire: nel leninismo sono già presenti tutti i problemi che poi si sono presentati nei vari regimi comunisti (o socialisti) “reali”: mancanza di democrazia, dittatura della classe dirigente ristretta a un pugno d’uomini se non a un uomo solo, mancanza di libertà di espressione, opinione e associazione, mancanza della libertà di impresa e così via.

    I menscevichi, amici di Lenin nel Psd russo come Martov sono stati perseguitati, andati in esilio, perfino gli artisti erano sottoposti alla repressione (si era creato un regime di terrore), come denunciava Gorkij, chiedendo a Lenin qualche grazia. E già nel 1918-19 Rosa Luxemburg criticava in modo molto preciso e giusto i guasti dei primi anni post-17.

    (Sulle questioni teoriche riguardanti il marxismo, l’atteggiamento da tenere, secondo me, è quello di La Grassa, ossia correggere e criticare come insufficiente e quindi ampliare, di certo Marx non va buttato, Marx è in gran parte da tenere come impianto imprescindibile di critica al capitalismo, il problema è la pars construens).

  5. @ Lorenzo Galbiati

    E’ una domanda mal posta. E non è questione di modelli. L’importanza di Lenin è legata alla rivoluzione del 1917 e nel contesto dei problemi di quel tempo va letta la sua figura.
    Rosa Luxemburg criticò Lenin ma non dalle posizioni di Martov e di certo non ripetendo le accuse che oggi gli vengono fatte da quanti hanno assimilato nazismo e comunismo.
    La Grassa non solo non ha mai detto che vanno buttati Marx e Lenin ma neppure Stalin.
    Comunque, meglio studiarsi una buona storia della rivoluzione russa (da Carr a Luigi Cortesi) o il libro di Rita Di Leo, L’esperimento profano.

  6. Ennio, non penso proprio che l’importanza di Lenin sia dovuta solo alla “rivoluzione” del 1917, che peraltro non è stata una rivoluzione proletaria, ma una presa di potere per mano di pochi. Lenin ha agito soprattutto dopo, e lì non è teoria, è tentativo di comunismo reale, alla prova dei fatti.

    La domanda mia è la tipica domanda legittima, ossia di quelle più innocenti e scomode: perché vi dichiaravate leninisti? Non avevate abbastanza informazioni storiche negli anni Settanta per capire che Lenin ha governato per 7 anni un regime altamente repressivo, violento, antidemocratico, praticando anche il terrore verso ogni oppositore politico, perfino con quelli che fino a qualche anno prima erano suoi amici e “compagni” (Martov)? Regime che era già stato condannato per queste caratteristiche da vari comunisti contemporanei a Lenin come Rosa Luxemburg e aggiungo anche da vari anarco-comunisti?

    Secondo me questo è uno dei nodi da sciogliere, se volete capire i motivi di quella che chiamate “sconfitta” – ma non l’ho ancora visto affrontato nei luoghi dove ho guardato. Lo avrei chiesto a La Grassa se avessi potuto e lo chiederei anche a Petrossi e Cereda, ma vedo che Cereda non ha ancora pubblicato il mio commento.

    1. @ Galbiati

      Sarà domanda legittima ma mi sembra che tu hai già la risposta :” Lenin ha governato per 7 anni un regime altamente repressivo, violento, antidemocratico, praticando anche il terrore verso ogni oppositore politico, perfino con quelli che fino a qualche anno prima erano suoi amici e “compagni” (Martov)”.
      E allora?
      Ho indicato la via dello studio approfondito. Uno studia e si trova lui le risposte. Tra l’altro su certi temi ho già discusso in passato: https://www.poliscritture.it/2025/07/21/il-comunismo-nel-buio-9/
      E anche le risposte di La Grassa le trovi. Basta studiarsi i suoi libri o cercare sul sito Conflitti & strategie la voce ‘Lenin’.

  7. Ennio, io chiaramente una mia risposta, schematica e provvisoria, ce l’ho.

    Ma il punto interessante della mia domanda risiede nel fatto che di norma, chi è stato comunista o si considera ancora comunista, era o è rimasto leninista, senza aver scandagliato le ragioni storiche per cui il comunismo, dal Pci alla sinistra extraparlamentare, si rifaceva a Lenin, a una “rivoluzione” russa che non solo non era esportabile in una Europa liberaldemocratica, ma che aveva già in sé notevoli punti critici, che avrebbero dovuto consigliare di tenersi a distanza invece di porsi come leninisti.

    La Grassa e Preve (e come loro tanti comunisti), da quel che ho capito io, hanno preso atto del fallimento del comunismo solo nel 1989-1991, a seguito del crollo politico-economico dell’Urss, il che significa che per loro il fatto che l’Urss fosse una dittatura non era motivo bastante per rigettarne il modello.

    C’erano invece pensatori marxisti come Erich Fromm, e suppongo altri della scuola di Francoforte, che vedono Marx come un umanista, che hanno criticato Lenin e la rivoluzione leninista, e non solo Stalin, a partire dal Dopoguerra. Io, da lettore di Fromm, mi sono sempre sentito molto distante da Lenin e dalla rivoluzione russa, ma non da Marx.

    1. @ Lorenzo Galbiati

      Non capisco perché Marx, che teorizzò come indispensabile per costruire il socialismo/comunismo la dittatura del proletariato, sarebbe “umanista” mentre Lenin, che si trovò ad esercitarla in un contesto storico preciso, no.
      Neppure mi risulta che Rosa Luxemburg, critica di Lenin,abbia mai negato che nella Russia zarista la rivoluzione socialista (e non borghese alla Kerensky) sia stata possibile grazie al partito teorizzato da Lenin. O che si sia mai pentita dando ragione alla socialdemocrazia contro Lenin.
      Lo stesso Gramsci, che spinse i comunisti ad impegnarsi nella “guerra di posizione” in Europa invece che puntare alla “presa del palazzo d’inverno”, rimase sempre leninista.
      Si possono preferire “marxisti come Erich Fromm” o altri, ma non si può trascurare la differenza tra loro e Lenin (o anche Mao o Castro): i primi non sono stati dentro una rivoluzione in atto né hanno tentato di indirizzarla verso un esito socialista, Lenin sì.

  8. Scambiare, anche temporaneamente, i termini socialismo e comunismo è peccato mortale, chè inficia qualunque deduzione successiva. Socialismo è l’organizzazione sociale che permette al proletariato vincitore di sviluppare le forze produttive; e la dittatura proletaria col suo Stato oppressivo ha questo solo scopo, con un orizzonte anche temporalmente limitato. Chè poi l’aggressione imperialista abbia congelato questa situazione in un gelo permanente -che qualche sciocco dirigente ha anche voluto chiamare comunismo- è motivo di analisi storica e linguistica ma non cambia certo la teoria di Marx. E il comunismo nella sua analisi è quasi l’opposto: niente più stato, niente più lavoro salariato, anzi, niente più lavoro (v. il solito ‘frammento sulle macchine’).
    E il bello è che stiamo arrivando alla fase di sviluppo delle forze produttive che permette questo passaggio in maniera tecnologicamente indolore. Tanto che Musk prevede/propone un’organizzazione sociale dove i robot fanno tutto e gli umani ricevono dall’automazione tutto quello di cui hanno bisogno. Salvo il piccolo particolare di chi/cosa garantisce che siano effettivamente tutti gli umani e non i soli oligarchi ad usufruirne. Il che rimanda al paradosso di un possibile comunismo senza soggetto rivoluzionario. che i più prudenti ritengono improbabile.

  9. Paolo Di Marco: sia il termine socialismo sia il termine comunismo non sono mai stati definiti in modo preciso, ma ideale. Per cui in fondo non vedo il peccato mortale. Associare il socialismo alla fase dittatoriale transitoria mi conferma nell’idea che tra i militanti accettavate questa idea della dittatura, edulcorandola come necessaria e temporanea. Per me parlare di “dittatura del proletariato” è una assurdità, il concetto è una contraddizione in termini, una dittatura concentra il potere nelle mani di una persona (con il contorno di un piccolo gruppo). Ipotizzare una dittatura del proletariato è uno dei passaggi più insensati di tutta la teoria di Marx. A cui segue il passaggio utopico della società comunista senza classi, senza lavoro salariato ecc. Insomma, di scientifico nella pars construens non c’è proprio nulla.

    Ennio,
    hai ragione nel dire che Lenin si è sporcato le mani provando a fare la storia mentre Erich Fromm e altri teorici hanno solo teorizzato. Dal che deduciamo che o ha sbagliato Lenin nell’applicare Marx o Marx chiedeva l’impossibile (e quindi Erich Fromm lo idealizzava). E in effetti le premesse umaniste di liberazione dell’uomo evidenziate nel Marx dei Manoscritti ed enfatizzate da Fromm e dalla scuola di Francoforte mal si conciliano con una rivoluzione con conseguente dittatura (di certo non del proletariato). Ciò non toglie che non possiamo nemmeno pensare di giustificare una dittatura di partito che ha posto fine alle libertà personali e associative come quella leninista – ciò che era appunto l’oggetto della critica di Rosa Luxemburg.
    Per quanto riguarda La Grassa, che si considera sorridendo più leninista che marxista, come si vede in questo video,
    https://www.conflittiestrategie.it/100-anni-dalla-morte-di-lenin
    egli crede che Lenin sia riuscito a tradurre Marx nella storia, per di più contraddicendolo (perché ha fatto una rivoluzione in una società contadina come quella russa) ma aggiunge che poi da quella rivoluzione non è arrivato non solo il comunismo ma neppure una parvenza di socialismo. Insomma, non è stato fatto nemmeno il primo gradino. Che ci fosse una dittatura di partito pare non lo interessi.

    1. Mah, mi sembra che il tuo rapporto con Marx non sia dei migliori…anche come letture. Cercherei di evitare di inventare adesso, in sunto, una teoria del comunismo, perdipiù basata su Marx, e mi limiterei ad alcuni fatti storici:
      – dittatura del proletariato: equivale, specularmente, a quella dittatura della borghesia che ci viene venduta come democrazia. (v. Lenin, il ‘comitato d’affari della borghesia’); che poi ci sia stata e quanto cattiva adesso interessa poco dal punto di vista pratico
      – comunismo parte utopica?? ascientifica?? A parte il carattere apodittico ed illogico di questa affermazione, ho testè sostenuto che il percorso delle forze produttive ipotizzato da Marx sta arrivando al culmine…manca solo il soggetto che ne garantisca il corretto uso; problema non da poco ma che richiede altro dibattito

    2. @ Lorenzo Galbiati

      “Per me parlare di “dittatura del proletariato” è una assurdità, il concetto è una contraddizione in termini… Ipotizzare una dittatura del proletariato è uno dei passaggi più insensati di tutta la teoria di Marx… Insomma, di scientifico nella pars construens non c’è proprio nulla” (Galbiati)

      Cito ancora solo questo stralcio dei tuoi commenti per invitarti – e non per paternalismo – a studiare da solo o per tuo conto o con altri la storia delle rivoluzioni, se davvero t’interessa. Io non mi sento invogliato a replicare a pregiudizi così radicati e radicali, perché colgo un’ostilità generale troppo profonda e non trovo punti minimi in comune che permettano l’apertura di un dialogo utile.

  10. Paolo, Ennio,

    Il mio rapporto di Marx è quello che ho con tutti i pensatori, le teorie, ecc. Nessuna riverenza, nessuna passione, nessuna ostilità, valuto punto per punto, prendo quello che mi sembra buono e scarto quello che mi sembra sbagliato o sorpassato. Se uno come me cresciuto cattolico del dissenso è arrivato a fare pelo e contropelo ai testi sacri e alle religioni, pensate che voglia farmi una fede laica come quella marxista? Ora che per di più è stata storicamente sconfitta – o è fallita?

    Io ripeto essendo cresciuto con pensatori come Erich Fromm o anche Ernesto Balducci, che mettevano Marx spesso nei loro pensieri, non ho nessuna preclusione verso Marx ma non sono mai stato marxista. Né anticomunista. Concordo con La Grassa, come metodo: Marx è necessario ma insufficiente (lo dicesti tu, Ennio, in video a lui riassumendo il suo punto di vista). Va corretto e ampliato.

    Per cui, Paolo, è un controsenso anche parlare di dittatura borghese e l’idea di società comunista senza classi, senza stato, senza stipendio, senza oppressione è una utopia degna dell’Eden cattolico, una palingenesi della terra promessa ebraica o del paradiso cristiano – so che è una critica vecchia al marxismo, ma ha fondamento.

    Ennio mi dice che Fortini rifuggiva quella idea e parlava di Marxismo come contraddizione su un piano più elevato – già un passo avanti, ma siamo sempre in campo di totale astrazione, senza che se ne scorga un possibile risvolto pratico, senza che ci si possa immaginare in modo concreto questa società.

    E io, con il mio atteggiamento scientifico, non filosofico, rifuggo da ogni discussione che parte da concetti astratti e arriva a concetti astratti, io devo partire dalla realtà concreta e arrivare alla realtà concreta.

    Ennio, tu probabilmente pensi che studiando di più io possa cambiare giudizio, ma in realtà questa idea, il dire “studia” presuppone che io sia ignorante e che studiando possa arrivare a una comprensione che sfocia in un giudizio più simile al tuo cioè più benevolo, meno “ostile”.
    Per esperienza so che semmai succede il contrario, ossia che studiando ancora di più una materia che mi sembra così semplice da valutare, io possa diventare ancora più tranchant perché non farei altro che vedere i sofismi teorici con cui si è evitato di dare giudizi storici.
    La dittatura del proletariato non si è mai verificata storicamente, perché semplicemente non può verificarsi. Secondo La Grassa Lenin ha fatto una rivoluzione in un paese arretrato, dal punto di vista del progresso capitalistico, un paese contadino e gli operai che stavano dalla sua parte erano una minoranza. La rivoluzione e la dittatura era del partito e non può essere diversamente. Che Marx pensasse a una dittatura, a metà ottocento, ci può stare, anche Mazzini e Garibaldi per fare l’Italia spesso parlavano di dittatura provvisoria, e nell’Ottocento la democrazia era ancora alle prime armi, votavano in pochi, c’erano i nobili… quello che non ci può più stare, a mio parere, è pensare che abbia ancora senso oggi parlare di dittatura del proletariato come fase transitoria verso il comunismo.
    Il motivo per cui non si può fare una rivoluzione oggi nell’Occidente liberaldemocratico è che c’è una democrazia molto migliore di quella dell’Ottocento, per quanto imperfetta, per cui pensare a una rivoluzione in stile rivoluzione francese (come pensava Marx) o leninista, come pensavano molti, forse anche voi negli anni Settanta, oggi mi fa sorridere, se volete che sia sincero. Ma non è un sorriso di derisione, semplicemente non è realistico, nel senso proprio che è fuori dalla realtà – è già fuori dalla realtà ragionare oggi in termini di lotta di classe. Lo considero una fede, al pari di quella religiosa. Ma evidentemente a molti di voi sembrava realistico, all’epoca, e devo prenderne atto, io del resto sono nato nel 1970. Quindi constato come sia cambiata la società nell’arco di mezzo secolo. Oggi però io credo sarebbe il caso di arrivare alla conclusione che una rivoluzione, come appunto quella leninista, può avvenire solo in paesi poveri, contadini, con al potere una dittatura (lo zar) o giù di lì. Nessuno fa rivoluzioni in una democrazia, con l’idea di arrivare alla dittatura del proletariato (proletariato che non si saprebbe più come identificare). Questo avrei detto a La Grassa che si chiedeva come mai il proletariato non è mai stato soggetto rivoluzionario, ma lo sono stati i contadini: perché in una società progredita, industrializzata, liberaldemocratica come la nostra, non ci sono più le classi sociali di una volta (ci sono differenze, certo, ma siamo molto, troppo oltre il concetto che aveva Marx di classe sociale) e non ci può essere una rivoluzione di classe. Rivoluzioni come quella francese o bolscevica sono oggi impossibili. Fantascienza. Il che non significa che non si possa cambiare anche in modo importante il sistema capitalistico occidentale, ma non con le rivoluzioni violente del passato.

    Questo, in sintesi, o forse con poca sintesi.

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