Com’è difficile spiegare Bossi a chi non c’era, a chi non è cresciuto in Padania: insomma, al resto del mondo (QUI)
di Jacopo Tondelli
MIO COMMENTO
Peter Freeman
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Umberto Bossi è stato un personaggio in quegli anni a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, e la Lega Nord un fenomeno che andava letto e interpretato anziché limitarsi a esorcizzarlo. Qualcuno lo fece: penso a Gad Lerner, a Guido Passalacqua, a Giovanna Pajetta che ne scriveva sul Manifesto, e altri che, perdonatemi, ora non ricordo.
La Lega era reazionaria? Lo era. Era una forza popolare? Certo che sì. Aveva al suo interno i geni del razzismo? Lo confermo, non ne era immune lo stesso Umberto Bossi che ogni tanto si lasciava scappare espressioni imbarazzanti (tutte ampiamente documentate) nonostante lui, l’Umberto fosse fieramente antifascista. Del resto i testa-coda della Lega erano celebri e così la sua natura camaleontica.
Ai tempo io dividevo il mio impegno lavorativo tra il giornale e Blob. Su Bossi e sulla Lega realizzammo, io, Marco Giusti e Alberto Piccinini, una lunga, strepitosa puntata speciale che mi auguro possa essere rimandata in onda.
Un ricordo personale: il 25 aprile 1994, trentadue anni fa (cazzo, quanto tempo). Il centrodestra aveva vinto le elezioni da poche settimane. Era nato il primo governo Berlusconi con dentro Forza Italia, la Lega, An, Ccd (quelli di Casini e Mastella, in seguito si aggiunse quel voltagabbana di Buttiglione).
Per la ricorrenza del 25 aprile il Manifesto lanciò la parola d’ordine “tutti a Milano”. Perciò tutti andammo a Milano e il corteo fu enorme, nonostante il tempo infame. Pioveva a dirotto. La Lega, anzi Umberto Bossi, annuncio’ che loro ci sarebbero stati perché l’antifascismo era anche cosa loro. A un certo punto, su Corso Buenos Aires, i leghisti entrarono nel corteo, protetti da dei cordoni di sicurezza. In mezxo c’era lui, Bossi. Fu una bolgia. Io mi ero portato dietro una piccola telecamera prestatami da Marco Giusti e riuscii a infilarmi in mezzo ai leghisti. Mi piazzai con la telecamera a un .metro e mezzo da Bossi, praticamente con l’obiettivo davanti alla sua faccia. Tutto intorno la gente inveiva, cercava di sfondare il cordone – ricordo lo slogan “con i fascisti mai!”. La scena era molto “agitata”. Io riuscii a restare attaccato, con la telecamerina accesa per tutta la durata della permanenza (i leghisti se ne andarono prima di arrivare a piazza del Duomo). Ero certo di avere girato delle immagini eccezionali. Ma pioveva troppo, la telecamera era stata danneggiata dall’acqua (la ricomprai a Marco) le immagini erano andate perdute. Fine dello scoop e della carriera di un improvvisato operatore, meglio i testi scritti.
La Lega in quegli anni era quella roba lì, aveva dentro i suoi veleni ma Bossi e i suoi (Maroni, Leoni e altri) erano capaci di neutralizzarli e tenerli a bada. Dopo, Salvini si incarico’ di riportarli tutti a galla, come accade con certi batteri rimasti inerti ma ancora vivi.
Quando in una celebre intervista D’Alema disse che Lega era “una costola del movimento operaio ” molti storsero la bocca. Invece aveva ragione lui, bastava farsi un giro per le fabbriche e i paesi del Nord-Est per capire dove stava andando il voto degli operai che fin lì avevano votato Pci (o Dc nelle province più “bianche”). Un salutare bagno di umiltà.
P S. Nella Raitre in cui allora lavoravo penso meritino menzione speciale le trasmissioni di Gad Lerner, “Profondo Nord” e ‘Milano, Italia”. Il capostruttura era il grande Giovanni Tantillo, cui ho voluto molto bene.
MIO COMMENTO
Ennio Abate
Ennio Abate
“La Lega era reazionaria? Lo era. Era una forza popolare? Certo che sì. Aveva al suo interno i geni del razzismo? Lo confermo” (Freeman)
E che lezione trarne ancora oggi? Invece di rispolverare ricordi personali del 25 aprile 1994, apprezzare “Bossi e i suoi (Maroni, Leoni e altri)” perché tenevano a bada i “suoi veleni” o dar ragione a D’Alema che sentiva la Lega “una costola del movimento operaio” (o del suo PCI?), mi aspetterei una critica a Bossi pioniere del razzismo italico che poi ha sfondato e non un apprezzamento per “un salutare bagno d’umiltà” della ex sinistra del tempo.

“Ci capivamo tutti. “Terrone”, l’insulto principe per i meridionali, era uguale in tutte le lingue. Perfino in bresciano e in bergamasco, che erano proprio altre lingue. Perfino in tutto il Veneto. Giù, anche nell’Emilia rossa. Quelli del sud avevano lo stesso nome. Inutile nascondersi e addolcire la realtà: la chiave profonda di quell’intuizione, la base primordiale, è il razzismo antimeridionale.” (Tondelli)
E allora che “essere umano” è stato costui? Ed è davvero “il passato remoto di un tempo che non tornerà, e che ci mancherà” se quel suo razzismo antimeridionale si è espanso e ormai si confonde con quello europeo o trumpiano contro gli immigrati d’oggi che sono trattati peggio dei “terroni” di ieri?