di Samizdat
Quando ancora esisteva una prospettiva comunista, Lenin definì l’estremismo (parolaio o nei fatti) “malattia infantile del comunismo”. Oggi, in tempi così mutati, quella di molti agguerriti commentatori dei fatti tragici e tremendi che stanno accadendo a Gaza o in Iran o in altre parti del mondo – (in Appendice ho scelto un esempio) – a me pare una “malattia senile”. E non del comunismo, che – l’ho detto e lo ripeto – è finito “nel buio”, ma di noi che sopravviviamo incazzati nel decrepito Occidente mostruosamente guerrafondaio.
Questa malattia si manifesta come “indignazione specializzata”. Vengono denunciate sistematicamente e in modi enfatici le malefatte (di Meloni, di Netanyahu, ecc.), il silenzio e la “indignazione selettiva” delle “istituzioni, Presidente della Repubblica compreso”, l’impotenza degli ““eroici” oppositori del melonismo”, ma una sorta di cecità cala sulla impotenza di queste denunce.
E allora chiedo: cosa serve continuare a gridare al lupo, al lupo, mentre il lupo o i lupi impazzano indisturbati? Come si fa a continuare imperterriti ad esaltare e a riproporre quasi fossero mosse politiche decisive le spontanee ma comunque politicamente miopi manifestazioni in piazza: per Gaza o “No Kings”? O riproporre l’azione simbolica della Flotilla?
E’ evidente che non fermano né i genocidi né le guerre. E’ evidente che non smuovono gli indifferenti (reali o supposti). E allora? E allora c’è bisogno di non consolarsi con l’indignazione o improvvisando false soluzioni. Ci proponi l’inerzia, la disperazione? No, di ragionare sulla realtà per capire come cambiarla. «Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere».
APPENDICE
Questa apoteosi bipartisan dell’ipocrisia ci ricorda una verità spaventosa: non usciremo da questa terribile crisi mondiale se non attivandoci in prima persona, con anima e corpo, come abbiamo fatto mesi fa quando milioni di persone nelle piazze italiane hanno pacificamente bloccato il paese dimostrando che il popolo unito e attivo detiene un potere superiore a quello delle armi e degli eserciti. È questa l’unica via, con buona pace di chi ama delegare per continuare a pensare esclusivamente ai fatti suoi, e la prossima ripartenza della Flotilla per Gaza sarà un banco di prova per l’umanità intera che non possiamo permetterci nè di ignorare nè di fallire.

Continuo Ennio
a non capire la tua critica a chi oltre che alla analisi fa delle proposte fattibili, per quanto non risolutive, che chiamano in gioco la responsabilità personale piuttosto che la delega ai partiti.
Proponi “di ragionare sulla realtà per capire come cambiarla”: ma Alessandro Ferretti lo fa. Il suo peccato sarebbe proporre di contribuire alle uniche manifestazioni reali di dissenso radicale possibili oggi. Manifestazioni che ritieni “politicamente miopi”.
E se ti dicessi che erano politicamente miopi e di certo non risolutive anche le manifestazioni degli anni Sessanta, che avreste dovuto fermarvi a ragionare, cosa mi risponderesti? Che ragionavate, suppongo (forse fin troppo). E forse che allora era più fattibile incidere nella società, nella politica – anche se non è bastato.
Il punto è che, rispetto ad allora, oltre allo scollamento tra elite e cittadinanza, oltre alla disgregazione sociale che ha reso quasi impossibile trovare posti di ritrovo come erano i vecchi partiti e movimenti tradizionali, oggi sono cambiati gli spazi, le persone, i mezzi (e i punti di riferimento) con cui oggi si cerca di ragionare. E’ tutto disgregato. Renato Curcio, quando lo vidi al Centro Vittoria due anni fa cosa proponeva? Ammetteva che non c’era nessuna prospettiva di cambiamento e consigliava un ritorno al passato, alla comunità, a piccoli gruppi di amici/conoscenti che si incontrano e parlano, “ragionano”. Un ritorno all’umano, al posto del digitale. Non è una proposta disprezzabile, per quanto difficile.
Ma perché questo dovrebbe escludere mezzi come i social, senza i quali non si
potrebbero organizzare le manifestazioni? Confrontarsi sui social con chiunque e “agire per strada”, per quel poco che si può fare, ha una caratteristica complementare a quella dei piccoli gruppi che parlano di persona (nei quali sono stato fino quasi ai miei 30 anni): evita di farci vivere dentro una bolla separata dalla realtà, dalla storia.
…certo che l’indignazione individuale, collettiva, dei movimenti, della flotilla…che comunque nasce da ragionamenti e scelte, appare ora, soprattutto quella selettiva e a buon mercato dei governi, del tutto ininfluente a cambiare una situazione politica mondiale degenerata e criminale…come una formicuzza che tenta di far solletico ad un elefante! Tuttavia, secondo me, occorre intensificare il ragionamento ma anche lasciare spazio ad un’azione magari maldestra, disordinata, che non può oggi essere altrimenti, ma conterà nei tempi lunghi…è evidentemente agli sgoccioli questa nostra inciviltà liberale capitalistica, e proprio i movimenti giovanili e intergenerazionali, come le piccole comunità, che cercano approcci esistenziali e di pensiero diversi, potranno nel tempo fare la differenza…quando quasi tutto sarà incenerito, temo…Si prospetta come una rivoluzione lenta e disseminata di vittime. Spero che vinca l’umano
@ Galbiati
PER PUNTI
1. Fermarsi alle “proposte fattibili” significa (spesso) rinunciare al pensiero critico che ti dice: vedi che non sono efficaci.
2. Va bene appellarsi alla “responsabilità personale”. (Intendo: rivolgersi al singolo, all’individuo). Ma non è che automaticamente gli attuali “individui” siano più responsabili degli attuali partiti.
3. Non condanno né disprezzo le “uniche manifestazioni reali di dissenso radicale possibili oggi” proposte da Ferretti o da altri. Esse avvengono, indipendentemente da chi le commenta, e rispondono a bisogni reali ma embrionali, non meditati. Non si può non sottolineare la – evidente a tutti, anche a quelli che vi partecipano criticamente – loro inefficacia. E, dunque, anche quando raccolgono moltissimi partecipanti, indignati o coraggiosi (come quelli della Flotilla), restano accompagnamento dei fatti tragici, lamento sulle vittime, grida di dolore più o meno sincere, invettiva o denuncia impotente dei macellai, i quali continuano ad ammazzare, legiferare, competere tra loro. (Penso, in proposito, alle denunce di Bartolomé de Las Casas, che accompagnarono, ma non fermarono lo sterminio che i conquistadores fecero degli indios).
4. Per questo considero le manifestazioni contro la guerra “politicamente miopi”. I loro promotori – (e non parlo della massa dei partecipanti che si muovono su spinte difficili da decifrare) – non si interrogano mai su questa inefficacia evidente, su questo limite di fondo (più che “peccato”) delle loro manifestazioni di protesta.
5. Si potrebbe fare altro? Sì, innanzitutto riflettere di più. Invece di esaltare questo attivismo immediato, reattivo, ma senza prospettiva. Si potrebbe, ad esempio, fare un confronto col passato, con la storia del sindacalismo operaio; e ripensare sia il valore – per me alto – della critica che fece Lenin al “tradunionismo” e – perché no – sia la sua ipotesi di partito.
6. Non è detto che riflettere di più sia di sicuro più efficace di queste manifestazioni. O che porti a progettare una organizzazione della protesta contro le guerre o il sistema che le produce più efficace. Ma si eviterebbe il diffuso velleitarismo o l’illusione che il potere ben organizzato degli assassini possa essere man mano svuotato da una crescita progressiva e alla fine vincente delle manifestazioni pacifiche (e pacifiste).
7. ” E se ti dicessi che erano politicamente miopi e di certo non risolutive anche le manifestazioni degli anni Sessanta, che avreste dovuto fermarvi a ragionare, cosa mi risponderesti?”
Ho già risposto indirettamente e approfonditamente (Cfr. https://www.poliscritture.it/2025/05/26/compianto-sul-sessantotto/; https://www.poliscritture.it/2025/09/21/speranza-e-violenza/)
8. Tutti gli sforzi dei militanti degli anni Settanta di costruire un partito (di nuova sinistra o rivoluzionario) furono anch’essi inefficaci. Ebbero, però, il grande merito di porsi il problema del legame da costruire tra “spontaneità” dei movimenti e organizzazione (o partito). E lo approfondirono in modi ancora oggi validi (Vedi Fachinelli e/o Fortini, 1,2,3 qui su Poliscritture). Oggi una riflessione di quel tipo manca; e non se ne vede traccia negli influencer politici che scrivono sui social.
9. Certo che la situazione di oggi è mutata rispetto ad allora (anni Settanta); e non c’è prospettiva di cambiamento ma al massimo di resistenza. Quindi, io pure sono per una seria riflessione in piccoli gruppi – (te lo proposi invano qualche anno fa durante un nostro incontro in un bar di Cologno)-, ma dopo che i possibili partecipanti abbiano precisato alcuni temi importanti e condivisi su cui riflettere. E, comunque, accettando di distanziarsi da questo attivismo, che – come ho detto – mi sembra cieco, ripetitivo e a volte a caccia di banali gratificazioni personali.
Ennio,
il tuo discorso ruota intorno a due considerazioni:
1) Le manifestazioni come No Kings o la Flotilla o altre manifestazioni pacifiche/pacifiste sono inefficaci
2) Chi le sostiene riflette poco e tende a illudersi, sennò si renderebbe conto di questa inefficacia.
Io non vedo questa tendenza a meditare poco o ad aspettarsi da quelle manifestazioni risultati maggiori di quelli realizzati. A me sembra che oggi, rispetto agli Sessanta/Settanta, ci sia molta meno tendenza a illudersi, a credere che dei cambiamenti importanti siano a portata di mano (figuriamoci il credere alle rivoluzioni). I motivi sono tanti, sarebbe lungo ragionarci sopra.
Può essere però che tu invece veda tanti illusi che si entusiasmano per un nonnulla, ossia che abbiamo percezioni diverse.
Il punto è capire cosa significa essere EFFICACE. Sia dal punto di vista assoluto che relativo.
Efficace innanzi tutto è una azione capace di conseguire il risultato che si prefigge.
In questo senso, la Flotilla è stata inefficace o ha raggiunto gli obiettivi che si era prefissata? Bisogna capire quali erano questi obiettivi. Di certo non erano quelli di fermare il genocidio di Gaza. Io tendo a credere che gli organizzatori abbiano raggiunto quel che volevano, quanto meno il minimo che si erano prefissati. Il massimo forse no, perché la mobilitazione dei portuali è gradualmente rientrata con la fine della Flotilla. E io su quello ho espresso subito dei dubbi, nel senso che i portuali di Genova avevano fatto dichiarazioni troppo roboanti, ambiziose, forse troppo propagandistiche – il fermare le navi per Israele, in sostanza. Ma quelle dichiarazioni non dipendevano dagli organizzatori della Flotilla.
Semplificando molto, in riferimento a Israele si può dire che il consenso occidentale è dovuto a un grande lavoro lobbistico in campo politico e mediatico, che determina il discorso pubblico, per cui i gruppi che vorrebbero invertire il discorso pubblico portandolo dal consenso al dissenso, fino a toccare i temi del boicottaggio e delle sanzioni verso Israele, devono escogitare (supplendo alla carenza di mezzi e di potere economico) delle iniziative che occupino lo spazio mediatico in modo tale da dimostrare, o quanto meno da far dubitare, della veridicità del discorso pubblico oggi egemone. Sotto questo aspetto io credo che molte delle iniziative fatte siano state relativamente efficaci perché è cresciuto sempre più, in tutto l’Occidente, lo scarto tra la politica delle classi dirigenti e la percezione popolare. E’ cambiata insomma la percezione verso Israele, verso i palestinesi, verso l’Unione europea. Negli Stati Uniti, molti ebrei hanno cambiato opinione sul sionismo.
Se invece pensiamo all’efficacia come al risultato di far fermare i massacri, siamo lontani. Ma quando nella storia è successo un movimento politico dal basso che ha fatto cambiare radicalmente la linea politica del proprio governo? Le manifestazioni di piazza degli anni Settanta sono state efficaci in tal senso? Non saprei dire.
Sul fatto di avermi proposto invano una riflessione in piccoli gruppi, qual è il motivo di quell'”invano”? Essendo stato sempre propositivo nei tuoi confronti, suppongo che sia stato tu a giudicare impossibile la riflessione per troppa diversità di vedute, visto che precisi che ci debbono essere “temi importanti e condivisi su cui riflettere”.
@ Galbiati
ANCORA PER PUNTI
1.
Non accetto la rimozione dei rapporti di forza dalla riflessione politica e la conseguente rinuncia a pensare, sì, ai “cambiamenti importanti” o – guarda un po’ – alle rivoluzioni.
2.
Non m’interessa definire in astratto il concetto di ‘efficacia’. Considero efficaci parole politiche e fatti misurabili dalla gente comune; e che mutano i rapporti di forza tra dominatori e dominati. Un esempio ancora valido? La rivoluzione russa che fermò la guerra inserendosi – con efficacia, appunto, – nel conflitto interimperialistico d’inizio Novecento.
3.
Trovo coraggiosa ma solo simbolicamente efficace l’azione della Flotilla ( e quella di alcuni portuali). Perché “si prefigge” in partenza solo un’azione che non può mutare i rapporti di forza tra palestinesi (e in genere i dominati) e israeliani (e in genere i dominatori) né sgretolare il “grande lavoro lobbistico[israeliano e non solo] in campo politico e mediatico, che determina il discorso pubblico”.
4.
Piccoli gruppi. Fondamentale è il tema condiviso della riflessione. Per me potrebbe essere: nostalgia delle rivoluzioni (dei dominati) e di un pensiero radicale capace di uscire dall’ideologia che oggi domina e le ha ricacciate nel buio. (Il piccolo gruppo di ricerca da costruire non può essere fatto da due persone che non condividono neppure il tema della ricerca).
APPENDICE
Quasi a fagiolo (dalla pagina FB di Doriano Fasoli)
In certe occasioni, di fronte agli eventi, noi sappiamo di dover rifiutare. Il rifiuto è assoluto, categorico. Non si discute, né sente ragioni. Anche quando, se occorre, si palesa solitario e senza parole alla luce del sole. Gli uomini che rifiutano, legati dalla forza del rifiuto, sanno di non essere ancora insieme. Il tempo dell’affermazione comune, per l’appunto, gli è stato tolto. Ciò che gli resta è il rifiuto irriducibile, l’amicizia di questo No sicuro, irremovibile, rigoroso, che li rende uniti e solidali.
Il movimento del rifiutare è raro e difficile, benché costante e uguale in ciascuno di noi dal momento in cui lo facciamo nostro. Perché difficile? Perché ci occorre rifiutare non solo il peggio, ma anche una parvenza di ragione, una soluzione che ci dicono felice e addirittura insperata. […]
Ciò che rifiutiamo non è senza valore, né senza importanza. È proprio per questo che il rifiuto è necessario. C’è una ragione che non accetteremo più, c’è un’apparenza di saggezza che ci fa orrore, c’è un’offerta di accordo e di conciliazione che non ascolteremo. Si è prodotta una rottura. Siamo stati condotti a questa franchezza che non tollera più la complicità.
Quando noi rifiutiamo, lo facciamo attraverso un movimento senza disprezzo, senza esaltazione e, per quanto è possibile, anonimo, perché il potere di rifiutare non si compie con noi stessi, né soltanto in nostro nome, ma a partire da un inizio assai semplice che appartiene innanzi tutto a chi non può parlare. Oggi si dirà che rifiutare è facile, che l’esercizio di questo potere comporta pochi rischi. È senza dubbio vero per la maggior parte di noi. Eppure, io credo che rifiutare non è mai facile, che noi dobbiamo imparare a rifiutare e a mantenere integro, con il rigore del pensiero e la modestia dell’espressione, quel potere di rifiuto che ormai dovrà essere verificato da ogni nostra affermazione.
Maurice Blanchot (Le refus, nota pubblicata originariamente sulla rivista “Le 14 juillet” [n. 2, 1958] e ora inclusa in: M. Blanchot, Écrits politiques, Lignes/Éditions Léo Scheer, Paris 2003, pp. 11-12).
Ennio,
quindi seguendo il tuo ragionamento in Italia tutto il movimento di sinistra post-liberazione, compreso quello degli anni Sessanta-Settanta è stato inefficace, visto che non ha prodotto “cambiamenti importanti” o “rivoluzioni” o comunque “mutamento dei rapporti di forza tra dominati e dominanti”.
E torni a riproporre come esempio la rivoluzione leninista che era già modello negli anni Sessanta-Settanta – e sappiamo che non si è realizzata.
Per quanto riguarda il tema della discussione, io non credo di avere un approccio meno radicale del tuo, il problema è che dissentiamo non solo sulla praticabilità odierna di una rivoluzione come quella leninista, ma prima ancora sul giudizio storico da darle sia in senso marxista sia in termini assoluti.
Io infatti propendo a pensare che la mancanza di una riflessione fertile sulla sconfitta o fallimento dei tentativi di comunismo post 1945 dipenda in gran parte del fatto che la maggior parte di chi si dichiara comunista ancora oggi non ha sottoposto l’esperienza leninista a critica sostanziale.
@ Galbiati
Sì, dissentiamo.