Pubblico la Presentazione, l’Avvertenza e uno stralcio dia “Rosa. Una storia” dell’ultimo libro appena uscito di Velio Abati [E.A.]
di Velio Abati
Due parole a chi legge
Per quanto la scrittura ammicchi a un oltre e persino a un sempre – come se diversamente dalla parola orale il supporto materiale che la regge e la lingua che la sostanzia non dovessero mai scomparire -, si scrive sempre in situazione. Anche le scritture più fantastiche, anche le pretese più orfiche, benché non lo sappiano o fingano di non saperlo, sono costrette a incontrare qui il limite-trampolino dei loro voli. Fatto noto per il materialista. Che poi lo scritto (ma perché non anche il detto?) non rimanga chiuso nella circostanza da cui origina, ossia riesca a giungere alla verità di questa in modo tanto intimo da attingere – senza smarrire quelle particolarità in una melassa che nulla più dice – alle verità antropologiche, cosicché possa rendersi disponibile alle risignificazioni future dipende dalla qualità sua, non dalle circostanze.
Tale caratteristica è forse più incombente nel teatro. Certo, tra le opere letterarie, è quello in cui più stretto è il legame con il destinatario, perché gli è intrinseca la messa in relazione diretta e collettiva con il fruitore: è una finzione che può avvenire solo in un’azione reale; non gioca su questa coincidentia oppositorum la geniale intuizione dei Sei personaggi in cerca di autore?
I sei testi qui raccolti, in quanto scritti, come specificato in Avvertenza, in un intervallo piuttosto ampio, portano su di loro i segni del variare delle circostanze, ivi comprese, naturalmente, quelle che concernono chi scrive. Tuttavia, sotto le evidenti differenze su vari loro aspetti e registri, rivendico il medesimo appello al fruitore da cui prendono vita, la mossa, resa urgente dalla ferita dello stato di cose, di sollecitare gli spettatori a uno snebbiamento che reclami l’impazienza di chi non ha tempo da perdere con le finzioni.
C’è poi un altro motivo comune, attinente alla natura, o se si preferisce alla valutazione storica, delle circostanze. Un passaggio, persino esplicito, della Nota scritta nel 2013 in accompagnamento a Una sera di primavera, già indicava la crisi del lungo periodo neoliberista, con cui il capitale ha sancito la sua vittoria contro le conquiste ottenute dai propri nemici di classe nei Trenta gloriosi successivi alla Seconda guerra mondiale. “Crisi”, beninteso, non nel senso di fine del capitalismo che, anzi, com’è ora sotto gli occhi di tutti, è quanto mai privo di avversari credibili, ma nel significato più ampio, venuto sempre più in chiaro in questo torno d’anni e addirittura di mesi, dello scrollarsi di dosso i lacci e lacciuoli, anche ideologici, che era stato costretto dalle forze anticapitaliste ad accollarsi. Voglio dire che sebbene le minacce e gli orrori più nefandi contro l’uomo, le distruzioni in buona parte irreparabili della Terra, le falsificazioni più iperboliche e insopportabili dei padroni del mondo siano oggi in piena luce e forsennato sviluppo, anche i testi qui più antichi ne avvertivano già i colpi e la natura, se non il grado. Di tutto questo i sei testi sono la cronaca.
Sotto la furia di genocidî, podere Tonale, gennaio 2026
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Avvertenza
Una sera di primavera è stata rappresentata il 15 maggio 2014, fuori concorso, nella XVII Rassegna provinciale Teatro della scuola, dalla classe V B del Liceo “Rosmini” con la regia di Daniela Marretti del Teatro Studio di Grosseto, ricevendone la menzione speciale della Giuria. È uscito su “Poliscritture”, n. 10, dicembre 2013. [scricabile gratis qui]
L’ultimo giorno di vacanza è stato pubblicato in “La Maremma Rivista”, numero 0, aprile 2012.
Il regista Mario Fraschetti nel 2023 ne ha diretto un podcast in una versione rivista e ampliata.
La guerra d’Argo è stata rappresentata il 5 e il 12 settembre 2020 ai Colloqui del Tonale, regia e adattamento di Lorenzo Scribani, musiche di Francesco Salvador, cantante Amanda Gentini.
Dell’Assassinio Lorenzo Scribani ha curato un reading ai Colloqui del Tonale, 11 settembre 2023.
Antigone vive e Rosa. Una storia, ultimi scritti, inediti, non sono mai stati rappresentati; i testi editi sono qui raccolti in nuove versioni riviste.
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Stralcio da “Rosa. Una storia”
Personaggi
Rosa, la bisnonna
Franca, la nipote di secondo grado
Rosa Il bucato, eh? Parlo del bucato.
Franca Non capisco.
Rosa I lenzuoli! Si cambiavano una volta al mese.
Franca Ma come facevate, senza la lavatrice?
Rosa Eh, figlia mia, è stato strano anche per me, sai, quando quaggiù ci siamo comprati la lavatrice che ero già quasi nonna. Non ci volevo credere, che quella scatoletta di ferro lavasse davvero.
Era faticoso, ma d’inverno era anche peggio. Prima di tutto si portavano i lenzuoli al fosso. Gli uomini ci avevano fatto una buca, pulita dalla ghiaia e dalla rena, poi avevano sistemato alla proda due lastre di sasso, una più larga pelle donne, ma ci veniva quasi sempre la pora zia Ottavia e una più piccina per me. Si lavavano col pezzo di sapone fatto da noi donne quando s’ammazzava il maiale. La Pellegrina era troppo lontano, bisognava pigliare il somaro. Una volta a casa, i lenzuoli ancora bagnati si assettavano dentro una conca di coccio. Quando era quasi piena, ci si stendeva sopra una balla. Era diventata bianca anche lei, dalle lavate. Sopra a questa, la cenere, quella bellina, capata dai pezzetti di carbone, eh?, sennò addio bucato! Appena l’acqua della caldaia, che si teneva sempre sul fuoco, principiava a essere tiepida, s’iniziava a versarla dentro la conca con un ramaiolo. Mi raccomando, diceva la zia Ottavia, che non sia troppo calda, sennò incoce i lenzuoli e, addio!, non vengono più, si rovinano. Via via che dalla cannellina della conca l’acqua usciva dentro un tegame, si ripigliava e si rivuotava nella caldaia. Così più volte, intanto che l’acqua diventava piano piano sempre più calda. Quando da ultimo bolliva, usciva un ranno bello grigio, profumato. Ci si lavava anche i tegami che colle lavature normali non erano venuti bene, i pitali da notte e così via. Vedessi come li faceva diventare lustri!
Franca Ci voleva tutto il giorno!
Rosa Ma poi bisognava riportali al fosso, pe’ sciacquarli perbene.
Franca E i vestiti?
Rosa Tutto il resto una volta la settimana. Però si doveva capare i panni bianchi, le fasce dei citti e le pezzole del mestruo di noi donne. Questi si lavavano in casa, poi gli si faceva il bucato. Lo stesso colle camiciole di lana di grandi e piccini, che però avevano bisogno di un bucato coll’acqua solo tiepida, sennò infiltrivano. I panni di colore si portavano al fosso, dove si drusciavano bene a forza di spazzola finché non venivano. E d’inverno, se il viaggio era più corto e si poteva lasciare il somaro agli altri, perché il fosso del nostro podere tirava, nella stagione più fredda, a volte, gelava. Così la pora zia Ottavia pienava un pentolino d’acqua bollente per portarcela dietro. Quando i diti non si sentivano più e il sapone ti cascava di mano, ci s’infilavano dentro. Che brulichio!

Mi piace segnalare che l’atto unico di cui Poliscritture offre un’anticipazione, “Rosa. Una storia”, è stato messo in scena nei Colloqui del Tonale, appena il volume era uscito, da Daniela Marretti e Rossella Crisà, della Compagnia del Teatro Studio di Grosseto. La registrazione è ora interamente fruibile a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=RCZDLZ5nnnc
Non conoscevo i lavori teatrali di Velio Abati che per me sono una vera sorpresa. A questo proposito vorrei intervenire brevemente su di un testo compreso nella raccolta che più di altri ha attratto la mia attenzione. Parlo di “La guerra d’Argo”, pièce centrale della raccolta, sia per collocazione nel libro che per “tematica” propria. Un testo ambientato nella Grecia antica che si propone come una vasta allegoria della Grecia presente, una “cronaca”, come l’autore chiama i suoi testi, che ci racconta il dramma vissuto dal popolo greco nel 2015, periodo in cui era primo ministro Alexis Tsipras del partito di Syriza (nel testo Demòtide, “demiugo di Argo”) e ministro dell’economia Yanis Varoufakis (Kallistòs nella pièce, “consigliere di Demòtide”).
Una calibrata ricostruzione allegorica e riproposizione in chiave di pièce teatrale di quei mesi febbrili e dolorosi che hanno visto la cosidetta Troika europea (la BCE all’epoca guidata da Mario Dragni, la Commissione Europea e il Fondo Monetario Internazionale) porre durissime condizioni al paese per il rientro del debito greco, minacciando la Grecia (nella pièce identificata con Argo) di costringerla a uscire dalla “dracma” e ricattandola con lo spettro del default, ivi compresa l’impossibilità da parte di Argo-Grecia di chiedere ulteriori prestiti all’Unione Ellenica (nel testo, e UE nella realtà storica).
Vorrei concludere queste considerazioni sparse con una citazione che sintetizza con chiarezza la doppia scagura che Argo (ossia la Grecia del 2015) s’è trovata davanti: “Due sono di fronte ad Argo le sciagure, l’agonia irreversibile per il cappio del debito, o lo strappo violento del fallimento e l’uscita dall’Unione” (p. 98). E come sappiamo, l’agonia della Grecia per il cappio del debito a tutt’oggi dura.
SEGNALAZIONE
Su”La guerra d’Argo” di Velio Abati (Trieste, Asterios, 2026)
di Massimo Parizzi
https://www.facebook.com/massimo.parizzi.5/posts/pfbid0o95mDuMAxHZYgcYXbWaPZn2uN9pr9azAgaLy8Y24EW8qCJ4caUyawUg87ngAiRERl?locale=it_IT