Nel buio anche tu come il (nostro) comunismo

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Da oggi il nostro direttore Romano Luperini non è più con noi.
Il nostro dolore è profondo.
Il nostro pensiero va immediatamente ai suoi cari, cui ci stringiamo. Maestro, compagno di strada, amico, in questi anni Romano Luperini ha guidato il nostro blog e la nostra piccola comunità con autorevolezza sempre discreta. Il bilancio di quanto abbia lasciato al mondo della critica letteraria e a quello della scuola italiana sarà enorme. Vi contribuiremo anche noi, quando il tempo del lutto e del silenzio sarà passato.
Grazie per tutto quello che hai fatto e rappresentato per noi.

Addio Romano.

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Apprendo da LA LETTERATURA E NOI la notizia della morte di Romano Luperini. Non scriverò un necrologio. Non dirò del mio rapporto con lui. Fratello amaro e  sempre più a distanza, lo piango e lo onoro continuando a dissentire. Come ho fatto di recente dopo la lettura de IL SESSANTOTTO E NOI (qui). Come feci nel 1999 dopo quella del suo ” Essere comunisti oggi” (Vedi  Appendice e Nota mia qui sotto). [E. A.]

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APPENDICE

Romano Luperini (1999)

OGGI

  1. Una serie di parole (“comunità”, “fraternità”, “uguaglianza”) stanno scomparendodall’uso a vantaggio di altre, opposte (“competizione”, “potere”, “differenza”). Tutt’al più possono essere proferite solo con pudore e quasi con vergogna, oin falsetto. Fra queste, la parola “comunismo”.
  1. Il Novecento si è aperto nella coscienza della relativitào della falsità dei valori universali. Dopo Marx, anche Nietzsche e Freud ne hanno mostrato il carattere parziale e strumentale. Le avanguardie primonovecentesche – politiche e artistiche – sono partite da qui. Anche nel primo Lenin o nel giovane Gramsci l’aspetto critico-negativo è nettamente prevalente su quello ri-costruttivo. Ma, a partire dagli anni Venti, sia la rivoluzione che la reazione hanno avuto bisogno di nuovi valori assoluti. Del pensiero di Marx è stata ripresa non la carica critica ma l’ottimismo progettuale, mentre dallo storicismo e dal positivismo è stata recuperata l’idea di un progresso lineare. L’errore di Marx, enfatizzato dai teorici della III Internazionale, è stato di credere che l’uomo possa uscire dai propri condizionamenti biologici e temporali per tendere a un progresso senza limiti in nome del quale sacrificare il particolare. L’assolutezza astratta dell’universale, identificato nel partitoe nella scienzadel proletariato in esso incarnata, è stata eretta contro la concretezza del particolare, dell’uomo qui e ora. La Verità esisteva di nuovo, ed era garantita dal senso della storia, quale era compreso e indicato dal partito. Si è dimenticato che il comunismo intende solo gestire, in modo comunitario e a livello planetario, la conoscenza dei limiti della condizione umana, della sua materiale particolarità.
  1. Fra anni Venti e anni Sessanta il comunismo è diventato valore assoluto, tanto più astratto e irreale quanto più distante dalla realtà della sua presunta attualizzazione nei diversi modelli “socialisti” di capitalismo di stato. Il comunismo è stato in questo periodo l’utopia di milioni di militanti e la “falsa coscienza” di Stati nazionali, che in suo nome erano autoritari all’interno e imperialisti all’esterno. Quando la distanza fra ideologia e realtà è esplosa drammaticamente, il cosiddetto comunismo realizzato è crollato di colpo, travolgendo non solo la realtà, ma il valore concettuale del termine. Il comunismo è stato sentito come una retorica. E la parola “comunismo” è diventata impronunciabile, come la parola “amore” dopo le Telenovelas.Ma la crisi del comunismo ha coinciso di fatto con quella di ogni valore possibile. La fine del comunismo ha comportato l’annientamento di ogni futuro e l’idea di un eterno presente da cui sarebbe impossibile e assurdo, perché controproducente, cercare di uscire. Non solo è venuto meno l’assoluto o l’universale; è tramontata anche qualsiasi prospettiva capace di unire le particolarità, di superare la mera volontà di potenza e l’egoismo disfrenato dei singoli e di dare senso alla vita. La caduta di ogni alternativa ha posto l’uomo di fronte alla nuda realtà del capitale, alla sua sostanziale amoralità e indifferenza etica. Il neoliberalismo, che mira a distruggere, in nome del mercato, tutte le solidarietà sociali e, con esse, qualsiasi entità collettiva e comunitaria (dallo Stato alla famiglia, dalla scuola pubblica alla vita di paese o di quartiere), è l’ideologia del postcomunismo. Ma essa non può neppure spiegare ai giovani perché non si debbono gettare i sassi dal cavalcavia.
  1. Alla fine del Novecento siano tornati dunquealla stessa situazione dell’inizio del secolo, con in più la coscienza dei terribili errori commessi. Di nuovo il problema è: come fondare, dopo la caduta dell’assoluto e dell’universale, valori laici e relativi e tuttavia capaci di unificare il genere umano? Come dare senso e significato alla vita? La religione cattolica – che ha così larga presa sui giovani in Italia e in Francia -, ma anche le varie sette religiose e l’enorme diffusione del pensiero magico in tutto l’Occidente (dai predicatori televisivi americani ai maghi e agli indovini di paese in Italia) costituiscono una risposta all’essenza di significati dilagata nell’epoca del postcomunismo. Ma ripristinando assolutezze dogmatiche e irrazionalismi alimentari dallo stesso carattere magico e allucinatorio della società dello spettacolo e della televisione. Non si può dare senso alla vita se non ricostituendone una prospettiva di futuro e di trasformazione; se non ritornando a riflettere sulle ragioni prime dei valori, sul loro carattere pragmatico, parziale e caduco ma necessario, sul riferimento che essi comunque postulano all’unità del genere umano – e sulla distanza attuale (moderna e postmoderna) fra termini e cose, fra linguaggio e realtà, che esige di tornare alle origini stesse delle parole, da “amore” a “comunismo”. la prima rivoluzione, qui in Occidente, o sarà culturale, o non sarà. Comunismo ha la stessa etimologia di “comunità” o di “comune”. Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dai libri, neppure da quelli della tradizione del marxismo, ma dalle radici: quelle delle parole e quelle dell’essere in quanto essere sociale. Forse solo così è possibile rispondere alla domanda “Che cos’è il comunismo?” .

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II ESSERE COMUNISTI

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  1. Essere comunisti significa che esiste un’unica ontologia:quella dell’essere sociale. Non ci si salva da soli; l’essere umano o è sociale o non è.
  1. Il comunismo è la risposta a un bisogno di significatoche sia capace di unire e non dividere gli uomini. Il comunismo è dunque un valore, prima (assai prima) di essere un programma politico o economico. Oggi si tratta anzitutto di conoscere o di riconoscere tale valore.
  1. Il comunismo è un valore;come tale, non è dimostrabile. Scegliere il comunismo non è scegliere una certezza, ma una possibilità. Si tratta di una scelta a rischio, non garantita da nulla. Basata solo un’ipotesi razionale (l’ontologia dell’essere sociale) e su una necessità etica (è meglio ciò che unisce di ciò che divide).
  1. Il comunismo è consapevole dei limiti della specie umananell’universo, dei limiti di ogni valore e dunque anche di se stesso. Ma, se non sappiamo in assoluto cosa è il Bene, sappiamo tuttavia cosa è il meglio. In ogni circostanza è dato sapere ciò che libera e ciò che opprime.
  1. Il comunismo non si identifica oggi nel progetto di una organizzazione sociale ed economica. Qualsiasi definizione in tal senso appare allo stato attuale soltanto scolastica, dunque inutile. Il comunismo è un percorso, una tendenza, un movimento di liberazione. E’ tutto ciò che si muove per abolire lo stato presente delle cose (Marx). La lotta per il comunismo è il comunismo. “Essere comunisti significa essere in cammino” (Fortini).
  1. Essere comunisti significa credere che l’eguaglianza e la fratellanza degli uomini siano preferibili al dominio di una piccola parte sulla grande massa dell’umanità. Ciò comporta l’esigenza di rimuovere le cause materiali e politiche che sprofondano nella miseria, nella fame, nella non-libertà milioni di uomini. Essere comunisti significa assumere una prospettiva planetaria riguardante la specie umana nel suo complesso. Il pensatore o l’uomo politico che resti nella prospettiva di una nazione o dell’Occidente è solo un provinciale che collabora a un sopruso. Essere comunisti significa che non devono esserci più albanesi. Finche ci sarà un albanese (o un extracomunitario da respingere alle frontiere), ci sarà un comunista perché ci sarà bisogno di comunismo.
  1. Essere comunisti in Occidente significa sapere che,anche in Occidente, anche in Italia, vi sono gruppi di individui dotati di diseguali facoltà di gestire la propria vita, e cioè di gradi diversi di libertà economica, politica e culturale, e che tale diseguaglianza è un disvalore da combattere. Ma significa anche sapere di far parte di una società che condanna al genocidio intere popolazioni e quindi di essere responsabili della fame e della morte di milioni di persone. Essere comunisti significa perciò respingere la parte di noi stessi che, attivamente o passivamente, collabora all’affondamento degli albanesi.

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III Il COMUNISMO OGGI

  1. Il capitalismo celebra vittorioso la fine del secolo e del millennio.Non ha più ostacoli ne frontiere. E tuttavia fra i funzionari del capitale non c’è entusiasmo (come c’era per esempio, alla fine dell’Ottocento), ma malinconia, tristezza, assenza di prospettive ideali. Quando esisteva il nemico al di là della cortina di ferro, il capitalismo si autogiustificava con una serie di valori (non importa se strumentali) di cui oggi non ha più bisogno. Oggi, ridotto a una trama di nudi interessi, ha un unico valore che però non solo rende lecito ogni disvalore, ma lo fonda: il mercato, l’interesse dei singoli o dei piccoli gruppi di concorrenza reciproca. Di qui il trionfo incontrastato dell’ideologia liberista, ma senza più le illusioni e le prospettive ottimistiche di Adam Smith: è sotto gli occhi di tutti, ormai, che l’egoismo privato (o di piccoli gruppi o anche di alcune nazioni) non produce affatto il benessere generalizzato di tutti.
  1. In tale situazione il vero punto debole del capitalismoè la sua assoluta mancanza di legittimazione. Il capitalismo mondiale non è in grado di dare senso alla parola “comunità” o “società” può solo disgregare qualsiasi solidarietà, qualsiasi vincolo collettivo e pubblico. Non può dare risposta all’essere in quanto essere sociale.
  1. Qualsiasi identità si sta scolorando e perdendo:quella delle nazioni, delle classi, delle culture.Ogni comunità si spappola. Al posto della società di massa, la solitudine multipla ed eguale degli individui; al posto dei luoghi, i non-luoghi dove tutti s’incontrano e nessuno si conosce; al posto dell’esperienza vissuta, quella virtuale; al posto della democrazia, l’obbedienza “spontanea” e immateriale al comando televisivo e massmediologico. Manca un centro ideale, un riconoscimento collettivo, un valore unificante. In questa situazione rinascono i fondamentalismi, le sette, la valorizzazione delle etnie, delle tribù e dei localismi spesso ricreati artificialmente: la ricerca di un’identità nel passato dato che non è più possibile sperarla nel futuro.
  1. Riproporre la prospettiva del comunismo significa attaccare il capitale là dove rivela il massimo di debolezza: la sua incapacità di autolegittimazione, il suo sostanziale nichilismo; significa riproporre la ricerca del senso della vita contro l’insignificanza. Contro quanti dicono che il comunismo è finito, si può tranquillamente rispondere che il suo cammino coincide con quello stesso dell’umanità. Certo, ogni specie – anche quella umana – può estinguersi. Il comunismo non è dunque inevitabile. Ma, se il bisogno di senso qualifica la vita dell’uomo, il bisogno di comunismo continuerà ad accompagnarla.

 

NOTA MIA

Su di essi tu insisti anche in un documento intitolato Essere comunisti oggi . Il comunismo vi viene presentato come un valore e coincide in particolare con il valore della comunità. Tanti anche qui i miei dubbi. Telegraficamente in questa sede:

– Trovo troppo sbrigativo il giudizio sul “comunismo storico” ridotto a «valore assoluto», «utopia», «”falsa coscienza” di Stati nazionali»;

– In cosa si differenzierebbe il valore comunismo dagli altri valori? Sulla base di cosa (esperienza? concetto? soggettività del sentire?) gli uomini dovrebbero  ritenere che «è meglio ciò che unisce da ciò che divide»? In base ad un’ontologia? E allora non si ricadrebbe in una forma di assolutismo? Se il comunismo non è valore dimostrabile, in base a cosa può rendersi visibile? Non è più una certezza. Va bene. Ma perché è possibile?

– Questo comunismo valore «non si identifica con un progetto». Perché non ce ne sono di credibili oggi? Perché qualsiasi progetto sarebbe deleterio? Ma come non preoccuparsi del fatto che ad «abolire lo stato presente delle cose (Marx)» ci pensano più spesso  i processi di ristrutturazione capitalistica (le rivoluzioni dall’alto) che i processi di rivoluzioni dal basso. Non mi pare incoraggiante o consolante se oggi essere comunisti significhiSIGNIFICASSE  genericamente «essere in cammino» o «credere» («che l’eguaglianza e la fratellanza degli uomini siano preferibili al dominio di una piccola parte sulla grande massa dell’umanità ») o «preferire».  Su questo, a livello di idee e di auspici o desiderio, ci siamo come minimo dai tempi di Cristo (in teoria). E «l’esigenza di rimuovere le cause materiali e politiche, ecc….» restaRESTEREBBE ideale nobile, ma in aria, anche dopo Marx.

Il comunismo era stato pensato  non solo come prosecuzione ideale, ma inveramento umano reale del cristianesimo (alla Bloch). Tu lo vuoi ripensare solo nei  confini (limitati) dei valori «laici e relativi»? Ma il carattere «pragmatico, parziale e caduco ma necessario» dei valori non lo riconoscono anche i liberali?

-.Il capitalismo è solo disgregazione, è solo nichilismo? Davvero manca di ogni legittimazione? Di fronte a chi? Chi può chiedergli conto dei bombardamenti sull’Irak, delle dimenticanze sull’Algeria?

– «La ricerca del senso della vita» non equivale automaticamente a bisogno di comunismo o di senso comunista (Tanti,  proprio perché hanno introiettato il senso del limite o dei valori laici, lo trovano in professioni e consumi ben poco comunisti).

– Come mai  una parte di noi stessi collabora così facilmente ad affondare gli albanesi? Perché, allora, mettere tra parentesi l’aspetto critico negativo (presente in Marx, Nietzsche, Freud) che ancora cerca di scavare in queste oscurità? Perché la critica negativa dovrebbe coincidere con il nichilismo?

– Nei ««limiti della condizione umana» rientrano o no anche i rapporti capitalistici? La differenza fra comunismo e capitalismo si ridurrebbe alla gestione comunitaria o egoistica dei limiti della condizione umana?

– Unire gli uomini? Ma per che cosa?

– E infine: non vedo nessun collegamento fra questa idea di comunismo comunitario e il lavoro.

 

7 pensieri su “Nel buio anche tu come il (nostro) comunismo

  1. SEGNALAZIONE

    Romano Luperini, lo sguardo lungo di un soggetto plurale
    RICORDI Addio allo storico e prestigioso critico letterario morto all’età di 85 anni
    di Andrea Cortellessa

    Un cane morto. È quello che mi appare sullo schermo quando sul maledetto uozzap occhieggia il messaggino di xxx che mi dice, mai senza faccetta d’ordinanza, che «è morto Romano». Ingoio una smorfia e googlo «morte Luperini», ma la notizia non è ancora divulgata; spunta invece uno scritto brevissimo dello stesso Romano: non lo conoscevo, lo leggo, non riesco a non commuovermi. S’intitola appunto Morte di un cane, e per questo lo ha suggerito il Grande Altro dietro lo schermo. Risale, leggo, al giugno del 2017. Cerco di mettere a fuoco la data, almeno l’epoca del nostro ultimo incontro; dev’essere stato proprio allora, anno più anno meno. Dunque quasi dieci ne sono passati, senza che ci siamo più sentiti. Mi arrivavano ogni tanto, dagli xxx di turno, notizie sempre peggiori del suo decadimento fisico – e della depressione abissale che gli preesisteva, la concausava forse, certo ne era micidialmente aggravata.
    Con la scusa di una corvée a Siena, dove Romano Luperini aveva insegnato quarant’anni e dove ci eravamo conosciuti, ero andato a trovarlo nella grande casa rustica isolata, un po’ troppo isolata, nella Toscana profonda che tanto gli apparteneva: in una località, «Orgia», dal nome invece tanto inappropriato a quella sua solitudine. Romano ne fu contentissimo; m’invitò a pranzo in una locanda dove era ormai di famiglia. Ma capivo a fatica le sue parole: un’operazione alla carotide gli aveva deformato la bocca e rovinato la voce. Che ricordavo bassa e gentile, invece, dalla lieve rotacizzazione toscana (mi colpiva come, parlando in pubblico, stringesse gli occhi fino a chiuderli del tutto, come ripassando la struttura del suo argomentare; in privato non lo faceva). E allora ho pensato – lo stesso m’era successo con un altro maestro amato, Andrea Zanzotto – che chi soffriva in quel modo si vergognava a mostrarmelo. Più probabile, invece, che chi si vergognava fossi io. Fatto sta che non ci siamo visti più.
    ERA PIÙ O MENO ALLORA, dunque, che Romano scriveva del suo cane – «da tempo era ammalato, anch’io lo ero, e così ci facevamo compagnia» – che s’era deciso, alla fine, a portare dal veterinario per un’iniezione pietosa. «L’ho deposto nell’auto sul sedile accanto al mio. Durante il viaggio gli ho tenuto sempre la mano sulla testa, lo accarezzavo ma non deglutiva più. Ogni tanto però levava il capo e mi guardava con gli occhi dolcissimi». Alla fine il suo corpo, «materia bruta, una cosa già estranea», viene cremato. E chi scrive si dice: «perché non si può morire tutti così? In dieci minuti, senza tante cerimonie e sofferenze. Io lo farei subito, anche oggi. Poi mi sono accorto che dicevo a voce alta: Mamma, mamma. Non essere ridicolo, mi sono rimproverato, sentivo un vuoto, la mancanza di una mano fra i capelli». Fine.
    Il pezzo, meno d’una pagina, si legge su un blog molto seguito, La letteratura e noi, al quale Luperini ha dato vita cogli ultimi allievi e con l’aiuto dell’editore, Palumbo, della sua storia letteraria per le scuole, attraverso la quale s’era intrecciata una rete di rapporti che, anche nella malattia, Romano ha tenuto saldi – accorrendo ovunque lo chiamassero a discutere, a insegnare, a leggere insieme: quel soggetto plurale, così umile e orgoglioso, che non a caso aveva voluto nel nome della testata.
    Ed era proprio questo – solo ora lo capisco – ad averci allontanato. Il tono del pezzo che sto scrivendo adesso, per esempio, lo avrebbe disgustato. Nel comunque promuovermi a un concorso aveva tenuto a stroncare, a fini didattici, un mio libro a suo dire troppo «rapsodico»: cioè scritto troppo in prima persona.
    MA IL NOI della convenzione accademica, o nel suo caso della comunità di compagni e pari, proprio non mi riusciva di pronunciarlo. E così quando nei suoi ultimi vent’anni, a sorpresa, ha cominciato a scrivere narrativa – prima affiancando e poi sostituendo la disciplina cui aveva votato la sua vita anteriore, l’interpretazione e la storia della letteratura – per lo più aveva insistito a trasporre quell’io, che finalmente reclamava la sua attenzione, in un personaggio dal velo di finzione sin troppo esile. Per esempio nel romanzo più ambizioso – La rancura, pubblicato dieci anni fa – il rapporto col padre, ex partigiano titanico e soffocante, si sforza di trasporre, distanziare, alludere a una materia ribollente (in parallelo invece confessata in un’intervista ad Antonio Gnoli) che tanto avrebbe guadagnato, mi pare, dall’essere affrontata senza quei velami. Parlava chiaro, del resto, il nome della più importante fra le riviste che aveva fondato e diretto (e che resta tuttora un punto di riferimento della critica più agguerrita), «Allegoria».
    PER LA GENERAZIONE di Luperini, e per l’ethos squisitamente suo, «io» semplicemente non aveva diritto di parola. Nell’altro romanzo pubblicato l’anno dopo, L’ultima sillaba del verso, il suo avatar resta sgomento dal disincanto di un mentore come Sebastiano Timpanaro, per il quale «non esiste più un noi».
    Ma il suo libro da scrittore che più mi era piaciuto era stato il primo, I salici sono piante acquatiche: quello che s’era risolto a pubblicare, confessando la vergogna del caso, in una collana da lui stesso diretta per l’editore amico Piero Manni. Era quello più «in prima persona», che rompeva un interdetto e azzardava un’autoanalisi in pubblico – quasi uno strip-tease psichico.
    Altri, più addentro in questa storia, potranno meglio di me raccontare, dopo il critico e lo scrittore, il terzo Luperini (ma primo in ordine cronologico): il militante che ancora studente, all’inizio degli anni Sessanta, frequenta Raniero Panzieri nei «Quaderni rossi» e che subito dopo, a Pisa insieme a Franco Petroni e Gianfranco Ciabatti, fonda la rivista «Nuovo impegno», fra le voci più rilevanti della «nuova sinistra» alla vigilia del Sessantotto. Quella stagione Romano ha voluto raccontare nel suo ultimo libro, Il Sessantotto e noi (Castelvecchi 2024), che torna al prediletto soggetto plurale – non a caso scegliendo di scriverlo in dialogo con un compagno di lotte, Beppe Corlito, psicoterapeuta reduce di Potere Operaio.
    Rileggendo L’ultima sillaba del verso, però, mi sono reso conto dello slittamento che rendeva segretamente autobiografico, pure, il suo ultimo memorabile saggio: quello dedicato alla novella di Musil Compimento dell’amore nel suo libro più nuovo e più bello, L’incontro e il caso, pubblicato nel 2007.
    NON ERA UN CASO SE, nel suo stile intellettuale tardo, Romano Luperini avesse affiancato un riferimento nostrano, e tanto meno metodologicamente agguerrito, ai suoi maestri precedenti: dal padre-padrone Franco Fortini (che tanto l’aveva incoraggiato, ma tanto aveva provato a indottrinarlo) al giovane Lukács, sino al Benjamin memorabilmente commentato (e «usato») nell’epocale Allegoria del moderno (1990). Quel modello era Giacomo Debenedetti: il critico-scrittore che leggeva le grandi allegorie del moderno – da Verga a Svevo, da Pirandello a Proust – quali segni d’un destino tanto collettivo che individuale.
    Alla Morte di un cane, sul suo blog, solo un commento: non so chi sia a ricordare a ragione, fra i modelli, tanto la pietas di Gadda che la spietatezza di Lampedusa. Ma quella sua ultima allegoria ancor più doveva, per la misura breve e il lampeggiare animale, a due degli autori più cari a Debenedetti, ma anche a Romano Luperini: il Tozzi di Bestie e il Kafka di Indagini di un cane.
    Solo come un cane è chi contempla l’orizzonte della fine, solo come tutti noi: soli come quel cane che in un certo quadro di Goya, alzando il capo, guarda il nulla che ci attende.

    https://ilmanifesto.it/romano-luperini-lo-sguardo-lungo-di-un-soggetton-plurale?fbclid=IwY2xjawRIM39leHRuA2FlbQIxMABicmlkETFyNjl2amxoZGhoYUdMYlRyc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHuX1L0u3lVCNbHk7BwXmHkb72GDco5CwnKG8kvX5MHXv3HAWoVCYFwGEk3sj_aem_UdKGqwo2aDtAtgqIoUVPOg

  2. Un buon pezzo, quello di Cortellessa. Ossia misurato, analitico, informato quel tanto che basta per un “In memoriam”. Ma di Romano ha lasciato in ombra (ai posteri?), e volutamente, ” il terzo Luperini (ma primo in ordine cronologico)”. Però affrontare (e soprattutto politicamente) il primo Luperini, il “militante”, è a mio avviso necessario prima di “passare” agli altri due (ossia alle due altre fasi dell’uomo Luperini) . Perché è il primo Luperini, ossia è il suo rapporto cogli altri due, a farci dire che la coerenza (politica, ma anche umana) del Luperini professore universitario (inevitabilmente detentore d’un certo potere accademico) con quella del militante poltico è stata un valore e una qualità che sempre l’hanno caratterizzato (anche) nella quotidianeità.

  3. Sono andato a rileggere il post sul libro di Luperini e Corlito, la risposta di Corlito, la contro-risposta di Ennio.

    Trovo molto significativo che
    -tra persone di età simile
    -con stessa militanza comunista (intendo nella sinistra extraparlamentare),
    -stesso rifiuto del gradualismo del Pci,
    – stesso rifiuto dello spontaneismo di Lotta Continua,
    – e rifiuto all’epoca del lottarmatismo,
    – stesso sostegno a Democrazia proletaria allora,
    – stessa idea leninista della rivoluzione allora (idea perdurante ancora oggi),

    quel che sembra restare in evidenza più di ogni altra cosa sia il DISSENTIRE tra di voi.

    Già questo piccolissimo spaccato a tre mi sembra emblematico dell’impossibilità di ogni rivoluzione idealmente marxista-leninista, di più, dell’impossibilità di qualsiasi progetto comunista di impegno di massa.

  4. @ Galbiati

    “quel che sembra restare in evidenza più di ogni altra cosa sia il DISSENTIRE tra di voi.”

    Se si dissente è perché ci sono ragioni per farlo. Non per capricci personali. Da questo dissentire non è possibile dedurre, come tu fai, “l’impossibilità di ogni rivoluzione” o del “comunismo”. Perché i dissensi potrebbero anche chiarirsi e preparare le condizioni per un consenso su questioni fondamentali.

  5. Quello che tutti noi si dovrebbe capire meglio è che è possibilissimo dissentire epperò marciare insieme, come diceva il compagno Mao: ‘marciare separati e colpire uniti’; la tattica spiegata ai bambini…che molti giovani e poi grandi non hanno capito nnè praticato. Ma tutte le rivoluzioni vittoriose l’hanno applicata. Il ’68 è stato uno dei migliori controesempi.

    1. Per quel che vedo io, storicamente, quando si sta insieme con l’idea di “Marciare Separati” uniti dal chi voler colpire, si finisce poi che raggiunto il potere, chi comanda colpirà colui con cui marciava separato.

      Poi, trovo sempre discutibile che si parli di rivoluzione come di un valore in sé, di qualcosa di auspicabile sempre, indifferenti al fatto che al potere ci sia un regime autoritario oppressivo straniero o comunque interno (una dittatura, insomma), oppure una democrazia parlamentare che, pur con tutti i difetti, consente a ognuno di partecipare alla politica, fondare un partito ecc. Fare una rivoluzione violenta in un paese democratico significa prendere con la forza il potere, cioè agire in modo antidemocratico – e di norma questo porta alle restrizioni delle libertà individuali e associative.

  6. SEGNALAZIONE

    Poesie. Reparto di oncologia
    di Romano Luperini

    https://moltinpoesia.blogspot.com/2012/10/cosa-chiediamo-alla-poesia-due-esempi_28.html#more

    Ho passato mesi da una clinica all’altra. Per combattere l’insonnia feroce ho scritto di notte dei versicoli che riporto qui non per esibizione letteraria ma per documentazione diaristica. Solo il distacco della forma mi ha consentito di vincere il pudore della confessione e la coscienza del necessario inganno della letteratura.

    I.
    Con spavento

    Con spavento lo specchio riflette
    improvviso l’immagine di un lemure.

    Oh, una notte di grilli,
    e l’odore dell’erba, della terra smossa.

    Nel giro ondulatorio dei poggi
    s’alzerà il cerchio giallo della luna
    e in quello dello specchio
    pallida luce di lampada illumina
    il lemure disfatto.

    II
    Risveglio

    Il chioccolìo delle taccole sui cornicioni
    fuga gli ultimi grumi di sonno
    rattoppati a fatica nella notte.

    Passi nel corridoio, un lamento di donna.
    Aspetto che in camera balzi
    l’infermiere Massimiliano
    col suo sorriso allegro di neoassunto, l’uscio
    si spalanca ed appare alta alta e spettrale
    l’infermiera cattiva.

    III
    Le stagioni

    Dopo i rulli dei tuoni
    nel trambusto del cambio turno, all’alba,
    sui cornicioni scroscia la pioggia.
    Da una clinica all’altra
    ho sentito passare le stagioni
    senza sentire sulla pelle l’aria,
    la brezza della primavera, il solleone d’agosto.
    Ora è l’autunno, e fosse solo suono e concetto,
    non lama, non scalpello!

    IV
    Dopo le dimissioni

    Se ala di vento transita,
    distilla il tiglio lamine d’oro,
    eliche a vortice calano nel prato,
    spicchi d’azzurro oscillano nel verde
    tenace delle fronde.
    Dolcezza disperata di settembre.

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