
di Ennio Abate
Quello che avevo da dire sugli anni 70 a Cologno Monzese l’ho scritto in “Storie di Periferie” del 2020:
Ricordiamo pure il 68 o gli anni 70 a Cologno: la lotta per la scuola materna del Quartiere Stella, il lavoro di organizzazione del «Gruppo Operai e studenti» tra gli operai delle piccole fabbriche (Bravetti, Panigalli, Siae microelettronica, Trapani Rosa, Intergrafica ed altre), la sede del Centro Studi e poi di Avanguardia Operaia in Viale Lombardia 49, la rete di contatti politici che costruimmo tra Milano, Cologno, Brugherio, Sesto San Giovanni e Cinisello, il Comitato scuola che si batté contro i doppi turni e occupò le scuole di Via Boccaccio e Via Liguria, il Comitato quartieri che organizzò l’occupazione delle case di via Papa Giovanni XXII, la contestazione di un comizio di Almirante in Piazza Italia. MA è onesto e d’obbligo ricordare e ragionare sui vari ‘68 E seguire i rivoli successivi e separati. Non mi va chi si sceglie o si ritaglia un ’68 «innocente» e solo «libertario» rovinato dalla “strumentalizzazione” dei gruppi extraparlamentari (AO, Pdup, LC). Non mi va chi si sceglie o coltiva nella memoria un ’68 tutto «democratico» e «costituzionale», «non violento» e immagina che sarebbe continuato a scorrere –, senza conflitto – come un placido fiume verso un futuro di democrazia progressiva e poi socialista, Quel movimento e quegli anni Settanta furono compositi e pieni do contrasti. come oggi.. e una rilettura delle testimonianze raccolte nel 2020 in storie di periferia. cologno monzese negli anni ’70 lo dimostra. Anche qui a Cologno. Ci furono in una prima fase quelli che vennero calamitati dal «Gruppo Operai e studenti» e poi scelsero di stare – più o meno convinti – con la sezione di «Avanguardia Operaia». E, più tardi spuntarono quelli del «Circolo La Comune» di Via don Giudici, che volevano “cambiare la vita”, interessati soprattutto alla rivolta antiautoritaria, alla rivoluzione sessuale, alla nuova musica. Poi arrivò la sconfitta. Certi nodi contraddittori, presenti nel dibattito già nel ’68 – non furono mai del tutto chiariti o sciolti. Nodi che si complicarono con il femminismo. E poi con il lottarmatismo. In tutti questi decenni ho cercato di capire il perché della sconfitta, ma sempre considerando insieme tutte queste varie “anime” venute fuori da quel grande movimento. Che a tratti si fusero, altre volte si sfiorarono, altre si divisero e alla fine si combatterono anche mortalmente. Il ’68 entusiasmante e irripetibile è stato – ripeto – un lampo, una effimera e giovanile “età dell’oro”,un granello di una grande tempesta di sabbia arrivò anche a Cologno, ma il ’68 «democratico» e «costituzionale» già con le bombe a piazza Fontana rimase inchiodato dalla strategia della tensione in una terra di mezzo che non poteva durare. E, infatti, quando si andò verso la “soluzione” – in apparenza moderata e sensata, in realtà fallimentare e rinunciataria – del «compromesso storico», provocò il colpo di coda cieco e disperato delle BR. E si arrivò, diluita nel tempo, alla sconfitta di tutti gli attori politici: della sinistra storica. della nuova sinistra e poi anche dei lottarmatisti. Si imposero scelte niente affatto felici né innocenti. Per alcuni furono drastiche, distruttive, autodistruttive (il terrorismo, l’eroina). Per altri furono di “ritorno all’ordine” o di solitudine. Per altri ancora (tra cui molte «sorelle») furono di adesione disincantata alla “modernizzazione” della «Milano da bere». Non posso non vedere, dunque, che, come nel ritratto di Dorian Gray, il ’68 si presenta oggi col volto di una sirena invecchiata e che l’«adesso» ne è di fatto la completa negazione. Ho preso atto nel tempo della dispersione di quel «noi» che pur avevamo costruito e che in questa città aveva smosso qualcosa. Molti ex compagni di allora si dovettero sparpagliare nel PCI e poi nei DS e poi nel PD e poi in CSD. Altri andarono coi Verdi o con Berlusconi. Altri si isolarono. La libreria Celes resistette e poi chiuse. L’Associazione culturale Ipsilon fu un cenacolo catacombale di “intellettuali” ignorati o malvisti. Le mie rivistine o i miei «samizdat» hanno avuto, nel migliore dei casi, circolazione amicale. Posso riconoscere che i tanti «io», venuti fuori da quel «noi» abbiano fatto, a Cologno o altrove, cose anche buone o ottime. E che semi di quel ’68 ribelle, aperto al mondo e ai bisogni dei proletari o dei poveri, abbiano continuato a germogliare: nel privato, nelle professioni intraprese, negli stessi partiti a cui gli ex sessantottini hanno aderito.
Ma oggi?
Mi sento di chiedere bruscamente: qual è lo scopo di questa serata?
Ricostruire un noi che somigli a quello di allora?
Ricordare gli anni Settanta per nostalgia? Vedere in essi le nostre radici?
O constatare le differenze e stop?
Niente di quel passato ci accomuna più. Niente di ciò che esistette allora è rimasto.
Non una delle sedi in cui facevamo politica. Lo scantinato di viale Lombardia 49 : chiuso. Lo spazio all’aperto del circolo La comune: cancellato.
Della sinistra di allora cosa resta?
Vi pare che DP continuasse AO?
Vi sembra che il PD o AVS abbiano a che fare con la sinistra di quegli anni?
O che CSD venga da quella sinistra?
O che la Casa in movimento avesse delle somiglianze con il Circolo La Comune ?
O che il nucleo attorno a Cesare Sommariva del Quartiere Stella sia riuscito mai a dialogare con l’intera città di Cologno uscendo dal suo quartierocentrismo?
Vi sembra che i due mandati della giunta Rocchi siano spuntati per caso e non per una sconfitta totale della sinistra d’allora?
No retorica. No amarcord. Restano rispettabili memorie individualI. Ma sono trasmissibili? Secondo me negli ultimi anni l’unica cosa degna di attenzione è stata la mobilitazione per la difesa della scuola d’italiano ai tempi del predominio leghista e del sindaco Rocchi.
Stasera ci ritroviamo a parlare ognuno per conto proprio. Non siamo solo invecchiati.
Alcuni di noi – attivi allora – sono finiti ai margini. Poliscritture che come rivista esiste dal 2005, è stata ignorata e boicottata. Manco i due libri su Fortini – il mio e quello di Salzarulo – hanno potuto essere presentati a Cologno. E cosa ha a che fare la giunta Zanelli con il ’68 e gli anni ‘70? Cosa hanno a che fare i giovani della Consulta giovan i con quelli di allora?
Temo che ancora oggi non si sia capito quale fu la posta in gioco negli anni ’70. Lo dico in una frase che avrebbe bisogno di essere sviluppata in un libro: arrivammo sotto il muro del rischio, cioè dello scontro tra capitalismo occidentale e una nuova possibile forma di socialismo che si era affacciata a livello mondiale soprattutto nella Cina maoista.
Temo che molti non se ne accorsero o se la svignarono inorriditi dal male che avremmo dovuto anche noi fare (come lo fecero i partigiani). E che quel male l’ abbiamo lasciato fare ai capitalisti, allo Stato e ai loro funzionari. Che colpirono non solo le punte estreme che scelsero una lotta armata (suicida in assenza di una strategia adeguata al nuovo potere capitalistico mondiale che si andava formando), ma colpirono noi, gli operai, gli studenti, e continuano a colpire i popoli che oggi vengono massacrati.
Non siamo stati in grado, come diceva Fortini in una poesia del 1958, di:
……………………tornare ad un’altra pazienza
alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.
Al partito che bisogna prendere e fare.
Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
e il bene la realtà servire negare mutare.


Interessante riflessione un po’ intellettualmente difficile, ma bella.
@ Giovanni Negri
Indica pure i punti intellettualmente difficili e vedrò di chiarire.
SEGNALAZIONE
DOPO SERATA DEL 21 APRILE SU ANNI ’70.
DIALOGO TRA NONNO E NIPOTE.
NIPOTE -[09:27, 23/04/2026]
Ciao nonno, grazie dell’inoltro.
Ti dirò la verità, mi mettono un po’ di tristezza queste serate, per più motivi.
Intanto vedo che i problemi sono sempre stati gli stessi, ma prima almeno la soluzione (che funzionasse o meno) era pensata collettivamente. Oggi facciamo molto fatica a pensarci come un “noi” al di fuori della schiera di amici, che comunque ci sono ma sembra mai abbastanza.
E poi oggettivamente vedo poca gente della mia età o più piccoli, mentre avrebbe potuto essere un buon momento di testimonianza. Ce lo vedrei bene alla scuola superiore, so che si fanno le cogestioni e si possono invitare esterni.
NONNO – [10:12, 23/04/2026]
La tristezza ci sta, ma deve essere un contorno non il piatto unico.
E’ certo che i problemi (fondamentali: tra dirigenti e diretti, tra ricchi e poveri) restano gli stessi. Perché chi ha il potere ha un vantaggio a non risolverli.
Costruire un “noi” politico, cioè non solo amicale, non solo parentale o generazionale, è un progetto da realizzare. Non è qualcosa che già c’è.
La mancata partecipazione dei più giovani alla serata è dovuta proprio al fatto che la sconfitta ha spezzato i pochi fili che avevamo costruito negli anni ’70 tra anziani e nuove generazioni. Vanno ricostruiti. Anche questi non vanno presupposti.
Benissimo tentare una iniziativa simile pensata per le scuole superiori, se qualcuno la promuovesse.
Ciao
DOPO SERATA DEL 21 APRILE SU ANNI ’70
DIALOGO TRA SCRIBA E NONNO
SCRIBA – [10:45, 23/04/2026]
Interessante questo scambio tra nonno e nipote. Non so se dicendo che “i problemi sono sempre gli stessi” nonno e nipote si riferiscono agli stessi problemi. Il nonno pensa a “dirigenti e diretti” e “ricchi e poveri”. Il nipote, magari, a qualcosa di più specifico: il lavoro o il non lavoro, le guerre, l’ aumento del costo dei carburanti, ecc. In ogni caso il nipote pensa a qualche possibile iniziativa (per le scuole superiori) o a rivedere, migliorare, destinare meglio l’iniziativa recentemente fatta; il nonno, pur dichiarandosi disponibile a costruire un “noi” evoca la sconfitta. Non penso che giovi al nipote questa continua evocazione del fantasma della sconfitta. C’è stata e ne è venuto fuori un altro mondo. Partiamo dai “noi” che ci sono oggi: quella maggioranza di giovani che ha partecipato al referendum di Landini; quella maggioranza che ha votato al recente referendum, ecc. il mondo non è fermo. Non trasferiamo i nostri lutti sui giovani. Se ci interrogano, rispondiamo; se si possono riallacciare fili, riallacciamoli, ma evitiamo di pensare che la loro lotta e la forma della loro lotta deve essere simile alle nostre… Un abbraccio
NONNO [11:06, 23/04/2026]
NIPOTE ha seguito la serata. Certo che NONNO ha in mente certe cose e NIPOTE altre. Alla “possibile iniziativa” che potrebbe avvenire in questo “altro mondo” venuto fuori e che non è “fermo” NONNO eviterà di trasferire i suoi lutti sui giovani e non pretenderà che essi facciano lotte simili alle nostre (tra l’altro sconfitte!) ma né NONNO né NIPOTE né GIOVANI potranno saltare il problema di fondo: come ci si organizza sulla questione dirigenti-diretti, ricchi-poveri, lavoro-non lavoro, guerre, aumento dei costi dei carburanti, ecc.
DOPO SERATA DEL 21 APRILE SU ANNI ’70
DIALOGO TRA EX COMPAGNO INCAZZATO E NONNO
EX COMPAGN0 INCAZZATO –
Difatti anch’io mi chiedo, qual’è lo scopo di questa serata?. La classica rimpatriata di come eravamo? E di come siamo oggi. Siamo stati capaci di dare continuità e trasmettere quello in cui credevamo?
Ho vissuto con entusiasmo giovanile quegli anni, ma già alla fine degli anni 70 si notavano molte contradizioni dentro al movimento.
Nascevano personalismi, voglia di protagonismo personale, dove alcuni sono stati “affascinati dal palazzo ” . Dimenticandosi cosa avrebbe dovuto rappresentare.
Un bravo compagno lo giudico positivamente, rispetto a quanti compagni ha fatto crescere.
Purtroppo penso che anche all’interno del nostro movimento si sia sviluppato, quello che viene definito il cancro della burocrazia.
Questa piaga ha allontanato dalla militanza migliaia di compagni.
Io ho avuto la fortuna quando è nata RF di incontrare compagni con cui ho fatto un percorso positivo di diversi anni, percorso di lotta e di formazione, i quali sono stati importanti per me e gli altri compagni. L’ ACP è stata uno strumento importante per la crescita di molti compagni che vi aderivano.
Per quanto riguarda serate come queste mando un grande abbraccio a quei compagni con cui ho mantenuto un rapporto di amicizia.
Le rimpatriare mi mettono tristezza.
NONNO –
Scusa ma non mi è chiara la sigla ACP….
Sul resto:
– La serata. No rimpatriata né amarcord. Ma la possibilità (da non snobbare) di un confronto (per nulla facile!) tra ex compagni e tra ex compagni e giovani.
– Cancro della burocrazia. E’ un’etichetta che coglie e non coglie i processi reali che sono avvenuti nella sinistra (vecchia e nuova) e non permette di capire come estirparlo o evitarlo questo “cancro”.
– RF (Rifondazione Comunista). Scelta rispettabile. E sicuramente il senso di comunità che uno trova in un partito è gratificante e consolante. Ma perché non dovrebbero essere rispettabili anche le scelte diverse fatte da altri? Anche quelli che sono andati nel PD o coi Verdi o altri hanno trovato questo “calore comunitario”. Ma – diciamocelo – non è che RF sia riuscita davvero a rifondare il comunismo (che – l’ho scritto tante volte – è finito sempre più “nel buio”) né gli ex compagni finiti in altri partiti sono riusciti a incidere di più sui problemi fondamentali né a “governare”.